venerdì 8 marzo 2013

Lo scontro tra pretesa di cittadinanza e aspirazione alla sudditanza. - Sergio Di Cori Modigliani



Che ne sai tu di un campo di grano?......conosci me….la mia realtà…..”.

E’ una fase estremamente interessante, non vi è dubbio.
Su questo punto siamo davvero tutti d’accordo.
In solo otto giorni lo scenario della commedia umana nazionale ha completamente modificato il proprio copione standard.
Se non altro, gli italiani cominciano ad abituarsi all’idea di elaborare, confrontarsi, litigare e scannarsi, su qualcosa di tangibile e reale: il governo, quale governo, quale alleanza, quali programmi, come dovrebbe essere il rapporto tra media e parlamentari, ecc.
Considerando il fatto che, fino a un anno fa, il paese disquisiva, in maniera allarmante,  di inaccessibili mega-complotti planetari (Bilderberg, trilateral, massoneria, consorzi bancari) oppure delle farfalline tatuate di Belen, non si può negare che sia stato fatto un grande passo avanti come maturità civica.
E’ il primo chiodo nella bara del berlusconismo.
Siamo, a mio avviso, oggi, in un momento particolare che va affrontato in maniera zen.
I vagiti del post-Maya ci impongono, giocoforza, di tenere a freno l’appetito bulimico (della serie “tutto e subito”) che spinge a chiedere e pretendere immediate soluzioni ad aspetti e problematiche che in questo momento sono irrisolvibili, perché la maggior parte delle risposte che vengono fornite (qualunque sia la provenienza) sono irrilevanti in quanto interscambiabili: sono il risultato di domande sbagliate. E valga una per tutte: “Come intende affrontare il M5s il problema del gigantesco debito pubblico?”. La risposta (qualunque essa sia) è irrilevante e inutile. E’ la domanda che è errata, perché il disavanzo pubblico non è il problema, quindi che Senso ha parlare della soluzione di un non problema? Caso mai sarebbe più interessante chiacchierare a proposito del “come mai ci hanno fatto credere che il disavanzo pubblico fosse un problema presentando se stessi come la soluzione?”. 
Finchè non verranno affrontate le nuove domande, sguazzare nel fango mediatico e gettarsi nella mischia feisbucchiana, al grido di non toccate Grillo oppure giù le mani dal piddì, è inutile e va bene come sfogo personale alla propria frustrazione individuale. Niente di più.
Ciò che è indubbio consiste nella sveglia collettiva: benvenuta.
E un risultato (a livello nazionale) lo si può già archiviare con grande soddisfazione
Sono trascorsi solo otto giorni dall’esito elettorale e l’Italia da totale retroguardia si è trasformata in avanguardia europea, trasformando il M5s nella punta di diamante di una ben più vasta associazione di comunità europee, che stanno fibrillando, scaldando i motori, pronti a produrre i loro grillini locali in salsa catalana, bavarese, provenzale. L’impatto è stato immediato, profondo e davvero molto ma molto esteso.
Si tratta del pensionamento definitivo dello sistema di rappresentanza dei partiti politici storici, ormai inadatti a rispondere alle domande autentiche dei bisogni collettivi.
Si tratta forse dell’inizio della fine (che potrebbe anche essere momentanea, chi lo sa?) della democrazia rappresentativa, per essere sostituita dalla democrazia diretta.
Tutto lo sforzo che i partiti italiani, in questo momento, stanno facendo nel tentativo di salvare il salvabile, cercando di mettere una pezza immediata allo squarcio sulla fiancata del loro Titanic è inutile. Ma non lo sanno, non se ne rendono conto, altrimenti avrebbero provveduto anni fa a correggere la rotta. Bersani, Cicchitto, D’Alema, sembrano degli alti ufficiali sulla plancia di comando che urlano “dobbiamo cambiare immediatamente la rotta”  consultando carte dal sapore surreale  mentre la gente si assiepa sgomitando per un posto nelle scialuppe di salvataggio. Nel frattempo, Draghi consulta le mappe nella sua cabina, convinto che presto stupirà il mondo con le nuove linee da seguire nella geografia europea.
E se questo processo è partito dall’Italia, non è una sorpresa: era l’unica nazione in Europa in cui poteva avvenire.
Avviene qui per diversi motivi. L’Italia è la nazione più ricca d’Europa. Il patrimonio nazionale è indicato dall’Ocse, dall’Istituto di Statistica e dall’Onu intorno ai 9.000 miliardi di euro, quindi è in grado di reggere alla perfezione qualsivoglia sussulto di natura economica, sociale, politica. L’Italia è la seconda potenza industriale d’Europa.  L’Italia è tuttora la più importante nazione manifatturiera del continente europeo, la quarta nel mondo. Il suo punto debole e più fragile, in questo specifico momento della Storia, si è rivelato, secondo me, uno spaventoso boomerang per il capitalismo mondiale: quello di essere un paese medioevale, ovvero ancora in fase pre-capitalista, con una struttura mista di statalismo e oligarchia dove i sindacati e i partiti della sinistra sono diventati gli autentici guardiani protettori dello status quo finendo per impedire alla nazione l’ingresso nella modernità. Proprio perché arretrata rispetto al capitalismo avanzato, l’Italia nel momento in cui il capitalismo occidentale affronta la sua crisi mortale, si trova nella situazione di vantaggio di poter saltare “direttamente” alla fase della post-modernità senza eccessivi contraccolpi, perché questa è l’unica via –davvero la sola possibile- per poter superare l’attuale crisi di sistema. Basti pensare che le più importanti famiglie italiane (la maggior parte delle quali sconosciute alla massa dei cittadini) sono le stesse di 40 anni fa, di 80 anni fa, di 150 anni fa, di 400 anni fa, con delle minime new entry. In tutto il resto d’Europa, il capitalismo ha promosso nuove ricchezze perché il concetto di profitto (legato al duro lavoro) aveva sostituito quello dei medioevali rentiers, ovvero la rendita passiva finanziaria legata ai grandi patrimoni aristocratici. In Italia le 1.200 famiglie più ricche in assoluto non producono nulla, se non danaro. L’Italia è l’unica nazione in Europa che non ha mai fatto la rivoluzione borghese entrando nella modernità capitalista, perché in Italia non esiste la concorrenza, non esiste una società del merito e della competenza tecnica, non esiste una società dell’efficienza che premia chi si impegna, imprende e applica il proprio ingegno, rispettando le regole; queste sono tutte caratteristiche delle democrazie capitaliste avanzate. In questo paese completamente ignorate.
In una realtà come questa, lo Stato centrale ha rappresentato una “finzione simbolica” ovverossia “ha finto di essere capitalista”. In verità, in Italia, il concetto di cittadino –come forma più avanzata e riconosciuta della democrazia capitalista- non è mai esistito.
In Italia esistono soltanto sudditi, come nelle monarchie assolute europee spazzate via dalla rivoluzione francese in poi.
L’italiano è vissuto sempre dentro una finzione collettiva, incorporando l’idea che “quella” (cioè la nostra) fosse l’unica modalità di socialità moderna. Tutte le ideologie, tutti i governi, si sono sempre comportati di conseguenza, dal fascismo mussoliniano al comunismo rivisto di D’Alema & co., laddove “il partito” ha sostituito il monarca: benefico con chi è deferente, lo omaggia, lo serve; micidiale e perfido con chi lo contesta. Lo scontro tra la destra e la sinistra, in Italia, è stata – finita la sanguinosa guerra civile - una pantomima usata per imbavagliare, ipnotizzare, depistare la gente: è sempre stata una guerra tra fazioni aristocratiche, una lotta tra signorie, uno scontro tra baroni.
Non è un caso che oggi, nell’occhio della tempesta, il sistema partitico attuale PD-SEL & co., una volta controllati i dati scorporati statistici delle elezioni, dopo aver visto che il M5s ha preso una alta percentuale dei propri voti dal bacino di utenza della sinistra, scatena una furibonda campagna mediatica per convincere la gente a pensare che Beppe Grillo sia un fascista, che il movimento a cinque stelle sia una organizzazione fascista, chiamando a raccolta il mai sopito zoccolo duro ideologico,  pensando così di farla franca e darla ad intendere; nello stesso identico modo in cui lo ha fatto, ad ogni campagna elettorale, il PDL nei confronti del PD. Entrambi hanno evocato (ed evocano tuttora) fantasmi di un’poca che non esiste più.
I dati elettorali lo dimostrano con chiarezza: i grandi, veri sconfitti di queste elezioni sono i comunisti e i fascisti in tutte le loro liste civiche dai nomi più impensati.
Per il semplice motivo che non esistono più.
L’Italia non è la Grecia come speravano Francesco Storace e Oliviero Diliberto.
Non esistendo una evoluta borghesia moderna capitalista (se non rare nobili eccezioni) in grado di avvantaggiarsi del vuoto pneumatico sociale provocato dalla scomparsa dei fasci littori e delle falci e martelli,  gli oligarchi aristocratici hanno pensato di poter occupare quel territorio psico-sociale attraverso i loro nuovi valvassori: i partiti.
L’esistenza del web e le nuove tecnologie avanzate hanno nel frattempo fondato la società post-moderna, un luogo virtuale che abolisce il tramite, la distribuzione, la rappresentanza, la mediazione: i cittadini si incontrano e si scambiano informazioni, notizie, merci, sogni, ambizioni, desideri, soldi, progetti, “direttamente” attraverso una formidabile forma di energia composta da gangli interconnessi che ha spinto il popolo italiano (l’ultimo in occidente a usare la rete) ad acquisire una consapevolezza, questa sì davvero rivoluzionaria: l’idea di essere stati finora sudditi e non cittadini.
La cittadinanza è una diversa idea dell’esistenza che ripropone l’idea della comunità condivisa, di un senso della collettività che si sviluppa sulla base della identificazione di bisogni comuni per cui il simbolo da combattere non è più il feticcio (la svastica o la falce e martello)  bensì il banchiere avido che non dando credito obbliga il vicino di casa a fallire e in molti casi, troppi, lo spinge al suicidio non vedendo nessuna possibilità di ripresa. Come avveniva nei secoli scorsi a chi non riusciva a far fronte agli obblighi imposti dall’aristocrazia fondiaria.
Gli attuali partiti sembrano pesci rimasti imbrigliati nella rete, che boccheggiano perché manca loro l’aria. Vederli annaspare nei talkshow in preda all’asfissia, anche quando sono grossi come Fabrizio Cicchitto o Massimo D’Alema fa davvero impressione; è un po’ come vedere un gigantesco tonno preso nella rete mentre le funi la tirano su dal mare. I pescatori lo guardano e aspettano.
Come ha detto il grande Karl Kraus: “I nani, quando il sole volge al tramonto, acquistano le sembianze dei giganti, ma sempre nani sono: è una pura illusione percettiva”.
E’ come appaiono ora i rappresentanti dell’attuale classe politica dirigente italiana.
Siamo al tramonto di un’epoca storica: gli italiani hanno scoperto il diritto a essere riconosciuti, rispettati e identificati, prima di ogni altra cosa, come cittadini.
E’ avvenuto grazie alla rete, che ha tessuto l’allacciamento dei gangli e ha consentito la connessione tra le singole individualità umane, vittime da sempre del divide et impera.
La rete –per sua definizione- unisce perché crea collegamenti, connette e quindi determina un flusso di energia costante, perenne, e come tale accende: chi vuole può anche trovare insospettabili lampadine per comprendere, capire, acquisire consapevolezza. Se la va a cercare, non aspetta di essere imbonito dal capo bastone di turno.
La nuova realtà – e sono i vagiti del post-Maya - consiste nell’irruzione sulla scena dei cittadini.
Tramonta l’epoca dei peones e dei portatori d’acqua.
Gli italiani, poco a poco, cominciano a gustare il sapore (appena scoperto) del proprio sacrosanto diritto alla cittadinanza, che obbliga chi esercita il potere a considerare se stesso come un semplice pubblico ufficiale al servizio della collettività e non più come esponente rappresentante di interessi consolidati.
L’Italia è stata volutamente ingessata, volutamente immobilizzata, per impedire l’allargamento della sfera di intervento della cittadinanza e fare in modo che la ricchezza venisse distribuita  limitatamente ai piccoli circoli garantiti dalla politica dei partiti.
In un paese come l’Italia i signori che ne erano al comando hanno esercitato il potere sostenendo sempre di “non potersi muovere” perché esisteva sempre un nemico che ne impediva i movimenti. Adesso, costringerli ad attuare riforme, atti pragmatici, azioni di bene comune, li mette nella condizione di rinunciare alla loro stessa essenza, e ne decreta l’ estinzione per disfunzionalità.
L’Europa ci segue con molta attenzione perché stiamo diventando un gigantesco laboratorio sociale operativo di una nuova formula che è l’unica in grado –a costo zero- di poter contrastare la strategia dei colossi della finanza facendo saltare i giochi: rifondare il concetto di cittadinanza che comporta l’abbattimento del concetto di sudditanza.
E’ un processo destinato all’espansione, ad allargarsi sempre di più, a dilagare.
Basta non farsi prendere dalla fretta e tantomeno dalla paura.
Siamo al tramonto, non dimentichiamolo.
Ci offrono il quotidiano show di nani, offerti dal mondo spettacolare mediatico, con l’abilità degli illusionisti che li mostrano come se fossero dei giganti.
L’unico pericolo è il loro colpo di coda disperato.

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