martedì 15 ottobre 2013

La guerra tra poveri - La terra è di tutti.



Se all'uomo togli la consapevolezza della propria dignità, come il lavoro e la sicurezza di poter mantenere dignitosamente le persone delle quali è responsabile, l'uomo diventa cattivo, violento.
Quindi, accoglienza o non accoglienza?
La risposta attualmente, nel caso dell'Italia e degli italiani, è tragica.
L'accoglienza di individui che scappano dal proprio paese per sfuggire a massacri o alle guerre, o alla povertà, è sacrosanta. 

Ma se non si ha nulla per sè, diventa impossibile dare ad altri.
Accoglierli e non dar loro nulla di dignitoso però, come una casa e un lavoro, significa portarli alla disperazione e, in tanti casi, offrirli alle organizzazioni malavitose che li assoldano per immetterli in reti di scarso valore economico per il paese e di grande lucro per le stesse.
Pertanto, cui prodest?
Un sospetto io ce l'ho.


Se i governi continuano e delimitare pezzi della terra per poter dominare e guadagnare, mentre tutti sappiamo che la terra e tutto ciò che produce è di tutti, non approderemo mai a nulla di possibile e condivisibile.

L'uomo in genere, per smania di potere e di ricchezza, inventa limiti territoriali, partiti e religioni per poter dividere ed imperare.

lunedì 14 ottobre 2013

Palermo, capitale dei diritti an(negati). - Lorenzo Matassa



Palermo, capitale dei diritti an(negati)


PALERMO - Pubblichiamo integralmente la lettera inviata dal magistrato palermitano Lorenzo Matassa al presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, in cui si descrive lo stato di degrado in cui versa la città. 

Gentile Presidente della Camera dei Deputati, l'ho udita affermare che "Palermo è la Capitale dei Diritti". A lungo ho meditato su questa Sua frase, non comprendendo se fosse un reale convincimento o, piuttosto, un paradosso concettuale in forma di ossimoro (insomma una specie di "ghiaccio bollente" della idealità sociale).

Ma il modo in cui quella affermazione è stata poi ripresa e chiarita dai giornali non lascia spazio ad alcun dubbio. Lei è davvero convinta che la mia città sia il modello e l'esempio di integrazione sociale nel rispetto delle regole. Probabilmente questo convincimento nasce dal fatto che Lei qui non ha mai vissuto. E, sicuramente, qualcuno l'ha convinta che l'inverosimile fosse Verità. D'altronde la terra che calpestiamo è la stessa di cui scriveva Pirandello. È facile lasciarLe questo convincimento. Basta stare silenti, magari con un bel sorrisetto da protocollo cerimoniale stampato in volto...

Però - ne converrà con me - a volte, il silenzio degli interlocutori è il più complice degli atti. Ne sappiamo qualcosa noi siciliani che, nel silenzio e nell'indifferenza, abbiamo fatto crescere ed affermare l'orribile mostro mafioso fino a quando non ci ha divorati. Allora, Le consegnerò poche (ma assai sentite parole) che - sono certo - Le serviranno a comprendere quanto la Sua frase sia lontana dalla realtà di Palermo.

La Verità è che interi quartieri, abitati da migliaia di cittadini, sono abbandonati al degrado. Guardi questa foto ritratta nel giorno in cui Lei si trovava in città. È il quartiere adiacente al Tribunale. Il luogo in cui, anticamente, due fiumi (il Kemonia ed il Papireto) confluivano. Ecco cosa è oggi...

L'immagine della città annegata nei rifiuti è anche la drammatica metafora dei diritti (an)negati. In quel vivere, sommersa dai suoi stessi reflui, c'è il senso della sua vita quotidiana. Un immenso e maleodorante caos in cui corruzione e cleptocrazia sono la regola. Non Le chiederò di chiarirmi chi comanda quelle zone degradate...

Tutto questo non sparisce, per incanto, al passaggio carnevalesco di carri in maschera dove l'orgoglio di una identità si confonde con un travestito delirio parossistico. E - sono certo - che Thomas Mann Le avrebbe detto che l'amore per una persona dello stesso sesso non ha bisogno di travestirsi ed immiserirsi per essere raccontato. Se non mi crede, provi a rileggere "La morte a Venezia" e mi capirà...


http://livesicilia.it/2013/10/13/palermo-capitale-dei-diritti-annegati_385378/


Infuso con i fiori di Fichidindia per combattere calcoli e coliche renali di Dante Viola.


Sui fichidindia abbiamo scritto molto in un altro articolo.
In questa pagina, invece, vogliamo concentrare le nostre energie sui fiori di questo meraviglioso frutto.
Anticamente l'infuso dei fiori raccolti ed essiccati era molto usato dalle nostre nonne per depurare il corpo, reni, fegato, sangue e per eliminare piano piano eventuali calcoli renali.
La preparazione che ci apprestiamo a descrivere è un infuso e non un decotto o una tisana.
Nell'infuso si usano tipicamente le parti tenere di una pianta essiccate e sminuzzate, così da aumentarne la superficie di contatto e aumentare l'estrazione dei principi attivi.
I fiori vanno raccolti d'estate ed essiccati (nel fiore non deve più trasparire la presenza di acqua).
Possono essere conservati a lungo ed usati anche in inverno. Basta usare l'accortezza di tenerli in un luogo asciutto. Magari dentro una busta. Io uso quelle del pane.
Preparare l'infuso è molto semplice.
Si fa bollire dell'acqua, si prendono 4 fiori di fichidindia (da 4 ad 8) per ogni tazza da tè, si sminuzzano e si immergono nell'acqua. Si lascia il tutto a riposo per 4 minuti e poi si filtra.
Non resta quindi che bere, magari dolcificando con del miele o dello zucchero. 
E voi avete mai preparato un infuso con i fiori di fichidindia?
Come lo fate? Aggiungete per caso qualche altro ingrediente?

domenica 13 ottobre 2013

Mai soldo fu speso meglio!

Una bambina dona alcune monete ad un musicista di strada ed ottiene in cambio una meravigliosa sorpresa....:



http://www.eticamente.net/13146/mai-soldo-fu-speso-meglio.html

Ecco il bestiario delle tasse dall’ombra al fungo per spremerci centosette volte. - Salvatore Cannavò

Ecco il bestiario delle tasse dall’ombra al fungo per spremerci centosette volte


Non solo è una sfida capire quante sono nella loro totalità le imposte da pagare, ma anche gli stessi adempimenti tributari ci costano caro. La consulenza fiscale in Italia è la più costosa di altri paesi europei. Niente sfugge al fisco, mentre si moltiplicano le imposizioni più assurde.

L’ impresa eccezionale per un contribuente è sapere quante sono le tasse da pagare. Un elenco ufficiale non esiste. Il ministero dell’Economia e Finanze, alla richiesta via mail, non ha saputo rispondere: “Quante? Bella domanda”. Qualche tempo fa l’ex ministro Giulio Tremonti, all’inizio della sua inconcludente carriera legislativa, di tasse complessive ne ha contate 107. Le associazioni dei consumatori e delle imprese parlano genericamente di cento, ma non ci sono certezze. Intanto, le tasse sono tutte lì: tante, complicate, introvabili.
La seconda impresa è riuscire a pagarle. Nel dossier sui Balzelli d’Italia, la Confesercenti, non ha solo pubblicato Il Bestiario delle 100 tasse che fanno tribolare imprese e famiglie ma ha fornito un dato poco noto. Pagare le tasse, riuscire cioè a mettersi in regola con il fisco, ha un costo considerevole: gli adempimenti tributari ammontano a circa 18 miliardi di euro l’anno. Chi esercita un’attività in Italia paga 4. 495 euro contro i 1. 320 dei francesi, i 1. 290 dei britannici, i 1. 210 dei tedeschi. Soldi che finiscono nelle tasche della consulenza fiscale, pervasiva e avvolgente.
L’impresa di sopravvivereLa terza impresa è sopravvivere. Per essere travolti da balzelli, gabelle, imposizioni improbabili o vere e proprie truffe, basta stare fermi. Al di là dell’Irpef, l’Irpeg, l’Irap o l’Iva esistono le tasse “assurde”, conosciute solo quando ci si inciampa sopra. Come la tassa sull’ombra che scatta quando la tenda di un locale invade il suolo pubblico. Oppure la tassa sugli spettacoli nei pubblici esercizi, la tassa sulle concessioni. La tassa per iniziare lavori edilizi, la tassa sulle cambiali. A i privati si applica la tassa sui gradini, dovuta quando le case hanno l’accesso dalla pubblica via. I lavoratori dipendenti, poi, subiscono una tassa occulta, il Fiscal drag: l’imposizione aumenta all’aumento dello stipendio senza considerare il contestuale aumento dell’inflazione.
Le tasse si pagano non appena si mette il piede fuori di casa. Letteralmente. Esiste, infatti, la tassa sui passi carrai, i varchi aperti sui marciapiedi per uscire dalle abitazioni. Si determina moltiplicando la larghezza del passo per un metro lineare convenzionale. Per uscire in auto, però, bisogna avere la patente per il cui rilascio occorrono ben cinque versamenti postali e un certificato, naturalmente in bollo. Non basta. C’è anche la tassa di iscrizione al Pubblico registro automobilistico (il Pra), importo che le province possono aumentare fino al 30 % (solo Bolzano, Aosta, Trento e Prato non lo hanno fatto). C’è il bollo dell’auto, il costo della targa, i diritti del Dipartimento Trasporti terrestri e, se si sceglie di comprare un’auto usata, il passaggio di proprietà. Con uno scooter cambia poco. Meglio andare a piedi o in bicicletta. Anche perché al primo distributore di benzina potremmo imbatterci nelle micidiali accise.
La benzina dell’Abissinia
L’ultima rilevazione del ministero dello Sviluppo economico, della scorsa settimana, segnala che il prezzo medio della benzina è di 1, 754 euro; l’accisa interviene per 0, 728 centesimi e l’Iva per i restanti 0, 304. Senza le imposte la benzina costerebbe 721 centesimi al litro. Il 41 % se ne va in accisa, cioè l’imposta che si è accumulata nel tempo sommando spese straordinarie sostenute dai vari governi. Fu la guerra in Abissinia di Mussolini a far aumentare di colpo il prezzo della benzina nel 1935, poi sono venute la crisi di Suez, il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, il Belice e tutti gli altri terremoti fino a quelle emiliano. Ma nella voce vengono conteggiati anche il contratto degli autoferrotranvieri, le missioni all’estero o l’emergenza immigrati. L’intera storia italiana passa dalla pompa al nostro serbatoio e si fa pagare cara.
Lasciamo stare, quindi, la benzina. Torniamo a casa e portiamo a spasso il cane. Putroppo il governo Monti, nel 2012, ha provato a istituire un’imposizione anche sul possesso di animali ma ha dovuto fare marcia indietro cause proteste. La legge, però, prevede la facoltà di imposizione per i comuni i quali ora, in tempi di magra, stanno pensando seriamente di introdurre l’imposta. Meglio lasciare il cane a casa e andare in banca a occuparci dei nostri risparmi. Magari per aprire un conto corrente “a costo zero”, finalmente qualcosa di gratis. Ci si mette poco, però, a scoprire che al “costo zero” occorre aggiungere l’imposta minima di 34, 2 euro più lo 0, 15 % delle somme depositate se si apre un conto deposito (su cui sono conservati i titoli). Se poi acquistiamo o vendiamo titoli azionari, scatta la la Tobin tax con lo 0, 12 % di imposizione.
Via anche dalla banca. Andiamo alla posta, ci sono le bollette. che attendono. Siamo stati molto attenti con i consumi, abbiamo utilizzato al minimo le forniture. Ma nella tariffa del gas le tasse incidono per il 43 % mentre per l’energia elettrica le imposte pesano per il 13, 29 %. La bolletta Enel, però, comprende anche i “servizi di rete” che incidono per il 33, 44 % e comprendono i i costi per gli incentivi alle fonti rinnovabili, la promozione dell’efficienza energetica, gli oneri per la messa in sicurezza del nucleare, i regimi tariffari speciali per le Fs, le compensazioni per le imprese elettriche minori, il sostegno alla ricerca di sistema. Un diluvio di tasse nascosto in bolletta. Su cui, dulcis in fundo, si paga anche l’Iva. La tassa sulla tassa. Il giochetto viene ripetuto per le tassazioni locali, ad esempio la Tares, che vengono rubricate come “tariffe” in modo da aggirare il divieto.
Casa cara casaVia anche dalla posta. Dove andare? A cercar funghi si deve pagare il bollettino postale. A casa c’è il canone Rai anche se la Rai non la si guarda mai. E poi sulla l’accanimento sfiora il sadismo. Prima dell’Imu, infatti, abbiamo già pagato la tassa per l’acquisto (3 % se è un’abitazione principale), l ’ imposta ipotecaria e quella catastale. Oltre al costo del notaio. Se l’avessimo presa in affitto avremmo pagato l’imposta di registro mentre la proprietà concorre a formare il reddito complessivo. Sulla casa, infine, si paga la Tares, la tassa sui rifiuti che si calcola sui metri quadri.
Tasse ovunque, tasse di ogni tipo. Per seppellire i defunti e accendere i lumini. Per fare un biglietto aereo o sbarcare in un porto. Anche per soggiornare in Italia. La tassa per i comuni con centrali nucleare anche se il nucleare non c’è più. Le tasse sul fumo, sulla sigaretta elettronica e sugli alcolici. Non si può nemmeno provare a impietosire le autorità perché si pagherebbe la tassa sulle suppliche, quella per “istanze, petizioni, ricorsi diretti agli uffici dell’amministrazione dello Stato tendenti ad ottenere l’emanazione di un provvedimento”. Tra le imposizioni improvvise va compresa anche la giustizia: per un ricorso ai tribunali si paga in base al valore dei processi, da 33 a 1.200 euro. Esiste l’imposta sulla birra e quella sui giochi; le concessioni governative e la tassa per studiare; i diritti alle Camere di commercio e la tassa sulle affissioni, l’imposta sugli spiriti e quella sugli zuccheri. Non si può nemmeno inventare un sistema alternativo: esiste, infatti, anche la tassa “sulle invenzioni” per brevettare nuove scoperte. Oltre ai diritti di brevetto ci sono quelli di segreteria e l’immancabile marca da bollo. Anche il desiderio di cambiare le cose è sottoposto al balzello.

Polymita picta.



Polymita picta (Born, 1778) è un mollusco gasteropode arboricolo della famiglia Helminthoglyptidae,endemico di Cuba. È la specie tipo del genere Polymita.
La conchiglia di questa specie si caratterizza per la colorazione estremamente vivace, che dà luogo a differenti varietà.
L'areale della specie è circoscritto alla estrema porzione orientale di Cuba.
Il suo habitat è rappresentato dalla foresta subtropicale, con una marcata preferenza per alcune specie arboree tra cui Chrysobalanus icacoMetopium toxiferaMetopium browneiBursera simarouba eCoccoloba retusa.
È una specie ermafrodita insufficiente, non in grado cioè di autofecondarsi.
Al pari degli altri gasteropodi della superfamigliaHelicoidea, nella fase del corteggiamento, Polymita pictatrafigge il partner con dardi calcarei.[1]
È una specie protetta dalla legislazione cubana che dal 1943 ne proibisce la esportazione salvo che per ragioni scientifiche.[2]

venerdì 11 ottobre 2013

TOTO'-LETTA, PEPPINO E LA MALAFEMMINA.


La curva di Laffer: superato un certo limite, cui corrisponde il gettito massimo Tmax, all'aumentare dell'aliquota si riducono gli incassi per lo Stato.

Come sempre fanno le autorità che provano a passare per incapaci ma sanno benissimo dove vogliono andare a parare, visto che l'eccessiva pressione fiscale ha causato il decadimento di tutti gli indicatori economici del paese, la soluzione è stata brillantemente individuata in un ulteriore aumento delle tasse. Stante la difficoltà di reperire ulteriori possibilità di prelievo, per risolvere la cosa diverse fonti stanno suggerendo all'esecutivo di valutare l'opportunità di chiedere l'anticipo dell'anticipo. Obbligandoci in pratica a versare a fine anno non solo il 105% delle tasse per il 2014, ma anche quelle del 2015, 2016 e 2017. 

Il che è proprio quello che faceva Totò in "Totò, Peppino e la Malafemmina", in una delle scene più divertenti di quel film. Volendo comperare una collana a una bella ragazza, ma non disponendo dei contanti necessari, pensò di farsi dare seduta stante da un suo fittavolo le pigioni anticipate per gli anni a venire.
A fronte della sua richiesta, il fittavolo gli dice: "ma se vi ho già pagato '56, '57 e '58". Allora Totò gli risponde: "Si, ma siamo fuori col '59!" 

Dunque, quello che in un'altra epoca era materia di comicità grottesca, oggi per lo Stato è divenuto un canone istituzionale per la gestione di economia e tributi, proprio secondo la logica del “Punto, punto e virgola e due punti.

Il problema è che, come abbiamo visto, il passaggio dell'IVA dal 20 al 21%, invece di produrre un aumento del gettito ha causato una sua diminuzione. Lo stesso avverrà, e in proporzioni maggiori, in conseguenza dell'ulteriore aumento al 22%.
I motivi ce li spiega la curva di Laffer. Con l'aumento dell'IVA al 22% si avrà un'ulteriore contrazione del gettito. In primo luogo perché induce una crescita dei prezzi, ben superiore all'entità del mero aumento della tassa. Il motivo sta nel fatto che vi si sommano i costi maggiori indotti da quello stesso aumento riguardanti materie prime, trasporto, accise carburanti e spese fisse di distribuzione. Di fronte all'aumento di costi del prodotto finito, le persone, che vedono ulteriormente ridursi il potere d'acquisto del loro reddito, non solo acquisteranno un numero minore di beni, ma tenderanno ad acquistarne sempre di più economici. Questo si tradurrà necessariamente anche in un calo del PIL, in un minore gettito Irpef e in un'ulteriore caduta della domanda aggregata, andando ad acuire la componente da sovrapproduzione della crisi ora in corso, che è tra le più importanti al riguardo. 

Effettuando un prelievo percentualmente maggiore, ne deriva un'ulteriore riduzione della massa monetaria circolante, rendendo più grave quella che è un'altra causa primaria della crisi, la penuria di contanti nelle mani di famiglie e aziende.


La risposta più ovvia di fronte a tutto questo, anche da parte degli organi di presunta informazione, è l'invettiva nei confronti degli sprechi, quando invece sarebbe più corretto iniziare finalmente a comprendere che misure simili vengono adottate in modo consapevole da una casta di governanti collaborazionisti dei poteri esterni al paese. Il loro fine è aggravare quanto più possibile la crisi utilizzata per sottrarre al paese la sua sovranità e ridurlo al destino neocoloniale voluto dai reggitori degli equilibri internazionali.
Dopo 30 anni di presunti errori, e tutti a senso unico, è la stessa legge delle probabilità a gridare a squarciagola che le tesi di "pasticcionismo" oggi tanto in voga non hanno più credibilità alcuna.

Se si omette questo passaggio essenziale, si finisce soltanto con il dare ulteriore sostegno alle azioni contrarie all'interesse del paese eseguite da chi sarebbe ora venisse obbligato a risponderne di fronte alla corte marziale.

Detto questo, per molti è ancora difficile comprendere che il debito pubblico non è un vero problema. Almeno fino a che uno stato è sovrano, quindi è padrone della propria moneta e ha una banca centrale che opera quale prestatore di ultima istanza. I detrattori di questa tesi sostengono che usando i mezzi propri della sua sovranità, uno stato crea inflazione perché stampa moneta per colmare il deficit.
Questo è palesemente falso, come dimostrano innumerevoli esempi della storia passata. Ad esempio con le enormi spese del piano Marshall, gli Stati Uniti hanno creato inflazione oppure le premesse per il boom economico degli anni '60?

Arrivando al presente, nel giugno 2012, il Commissario Europeo Michel Barnier ha reso noto che tra il 2008 e il 2012 l'UE ha approvato aiuti alle banche per 4.500 miliardi di euro. 
Una somma pari al 37% del PIL totale europeo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/07/il-megasostegno-dellue-alle-banche-4500-miliardi-di-aiuti-di-stato-in-3-anni/256429/
Eppure non c'è stata maggiore inflazione. 
Con quegli stessi soldi si sarebbero azzerati i debiti pubblici di Italia, Grecia e Spagna messi insieme, evitando le sofferenze alle quali si sono assoggettate decine di milioni di individui, oltre a centinaia di suicidi. E ancora sarebbero avanzate le somme necessarie per un poderoso rilancio dell'economia di tutta la zona UE.
Invece si è preferito dare quei soldi alle banche, affinché potessero gettarli nel buco nero delle perdite causate dalla febbre del gioco al casinò della finanza globale.
Oltretutto senza migliorare di un grado la loro situazione economica, come ha ammesso lo stesso Barnier, dichiarando che nonostante la loro mole quegli aiuti sono serviti praticamente a nulla. 

Allora, forse, sarebbe il caso una volta e per tutte di iniziare a spiegare le questioni nei termini corretti. Cominciando dal fatto che i criteri di macroeconomia, quelli cioè cui risponde uno stato, sono molto diversi da quelli microeconomici che devono essere osservati da chi amministra una famiglia o un'azienda.

Non a caso i problemi del nostro paese hanno avuto inizio proprio nel momento in cui c'è stato prima il divorzio tra Tesoro e Banca centrale, e poi quando ha perso completamente la sovranità.
Nel momento in cui è avvenuto quel divorzio, secondo Europa Kaputt di Antonio Rinaldi il debito pubblico italiano era al 58,46% del PIL Stiamo parlando del 1981. Altre fonti danno quel valore al 57,7%. 
Va ricordato che il divorzio fu il frutto di un accordo sottobanco tra Ciampi, a capo di BdI, e Andreatta, Ministro del Tesoro, che non venne sottoposto al vaglio di Camera e Senato. 
I rappresentanti del Popolo, peraltro, si sono guardati bene dal sollevare obiezioni a cose fatte, una volta che il provvedimento venne ufficializzato.
In seguito gli artefici del divorzio hanno sostenuto di averlo fatto per il bene del paese, ovverosia per costringere la classe politica a ridurre le spese a deficit e quindi il debito pubblico. Che invece ha avuto un andamento opposto alle intenzioni dichiarate da Andreatta e Ciampi, causando danni enormi al paese e alla cittadinanza. In merito ai quali non sono mai stati messi di fronte alle loro responsabilità. Uno di essi, anzi, è considerato paradossalmente una specie di padre della Patria. 

In realtà, uno dei veri obiettivi era di abbattere i salari, imponendo una deflazione che desse la possibilità di annullare quello che Andreatta definì “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”. Infatti, nel 1984 con gli accordi di San Valentino la scala mobile fu indebolita e nel 1992 definitivamente eliminata. 
Anche oggi, come allora, le presunte “necessità” di bilancio pubblico sono la leva attraverso cui ridurre il salario, in Italia e in Europa. Con la differenza che oggi l’attacco si estende al salario indiretto, cioè al welfare.

L'indice del costo del lavoro per unità di valore aggiunto ha avuto un crollo a partire dal 1981, culminato nel 1998. Da allora in poi ha avuto solo un recupero modesto. (fonte ISTAT)
Riguardo al debito pubblico, siccome non è un elemento assoluto, cioè a sé stante ma speculare, deve necessariamente corrispondere al credito di qualcun altro. 
Nella fattispecie alla ricchezza dei cittadini, perché è soltanto per mezzo della spesa a deficit che lo stato può perseguire una politica di crescita, sviluppo, fornitura dei servizi e aumento del benessere. 
Vediamo il perché. 
Se lo stato persegue il pareggio di bilancio, non fa altro che tassare per l'esatta quantità di denaro che ha messo in circolazione. A questo proposito va ricordato che l'emissione di moneta è compito che per ovvi motivi la legge assegna in esclusiva allo Stato. Quindi nessun altro può farlo al posto suo. 
Dunque, se lo Stato inizia col dare 100 soldi ai cittadini ma a fine anno gliene chiede indietro altrettanti, o addirittura di più in base alla politica dell'avanzo primario, non solo toglie ai cittadini tutti i soldi che gli aveva dato, ma ne pretende addirittura degli altri. Che i cittadini non saprebbero più dove prendere, trovandosi nelle condizioni di cedere allo Stato beni materiali o immobili. 
A quel punto, di grazia, quei cittadini con che cosa sopravviveranno?
Con che cosa costituiranno le imprese e realizzeranno i prodotti che contribuiscono allo sviluppo del paese?
Con cosa pagheranno le spese di istruzione, quelle mediche e di assistenza alla popolazione anziana?
Non a caso, da quando la gabbia dell'Euro ha tolto la possibilità agli stati di spendere a deficit non c'è più alcuna crescita. E anzi gli stati dell'Eurozona sono tutti nelle posizioni di coda delle statistiche relative. Compresa la virtuosa Germania, che si trova al 16mo posto degli stati peggiori. Non solo la crescita si è arrestata, ma c'è stato un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita e della quantità e qualità dei servizi. 
Tornando al divorzio Tesoro-BdI, dopo di esso, nel giro di 12 anni, il debito pubblico è passato dal 58,46% del 1981 al 115,66% del 1993 (fonte Europa Kaputt di Antonio Rinaldi su dati BdI). 

Quindi è più che raddoppiato nel giro di 12 anni. Davvero un attestato di competenza per i signori Ciampi e Andreatta, che per mezzo dell'artificio costituito da quel divorzio pretendevano di costringere il paese a ridurlo. 

Andamento del rapporto debito/PIL 1960-2012. Prima del divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia il debito pubblico era sotto al 60%. Dal momento del divorzio ha avuto un'impennata che dopo un breve intervallo successivo all'ingresso nella zonaEuro, dal 2008 ha ricominciato a crescere a ritmo ancora maggiore. (fonte Europa Kaputt di A. Rinaldi su dati Banca d'Italia)
Hanno così dimostrato ancora una volta che agendo per mezzo di sotterfugi ci si rimette in rispettabilità, e soprattutto si creano danni potenzialmente di portata incalcolabile.
Ma attenzione, quello è il dato percentuale, che non tiene conto della crescita del PIL avvenuta nel frattempo, che nel valore a prezzi concatenati è passato da 809.019 milioni di Euro del 1981 a 1.032.013 del 1993, dati ISTAT, con un aumento pari al 127,5%, che va a influire sul valore effettivo del debito. 
Facendo due conti, si vede che il 58,46% di 809.019 equivale a 473.110 milioni di Euro, mentre il 115,66% di 1.032.013 è 1.193.626 milioni di euro. Pertanto la crescita percentuale del debito calcolata sui valori assoluti è stata superiore al 252%. Che suddivisa per 12 anni fa il 21% tondo per ogni anno.
Altro che aumento, qui ci troviamo di fronte a una vera e propria deflagrazione. 
Causata da scelte con le quali si pretendeva di ridurre un debito e invece lo si è fatto esplodere. Sottraendolo per giunta, e questa è la cosa più grave, dal controllo dello Stato, ovvero dalla sua banca centrale per metterlo nelle mani della speculazione internazionale, che ovviamente vi ha lucrato somme enormi. http://www.cobraf.com/forum/coolpost.php?reply_id=123470958 
E ha preteso interessi sempre maggiori, che ormai sono la parte di gran lunga preponderante del nostro debito.

Il totale degli interessi sul debito 1995-2011 equivale al 71% del debito pubblico complessivo.
(fonte Eurostat)
In sostanza, i cittadini italiani si sono visti sottrarre dai loro governanti quantità sempre maggiori della loro ricchezza e dei servizi gestiti dallo Stato, che sono serviti per favorire la speculazione finanziaria internazionale. 
Ora, chi ha causato in prima persona questo disastro non è mai stato chiamato a giustificare le proprie azioni e ad assumersi le proprie responsabilità. Viceversa gli è stata attribuita la più alta carica dello Stato.
Proprio come in "Omega" di Robert Sheckley, che narra di una società in cui la gerarchia sociale è stabilita in base ai crimini perpetrati da ciascuno. Ma se quello è un libro del genere science-fiction, la questione Tesoro-BdI e quanto ne è derivato è solida realtà. 


Oltre a tutto questo, se ancora non fosse più che abbastanza, si è fatto in modo da porre il paese in una posizione molto più esposta agli effetti della crisi economica, come evidenzia il grafico relativo all'andamento del rapporto debito pubblico/PIL nella parte relativa agli anni dal 2007 in poi. 
Quindi la crisi, si badi bene, non è dovuta ai cittadini che hanno voluto vivere al di sopra delle loro possibilità, come certe fonti interessate vorrebbero far credere per attribuirne loro le presunte cause e trovare il pretesto per scaricargliene i costi, ma a una politica economica di feroce classismo e ciecamente deflattiva. 
Che non solo ha decurtato i salari in maniera significativa, ma ha addossato alla comunità quantità di debito enormi e in perenne crescita, malgrado la progressiva riduzione dei servizi offerti dallo Stato. Questo ha determinato l'ingerenza progressivamente maggiore dei poteri esterni, con il risultato di essere espropriati persino della facoltà di decidere come spendere i nostri soldi, cosa per la quale dobbiamo andare a chiedere il permesso a Bruxelles e a Berlino, dove le decisioni in merito sono prese in base a interessi che nulla hanno a che vedere con quelli del nostro paese.


Risultato: impoverimento generalizzato, smantellamento del sistema industriale, economico e del welfare, disoccupazione, demansionamento, spreco e allontanamento delle professionalità, svendita del patrimonio dello Stato che i cittadini hanno pagato con le loro tasse. Ovvero i presupposti necessari affinché il paese non riesca più a risollevarsi, rimanendo indefinitamente nelle condizioni che permettono ad altri di trarre profitto dalle nostre disgrazie. 
Causate da una classe dirigente designata e imposta al fine di ottenere proprio questo risultato.

Clack


http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=12426