mercoledì 28 novembre 2012

Vittoria! (ricevuta tramite e-mail)


Change.org
Pablo Herreros rischiava 3 anni di galera. Grazie a Stefano Corradino che ha lanciato la petizione, e a te che l’hai firmata, Mediaset ha ritirato la denuncia. Proponi un cambiamento iniziando la tua petizione su Change.org.

Ciao cettina,
Mediaset, a cui appartiene Telecinco, ha ritirato la denuncia contro il blogger spagnolo Pablo Herreros, e questo succede grazie alla nostra mobilitazione su Change.org che ha portato alla raccolta di centinaia di migliaia di firme tra Spagna e Italia
Quando due giorni fa ho lanciato questa campagna per Pablo non avrei mai immaginato che avreste aderito in così tanti. Eppure in soli due giorni abbiamo ottenuto circa 9mila firme, e anche questo, insieme alle firme spagnole, ha portato Mediaset a ritirare la denuncia contro Pablo.
È una vittoria per la società civile spagnola ma che coinvolge anche il nostro Paese: perché riguarda la società Mediaset di Berlusconi, perché riguarda il bavaglio all’informazione - modalità che in molti anche in Italia vorrebbero applicare ai cronisti – e perché se circa 9mila persone in 24 ore hanno firmato l’appello su Change.org vuol dire che c’è un’opinione pubblica italiana che ha a cuore la libertà di espressione.
In Italia hanno parlato del caso "La Repubblica" e "Il Fatto Quotidiano" e migliaia di utenti twitter hanno dato il loro appoggio al blogger Herreros utilizzando l’hashtag #SiamotuttiPablo.
Questa vittoria dunque è stata raggiunta grazie a te, alla tua firma e al fatto che grazie alle firme ne hanno parlato anche i media. Voglio quindi ringraziarti per aver contribuito alla libertà di informazione.
Il traguardo raggiunto ci dimostra come la voce delle persone, aiutata dalle piattaforme digitali e dalle reti sociali, serve per progredire verso una società migliore.
Grazie ancora,
Stefano Corradino via Change.org
Ricevuta tramite e-mail

Le banche devono allo Stato 5 miliardi di euro. - Camilla Conti


Guardia di Finanza


Gli istituti hanno inserito nei bilanci somme che il fisco pretenderà per le imposte non versate. L'agenzia delle entrate e la Guardia di Finanza sono già in azione, con verifiche partite per Intesa, Mps e alcune Popolari. Per Unicredit, che ha già staccato un assegno milionario, resta aperto il caso Brontos.

Lo Stato ha dichiarato guerra ai furbetti del fisco. Obiettivo: riportare un po’ di milioni nelle casse pubbliche dissanguate da quasi due miliardi di debito. Mentre gli sherpa del Tesoro trattano con la Svizzera per aprire i forzieri elvetici dove sono ancora custoditi i capitali degli evasori nostrani, l’Agenzia delle Entrate farà partire a gennaio il nuovo redditometro per scandagliare le nostre dichiarazioni dei redditi. Ma tra i soldi che “pendono” e che potrebbero tornare presto a casa ci sono anche quelli delle banche quotate in Borsa. Quasi 5 miliardi che sono ancora oggetto di contenzioso, ovvero di partite aperte, negli ultimi anni. E il conto in sospeso con l’Erario è destinato a salire guardando le ultime relazioni trimestrali, anche se non tutti gli istituti hanno aggiornato le informazioni.
Lo ha fatto Intesa Sanpaolo che a settembre ha ricevuto una visita degli uomini di Befera per una verifica sulle controllate Group Services, per l’anno 2009, e Banca Imi per operazioni di finanza strutturata e contratti di finanziamento stipulati all’estero dal 2008 al 2010. A un’altra società del gruppo, la Leasint, sono poi state contestate fatturazioni per operazioni inesistenti. Nessuno sviluppo, invece, per le indagini penali della Procura di Biella che ha messo nel mirino alcune operazioni di pronti contro termine su titoli obbligazionari esteri fatte nel 2006 e nel 2007 dall’allora controllata Biverbanca. Secondo gli accertamenti della Gdf, il gruppo avrebbe abbassato l’importo dell’Ires dovuta, grazie a crediti fiscali maturati all’estero.
Contenziosi fiscali aperti anche per il Monte dei Paschi: il 23 ottobre è stato notificato a State Street Bank (ex MPS Finance Banca mobiliare, prima ceduta a Intesa e da questa a State Street) un processo verbale di constatazione relativo a operazioni di trading su azioni perfezionate a cavallo dello stacco dei dividendi nel 2007. Non solo. Il 31 maggio scorso alla banca senese è stato notificato un verbale relativo alla cessione di una partecipazione formalizzata nel 2006.La banca contesta che la vendita sarebbe avvenuta in realtà nel 2005, dunque “la plusvalenza realizzata non avrebbe goduto dell’esenzione fiscale”. Ma non dice quale sia la partecipazione che ha originato la plusvalenza contestata. Di certo, in quel periodo si erano registrate tre operazioni: la vendita del 4,4% di Bnl a Deutsche Bank , la cessione della quota Parmalat e quella dei titoli Fiat provenienti dal «convertendo ». In alcuni casi i conti rimasti aperti col Fisco e le contestazioni vengono ereditate dalle aziende aggregate o finite negli anni sotto il controllo dell’istituto.
Ne sa qualcosa il Banco Popolare che ha dovuto sistemare anche i guai della ex Popolare di Lodi e di Italease. Al 30 settembre, le passività potenziali che interessano l’istituto veronese e le controllate ammontano a 391 milioni. Anche nella galassia Ubi fioccano verifiche, alcune ancora in corso, cui si aggiungono numerosi processi verbali di constatazione e avvisi di accertamento come quello arrivato a Ubi Banca per 13,2 milioni di presunte omesse ritenute. Per la Banca Popolare dell’Emilia Romagna i problemi arrivano, invece, dalla controllata irlandese Emro Finance: l’anno scorso la Guardia di Finanza ha chiuso una verifica sui periodi d’imposta 2005-2009. Il 12 marzo è scattato l’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate di Modena per il 2005 e il 2006, in cui si contesta l’esterovestizione della società. Si tratta di 11,2 milioni di tasse. Valore che però scende a 3,2 milioni se si considerano tutti gli anni interessati dalla verifica della Finanza e quanto già versato come imposte in Irlanda nello stesso periodo.
C’è poi chi ha chiuso i conti col fisco, ma non con i tribunali. Unicredit ha staccato a Befera un assegno da 264 milioni per l’operazione Brontos, nome con cui la controparte Barclays aveva battezzato la frode fiscale da 245 milioni per la quale è stato indagato e rinviato a giudizio l’ex amministratore delegato, Alessandro Profumo, ora presidente di Mps. Venerdì il giudice milanese, Maria Antonietta Monfredi, ha deciso il trasferimento del processo a Bologna accogliendo i rilievi della difesa sull’incompetenza territoriale del tribunale lombardo. Il caso torna così alla fase delle indagini preliminari e la palla passa ai magistrati emiliani che valuteranno se procedere con una nuova richiesta di rinvio a giudizio.

Mutui ai boss per 4 milioni, la sentenza: “Banche infedeli, annullare i crediti”. - Davide Milosa


Mutui ai boss per 4 milioni, la sentenza: “Banche infedeli, annullare i crediti”


Il tribunale misure di prevenzione di Milano, confiscando i beni al clan Valle, censura l'operato di alcuni istituti di credito, tra cui Bnl e Unicredit, colpevoli di aver concesso finanziamenti alla 'ndrangheta in "difetto di buona fede". Ora non potranno più recuperare il denaro e gli immobili potranno essere subito monetizzati dallo Stato.

Poco più che diciottenne, nessun impiego fisso e un reddito da novemila euro dichiarato nell’ultimo anno. Profilo perfetto per chiedere un mutuo e farsi ridere dietro dalla banca. Eppure a Francesco Valle, classe 1990, riesce il miracolo. Nel novembre del 2009 chiede e ottiene da Barclays Bank un finanziamento di 129.600 euro per l’acquisto di un appartamento a Bareggio nell’hinterland di Milano. L’istituto di credito così tira fuori il denaro, a fronte di quali garanzie? Una semplice mail inviata dal funzionario, dove si legge che Francesco Valle “è di famiglia benestante” e che il ragazzo “ha già dato un acconto e il restante lo pagherà la famiglia”. Ma chi sono questi genitori così generosi? Per capirlo bisogna ripercorrere la storia criminale della ‘ndrangheta lombarda. Perché il giovane altro non è che l’erede della potente cosca Valle, i cui affiliati, nel luglio scorso, sono stati condannati in primo grado per associazione mafiosa. Per questo motivo, il tribunale delle misure di prevenzione con una storica sentenza depositata il 23 novembre scorso ha deciso non solo la confisca dell’appartamento, ma anche l’estinzione del mutuo, annullando la relativa ipoteca vantata dalla banca. Il bene, dunque, entra nella disponibilità dello Stato del tutto integro e può quindi essere subito monetizzato. Di contro l’operato di Barclays bank viene ritenuto dai giudici “in difetto di buona fede” perché “la banca non ha correttamente vigilato sull’operato dei propri funzionari e non ha predisposto adeguati passaggi di verifica per la concessione di un mutuo che non era d’importo proprio modesto”.
Nove rapporti censuratiL’elenco stilato dai giudici di Milano riguarda, oltre a Barclays, anche la Banca nazionale del lavorola Banca per la casaUnicredit e il Credito bergamasco. In totale, nel provvedimento di confisca dei beni mafiosi, il tribunale ha disposto l’estinzione di mutui per 4 milioni e mezzo di euro. Denaro che in passato le banche hanno erogato alla cosca Valle e che da oggi non potranno più rivendicare. Va detto, poi, che la sentenza, analizzando tutti i rapporti bancari del clan, ne ha censurati nove. Per altri, infatti, è stata riconosciuta la “buona fede” dell’istituto e dunque, pur confermando la confisca, l’ipoteca viene mantenuta. In questo caso è lo stesso istituto a essere truffato dalla ‘ndrangheta. Come capita nella vicenda dell’acquisto della villa bunker di Bareggio, residenza blindata del vecchio capo cosca Francesco Valle, classe ’37. Qui il mutuo concesso da Unicredit viene chiesto e ottenuto da un prestanome che sulla carta è in grado di fornire credenziali sufficienti. A volte, poi, l’accensione del mutuo serve esclusivamente per riciclare denaro.
Sotto accusa i vertici delle banche
Non solo arresti, dunque. Ma anche aggressione dei patrimoni. Una svolta che i giudici hanno potuto mettere nero su bianco grazie al lavoro degli uomini della Squadra mobile di Milano che dopo gli arresti del luglio 2010 non si sono fermati, proseguendo le indagini sul fronte finanziario. E il risultato appare clamoroso. Visto che sotto accusa non finiscono solo i singoli funzionari corrotti, ma i vertici stessi delle banche. Si legge a pagina 126 della sentenza: “Tutte le volte che la concessione del mutuo è frutto di una decisione collegiale è evidente che i componenti del collegio sono chiamati a compiere le stesse verifiche del funzionario infedele”.
Il funzionario si mette a disposizione
Caso emblematico è quello della Banca nazionale del lavoro dove “non vi è stata soltanto la mala fede del singolo direttore dell’agenzia, ma una più diffusa situazione di affidamento colpevole dell’istituto di credito”. E così se da un lato sotto accusa finisce Vittorio Bricolo, funzionario della filiale di Bnl in piazza Firenze che si “mette a completa disposizione” della cosca, dall’altro la relazione di Banca d’Italia fa emergere “gravi carenze nell’organizzazione più generale della banca”.
Mutuo concesso, ma il fascicolo è vuoto
Eclatante, secondo i giudici, sono gli 800mila euro di mutuo fondiario concesso da Unicredit a Francesco Lampada, altro uomo della cosca, nonché fratello di quel Giulio Lampada, braccio finanziario della cosca Condello, capace, in pochi anni, di comprare i servizi di tre finanzieri, due giudici e un consigliere regionale. Anche in questo il tribunale delle misure di prevenzione rileva la mala fede dell’istituto bancario “che concede un ingente finanziamento a un soggetto poco più che trentenne senza acquisire alcunché di concreto” sulla sua attività lavorativa. Peraltro, fanno notare i giudici, il fascicolo che riguarda il mutuo è composto solo da un appunto scritto al computer da tale Renato che descrive Lampada come gestore di bar e tabaccherie. Altro non c’è se non una visura camerale di una sua impresa individuale. Si domandano allora i giudici: “Non si comprende sulla base di quali dati concreti i funzionari della banca abbiano considerata valida tale indicazione”.
Assenza di valutazione
In alcune vicende, poi, la distrazione degli istituti è a dir poco eclatante. A tal punto da archiviare fascicoli sui mutui completamente vuoti. Protagonista, ancora una volta, è Bnl e i rapporti finanziari con la Melfin sas di Melissa Cioci, ex moglie di un luogotenente dei Valle. Si legge nella relazione della Banca d’Italia: “Oltre il 60% delle posizioni procacciate da Melfin risulta ad oggi trasferito a partite anonime”. Di più: “Il fascicolo intestato alla s.a.s. è privo di documentazione utile a valutare il processo di entrata in relazione”. Secondo i giudici “non vi è stata alcuna seria valutazione da parte della banca”. Per la cronaca, una di queste relazioni riguarda un mutuo da circa un milione di euro per l’acquisto del ristorante “La Masseria”, definita dal giudice Giuseppe Gennari nella sua ordinanza del primo luglio 2010 “vera e propria base operativa del clan criminale capeggiato dai Valle”.

Reggio Calabria, la Corte dei conti certifica il buco: 679 milioni di euro. Lucio Musolino


Demetrio Arena


Centinaia di decreti ingiuntivi subiti, debiti fuori bilancio, "illegittima erogazione di compensi". Così, scrivono i magistrati contabili, il Comune recentemente sciolto per mafia è stato portato al crac. A giugno il sindaco Demetrio (Pdl) assicurava che il rosso era "solo" di 118 milioni.

Il dissesto finanziario diventa concreto. Ammontano a 679 milioni di euro i debiti del Comune di Reggio Calabria, sciolto poche settimane fa per contiguità mafiosa dopo la devastante relazione della commissione d’accesso che ha svelato come la ‘ndrangheta era di casa a Palazzo San Giorgio. Circa 1300 miliardi di vecchie lire di disavanzo che devono fare riflettere se confrontati ai 19 milioni di euro che, nei mesi scorsi, hanno portato al default dell’amministrazione comunale di Alessandria.
Uno degli ultimi capitoli del fallimentare “modello Reggio” lo ha scritto la sezione regionale di controllo della Corte dei Conti nella delibera sulla salute finanziaria del Comune, guidato prima da Giuseppe Scopelliti (oggi governatore della Calabria) e poi da Demetrio Arena (nella foto) entrambi del Pdl.
La relazione della Corte dei Conti spiega anche come, in dieci anni di centrodestra, si è arrivati a un debito così elevato. I numeri non possono essere discussi: 165 decreti ingiuntivi per un totale di 19milioni e 890mila euro, 4 pignoramenti immobiliari e 2 pignoramenti delle quote della Reges (la società mista che si occupa della riscossione dei tributi), 331 pignoramenti mobiliari presso terzi, per un totale di un milione e 811mila euro; 409 pignoramenti mobiliari presso il debitore per un totale di 2 milioni 562mila euro. Un totale di 24 milioni 264mila euro “che vanno riconosciuti come debiti fuori bilancio”, non inseriti nei rendiconti approvati dal Comune sciolto per mafia e oggi diretto da una terna commissariale chiamata a una corsa contro il tempo. La Corte dei Conti, infatti, ha concesso 15 giorni ai commissari inviati dal ministro Cancellieri per fornire “eventuali ulteriori controdeduzioni”.
Entro 30 giorni, invece, i giudici contabili effettueranno nuovi accertamenti per capire se sussistano le condizioni per “salvare” le casse del Comune o se il dissesto è l’inevitabile conseguenza della gestione allegra della cosa pubblica da parte delle giunte Scopelliti e Arena che, per anni, hanno trasformato Reggio Calabria in una città “da bere”, una città cartolina dove mancavano i servizi ma non le feste organizzate dalla scuderia di Lele Mora, dove le consulenze esterne erano una prassi da garantire agli amici degli amici, e dove i bilanci taroccati dall’ex dirigente Orsola Fallara (morta nel 2010 dopo aver ingerito acido muriatico) si approvavano a colpi di maggioranza con i pareri favorevoli dei tre revisori dei conti, oggi sotto processo assieme al governatore Scopelliti per la voragine delle casse comunali.
Già in passato, gli ispettori del ministero dell’Economia mandati da Tremonti (non da un governo comunista) avevano accertato irregolarità per circa 170 milioni di euro. A questi, leggendo la relazione della Corte dei Conti, vanno aggiunti 20,8 milioni di ritenute fiscali non versate nei confronti dei dipendenti (già accertati dagli ispettori), “gravi irregolarità nella gestione dei residui”, “elusione dei vincoli del patto di stabilità”, “illegittima erogazione dei compensi accessori, dell’incentivo per la progettazione e di compensi aggiuntivi” a dipendenti del Comune.
A completare il quadro della finanza “creativa” ci hanno pensato le “sottoscrizioni di swap non conformi alla normativa in vigore» e i debiti nei confronti delle società partecipate: 20 milioni e 479mila euro alla Leonia (la municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti e che travolta dalla recente indagine della Direzione distrettuale antimafia che ha portato all’arresto del direttore generale Bruno De Caria) e 19 milioni alla Multiservizi (al centro dell’inchiesta “Archi-Astrea” perché infiltrata dalla cosca Tegano).
“Ammonta a 118 milioni di euro il buco del bilancio al comune di Reggio Calabria. Noi prevediamo di azzerare quel debito entro i prossimi tre anni” aveva assicurato l’ex sindaco Demetrio Arena lo scorso giugno quando è stato approvato il bilancio di previsione.
La delibera della Corte dei Conti lo ha smentito a distanza di pochi mesi: il “buco” è di 679 milioni di euro. La città sprofonda, i dipendenti comunali rischiano di non percepire lo stipendio di dicembre e la tredicesima, le imprese vantano milioni di euro dal Comune infiltrato dalla ‘ndrangheta. E c’è ancora chi parla di “modello Reggio”.

Regione Sicilia, mensa d’oro: fritto misto a 3 euro, il resto lo pagano i cittadini. - Giuseppe Pipitone


Regione Sicilia, mensa d’oro: fritto misto a 3 euro, il resto lo pagano i cittadini


Menu da gourmet a prezzi stracciati per i dipendenti dell'Assemblea regionale. L'insalata costa un euro, il caffè 45 centesimi (15 in meno di quanto pagano gli studenti dell'università di Palermo). Ogni mese l'ente "ripiana" alla società di gestione 31mila euro più iva. La denuncia on line dei Consiglieri 5 Stelle.

Un frittura mista di triglie o calamari costa 3 euro e 38 centesimi. Lo stesso prezzo di un vasto assortimento di ottimo pesce locale alla griglia. Per la mitica pasta al forno bastano invece 2 euro e 25 centesimi, ma in alternativa si può optare per un ottimo piatto di cannelloni. A prezzi stracciati antipasti e contorni: un’insalata mista costa un euro e tredici centesimi, per un euro e cinquanta si può invece chiedere una caprese o una squisita parmigiana. Poco più di un euro infine il prezzo delle bibite, dall’acqua al vino bianco. Costo totale dell’ottimo e abbondante pasto? Undici euro, molto meno di una pizza e una birra in una qualsiasi pizzeria media.
Basta un rapido confronto con i menù degli altri ristoranti per sciogliere ogni dubbio: in Sicilia il posto in cui si mangia meglio in cambio di pochi spiccioli è la mensa dell’Assemblea regionale siciliana. Dove per consumare simili leccornie si usano piatti di ceramica e posate d’argento. Un ristorante dei sogni in cui perfino il caffè o i pezzi di rosticceria sono sottocosto: per un espresso i deputati del parlamento più antico d’Europa pagano infatti 45 centesimi, 38 per un cornetto, 90 per un’arancina. Prezzi davvero stracciati, soprattutto se si pensa che a poche centinaia di metri da Palazzo dei Normanni, gli studenti dell’università di Palermo fanno colazione alla mensa universitaria pagando il caffè ben 60 centesimi.
Ma all’Assemblea regionale siciliana non vogliono farsi mancare nulla: almeno una volta al mese è servito un menù tipico siciliano, mentre su richiesta è possibile anche farsi preparare pietanze etniche e aperitivi rinforzati. Ma come fanno alla mensa dell’Ars a praticare prezzi così irrisori, senza fallire in meno di un mese, avendo anche l’obbligo contrattuale di servire “vini di prima qualità” e “pesce esclusivamente fresco del Mediterraneo”? Il pranzo completo, che ai deputati costa appena 11 euro, ha infatti un valore che oscilla dai 35 ai 45 euro. E infatti per i dipendenti dell’Ars i prezzi sono un po’ superiori rispetto a quelli praticati agli onorevoli. La differenza però non è così ampia.
Chi paga il resto? “I prezzi cambiano improvvisamente quando a pagare sono i cittadini” rispondono gli attivisti siciliani del Movimento Cinque Stelle. I ragazzi di Beppe Grillo, che alle ultime elezioni regionali hanno eletto ben quindici deputati all’Ars, hanno pubblicato sul loro sito il menù della buvette del parlamento più ricco d’Europa. E spulciando nel capitolato della gara d’appalto bandita dall’Ars per il servizio di bar e ristorante si sono accorti che i prezzi irrisori pagati dagli onorevoli per pranzi luculliani sono stabiliti da contratto. “La ditta – si legge nel bando – dovrà praticare la percentuale di ribasso del 35% rispetto alla media dei prezzi di listino, consigliati dalle associazioni di categoria più rappresentative operanti nella piazza di Palermo”.
Come fa dunque la ditta che gestisce la buvette dell’Ars a rientrare del maxi sconto praticato agli onorevoli? Semplice, ogni mese l’Ars provvede a integrare il prezzo dei menù degli onorevoli con 31 mila euro ( più Iva) che elargisce direttamente all’azienda. Ma non è finita. Perché un capitolo del bando di gestione del ristorante più conveniente di Sicilia è dedicato anche allo staff che dovrà servire i pasti agli onorevoli. Uno staff d’eccellenza che dovrà avere “il gradimento dell’Assemblea”. Un gradimento tutto particolare. Perché all’Ars, anche i camerieri e i cuochi possono accedere a privilegi che altrove semplicemente non esistono. Per esempio ai lavoratori della buvette che hanno raggiunto “una continuità lavorativa di almeno 10 anni, ancorché con diversi appaltatori” spetta un “premio di gradimento” che equivale praticamente ad un benefit mensile di mille e cento euro in più in busta paga. In pratica un secondo stipendio che viene sommato al primo, ogni mese, per ben 14 mensilità. Una “mancia” facilmente raggiungibile dato che il contratto che l’Ars stipula per appaltare la gestione del ristorante obbliga la società di catering a riassumere tutto il personale già impiegato precedentemente alla buvette.
Come dire: squadra di camerieri che vince, non si cambia. Anche lì, chi paga questa mancia contrattuale a cuochi e camerieri? “Ovviamente i cittadini (a loro insaputa)” scrivono sempre gli attivisti del Movimento Cinque Stelle. Che poi si chiedono: “Un momento in cui la disoccupazione nazionale ha raggiunto livelli record sfiorando l’11% (aumentata del 25% rispetto al 2011), come si può giustificare una svista di tale entità da parte di tutte le forze politiche che hanno permesso un doppio stipendio a delle figure gradite?”.

Taranto, tromba d’aria sull’Ilva (video). Almeno 38 feriti, si cerca un disperso. - Francesco Casula


Taranto, tromba d’aria sull’Ilva (video). Almeno 38 feriti, si cerca un disperso


Il sindaco: "Si parla di tre vittime, ma non ci sono certezze". Poi si corregge: "Ufficialmente nessun morto". Sei bambini di un asilo all'ospedale. Una gru è finita in mare, sommozzatori al lavoro per individuare il lavoratore che stava manovrando in cabina.

Una violenta ondata di maltempo si è abbattuta su Taranto e una tromba d’aria ha causato il crollo del camino delle batterie 1 e 2 dello stabilimento Ilva, nel reparto cokerie, ma anche il crollo in mare di una gru. “Si parla di tre vittime – dice il sindaco Ippazio Stefano – ma non abbiamo certezze” salvo poi correggersi: “Al momento non ci sono notizie ufficiali di vittime”. I feriti, in ogni caso, sono almeno una quarantina (38 secondo la Protezione civile), mentre i sommozzatori sono al lavoro per cercare un disperso: si tratta del manovratore del mezzo meccanico che si trovava sulla banchina dell’acciaieria. Sul posto ambulanze, mezzi dei vigili del fuoco, carabinieri e polizia. Nel pomeriggio, ai microfoni di Tgcom24 è intervenuto anche il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante che ha spiegato: “I danni sono ingenti ma quello che più preoccupa sono le persone. Ci sono stati diversi feriti – ha aggiunto Ferrante – alcuni ricoverati in ospedali altri curati nell’infermeria interna. Ci preoccupa la situazione del ragazzo disperso e le condizioni del mare non consentono di intervenire. E’ una persona addetta al porto che lavorava sulla gru”.
La situazione è tornata ora alla normalità, ma si stanno cercando le persone che mancano all’appello (dentro e fuori dallo stabilimento) e si stanno calcolando i gravi danni che hanno subito le strutture dello stabilimento. Nella cittadina di Statte, a ridosso dell’Ilva, il maltempo ha investito una scuola: nove bambini sono rimasti feriti in modo lieve e sono ora nell’ospedale Moscati di Taranto dove vengono medicati. In tutto negli ospedali, compresi i bambini, dovrebbero esserci, secondo l’assessore regionale Fabiano Amati, 38 persone e nessuno è in pericolo di vita. Ad uno dei nove bambini feriti è stato diagnosticato un trauma cranico ed è stato sottoposto alla Tac. Tre persone politraumatizzate sono ricoverate in condizioni ‘critiche’ all’ospedale Santissima Annunziata di Taranto: due provengono da Statte, una da Crispiano. Altri due (operai dell’Ilva e dell’Enel) sono ricoverati a Martina Franca. Quattro operai dell’acciaieria sono stati condotti nello stesso ospedale per cure ed accertamenti, altri 20 sono stati medicati nell’infermeria del siderurgico. 
Vicino al camino spezzato si sono viste anche levarsi fiamme, forse prodotte dal fulmine che ha colpito la ciminiera. Molte lamiere sollevate da impianti Ilva hanno bloccato le strade adiacenti. I gasometri all’interno della fabbrica sono stati messi in sicurezza. All’esterno del siderurgico si sono notati gruppi di lavoratori che hanno abbandonato lo stabilimento. ”Non si segnalano vittime e la situazione è tornata sotto controllo” confermano fonti della questura. (La diretta di TeleNorba
Ilva, danni e feriti –  La tromba d’aria avrebbe provocato l’incendio dei gas di scarico di alcuni degli impianti, secondo quanto riferito dai vigili del fuoco. Da qui anche un possibile rischio di esplosioni. I pezzi di cemento caduti dalle ciminiere, infatti, si sarebbero riversati su due tralicci dell’alta tensione. E’ rimasta bloccata anche la linea ferroviaria Bari-Taranto e i passeggeri di un treno sono in attesa di trasbordo su autobus per raggiungere Taranto. I feriti provocati dalla tromba d’aria, in tutta la città, sarebbero una ventina, altre persone sono disperse. ”Stavo guidando un camion vicino alle batterie 7-12 – racconta un lavoratore rimasto illeso - All’improvviso ho visto un tornado, volare tutto e fumo. Non riuscivo a vedere più niente. Mi sono fermato e sono fuggito”.
Secondo l’azienda al momento sono 20 i feriti lievi in infermeria dello stabilimento, mentre due feriti sono stati portati in ospedale dal molo. L’azienda, si precisa ancora nella nota, ha messo in atto tutte le procedure di emergenza generale, gli impianti sono presidiati, in azienda sono presenti i comandanti dei vigili del fuoco provinciale e regionale. Non c’è stato alcun incendio. Le fiamme visibili dall’esterno – si precisa ancora nella nota – sono relative agli sfoghi di sicurezza provocati dalle candele di sicurezza degli impianti. Tutta l’area ghisa è sotto controllo, l’azienda ha subito gravi danni strutturali ancora da quantificare – si sottolinea ancora nella nota dell’Ilva – non c’è stata evacuazione, sono stati messi in circolo tutti i bus aziendali per raccogliere il personale non addetto alla gestione dell’emergenza generale e accompagnarlo alle portinerie e ai punti di incontro dell’azienda.
A quanto riferisce all’Adnkronos Mimmo Panarelli, responsabile territoriale dei metalmeccanici della Fim Cisl, sarebbe caduta in acqua una delle gru situate sopra uno dei pontili che affacciano sul mare e che si trovano all’interno dello stabilimento. Quattro persone sono rimaste ferite: sono due operai che erano sulla struttura finita in pezzi, ed altri due che invece si trovavano nell’area sottostante. Tuttavia “potrebbero esserci tre dispersi” per le conseguenze determinate nell’area portuale. “Intanto quasi tutti i lavoratori hanno lasciato lo stabilimento per lo spavento. Molti se ne sono andati. Non si può continuare a lavorare senza sicurezza”, spiega. La tromba d’aria “ha determinato lo sprigionarsi di fiamme altissime alte 50 o 60 metri” aggiunge Panarelli. Per questo è stato deciso il blocco di due estrattori che alimentano la rete del gas. “I lavoratori, preoccupati per le conseguenze, sono quindi usciti dalla fabbrica e ora i tecnici stanno effettuando dei controlli”, aggiunge. Secondo quanto riferisce Panarelli anche nel vicino comune di State la tromba d’aria ha causato danni ai tetti delle case che sono state scoperchiate.
Video di Luigi Piepoli
A causa del forte vento, nell’area portuale adibita al carico e scarico del materiale del siderurgico, sono crollati anche alcuni caricatori. La violenza della tromba d’aria è evidente anche dalle auto ribaltate sulle statali 106 e 100, che portano a Reggio Calabria e Bari. Sulla strada Taranto-Statte alcune auto si sono rovesciate. Lamiere e detriti hanno travolto un bus privato in transito davanti all’Ilva al passaggio della tromba d’aria che ha colpito la città. I vetri del mezzo sono andati in frantumi e l’autista è rimasto ferito. Sono stati abbattuti muretti, alberi e guard-rail. Ingenti i danni anche a una stazione di rifornimento carburanti.
In attesa di conferme sulle condizioni dei feriti,  è stata intanto ritrovata la gru presso la quale lavorava l’operaio dell’Ilva che al momento viene dato per disperso. Il mezzo è caduto in mare nei pressi del quarto sporgente del porto industriale. Era sotto venti metri, piena di fango.

Ironizzando....



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Non versò incassi siti culturali, arrestato.

Segesta, una delle aree archeologiche gestite dalla società di Mercadante.

Ai domiciliari con l'accusa di peculato Gaetano Mercadante, 51 anni. Ammonta a 19 milioni di euro l'importo del denaro di cui aveva la disponibilità per ragioni derivanti dal proprio ruolo di «incaricato di pubblico servizio», di cui si è personalmente e indebitamente appropriato, mentre altri 14 milioni sono stati dallo stesso versati ma con notevole e ingiustificato ritardo.


PALERMO. Avvalendosi di tre Associazioni temporanee d'impresa (Novamusa Valdemone, Novamusa Val di Noto e Novamusa Val di Mazara, di cui era legale rappresentante in Sicilia), Gaetano Mercadante, 51 anni, residente a Bracciano, si sarebbe indebitamente appropriato di circa 19 milioni derivanti dall'emissione di biglietti per l'ingresso nei siti archeologici siciliani. È l'accusa di peculato che ha portato l'imprenditore agli arresti domiciliari, eseguiti dalla Guardia di finanza.    
Nel 2003 l'assessorato regionale ai Beni culturali ha dato in concessione la gestione di alcuni servizi nei siti delle province di Messina, Siracusa, Ragusa e Trapani. La concessione disciplinava, tra l'altro, la gestione degli introiti di biglietteria, per la quale era stato stabilito l'obbligo da parte del concessionario di versare le somme incassate e decurtate dall'aggio, alla Regione Sicilia (70%) e ai Comuni (30%) nei cui territori ricadono i siti di interesse culturale.   
Mercadante avrebbe tenuto per sè 19 milioni, versandone altri 14 a Regione e Comuni ma con notevoli ritardi rispetto a quanto previsto dal contratto e senza addurre giustificazioni. 


Qui ci dev'essere stata la compiacenza e la complicità di qualcuno perchè, per potersi appropriare di tanto danaro ci vuole tanto tempo e, se nessuno in questo tempo ha reclamato, è perchè sapeva e taceva per eventuali accordi precedentemente stipulati. Una truffa concordata da personaggi di specchiata ingordigia e criminalità organizzata, in altri termini, pezzi di potere politico e mafia. Il danaro che circola in certi ambienti è tanto e fa gola a molti....