venerdì 26 agosto 2011

L’antimafia? La fa un benzinaio.


L’antimafia? La fa un benzinaio
Il distributore di carburante gestito da Annunziato Iacopino, l'unico a Reggio Calabria che fornisce la benzina per le auto della Dda

Procure in affanno. A Reggio le auto blindate del ministero camminano perché il titolare di un distributore di carburante fa credito alla Dda.

Un’autovettura per cinque magistrati. Sostituti procuratori che rientrano in ufficio con un passaggio. Benzinai che fanno credito al ministero della Giustizia. Straordinari non pagati. Giudici costretti a fare la colletta per comprare il toner e ricevere fax in ufficio. Pc obsoleti. E se arrivano computer nuovi restano negli scatoloni perché i software non sono comunque aggiornati.
Così si vuole combattere la ’ndrangheta in Calabria. Se da una parte viene indicata come una delle organizzazioni mafiose più potenti e ricche al mondo, padrona di imperi miliardari e meritevole di essere inserita addirittura nella Black list degli Stati Uniti, dall’altra lo Stato risponde destinando risorse che definire esigue è un eufemismo. I proclami della politica lasciano il tempo che trovano quando quasi tutte le Procure calabresi non riescono a gestire neanche l’ordinaria amministrazione.
Capita che una semplice fotocopia diventi un problema, gli autisti dei magistrati debbono addirittura calcolare i chilometri percorsi con le auto blindate per poter raggiungere l’unico distributore di carburante dove è possibile rifornirsi senza rimetterci soldi di tasca propria.
Succede a Reggio come a Vibo, a Paola come a Catanzaro, a Crotone come a Palmi e Cosenza. Non c’è una Procura che non abbia sofferto i tagli disposti dal governo con le Finanziarie degli ultimi anni. Tagli che fanno il paio con le carenze di personale. Basta pensare che, su una pianta organica di 107 sostituti procuratori, ben 22 sono i posti attualmente vacanti ai quali va sommato uno di aggiunto a Catanzaro.
Il caso numericamente più rilevante è quello reggino dove mancano 8 pm di cui 3 in servizio alla Direzione distrettuale antimafia. Al momento la situazione è gestibile per il procuratore capo Giuseppe Pignatone poiché i trasferimenti disposti dal Consiglio superiore della magistratura diventeranno operativi solo nei prossimi mesi. Occorrerà capire quante, e se, saranno presentate domande di magistrati disposti a recarsi in riva allo Stretto, in un ufficio di frontiera dove non è tutto scontato, i rischi sono più alti e la mole di lavoro è di gran lunga superiore a quella di altre regioni. Il rischio è avere la stessa sorte del procuratore di Crotone Raffaele Mazzotta che, per diversi mesi e fino ad aprile, ha retto il suo ufficio solo con l’aiuto di due magistrati applicati temporaneamente.
A Palmi la situazione è certamente migliore: un solo posto vacante sulla carta. Di fatto quel posto è al momento occupato da un magistrato applicato per altri otto mesi nell’ufficio giudiziario diretto dal procuratore Giuseppe Creazzo. Sarà stato, forse, l’effetto dell’originale invito che Creazzo due anni fa ha rivolto ai colleghi, esortandoli via mail a venire a lavorare a Palmi a poche centinaia di metri da una «magnifica spiaggia con vista sullo Stretto di Messina e le isole Eolie sullo sfondo». Quasi uno spot pubblicitario per sopperire a una carenza cronica di magistrati.
Ma i problemi della giustizia calabrese non riguardano soltanto l’organico. Le risorse sono all’osso. I soldi non bastano e il fondo della cassa è un qualcosa con cui i procuratori da tempo fanno i conti. Servono salti mortali per sostenere le spese “ordinarie” degli uffici requirenti della regione. L’emergenza, da anni, è diventata la normalità. La riforma della giustizia, intesa così come vuole il governo, è lontana dalla razionalità e dalle reali esigenze delle nostre Procure. «Ci sono debiti in sostanza» dice sconfortato il procuratore aggiunto di Reggio Nicola Gratteri. Eppure lui con le sue proposte sull’informatizzazione delle notifiche e la posta elettronica certificata, ha dimostrato come il ministero può evitare spese inutili, oltre a perdere tempo prezioso tolto alle indagini. Con le dovute modifiche normative, una semplice mail potrebbe sostituire un ufficiale giudiziario o un agente spedito in tutta Italia per notificare un avviso di conclusione indagini.
Vediamo di capire qual è la reale situazione degli uffici requirenti.
«Sono diversi anni che dobbiamo ricorrere ai decreti ingiuntivi per farci pagare gli straordinari dal ministero della Giustizia – confida un autista, che vuole restare anonimo, in servizio negli uffici giudiziari della Procura di Reggio –. Dovremmo fare 800 ore all’anno. Ma c’è chi ne fa 1200 per esigenze d’ufficio. E se non lavori, perché sai che quelle ore non ti verranno pagate, rischi una denuncia per interruzione di pubblico servizio».
In riva allo Stretto, le blindate del ministero camminano solo grazie alla disponibilità del titolare di una colonnina di carburante che, «quando arrivano i buoni», viene pagato per una parte della benzina fornita «a credito» alle auto dei magistrati. Non tutta, quindi rimane sempre il debito. A volte pm ed autisti sono costretti ad anticipare i soldi per poter almeno raggiungere l’Agip di via Sbarre centrali, gestita da Annunziato Iacopino. Proprio quest’ultimo conferma che «il debito non viene saldato mai per intero». Tuttavia ci tiene a sottolineare che non si lamenta perché conosce la serietà dei magistrati e nutre «massima fiducia in loro». Nonostante i sacrifici, infatti, Iacopino è soddisfatto di questo rapporto che va avanti da un paio d’anni: «Spero che continui così sempre».
Tragica, invece, la situazione che, poche settimane fa, ha fotografato il procuratore di Vibo Valentia Mario Spagnuolo in una lettera aperta al ministro Angelino Alfano. Un misto tra rabbia e rassegnazione di chi «continua a barcamenarsi nell’emergenza», e vede il proprio lavoro ridotto a quello di un equilibrista, dovendo far quadrare i conti a ogni costo. I mezzi del carcere di Palmi non avevano la benzina e gli autisti quindi non potevano accompagnare i detenuti al Tribunale di Vibo. Risultato: «Processo rinviato». «Cinque anni fa avevamo un budget per le spese di ufficio di circa 15mila euro – si sfoga il magistrato –. Adesso è di 4mila. Negli uffici di frontiera, questo problema si avverte maggiormente».
Ne sa qualcosa anche il procuratore di Cosenza, Dario Granieri. Il bilancio del suo ufficio è quasi completamente prosciugato dalla spesa dei toner per le stampanti: «Un anno fa siamo stati costretti a ricorrere ai fondi straordinari del ministero dell’Istruzione per fare le fotocopie di un fascicolo importante del quale non potevamo fare a meno».
A Paola la situazione non cambia. Fino ad aprile soltanto due sostituti hanno lavorato a casi scottanti come “nave dei veleni” e “fiume Oliva”. Attualmente ne sono arrivati altri due. Resta solo un posto scoperto. Qui gli uffici sono stati dotati di personal computer nuovi, ma i programmi non sono aggiornati quindi restano negli scatoloni. Pure sul Tirreno ci si rimbocca le maniche oltre il dovuto. Si collabora: magi- strati che diventano tecnici informatici, amministrativi che riparano fax o fotocopiatrici. Il procuratore aggiunto di Catanzaro, Giuseppe Borrelli, riassume con una metafora lo stato dell’arte: «Presto dovremo prendere atto di giocare a calcio senza pallone. Non si possono fare le nozze con i fichi secchi. La situazione è insostenibile. Siamo consapevoli che è necessario fare sacrifici. Ma i rappresentanti delle forze dell’ordine spesso non possono utilizzare le automobili perché manca la benzina, il parco macchine non è adeguato. Bisogna canalizzare le risorse e rendersi conto che siamo in Calabria, non in Veneto dove ci si occupa di furti nelle ville».
Per il magistrato l’emergenza va contestualizzata: la Procura della Dda di Catanzaro ha competenza sul distretto di Cosenza, Rossano, Vibo, Paola, Castrovillari, Crotone, Lamezia e sul territorio dove ha sede la giunta regionale.
L’organico dovrebbe essere costituito da 18 sostituti, due aggiunti e un procuratore. Ma la situazione attuale è di 15 sostituti, un aggiunto e un procuratore. Ci sono posti vacanti, ma è da evidenziare che i magistrati «non vogliono venire nella nostra regione. Anzi – precisa Borrelli – in particolare non vogliono venire a Catanzaro perché non ha un collegamento diretto con la linea ferroviaria. Adesso ci sono sei colleghi alla Dda e nove all’ordinario. Ma è ovvio che con questi numeri è difficile combattere la ’ndrangheta. Lo scenario è altrettanto grave per quanto riguarda gli organi giudicanti: il Tribunale della libertà è composto da 5 persone che ammiro perché riescono in dieci giorni a leggere migliaia di carte e prendere decisioni importanti. Nonostante uno sforzo notevole riescono a farlo. Sul fronte gip, sono in otto per tutto il distretto. Come è possibile – si chiede Borrelli – garantire al cittadino la possibilità di vivere in un contesto libero dalla criminalità organizzata, se poi questa libertà è condizionata dal problema della carenza di personale? Non ci sono più soldi. Che si fa? Quando la carta finirà non si scriverà più, quando non ci sarà più il toner non si riceveranno fax. All’ufficio gip del capoluogo i magistrati si sono dovuti autotassare per ricevere fax». E c’è chi arriva in soccorso delle Procure.
Infatti, il Comune di San Lorenzo del Vallo fornirà al Tribunale di Catanzaro risme di carta: gli amministratori hanno deciso di tagliare le loro indennità per rispondere all’sos giustizia.
«Così appena arriverà – spiega Borrelli – la daremo ai colleghi dell’ufficio gip, che al momento stanno facendo la colletta. Quando finiremo il toner e dovremo fare un fermo, che faremo? Manca tutto. Ad esempio se dovesse arrivare il sedicesimo magistrato, non abbiamo un cancelliere da affiancargli. Aspettiamo che il governo faccia delle scelte ma non possiamo rimanere con il cerino in mano. Non è possibile – aggiunge - che alla prossima scarcerazione per decorrenza dei termini, vengano attribuite delle colpe. Non si può far ricadere le responsabilità, anche di una non scelta, sui magistrati. Noi abbiamo trovato qualche soluzione, digitalizzando una serie di provvedimenti e risparmiando fogli. La Regione non ha stanziato neanche un centesimo (almeno a Catanzaro) per l’amministrazione della giustizia. A volte si fa per mantenere distinta la politica dalla giustizia, ritengo che non sia questo il punto. È un atto dovuto, non un’agevolazione». Dopo l’ennesima lamentela sono arrivati 18 pc
nuovi a Catanzaro, «ma – conclude il magistrato – i computer sono obsoleti, si bloccano; alcuni non hanno il lettore cd».
Storie di Calabria. La regione nella quale la lotta alla ’ndrangheta dovrebbe essere una priorità assoluta. E che, invece, diventa il luogo dove le passerelle dei ministri e dei parlamentari seguono alle operazioni antimafia portate, sempre e comunque, a termine con mille difficoltà.

Lucio Musolino
Mirella Molinaro


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