martedì 11 ottobre 2011

Wall Street Journal: “Conti italiani truccati per entrare nell’euro”. - di Matteo Cavallitto

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“Ci sono tutte le ragioni per credere che il governo italiano sia stato non meno ‘aggressivo’ di altri Paesi europei nel mascherare il reale stato dei suoi conti pubblici per guadagnarsi il diritto di entrare nell’euro”. E’ questa la pesante accusa lanciata in queste ore dal Wall Street Journal in un editoriale firmato Alen Mattich. Un attacco diretto quanto severo che sembra in grado di agitare ancora una volta i mai sopiti i fantasmi della nostra recente storia contabile. Epopea, quest’ultima, niente affatto rassicurante, specialmente in relazioni ai paragoni poco lusinghieri che riesce ad evocare.
“Ricordatevi dello shock patito dagli investitori quando la Grecia ammise di aver falsificato le sue cifre (contabili – ndr)” ammonisce il Wsj. Da quel momento, prosegue l’editoriale, si capì che gli interventi della Bce negli acquisti dei bond sovrani non sarebbero stati efficaci, limitandosi, al contrario, a posticipare semplicemente la temuta resa dei conti. Il problema, ora, è che “il mercato sta probabilmente sottovalutando tanto “il livello di difficoltà patito dall’Italia” quanto il fatto che lo stato reale delle sue finanze pubbliche “è peggiore di quanto dichiarato”. Insomma, se la misura reale del debito e/o del deficit italiano fosse maggiore rispetto a quella dipinta dalle cifre ufficiali, spiega il quotidiano Usa, quello che è stato visto fino ad ora come un “problema di liquidità” potrebbe quindi “trasformarsi in un problema di insolvenza”.
Il riferimento alla Grecia non è casuale. Nel febbraio 2010, il settimanale tedesco Der Spiegel rivelò senza timori di smentita che i conti pubblici greci erano fasulli. Dieci anni fa, spiegò, la Grecia non aveva tutti i requisiti necessari per entrare nell’euro, motivo, quest’ultimo, che spinse il governo di Atene a intraprendere una spericolata operazione di make up contabile attraverso il ricorso ad alcuni dei derivati finanziari più complessi in circolazione: gli inquietanti cross-currency swaps. Fu grazie al loro utilizzo che la Grecia riuscì a convertire in euro le sue emissioni obbligazionarie in dollari e yen attraverso un cambio realizzato a tassi fittizi capaci, a loro volta, di garantire alle casse nazionali un credito maggiore rispetto a quello reale. Un effetto temporaneo, ovviamente, visto che alla scadenza dei derivati scatta la riconversione dei titoli nelle valute originarie e con essa il carico di nuove perdite sul bilancio.
Strategista del trucco contabile era stata allora una delle prime banche del Pianeta, la statunitense Goldman Sachs che, nell’occasione, aveva potuto incassare al volo le laute commissioni dell’operazione. Quest’ultima rivelazione aveva contribuito non poco ad alimentare le allora fortissime perplessità della Germania nei confronti di Mario Draghi per il quale, proprio in quel momento, si iniziava a ipotizzare un’eventuale ascesa al trono della Bce. Draghi, che in passato aveva lavorato per la Goldman, ha sempre negato di essere stato a conoscenza dell’operazione di restyling contabile di Atene e nessuno – ed è per altro difficile pensare che qualcuno non ci abbia provato con tutte sue le forze – è mai riuscito a dimostrare il contrario.
Ad alimentare i malumori dei celebri “falchi della Bundesbank”, occorre ricordarlo, ci pensò allora anche una preoccupante analogia con la storia contabile italiana di cui, inevitabilmente, si riprese a parlare proprio in quel momento. Con qualche anno di anticipo rispetto ad Atene, scrisse il Financial Times, anche l’Italia aveva fatto ricorso a un trucco simile. Nel 1997, la Penisola utilizzò un maxi swap in grado di riequilibrare il rapporto lira/Yen nell’ambito di un’emissione in valuta nipponica per un controvalore di 1,6 miliardi di dollari. L’iniziale plusvalenza si sarebbe trasformata in una perdita nel lungo periodo.
Non è chiaro, per il momento, se i riferimenti odierni del Journal corrano solo a questa operazione oppure comprendano altre esperienze analoghe e tuttora sconosciute. Ma forse, allo stato attuale dell’abnorme debito pubblico, ormai equivalente al 120% del Pil (cioè il doppio del limite massimo imposto dall’ultimo Patto di stabilità Ue), è decisamente più una questione di principio che di aritmetica. Come a dire che di fronte a un debito che vale circa 1.200 volte tanto, un (vecchio) trucco finanziario da 1,6 miliardi potrà anche non incidere granché in termini strettamente contabili. Ma ciò non toglie che nella sua veste di “precedente” storico possa danneggiare e non poco la credibilità di un Paese che qualcuno, dall’interno, sta già per altro mettendo a dura prova. “Quando la scorsa settimana ha ipotizzato di cambiare nome al suo partito” ha ironizzato il Wsj “il primo ministro Silvio Berlusconi ha suggerito qualcosa di osceno. I detentori dei bond italiani saranno probabilmente d’accordo”.


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