mercoledì 20 giugno 2012

Emergenza sisma in Emilia? Intanto arrivano 51 milioni per il terremoto in Irpinia. - Amalia De Simone



Il pozzo senza fondo: dopo 32 anni (e 67 miliardi di euro) continuano a giungere altri soldi in Campania per il sisma del 1980.

NAPOLI - Case alveare, strutture pubbliche mai ultimate e abbandonate, strade statali costruite sui rifiuti tossici e pagate a peso d'oro ai clan. Il terremoto del 1980 in Campania è indimenticabile anche per questi sprechi, regalo dei fondi per la ricostruzione post sisma. Un pozzo senza fondo dal quale, in queste settimane, proprio mentre si cercano soldi per far fronte all'emergenza sisma in Emilia, arrivano altri 51 milioni di euro da distribuire dopo ormai 32 anni. 

I SOLDI DATI E MAI SPESI - Consultando atti e norme però, scopriamo una cifra perfino più paradossale: oltre 286 milioni di euro. Soldi che sono da tempo nelle casse di alcuni comuni della Campania ma che non sono mai stati spesi. Questi fondi sono presenti nei conti infruttiferi accesi proprio con la legge per il terremoto (la 219/81) a favore dei vari comuni presso la Tesoreria Provinciale dello Stato e vengono gestiti dai sindaci. E così, fino ad oggi, il sisma dell'Irpinia, che pesa ancora sulle accise per la benzina, è costato tra danni reali e sprechi più di 67 miliardi di euro (le cifre sono state ricalcolate in euro dal centro di documentazione e ricerche della Camera dei Deputati). Secondo la relazione conclusiva del gruppo di lavoro sul tema presso il Ministero delle infrastrutture, per completare la ricostruzione sono necessari ancora 2 mila milioni di euro. Insomma, il tempo passa facendo cadere in prescrizione i reati legati alla ricostruzione (molti processi che coinvolgevano anche politici, sono finiti così) ma non ferma il fiume di soldi pubblici previsti dalla legge. 

IL TERREMOTO POLITICO - Franco Romano, ingegnere, componentdel gruppo di lavoro al Ministero, spiega che si tratta di soldi riferibili a richieste che lo Stato ha consentito e legittimato con delle leggi: «Si è data la possibilità di presentare domande per ottenere i fondi fino a otto anni dopo il sisma – spiega - mentre in un primo momento la forbice era di 4 anni. E' chiaro che chi veramente aveva necessità di quei soldi per rimettere in piedi la propria casa o le sue attività, ha fatto la domanda subito, mentre i "ritardatari", probabilmente non avevano fretta perché non avevano subito danni reali. Inoltre, il perimetro degli interventi si è allargato a dismisura fino a comuni come Sorrento o quelli della costiera amalfitana, che niente c'entravano con il sisma. Questo fu quello che io chiamo terremoto politico e cioè sprechi determinati da trattative politiche. D'altronde, i soldi utilizzati per la ricostruzione delle case (dati fino al 2002 ndr) sono circa 23 mila miliardi di vecchie lire (quasi 12 miliardi di euro): denaro speso bene, perché i paesi dell'Irpinia sono quasi tutti ricostruiti. Ciò che da dieci anni a questa parte viene distribuito è una percentuale irrisoria rispetto a quanto è stato speso (il rapporto è tra 67 miliardi di euro complessivi e segmenti da alcune decine di milioni di euro, come l'ultimo da 51 milioni di euro ndr). Anche questi nuovi fondi saranno difficili da assegnare perché è passato troppo tempo e le cifre sono esigue. O meglio, diventano esigue perché, nonostante nel complesso siano tanti soldi, bisognerà distribuirli in molti comuni e quindi la somma si assottiglia, soprattutto se si considera che le amministrazioni devono poi a loro volta cercare gli assegnatari e ulteriormente dividerle» 

«CI DANNO I SOLDI MA NON CI SERVONO» - Tra i comuni che in provincia di Napoli, hanno ottenuto l'assegnazione dei fondi c'è il caso di Scisciano, destinatario questa volta di una trance di 200 mila euro. Il sindaco, Patrizio Napolitano, ammette che lì non avevano bisogno di questi soldi, che Scisciano non ha mai veramente risentito del terremoto e che spenderà questi fondi per opere di pubblica utilità. Scorrendo invece l'elenco dei comuni che hanno beneficiato dei fondi per il terremoto per ben 32 anni, scopriamo che quasi tutti hanno ancora quattrini in cassa provenienti dai fondi; che la maggior parte ha più di 500 mila euro e in ben 75 comuni restano soldi non spesi per cifre che superano il milione di euro. Tra i comuni che hanno accumulato più soldi senza mai spenderli ce ne sono due del vesuviano Sant'Antonio Abate con 8 milioni e 600 mila euro e Torre del Greco con circa 8 milioni. Il vicesindaco di Sant'Antonio Abate Alfonso Manfuso, spiega che chi aveva fatto domanda per ottenere i fondi, poi non l'ha integrata e quindi non è stato possibile liquidare gli assegnatari. Aggiungendo poi che proprio in questi giorni («la sua telefonata arriva a puntino» dice) sarà inviata una comunicazione agli interessati. Il sindaco di Torre del Greco Gennaro Malinconico, invece, è alla guida della città da soli venti giorni - e dunque di questi fondi non sa nulla - ma gli è stato riferito che ci sono dei contenziosi sulla questione. Comunque si è impegnato a tenere sotto controllo la vicenda. 

DOVE SONO ANDATI I SOLDI - I fondi del dopo terremoto dell'80 come, risulta da alcune tabelle, sono serviti solo in parte alla ricostruzione degli alloggi. Una serie di opere pubbliche infatti sono figlie di quell'epoca: oltre ad alcune strade finite nel mirino dell'antimafia perché costruite da ditte legate ai clan della camorra e realizzate su rifiuti tossici smaltiti illecitamente, ci sono anche interi quartieri ghetto costruiti con i fondi post sisma, come le vele di Scampia, quartiere a nord di Napoli (alcune già abbattute, altre ancora da radere al suolo) e i rioni dormitorio di Ponticelli (area orientale della città) diventati terra di conquista di boss della camorra che addirittura decidevano l'assegnazione degli alloggi. Molte strutture pubbliche sono in stato di abbandono come asl e scuole che si trovano proprio difronte al cosiddetto lotto zero, tra i rioni della periferia est di Napoli più desolati e abbandonati. Si tratta di edifici mai ultimati che sono diventati rifugio per tossicodipendenti e restano lì, difronte ai casermoni-dormitorio a testimoniare degrado e indifferenza. 

I COSTI AUMENTATI E LA BEFFA - I paesi distrutti o disastrati dell'Irpinia e del salernitano sono stati quasi tutti ricostruiti ma anche qui non mancano opere che sono costate molto di più delle previsioni iniziali. Siamo andati nella provincia di Salerno, a vedere uno dei paesi disastrati dal sisma destinatario oggi del contributo più alto, un milione di euro. Valva è un paesello ricostruito fedelmente. Il municipio è un container e ha una stanza dedicata solo alle pratiche post sisma. Il sindaco Francesco Marciello, spiega che questi soldi, come anche altri che hanno in cassa non possono essere spesi perché non hanno un tecnico che istruisca le pratiche e hanno bisogno di una autorizzazione da parte del Ministero per utilizzare il 4% di quei soldi proprio per dare l'incarico ad un professionista. «Ho inviato la richiesta ma nessuno mi ha ancora risposto – spiega il sindaco – è paradossale, perché abbiamo i soldi e non possiamo utilizzarli!». Da queste parti al danno si è aggiunta la beffa: in quegli anni industrie del nord arrivarono attirate dai finanziamenti pubblici ma come raccontano anche alcune inchieste giudiziarie, a quanto pare non crearono occupazione né sviluppo: «Il nostro territorio – spiega l'assessore di Valva Fiorenza Vulturo – non ha una vocazione industriale, invece in quegli anni sono sorti degli stabilimenti. Fu un grande spreco... se quegli investimenti avessero prodotto concretamente lavoro e opportunità per il territorio avremmo potuto parlare di un bilancio positivo. Invece sono stati buttati via miliardi da imprenditori del nord che hanno aperto con strumentazioni obsolete e a volte con bilanci non troppo chiari; sono venuti qua, hanno preso sovvenzioni statali perché per aprire in queste aree lo Stato garantiva dei contributi, hanno aspettato il tempo minimo necessario per usufruire di queste agevolazioni e poi hanno chiuso».

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