giovedì 19 gennaio 2012

Pensieri.



Il mondo che abbiamo creato è il prodotto del nostro pensiero, e dunque non può cambiare se prima non modifichiamo il nostro modo di pensare.


di: Ecco Cosa Vedo


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Palermo, «capitale» senza speranza. Ora impugna i forconi.

La protesta del «Movimento dei forconi»
La protesta del «Movimento dei forconi»

La caccia ai politici e la cronaca di un fallimento.

PALERMO — Palermo è fallita. E non per i debiti. Per la mancanza di prospettive, di speranze. Restano rabbia e dolore, cui un capopopolo scaltro e disperato ha dato un simbolo: i forconi.
Prendiamo il sindaco, Diego Cammarata, che si è dimesso lunedì scorso. Ha governato per dieci anni la quinta città italiana, la capitale di un’isola-nazione conosciuta nel mondo intero, e nessuno se n’è accorto. Sui quotidiani nazionali finì solo quando Striscia intervistò il dipendente pagato dal Comune per tenergli la barca.
Una città un Paese - Palermo, «capitale» senza speranzaUna città un Paese - Palermo, «capitale» senza speranza    Una città un Paese - Palermo, «capitale» senza speranza    Una città un Paese - Palermo, «capitale» senza speranza    Una città un Paese - Palermo, «capitale» senza speranza    Una città un Paese - Palermo, «capitale» senza speranza
«Il peggior sindaco di tutti i tempi» ha sentenziato il presidente della Regione, Lombardo. Ma no, Cammarata non è stato neppure il peggiore. Semplicemente, non è stato. Fu eletto in quanto famiglio di Micciché, famiglio di Dell’Utri, famiglio di Berlusconi. «Nuddu ammiscatu cu’ nenti» lo definisce un ambulante al mercato del Capo: il Nulla. Poi ride spalancando la bocca sdentata.
La prima azienda è la Regione: 28 mila dipendenti, precari compresi. La seconda è il Comune: 19 mila. Un apparato produttivo da Nord Africa, costi burocratici da Nord Europa. La Palermo del 2012 ha angoli di bellezza struggente e altri da Terzo Mondo. Impossibile restituire con le parole l’incanto dei mosaici della Cappella Palatina appena restaurati; poi esci, entri nei vicoli, e a duecento metri dalla sede del Parlamento più antico e più pagato al mondo ti inoltri tra le macerie dei bombardamenti del ‘43, entri in una stalla con abbeveratoio, biada e tutto, cammini su selciati da asfaltare, avanzi a zigzag per evitare l’immondizia. Oggi la città è strozzata da una nuova emergenza: la jacquerie, la rivolta spontanea, senza partiti né sindacati, che ha preso il nome immaginifico di «Movimento dei forconi» e firma comunicati come questo, scritto tutto maiuscolo:
«È INIZIATA LA RIVOLUZIONE IN SICILIA! STANOTTE TUTTI I TIR AI PRESIDI! GRIDIAMO FORTE L’INDIGNAZIONE CONTRO UNA CLASSE POLITICA DI NEPOTISTI E LADRONI! ».
Sono camionisti, contadini, pescatori. Bloccano i rifornimenti alla città: vuoti e quindi chiusi i distributori di benzina, nei supermercati cominciano a mancare frutta e verdura. Ce l’hanno con tutti, da Lombardo a Sarkozy, da Cammarata alla Merkel, con Roma e con Bruxelles. I camionisti, molti con il ritratto di Padre Pio sul cruscotto, chiedono aiuti per il gasolio. I contadini vogliono più controlli sui prodotti stranieri e più sussidi per i propri: «Vendiamo il grano a 23 centesimi il chilo, paghiamo il pane a 3 euro e 50». I pescatori hanno occupato l’ingresso del porto per denunciare che le norme europee impediscono il lavoro, il pescespada è specie protetta, il novellame neanche a parlarne, «intanto i giapponesi che avrebbero due oceani a disposizione vengono qui a pescarci sotto gli occhi il tonno migliore». Il capopopolo che si è inventato il logo si chiama Martino Morsello, ha 57 anni, gira con un forcone di legno in pugno e firma mail come questa:
«IL SISTEMA ISTITUZIONALE È AL COLLASSO! I POLITICI RUBANO A DOPPIE MANI, E LO STESSO FANNO I BUROCRATI. LA RIVOLTA DEI SICILIANI È NECESSARIA E URGENTE. A MORTE QUESTA CLASSE POLITICA COME SI È FATTO CONTRO I FRANCESI CON IL VESPRO!».
Anche se su Facebook lancia proclami sanguinosi, nella realtà Morsello è un ex assessore socialista di Marsala, fondatore di un allevamento di orate finito male. Vive in camper con la moglie. Tre figli, tutti disoccupati. Esposti al prefetto e processi in corso contro le banche e la Serit, versione isolana di Equitalia. Una passione per la storia siciliana, in particolare per le rivolte che, sostiene, scoppiano quasi sempre tra gennaio e marzo: i Vespri appunto, ma anche i Fasci siciliani. «Nel 1893 qui vicino, a Caltavuturo, cinquecento contadini che avevano occupato le terre furono attaccati dai carabinieri. Tredici morti. Esplose una rivolta nazionale. E sa che giorno era? Il 20 gennaio! Oggi in Sicilia, domani in Italia!». Boato dei camionisti del presidio. I carabinieri li guardano con aria interrogativa. Sul camper c’è anche Rossella Accardo, vedova del capocantiere Antonio Maiorana, madre di Stefano, entrambi scomparsi, forse uccisi dalla mafia. L’altro figlio, Marco, è caduto dal settimo piano, non si sa come. Ecco l’ultimo proclama:
«NELLE PROSSIME ORE I MANIFESTANTI AGIRANNO CON MANIERE FORTI PER CHIEDERE AL GOVERNO REGIONALE I PROVVEDIMENTI ADEGUATI. IL 70% DEL COSTO DEL CARBURANTE È TASSA CHE ALIMENTA GLI STIPENDI DI POLITICI CORROTTI E MAFIOSI. LA RIVOLTA DIVENTERA’ NAZIONALE».
Ai blocchi sono partite le prime coltellate, un venditore ambulante di carciofi ha sfregiato un camionista. Più che i forconi, la Palermo borghese teme però gli ex carcerati della Gesip, la società che riunisce le cooperative sociali: duemila dipendenti, molti reduci dall’Ucciardone, che finora campavano di lavori socialmente utili. I soldi finiscono a marzo, loro minacciano di «mettere la città a ferro e a fuoco». L’espressione in questi giorni si spreca, ma loro hanno già mostrato di intenderla alla lettera, incendiando i cassonetti dei rifiuti che l’Amia fatica a smaltire: dopo i fasti delle consulenze d’oro e dei funzionari in vacanza a Dubai, la municipalizzata è inmano a tre commissari e sull’orlo del fallimento. L’Amat, l’azienda dei trasporti, attende 140 milioni dal Comune e da tempo non garantisce la revisione dei bus, come segnala la velenosa nuvola nera che si alza a ogni fermata come dalla coda di uno scorpione. La linea di pullman per l’aeroporto ha gasolio per una sola settimana. I tassisti non lavorano. Pure il museo di arte contemporanea, nuovo di zecca, è già a rischio chiusura.
A quanto ammontino i debiti del Comune non lo sa nessuno, neppure il sindaco dimissionario, che annuncia una ricognizione definitiva. Fino a qualche mese fa, una pezza la metteva il governo Berlusconi. A ogni Finanziaria qualche decina di milioni arrivava, magari per intercessione di Schifani che, come già i Borboni, ogni Natale distribuisce ai poveri il pane con la milza della focacceria San Francesco, marchio esportato in tutta Italia. Ora i soldi sono finiti, la manovra di agosto ha tagliato i contratti, migliaia di precari perderanno anche quei 500 euro al mese che non garantivano futuro, crescita, dignità, ma almeno sopravvivenza. E Morsello col forcone ha buon gioco a dettare alle agenzie:
«IL MOVIMENTO CHIAMA A RACCOLTA TUTTI I SICILIANI PER LIBERARE LA SICILIA DALLA SCHIAVITU’ DI QUESTA CLASSE POLITICA!».
Un’occasione ci sarebbe già a maggio: Palermo elegge il nuovo sindaco. Ma la confusione è massima. Per dire, l’emergente Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia, è dato ora come candidato di Pd e Lombardo, ora di Pdl e Udc. In realtà, il centrodestra punta sul rettore dell’università, Roberto Lagalla. Ci proverebbe volentieri pure Ciccio Musotto, ex presidente della Provincia incarcerato per mafia e assolto, figlio di un grande personaggio della Palermo borghese, la pittrice Rosanna, discendente di garibaldini («il Generale è per me persona di famiglia, ho ancora il suo portaocchiali, quando scendeva Craxi a Palermo dovevamo nascondergli i cimeli»). Il Pd, che qui non tocca palla da quindici anni — «la sinistra siciliana è più debole che ai tempi del fascismo» ama dire Calogero Mannino —, si divide tra chi vorrebbe un candidato centrista, appoggiato da Lombardo e Terzo polo, e chi vorrebbe risolvere la questione con le primarie del prossimo 26 febbraio: Rita Borsellino contro il trentenne Davide Faraone, allievo di Matteo Renzi. Poi ci sarebbe Giuseppe Lumia, ex presidente dell’Antimafia. Ma di mafia a Palermo nessuno parla volentieri. Al più, ci si scherza. Come l’albergatrice che racconta: «I clienti stranieri mi chiedono sempre se nel quartiere c’è la mafia. All’inizio rispondevo di no, per tranquillizzarli. Loro però ci restavano malissimo, e uscivano delusi. Ora ho imparato a dire che sì, certo che c’è la mafia. Così escono con l’aria circospetta, strisciando lungo i muri, e si sentono davvero in un altrove».
Un altrove resta Palermo, di cui è giusto denunciare ogni guaio ma anche ricordare la commovente bellezza, gli stucchi del Serpotta più elaborati di quelli di Versailles, i fregi liberty del Basile degni dell’art nouveau parigina. Una terra da sempre produttrice di miti, oggi inaridita. Ci sarebbe Camilleri, che però ha quasi novant’anni e da sessanta vive a Roma; qui non tutti lo amano, se Lombardo lo voleva assessore Micciché lo definì «grandissimo nemico, prezzolato ideologico, assassino del Polo». Più che da miti, Palermo sembra abitata da fantasmi. La grande editrice Elvira Sellerio. I grandi preti: il cardinale Pappalardo, che si ritirò a contemplare la città dall’alto dell’eremo, e padre Pintacuda, che salì sulla montagna di fronte, nel Castello Utveggio, a dirigere per conto di Forza Italia il centro studi della Regione. Anime morte, come don Turturro, cugino dell’attore americano, il parroco antimafia che faceva innamorare popolane devote e giornaliste straniere: condannato per pedofilia.
Dal carcere sono usciti i killer del dodicenne Di Matteo sciolto nell’acido, ed è entrato—lontano, a Roma—Totò Cuffaro, cui non è bastato collezionare crocefissi, santi, ritratti di don Bosco e immagini della Bedda Madri (dell’Atto di affidamento della Sicilia al Cuore Immacolato di Maria stampò un milione di copie, «e le assicuro che l’Atto funziona, lo sa che abbiamo avuto due terremoti senza un solo morto?»). Dal carcere è uscito Mannino — «al terzo mese cominciai a pisciare sangue» —, dopo anni di processi per stabilire se il suo soprannome fosse Lillo, come lo chiamano i parenti, o Caliddu, come dicevano i pentiti. Leoluca Orlando, che vorrebbe candidarsi a sindaco per l’ennesima volta, colleziona invece nella sua villa liberty statuette di elefanti e ceramiche Florio («il massimo sarebbe un elefante in ceramica Florio. Lo cerco da sempre. Mai trovato»). Sotto la camicia, porta una mano di Fatima e la piastrina che lo certifica come affetto dalla sindrome di Kartagener, «siamo in quattro in tutto il mondo, stampati al contrario, il cuore a destra il fegato a sinistra». Ma in tutto il mondo non si trova una città come questa, nel bene e nel male.
Palermo (pan-ormos: tutto porto) è città madre, tonda, avvolgente, che accoglie ogni cosa come in un abbraccio, e ogni cosa racchiude: i mosaici come a Bisanzio, i suq come a Fes; il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis è più bello di qualsiasi danza macabra germanica; nella chiesa della Catena, gotico catalano, sembra di essere a Barcellona; San Domenico, barocco coloniale spagnolo, pare Cuzco. All’apparenza basta a se stessa, i calabresi disprezzati, i napoletani ignorati, i padani compatiti. In realtà, è figura dell’intero Paese.
Di una città come Palermo, di una Palermo risanata, l’Italia ha bisogno. Oggi si impugnano i forconi e si grida di rabbia; domani una soluzione si deve cercare. Perché non possiamo dire: se la cavi da sola. Se Palermo fallisce per sempre, è un fallimento nostro.

Malpensa: ecco come i dipendenti trafficavano chili di coca.


4 dipendenti arrestati dalla guardia di finanza. Nel video le preoccupazioni degli arrestati intercettati.


Beni per oltre un milione di euro, questa la fortuna accumulata da quattro dipendenti dello scalo di Malpensa, fino ad ora incensurati. La Guardia di finanza di Torino ha scoperto che erano proprio loro a garantire, all'insaputa dei datori di lavoro, l'uscita della cocaina dall'aeroporto milanese. Complici di un'organizzazione di narcotrafficanti che li ripagava a suon di euro. 

La droga purissima proveniva da Santo Domingo e arrivava a Malpensa in pacchi da 20/30 chili, all'interno di una stiva di servizio degli aeroplani. Uno degli indagati ritirava personalmente i pacchi e li consegnava ai complici, eludendo i normali controlli. Nel video le voci sgomente di due di loro, ormai consapevoli di esser stati scoperti. 

Fassino & Chiampa hanno una banca. - di Giorgio Meletti



Giorgio Meletti


La promessa gliel’aveva fatta il sindaco di Torino Piero Fassino appena eletto, nel maggio scorso. E il suo predecessore Sergio Chiamparino, da allora alla ricerca spasmodica e vana di uno sbocco politico che l’ha portato finanche a bussare alla porta dell’ex emergente sindaco di Firenze Matteo Renzi, adesso passa all’incasso: “Sono stato contattato per la presidenza della Compagnia di San Paolo e ho dato la mia disponibilità”. Ecco fatto.
Se vi chiedete chi l’ha contattato, lasciate perdere. Certe cose non si dicono. Il bravo politico-banchiere dev’essere un eccellente dissimulatore. Per dire, fino a poche settimane fa Chiamparino faceva finta di non volerne sapere della Compagnia: “Il mondo è già pieno di banchieri che non sanno fare il loro mestiere”, diceva, forse preparando il colpo di scena, la sorpresa: il politico che crede di saper fare il banchiere. Del resto funziona così il galateo opaco delle Fondazioni bancarie, giuridicamente enti privati, di fatto ultimo tesoretto a disposizione della casta, che difende con le unghie e con i denti il potere di fare i suoi comodi con quei 50-60 miliardi di patrimonio. Sarebbero soldi pubblici, e farebbero tanto comodo a uno Stato costretto a tagliare le pensioni, ma non c’è niente da fare.

Guai a chi tocca l’autonomia delle Fondazioni. Che nel caso della Compagnia San Paolo funziona così: dei 21 membri del consiglio d’amministrazione il comune di Torino ne nomina due, eppure, per prassi, tradizione e convenzione tacita, comanda. Il presidente della Compagnia lo sceglie il sindaco, e tutti i 21 consiglieri, grati di aver avuto la poltrona (chi dal comune di Genova, chi dalla regione Piemonte, chi dall’Accademia dei Lincei, chi dall’Unione Europea, e via dicendo) alzano la manina. Stavolta però Chiamparino abbatte il muro del suono: ci va lui direttamente, facendosi prescegliere dall’amico-nemico Fassino. Potrebbe sembrare una farsa municipale se non fosse preceduta da una tragedia nazionale.

La Compagnia di San Paolo è il primo azionista della prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, con il 10 per cento delle azioni. E fa una certa impressione constatare che negli ultimi anni il contributo di Chiamparino al governo del gigante del credito, come tutte le banche sull’orlo di un abisso chiamato crisi finanziaria mondiale, sia stata la difesa dei coefficienti di torinesità della banca. Avete letto bene: torinesità. Chiamparino è affezionato alla Compagnia di San Paolo e ad altre cose torinesi come la Fiat e le partite a scopone con Sergio Marchionne per distrarsi un po’ tutti insieme tra una chiusura di stabilimento e una perdita di quote di mercato. Nel 2004 ha voluto alla presidenza della Compagnia l’avvocato dell’Avvocato, Franzo Grande Stevens. Nel 2008 ha scelto Angelo Benessia, ex consigliere Fiat. Adesso i salotti trasversali torinesi sono stufi di Benessia, perché (indovinate?) non si è fatto valere con i “milanesi”, che poi erano il bresciano Giovanni Bazoli (presidente di Intesa), il comasco amministratore delegato Corrado Passera, il lecchese Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, secondo azionista della banca dopo la San Paolo.

Il problema di Chiamparino è che Intesa Sanpaolo è nata dalla fusione della milanese Intesa e della torinese Imi-Sanpaolo, nata a sua volta dalla fusione della torinese San Paolo con la romana Imi. Banche gigantesche, di livello internazionale alle quali però giustamente uno come Chiamparino guarda la targa, perché i mercati globali sono chiacchiere, mentre chi comandano sono i politici locali. E così quando ci fu la fusione, nel 2007, il numero uno Passera entrò in rotta di collisione con il numero due Pietro Modiano, che veniva dal Sanpaolo, ma era l’unico vero milanese al vertice. Il sindaco di Torino, con l’occhio ai mercati internazionali, tuonò: “Il siluramento di Modiano verrebbe vissuto come un atto ostile alla città”. Nientemeno. Modiano infatti, benché milanese, e blasonato per la discendenza dalle carte da gioco, fu cacciato dai milanesi. Per riscattare lo scorno, Chiamparino mise in pista per la presidenza del consiglio di sorveglianza l’ex ministro Domenico Siniscalco, lanciandolo così: “Ho cercato un nome che avesse i quarti di professionalità e di torinesità utili per non lasciare la palla in mano ai milanesi”.

Lui parla così. Anche Siniscalco è stato abbattuto, e ha devoluto la sua torinesità alla Morgan Stanley. Adesso l’ex sindaco vuole andare in prima persona a cantargliela ai milanesi. Ma a Torino, dove come in ogni paesone preferiscono l’odio intestino a quello per i milanesi, qualcuno teme che alla fine si limiti a usare la Fondazione, impoverita dalla crisi bancaria, come Bancomat per il comune, pure impoverito, del suo grande elettore Fassino.



http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/fassino-chiampa-hanno-una-banca/184858/

Milano, perquisizioni della Guardia di finanza negli uffici di Standard & Poor’s



La visita delle Fiamme Gialle disposta dalla Procura della Repubblica di Trani, che indaga sulle agenzie di rating con le ipotesi di reato di aggiotaggio, manipolazione del mercato e abuso di informazioni privilegiate.



Standard&Poor's
Aggiotaggio, manipolazione del mercato e abuso di informazioni privilegiate: sono queste le ipotesi di reato a carico delle principali agenzie di rating internazionali sulle quali si concentrano le indagini della Procura della Repubblica di Trani e che stamattina hanno portato la Guardia di Finanza a compiere verifiche nella sede milanese di Standard & Poor’s. Due, in particolare, i procedimenti paralleli in corso, entrambi a firma del sostituto procuratore di Trani Michele Ruggiero.

Il primo procedimento è stato aperto nell’estate di due anni fa dopo la denuncia di Adusbef Federconsumatori e riguarda l’agenzia Moody’s. Gli inquirenti stanno indagando sul report del 6 maggio del 2010 – a mercati aperti – e nel quale l’agenzia affermava che il sistema bancario italiano, in seguito alla crisi greca, era tra quelli a rischio. La diffusione del documento, che la Procura riteneva basato su “giudizi infondati e imprudenti”, provocò il crollo del mercato dei titoli italiani.

Il secondo procedimento, invece, è ancor più recente: avviato durante la scorsa primavera – sempre sulla base di denunce delle due associazioni per la tutela dei consumatori – sta scandagliando i giudizi espressi sul sistema italiano in tre differenti circostanze dall’agenzia Standard & 
Poor’s. In uno questi report, emesso il primo luglio 2011, l’agenzia espresse giudizi negativi sulla manovra finanziaria aggiuntiva che il governo Berlusconi stava preparando. Giudizi diffusi, però, quando i mercati erano aperti e – soprattutto – prima ancora che esistesse un testo definitivo della manovra e che questo venisse presentato al Consiglio dei ministri.

Gli altri due report al centro delle indagini della Procura di Trani sono quelli espressi da S&P il 20 e il 23 maggio 2011, con giudizi ancora una volta negativi sul debito pubblico italiano. In quella circostanza, le valutazioni dell’agenzia di rating determinarono – almeno a sentire gli inquirenti – “la svendita dei titoli del mercato bancario e di quelli pubblici”. Nell’ambito di queste indagini la Procura di Trani ha sentito vari esponenti delle istituzioni italiane, tra cui l’ex premier Romano ProdiMario Draghi (quando era governatore di Bankitalia) e Giulio Tremonti, quando era ministro.

Sempre nel luglio 2011, il pm Ruggiero, accompagnato da alcuni ufficiali della Guardia di Finanza, si recò a Roma nella sede della Consob, per raccogliere dati e informazioni sul confronto che la stessa Autorità di Borsa aveva avviato con le agenzie di rating dopo la diffusione dei report. Dopo le valutazioni negative di Standard&Poor’s dellla primavera estate 2011, infatti, la Consob aveva chiamato i vertici italiani delle agenzie di rating per chiedere chiarimenti e valutazioni.

Per quanto riguarda la ‘visita’ di oggi negli uffici milanesi di S&P, insieme con i militari della guardia di finanza, c’è anche il pm inquirente, Michele Ruggiero, che secondo indiscrezioni starebbe indagando anche sull’ultimo declassamento del rating diffuso da S&P il 13 gennaio scorso, ovvero la scorsa settimana. “Non ho nulla da dire, non parlo” ha detto il procuratore della Repubblica i Trani Carlo Maria Capristo a proposito delle perquisizioni di oggi a Milano.

Diversa la posizione dell’agenzia di rating, che tramite l’avvocato Giuseppe Fornari (il quale rappresenta la società insieme ai legali Alleva e Golino – che lo hanno avvisato da Roma) ha confermato l’azione delle Fiamme Gialle. ”So solo che è una inchiesta della Procura di Trani, che si tratta di perquisizioni e sono stato avvertito dai miei colleghi romani. Per il resto non so nulla” ha detto il legale di S&P ai giornalisti fuori dalla sede di Standard & Poor’s.

Finanzieri nella sede di Standard & Poor's: inchiesta anche su downgrade.

Standard & Poor's


AGI) - Milano, 19 gen. - Uomini della Guardia di Finanza stanno effettuando verifiche negli uffici milanesi dell'agenzia di ratingStandard & Poor's. Gli accertamenti sono stati disposti dalla procura di Trani.
L'inchiesta, secondo quanto si apprende, e' stata estesa anche agli ultimi declassamenti diffusi dall'agenzia di rating venerdi' scorso. Negli uffici milanesi della societa' sono stati acquisiti documenti e sentite persone informate sui fatti. Nella sede, insieme ad una decina di agenti della Guardia di Finanza, anche il Pm titolare dell'indagine.
La procura di Trani indaga da tempo sull'operato delle agenzie di rating e, in particolare, sull'attivita' di Standard & Poor's e Moody's ritenendo che vi sia in atto una speculazione sui mercati e sui titoli di Stato. Sono tre gli analisti di Standard & Poor's indagati per aver elaborato e diffuso giudizi sul sistema finanziario italiano ritenuti dalla procura falsi, parzialmente infondati o comunque imprudenti, tendenziosi e scorretti. 

Bancarotta ed evasione per decine di milioni, arresti a Roma.




In manette professionisti e imprenditori


Fisco: Gdf scopre evasione 50 mln, denunciati 2 imprenditori


Sono sedici le ordinanze di custodia cautelare (7 in carcere, 6 ai domiciliari e 3 obblighi di firma), firmate dal gip Sandro di Lorenzo nell'ambito dell'operazione condotta dagli uomini del Nucleo di polizia tributaria di Roma che ha colpito un' organizzazione specializzata in fallimenti societaria. A svolgere il ruolo di organizzatori tecnici della frode erano tre professionisti romani: l'avvocato Andrea Badanai e i commercialisti Riccardo Modiano e Michele Benincasa Stagni. Gli arrestati sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta patrimoniale e documentale ed alla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Nello Rossi e condotte dal sostituto Stefano Rocco Fava, hanno portato alla luce un sistema "labirintico" fatto di nuove società, prestanome e movimenti di capitali. Un complesso sistema che puntava a "plurime trasformazioni societarie", continui cambi di denominazione sociale, cessioni di rami d'azienda attraverso il ricorso a un gruppo di prestanome. Circa 50 milioni di euro il valore dei beni fraudolente distratti dalle casse delle società condotte in fallimento, mentre ammonta a circa 10 milioni9 di euro il monte debiti accertato di cui 5 milioni verso l'erario e 700 mila verso gli enti previdenziali. Oltre alla Pastarito Srl, le Fiamme Gialle hanno sequestrato, tra le altre, anche la società ADM srl di Roma proprietaria del marchio "Diunamai" (anch'esso sequestrato), azienda leader nello shopping via internet di prodotti hi-tech
L'indagine delle Fiamme Gialle ha preso avvio dalle dichiarazioni fornite da Franco Carlos Salerno, in carcere per episodi di bancarotta, uno dei prestanome utilizzato dall'organizzazione e risultato amministratore di oltre 100 società. Dalle sue dichiarazioni gli inquirenti hanno ricostruito l'attività dei tre professionisti romani che venivano avvicinati da imprenditori, tra cui anche Giancarlo Vigo (agli arresti domiciliari), fondatore della Pastarito Srl, intenzionati a svuotare le proprie aziende per sottrarle alla pretese dei creditori. L'avvocato Badanai e i commercialisti Modiano e Benincasa Stagni facevano ricorso a un gruppo di prestanomi (alcuni risultavano amministratori di ben 200 società) che potevano garantire la giusta protezione alle attività illecite. Le forze dell'ordine hanno, inoltre, sequestrato le quote societarie di due ristorati Pastarito a Roma, in via Manuele Filiberto e in via Cola di Rienzo.