martedì 22 ottobre 2019

LA BESTIA DI SALVINI - Milena Gabanelli.

Ricostruiamo il funzionamento della potente macchina social che dal 2014 sta dietro l’ ascesa dI Salvini, oggi il politico con più consenso in Italia.A far funzionare la Bestia ci sono 35 esperti digitali che coprono la vita pubblica e privata di Salvini 24 ore al giorno, festività incluse. Il vincolo è quello della riservatezza assoluta.
Durante i 5 mesi di campagna elettorale per le Europee del 26 maggio, su Facebook, definito l’ ammiraglia del Capitano: 17 post al giorno, 60,8 milioni di interazioni (che vuol dire like, commenti, condivisioni), 40 milioni di «mi piace» e oltre 5 milioni di ore di video visualizzati. Risultato delle elezioni: Lega primo partito con il 34%. Da giugno i ritmi sono un po’ più lenti ma continua a crescere: i like sui post hanno raggiunto i 52 milioni, 11,5 milioni le condivisioni.
Oggi i fan su Facebook sono oltre 3,8 milioni, su Instagram 1,8 e su Twitter 1,2. È una corazzata senza pari in Italia che dal buongiorno con pane e Nutella, alle castagne in padella per la figlia, fino alla domenica sera da Barbara d’ Urso, macina ininterrottamente. In rapporto alla popolazione, la Bestia performa meglio delle macchine social del presidente del Brasile Jair Bolsonaro, dell’ americano Donald Trump e del primo ministro indiano Narendra Modi.
I meccanismi per aumentare i fan sui social sono sfruttati in tutto il loro potenziale, a partire dal T-R-T: una sigla che sta per televisione, Rete, territorio. Si tratta di un gioco di specchi per mettere continuamente in comunicazione i tre ambiti: l’ attesa dell’ intervista tv viene trainata da ripetuti annunci su Facebook, durante la trasmissione si estrapolano e commentano in tempo reale fermi immagine e tweet live con i messaggi chiave da diffondere. Subito dopo vengono postati gli interventi tv (nel caso di Renzi rimontato ad hoc) con l’ invito ai fan a esprimere il loro parere.
Questo meccanismo trascina gli utenti social sulle reti tv (e viceversa) e contribuisce ad aumentarne l’ audience. Salvini è il politico più invitato, e la parola d’ ordine è: spolpare ogni evento fino all’ osso. Lo stesso sistema vale per i comizi. Poi, siccome è proprio la velocità dei like che contribuisce a fare impennare l’ algoritmo di Facebook e dunque ad ampliare la platea di chi vede il post, ecco sotto elezioni il gioco «Vinci Salvini»: chi per primo mette «Mi piace» entra in una graduatoria che alla fine farà guadagnare ai primi classificati una telefonata o un caffè con il leader.
Per raccogliere fan è cruciale la scelta dei messaggi: più toccano temi divisivi e più generano partecipazione (come le campagne contro gli immigrati #finitalapacchia#prima gli italiani e #portichiusi); funzionano gli slogan motivazionali («la Lega continua a volare»), gli attacchi ai rivali politici («Sono ministri o comici?»), le immagini di vita privata («Mano nella mano» come commento a un post con la figlia), il coinvolgimento degli utenti («Siete pronti?»). Lo staff utilizza anche il software che individua l’ argomento del giorno più discusso in Rete, e consente di adeguare i messaggi da lanciare.
Dal tortellino al pollo, fino a Mahmood. A caldo si era schierato contro la vittoria del cantante, salvo poi fare marcia indietro e lodarlo. Un ruolo strategico è affidato ai sondaggi. Il 17 dicembre 2017 la Lega commissiona a Swg di testare la percezione degli elettori su una possibile minaccia dei Naziskin: il 67% degli elettori del Carroccio non li ritengono pericolosi (al contrario di chi vota per altri partiti). Da allora Salvini può tranquillamente spendersi a favore di CasaPound. Il documento, mai reso pubblico, lo ha scovato Report , che approfondirà questa sera su Rai 3.
La diffusione del messaggio del Capitano è capillare grazie ai ripetitori digitali: almeno 800-1000 fedelissimi ricevono il link dei post su una chat su WhatsApp e immediatamente lo condividono sulla propria pagina Facebook e lo rilanciano in altre chat.
Contemporaneamente i canali fiancheggiatori inseriscono lo stesso contenuto su più pagine pubbliche. Vietati invece i commenti con #49milioni#siri o qualunque parola evochi uno scaldalo in cui è coinvolta la Lega.
«L’ esercito va nutrito e motivato», è il Morisi-pensiero: affinché tutti si sentano protagonisti, per la manifestazione di Roma del 19 ottobre sono stati creati cartelloni automatizzati con la propria foto di fianco a Salvini.
I fan vengono profilati, al fine di inviare messaggi mirati. L’ ultimo es. è proprio legato al raduno di piazza San Giovanni dove Salvini lancia l’ invito: «Mandate i vostri dati personali a legaonline.it e riceverete le informazioni richieste per i pullman e i treni diretti alla manifestazione di Roma». I 137 mila euro spesi da marzo a oggi in pubblicità su Facebook, vengono utilizzati soprattutto per geolocalizzare il messaggio e scegliere il target: inviare per esempio perfino ai tredicenni il post contro il governo che pensa di tassare le merendine, oppure raggiungere il più alto numero di elettori dell’ Umbria in vista delle elezioni del 27 ottobre.
Un’ onda d’ urto che sfruttando l’ abilità del leader leghista ha fatto leva su tutte le debolezze del Paese. Alla fine probabilmente un buon 90% di quei 3,8 milioni di fan vota Salvini, ma da tutta questa attività social intrisa di slogan e provocazioni è difficile capire quale sia il progetto politico.
«La Bestia» ha anche un costo e qualcuno lo pagherà. Luca Morisi e il socio Andrea Paganella, fatturano tramite la Sistema Intranet, una società in nome collettivo (snc) che non ha l’ obbligo di depositare i bilanci. Durante i 14 mesi di Salvini ministro dell’ Interno entrambi hanno avuto un contratto con il Viminale: 65 mila euro per Morisi, 86 mila per Paganella. Pagati anche altri quattro contratti del team social: 41.600 euro ciascuno. A gestire i soldi del partito è invece la Lega per Salvini premier.
Due milioni di euro sono arrivati da 187 mila contribuenti che nel 2018 hanno donato il loro 2×1000. Per il 2019 è previsto «un robusto incremento» delle entrate, poiché in cassa sta confluendo un terzo dello stipendio di ogni eletto del Carroccio. Nel bilancio la principale voce di costo, è genericamente indicata come «servizi»: 623 mila euro.

sabato 19 ottobre 2019

Evasori e protettori di evasori, diffidate di loro.


L'evasore difende la sua posizione. Questo, in particolare, ha frodato lo stato che governava, con l'aiuto di chi si professa protettore del popolo, ma fa leggi liberiste e protegge gli evasori:


Impossibile spiegare all’estero... - Francesco Ersparmer

Risultati immagini per evasione fiscale, berlusconi

Impossibile spiegare all’estero questo titolo del “Fatto”: “Carcere grandi evasori, Berlusconi: ‘Arresto oltre i 50mila euro è un attacco alla libertà’”. Lasciamo stare l’encomio di uno dei crimini più dannosi, l’evasione fiscale (una delle tante idiozie del governo di D’Alema fu l’abolizione della legge 303 che puniva l’apologia di reati contro lo Stato); allarmante è il fatto che ai giornalisti, ormai servili per abitudine ancor più che per interesse, ma anche ai loro lettori, non sembri assurdo o umoristico che qualcuno possa definire l’arresto “un attacco alla libertà”. E che altro dovrebbe essere? “Restrizione della libertà personale” è la definizione dei vocabolari. Ma il liberismo non tollera limitazioni alla libertà personale ed è riuscito a convincere i popoli che l’unico valore sia fare quello che gli pare, soprattutto soldi e shopping; tutto il resto, incluse la giustizia, l’eguaglianza, la solidarietà, la dignità, sono dettagli, per non parlare di concetti ridicolizzati quali la virtù, l’onore, l’onestà, la saggezza.
In Italia poi si aggiunge il radicato antistatalismo, di cui si servirono radicali e liberal (travestiti da estrema sinistra) per favorire l’americanizzazione del paese con i soliti miti della deregulation, delle privatizzazioni e del buonismo. Almeno, Berlusconi è esplicito: la tolleranza per l’illegalità diffusa e la mitezza delle pene servono a creare una complicità di massa che consenta ai ricchi di rubare e corrompere impunemente. Sono milioni gli italiani che preferiscono i privilegi ai diritti e che proclamandosi vittime della società si esentano da ogni responsabilità e approvano chi corrode l’autorità dello Stato, anche se si tratti dei loro sfruttatori. Viene voglia di lasciare che tornino a essere i miserabili servi di tiranni locali e padroni stranieri. Invece bisogna resistere, anche in nome dei coglioni.
Occorre però essere abili. Stroncare l’evasione fiscale è la condizione necessaria e sufficiente di qualsiasi ulteriore riforma che incida in profondità. Come realizzarla? Facendo contemporaneamente tre cose:
1) Sbattendo in galera i grossi evasori e sequestrando i patrimoni loro e dei loro eredi, e se scappano all’estero, li si privi della cittadinanza e della possibilità di rientrare in Italia, neppure da morti.
2) Drasticamente abbassando la pressione fiscale sui piccoli e medi imprenditori, riconoscendo che l’evasione è spesso l’unica alternativa al fallimento o alla resa nei confronti delle multinazionali.
3) Impedendo alle multinazionali di evadere le tasse legalmente spostando le loro sedi all’estero; e se minacciano di tagliare gli investimenti, andiamo a vedere il loro bluff, e se non fosse un bluff tanto meglio.
Ripeto: le tre cose vanno fatte contestualmente. In modo che se l’Olanda o l’Irlanda continueranno a essere il paradiso della finanza e della libertà, l’Italia diventi il paradiso delle piccole e medie imprese e della solidarietà.


Francesco Erspamer


https://www.facebook.com/frerspamer?__tn__=%2CdK-R-R&eid=ARBw3uODTAkMQBhvp8i8uLWgKHoT3aD1in57Z8uKo-9LwBi13uHbdUGSGxqn8zQnRTD8dgrv9ZJSnk5Q&fref=mentions

venerdì 18 ottobre 2019

Novartis, “corrotti decine di migliaia di medici per prescrivere farmaci inutili”. Alla tv svizzera la testimonianza di tre ex manager



Nel documentario di Falò in onda giovedì 18 ottobre parlano per la prima volta i whistleblower che collaborano all'inchiesta dell'Fbi contro la multinazionale elvetica. Secondo l'accusa, medicinali dai prezzi proibitivi sono stati omologati in Grecia, e pazienti sani sarebbero stati sottoposti a cure inutili.
Novartis, la multinazionale farmaceutica svizzera, è accusata di aver corrotto decine di migliaia di medici pur di fare prescrivere i propri prodotti. E così pazienti inconsapevoli e perfettamente sani sarebbero stati sottoposti a cure del tutto inutili. Coinvolti anche ministri e alti funzionari dello Stato, con l’accusa di essere stati al libro paga della multinazionale per omologare in Grecia nuovi farmaci a prezzi proibitivi.

L’indagine è stata avviata dall’Fbi nel 2016 grazie alla collaborazione di informatori della sede greca. Ora la trasmissione Falò, in onda stasera , giovedì 17 ottobre alle 21.10 su Rsi La1, nel documentario “La strategia” per la prima volta dà voce ai tre informatori, che ha incontrato prima in Grecia e poi a New York, dove si sono recati per gli interrogatori delle autorità statunitensi.
I tre ex manager, che si autoaccusano di corruzione nei confronti di medici e funzionari di Stato, hanno affidato ai giornalisti della tv pubblica svizzera Maria Roselli e Marco Tagliabue, il racconto dettagliato delle pratiche illecite a loro dire utilizzate da Novartis per conquistare nuove fette di mercato in Grecia ed avanzare nel giro di pochi anni dal quinto al primo posto in classifica.
I tre whistleblower, la cui identità per motivi di sicurezza deve restare nascosta, rivelano a Falò l’esistenza di veri e propri “programmi di corruzione” camuffati da normali progetti di marketing, in parte finanziati direttamente dalla sede centrale di Basilea in Svizzera. L’inchiesta delle autorità americane si è conclusa nell’estate 2019. Spetta ora a Novartis decidere se affrontare un processo o puntare ad un accordo.
Il documentario sarà visibile sul sito di Falò da venerdì 18 ottobre.

giovedì 17 ottobre 2019

Scoperti venti sarcofaghi a Luxor, l'antica Tebe: sono intatti e dai colori sgargianti.

Risultati immagini per trovati sarcofaghi a Luxor

Una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni, secondo il Ministero delle Antichità.

Venti sarcofaghi in legno in buone condizioni, probabilmente risalenti a un periodo fra il XX secolo e il IV secolo avanti Cristo, sono stati scoperti nel sito dell'antica Tebe, a Luxor. Le autorità egiziane hanno definito il ritrovamento come "una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni" ma le notizie sono ancora scarne in attesa della conferenza stampa in programma sabato. I sarcofaghi sono stati scoperti nella necropoli di Asasif, sulla riva occidentale del Nilo, vicino alla Valle dei Re, dove si trovano alcune delle tombe dei più conosciuti Faraoni risalenti a diversi periodi dell'antico Egitto, dalle dinastie del Medio Regno, al Nuovo Regno, fino al Periodo Tardo, e quindi lungo un vastissimo arco di tempo che va dal 1994 al 332 avanti Cristo. Le tombe sono disposte su due livelli sovrapposti e sono ben conservate come si vede dalle iscrizioni e dai dipinti che le ricoprono, ancora di colori vivi. Una condizione non impossibile visto il clima asciutto dell'Egitto. Le autorità egiziane danno sempre grande evidenza alle scoperte nelle aree archeologiche, fiduciose che ciò possa facilitare anche la ripresa del turismo, tra le voci più importanti dell'economia nazionale, che sebbene abbia goduto di buoni risultati negli ultimi anni non è ancora tornato ai livelli precedenti al periodo turbolento cominciato con la rivoluzione del 2011 e i pericoli di attacchi terroristici. Dal dicembre 2017 è in corso nella Valle dei Re una missione archeologica alla ricerca delle tombe della regina Nefertiti e di sua figlia, che era la vedova del re Tutankhamon. I ricercatori stanno anche cercando i siti di sepoltura di tre grandi faraoni - Ramses VIII, Re Thutmose II e Re Amenhotep. Recentemente è stato presentato ai giornalisti egiziani e stranieri un antico sarcofago restituito all'Egitto dal Metropolitan Museum di New York, al quale era stato venduto per quattro milioni di dollari in seguito a una serie di passaggi, dopo essere stato esportato illegalmente dall'Egitto. La bara, datata tra il 150 e il 50 avanti Cristo, appartiene a Nedjemankh, un sacerdote del dio-ariete Heryshef. Il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukri, che si trovava negli Usa per partecipare all'Assemblea generale dell'Onu, ha partecipato personalmente insieme con il procuratore generale di New York alla cerimonia di consegna del reperto. 

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Scoperti-venti-sarcofaghi-a-Luxor-l-antica-Tebe-sono-intatti-e-dai-colori-sgargianti-12a42af7-a67a-47b0-a156-fe876b5b0c40.html?fbclid=IwAR3bOMJL30wsbTm9pumoMYYKBT_ad-VKdg9B8BZ7NdS1ND_H_IJmjoXiiPE#foto-4

Quello che giornaloni e giornalai, che mentono, non vi diranno mai. - Giuseppe Stelluti

Politica, politici, caos.

Immagine correlata

Ascoltare i politici che parlano dei propri antagonisti è devastante, come devastante è sentirli parlare di politica. Da ogni loro dire traspare come e quanto tengono al potere personale, e come e quanto poco tengono ad assolvere il compito loro assegnato, che è: lavorare per fornire ai cittadini i servizi essenziali per la loro sopravvivenza dignitosa.
Io spero che il governo attuale riesca, anche in minima parte, a regolamentare la politica e l'approccio ad essa.
Siamo stanchi di ciarlatani che, avendo assaporato il potere, non hanno alcuna intenzione di mollarlo e di rinunciare, pertanto, ai privilegi che si sono arbitrariamente ed indebitamente attribuiti, privando noi che, per mantenere loro ed i loro privilegi, dobbiamo rinunciare, talvolta, anche all'essenziale.
Sono così distanti da noi, sono intoccabili, fanno leggi che non rispettano, sono assurti al ruolo di dei e si sono barricati sull'Olimpo, ben lontani da chi ha creduto in loro, ben lontani dal voler assolvere ai propri doveri, almeno quello di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale!
E chi ancora razzola nell'aia, fuori dall'Olimpo, ma senza rinunciare ai privilegi che si è attribuito indebitamente, lo fa solo per alimentare il proprio ego; ego smisurato e mai sazio, per cui ama circondarsi di inutili marionette ignare anche del motivo per cui vengono chiamate a fare caciara, che è quello di attirare l'attenzione di scribacchini in cerca di scoop allettanti...per essere sempre in prima pagina, sempre in bellavista e, pertanto, sempre presente nella mente di chi vede e ascolta,, lanciando slogan accattivanti per assicurarsi consensi.
Far parlare di se li tiene in vita, e in Parlamento a bivaccare.
Nel frattempo, il viscidume primario - il politico arrogante - si accoppia al viscidume secondario - la calca di marionette insipienti e di scribacchini pronti a cogliere l'attimo - creando una pozza di mota puzzolente che inquina l'area circostante.
Puniscono i lavoratori che timbrano il cartellino e vanno via, mentre loro non hanno neanche l'obbligo di timbrare il cartellino, anche se dovrebbero farlo per rispetto nei confronti di chi li manteniamo nel lusso;
cambiano casacca tradendo le aspettative di chi li ha scelti, guardandosi bene dal dimettersi dalla carica prima di farlo.
Tra clero e politica siamo messi molto male, oltre ai danni ambientali, qui soffriamo di altri mali, forse ancor più gravi, quello di non voler pensare, di non usare quel bel dono del quale madre natura ci ha dotato: la materia grigia.
Se la mettessimo in moto riusciremmo a vedere ciò che di strano succede e potremmo anche decidere di rimettere ogni cosa al suo posto.
Ma questa è un'altra storia.
Cetta.

Viva le manette. - Marco Travaglio 13 ottobre 2019

Risultati immagini per individuo in manette

La nostra copertina dell’altroieri, sulla bozza del ministro della Giustizia per le manette agli evasori, non è piaciuta a Gad Lerner che è personcina sensibile e l’ha riprodotta su Twitter con un commento affranto: “Manette sbattute così in prima pagina, non c’è buona causa che giustifichi questa perversione. Con tutto quel che succede nel mondo… e ora datemi pure dell’amico degli evasori”. Sotto, comera prevedibile, una raffica di leggiadre contumelie al sottoscritto e al Fatto Quotidiano (i famosi “hater” e “odiatori” che, quando odiano dalla parte giusta, diventano boccioli di rosa). Insulto per insulto, potremmo rispondere che è quantomeno inelegante, per un giornalista di un gruppo edito da due famiglie fiscalmente a dir poco discutibili, dare del pervertito a chi chiede che gli evasori vadano in galera, come in tutto il mondo civile. Ma non ci abbassiamo a tanto, anche perché non pensiamo che sia la sua frequentazione con editori-evasori a suscitare in Lerner cotanta repulsione per le manette a chi le merita. Non è un fatto personale, ma culturale. Che nasce nei due filoni del pensiero purtroppo dominante, molto diversi fra loro, ma accomunati dall’allergia al senso dello Stato e allo Stato di diritto, cioè per il principio di responsabilità: chi sbaglia paga e chi delinque viene punito.
Il primo è quello da cui proviene Gad: quello dei gruppettari di ultrasinistra anni 60 e 70, così abituati a fuggire dalle forze dell’ordine e dai magistrati da non riuscire a liberarsene nemmeno dopo 40-50 anni. L’altro è l’impunitarismo dei ricchi e dei potenti, abituati a una giustizia di classe forte coi deboli e debole coi forti, ai quali Gad è estraneo, ma che nel suo mondo hanno pescato a piene mani per sostenere sui rispettivi giornali le loro battaglie contro la legge uguale per tutti. Queste due culture, che partono dagli antipodi ma si uniscono nella comune avversione alla legalità, si sono saldate negli anni del berlusconismo, quando molti ex-extraparlamentari di sinistra (che già flirtavano con Craxi per la sua guerra ai giudici) si ritrovarono al servizio di B.. Oppure, anche se stavano sulla sponda opposta (come Gad), invocavano continue amnistie e indulti, intimando alla sinistra di guardarsi dalla “via giudiziaria”: pareva brutto che un amico dei mafiosi, un frodatore e un corruttore di giudici, finanzieri, senatori, testimoni e minorenni finisse a processo e poi in galera. Ora, confidando nella smemoratezza sulle stragi politico-mafiose e sulle retrostanti trattative, insigni esponenti di quelle due culture applaudono insieme le sentenze di Cedu e Grande Chambre contro l’ergastolo “ostativo”.
Quelle che regalano agli stragisti insperate aspettative di resurrezione. Naturalmente ciascuno è liberissimo di pensarla come gli pare. Ma è davvero paradossale che chi difende la legalità e lo Stato di diritto sia chiamato continuamente a giustificarsi dai sedicenti “garantisti” per il sol fatto di chiedere l’applicazione della legge. I “pervertiti”, caro Gad, non siamo noi: siete voi. Le manette sono uno strumento previsto dalle norme per assicurare alla giustizia i criminali: quelli di strada e quelli in guanti gialli e colletto bianco. Ti dirò di più: negli Stati Uniti, e non solo là, gli evasori e i frodatori fiscali, come i corrotti, i corruttori, i bancarottieri e i falsificatori di bilanci, vengono condannati a pene detentive molto pesanti, che regolarmente scontano nei penitenziari di Stato accanto ad assassini, stupratori, terroristi e trafficanti di droga, non solo con le manette ai polsi, ma anche con le catene ai piedi. Per evitare che scappino o che commettano altri reati (le manette salvano anche vite umane, come ha appena dimostrato la strage alla Questura di Trieste: i due agenti assassinati, se avessero ammanettato il ladro appena fermato, sarebbero ancora vivi). Ma anche perché servano di lezione a chi sta fuori, affinché gli passi la tentazione di delinquere. Perciò, non di rado, arrestati e detenuti – poveracci e white collar – vengono esibiti in manette e in catene: perché le pene, quando sono certe e vere, non finte come da noi, hanno una funzione deterrente prim’ancora che rieducativa. E quella rieducativa dipende anch’essa dalla certezza della pena: se uno sa di poter delinquere facendola franca, non si rieduca mai. Anzi si diseduca vieppiù.
Quindi no, non penso affatto che Lerner abbia orrore per le manette perché sia un evasore o un amico degli evasori. Penso che Gad e quelli come lui non abbiano senso dello Stato e non abbiano ancora introiettato il principio di responsabilità che regge lo Stato di diritto, cioè l’unica forma di convivenza civile che trattiene i cittadini dal farsi giustizia da soli come nel Far West. Non vorrei beccarmi altri tweet e insulti. Ma confesso che mi prudono le mani quando ogni anno pago fino all’ultimo euro di tasse e poi penso che, grazie al centrosinistra e al centrodestra, milioni di evasori vivono alle mie spalle senza mai rischiare la galera. E neppure un’indagine, se hanno cura di non superare le soglie di impunità gentilmente offerte nel 2015 da Renzi & C.: 250 mila euro di omesso versamento Iva; 1,5 milioni non dichiarati di frode fiscale; 150 mila euro di dichiarazione infedele; 10% di false valutazioni; 50 mila euro di omessa dichiarazione. Ecco, io questi ladri vorrei vederli in manette (e magari pure in catene), come accadrebbe se queste somme, anziché all’erario, le rubassero in un portafogli, in una borsetta, in un’abitazione, in una banca, in un negozio. Solo le manette possono spaventare gli evasori fino a indurli a rinunciare ai loro enormi guadagni per versare il dovuto allo Stato. Quindi continuerò a pubblicare manette in prima pagina finché non troverò un governo che tratta tutti i ladri allo stesso modo. O lascia rubare tutti, o non lascia rubare nessuno.


https://www.facebook.com/giberto.gnisci/posts/2941647542518768

La bavbàvie. - Marco Travaglio IFQ 17 OTTOBRE 2019.

marco travaglio barbarie manette evasori gaia tortora marianna aprile 1

L’altra sera avevo appena finito di discutere a Otto e mezzo con due colleghi sulle manette agli evasori (“barbarie!”, anzi “bavbàvie!”), quando ho visto Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia, a Cartabianca. Anche lui ripeteva la litania che aumentare le pene agli evasori per mandarli in carcere non serve a niente e non spaventa nessuno: molto più dissuasivo confiscar loro il maltolto. Ora, a parte il fatto che soltanto un mese fa il Pd ha sottoscritto un programma di governo che prevede l’aumento delle pene agli evasori, una simile sciocchezza la può sostenere solo chi non sa nulla delle norme sull’evasione, che già prevedono il sequestro e la confisca delle somme evase. E non dissuadono nessuno dal continuare a evadere. Per un motivo semplice. L’evasione, ancor più della corruzione, è un reato seriale. Nessuno evade un anno e poi basta: chi evade lo fa sempre. Ogni anno mette da parte un bel bottino a spese di quei fessi che pagano le tasse. E sa benissimo che gli accertamenti a campione toccano meno del 10% delle dichiarazioni dei redditi, quindi ogni anno ha il 90% di probabilità di farla franca. Può pure scrivere in dichiarazione “Viva la gnocca” e 9 volte su 10 nessuno se ne accorge. Se poi, una volta nella vita, ha la sfiga di essere scoperto, già sa che potrà tenersi il resto del maltolto (le vecchie evasioni cadono in prescrizione alla velocità della luce); e, quanto all’evasione accertata, lo Stato riesce a riscuotere solo il 12%. Quindi chi evade ha 12% del 10% delle probabilità di dover restituire la refurtiva: cioè l’1,2%. A questo punto, se può evadere e non lo fa è un santo da calendario. O un emerito coglione. E chi pensa di dissuaderlo con la minaccia di levargli un anno di malloppo è come chi crede di dissuadere un pesce minacciando di gettarlo nell’acqua, o una talpa di seppellirla sottoterra.
Martedì dalla Gruber il collega di Radio24 citava Mani Pulite come prova del fatto che le manette di Tangentopoli non hanno dissuaso corrotti e corruttori. Piccolo particolare: nessuno dei condannati per Tangentopoli, a parte tre o quattro sfigati, ha scontato la pena in carcere. Intanto perché le pene per la corruzione sono basse e fra sconti, attenuanti e amnistie portano a condanne perlopiù inferiori ai 3 anni (che in Italia non si scontano in galera, ma ai domiciliari o ai servizi sociali). Eppoi perché, appena partirono i processi, i governi di destra e di sinistra si attivarono per mandarli in fumo con varie leggi salva-ladri spacciate per “garantismo”. Una invalidava le prove e le confessioni raccolte dai pm. Una depenalizzava l’abuso d’ufficio non patrimoniale.
Altre allungavano i tempi dei processi. L’ex Cirielli dimezzava i tempi della prescrizione. L’indulto triennale votato nel 2006 da destra, centro e sinistra salvò i pochi condannati superstiti. Perciò le manette di Mani Pulite non dissuasero nessuno dal ricominciare a smazzettare: perché erano finte. Virtuali. Scritte nei Codici, ma mai scattate se non per brevissime custodie cautelari (e non per gli eletti, protetti dall’immunità-impunità-omertà parlamentare). Quanto alle “manette esibite in pubblico” ai tempi della “bavbavie!” di Mani Pulite, è una leggenda metropolitana: l’unico imputato di Mani Pulite ripreso in vinculis fu il dc Enzo Carra quando fu giudicato per direttissima per falsa testimonianza (e regolarmente condannato). Era – ed è – prassi delle forze dell’ordine accompagnare gli imputati detenuti dai cellulari al Tribunale con le manette ai polsi collegate da una catena per evitare fughe, atti di violenza o di autolesionismo. A quegli schiavettoni erano lucchettati ben 50 imputati, sotto gli occhi di tutti nel corridoio del Palazzo di giustizia. Poi quelli dei casi più semplici (quasi tutti spacciatori extracomunitari) furono via via sganciati per i vari processi e restò solo Carra, giudicato per ultimo. Naturalmente fece notizia e scandalo solo un caso su 50: quello del politico (“bavbavie!”). L’indomani, mentre la casta strillava alla Gestapo e alla tortura, un gruppo di detenuti di Asti scrisse una letterina alla Stampa: “Siamo tutti ladri di galline, eppure in tutti i trasferimenti veniamo incatenati ben stretti, per farci male, e restiamo incatenati in treno, in ospedale, al gabinetto, sempre. Anche noi appariamo in catene sui giornali prima di essere processati, ma nessuno ha mai aperto un dibattito su di noi. Ci domandiamo quali differenze esistano fra noi e il sig. Carra. Al quale, in ogni caso, esprimiamo solidarietà”.
Oggi come allora i garantisti all’italiana non si occupano di loro: si danno pena per i politici (sempreché siano del partito giusto: l’anno scorso Marcello De Vito del M5S fu ripreso e fotografato durante l’arresto, fra l’altro poi annullato dalla Cassazione, senza che nessuno facesse una piega o gridasse alla “bavbavie”) e i ricchi (molto popolari nel mondo dell’editoria perché pagano gli stipendi). È bastato che Conte&C. evocassero le manette agli evasori perché il consueto cordone di protezione si dispiegasse su giornali e talk show. Fiumi di parole sulla nostra copertina con le manette (“perversione”, “bavbavie”, “ovvove”!), ovviamente senza i volti dei destinatari (anche se qualcuno in mente ce l’avremmo). Gargarismi da finti tonti sulla “presunzione di innocenza”, che non c’entra una mazza, visto che non abbiamo mai titolato “Manette ai non evasori”. Balbettii benaltristi sulle “vere armi di lotta all’evasione”, che sono sempre “altre” ma nessuno dice mai quali, anche perché in tutti i Paesi civili chi evade finisce in galera senza che nessuno strilli alla “bavbavie”, e guardacaso quei Paesi hanno meno evasione di noi. Mark Twain diceva: “Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare”. Ecco: se il carcere agli evasori non servisse a niente, sarebbe previsto da sempre.

Clima, ecco le 20 aziende che producono un terzo delle emissioni mondiali. - Alberto Magnani

Risultati immagini per clima


Il 35% di tutte le emissioni di anidride carbonica e metano dal 1965 al 2017 è stato prodotto da 20 colossi del settore petrolchimico. In testa Saudi Armaco (il 4,38% del totale), la multinazionale statunitense Chevron (il 3,2% del totale) e la russa Gazprom (3,19%). Lo rivela un’indagine del Climate accountability institute rilanciata dal Guardian.

Oltre un terzo delle emissioni di anidride carbonica e metano, i cosiddetti gas serra, è stata prodotta da appena 20 colossi internazionali dell’oil&gas. Nel complesso si parla di 480 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (una misura che indica l’impatto di gas serra diversi), pari al 35% di tutte le emissioni da combustili fossili e cemento prodotte su scala globale dal 1965 al 2017. Sul “podio” svettano la compagnia nazionale saudita Saudi Aramco (il 4,38% del totale), la multinazionale statunitense Chevron (il 3,2% del totale) e la russa Gazprom (3,19%), responsabili da sole di più di un decimo delle emissioni generate su scala internazionale negli ultimi 50 anni circa.

I dati emergono da un report pubblicato dal Climate accountability institute, un istituto di ricerca, e rilanciato dal quotidiano inglese Guardian. «Basandoci sulla teoria che i produttori di combustili fossili hanno una responsabilità per gli effetti negativi dei loro prodotti - si legge nel report - Abbiamo determinato in che misura i combustili fossili delle singole aziende abbiano contribuito all’aumento delle emissioni».
Le 20 aziende che producono più emissioni.


Quei miliardi tonnellate di CO2 e metano emessi in 50 anni.
480 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente attribuite alle 20 aziende in classifica, di cui 12 a controllo statale, incidono sul totale di 1.354 tonnellate prodotte nel periodo sotto esame (1965-2017) dalle stesse fonti. L’intera serie storica analizzata dall’istituto rivela che un totale 103 realtà aziendali ha prodotto il 69,8% di tutte le emissioni registrate dal 1751, con un’incidenza sul 30% netto delle emissioni solo da parte delle 20 società in cima al ranking. «Metà di tutte le emisisoni da combustibili fossili e cemento dal 1751 ad oggi - si legge nel report - sono state prodotte dal 1990 ad oggi. Queste aziende hanno significative responsabilità morali, finanziarie e legali sulla crisi climatica». Oltre alla triade Saudi Aramco, Chevron e Gazprom, la classifica include nomi come ExxonMobile (3,09%), National iranian oil (2,63%), Bp (2,51%) e Royal Dutch Shell (2,36%).

mercoledì 16 ottobre 2019

Ma mi faccia il piacere. - Marco Travaglio 14 ottobre 2019

Risultati immagini per guazzabuglio


Funeral Party. “Big assenti e contestazioni: la festa M5S è un funerale. Grillo diserta le celebrazioni per i 10 anni. La base, contraria al governo col Pd, è pronta a farsi sentire” (Libero, 10.10). 
“Festa M5S, incognita Grillo. E nasce la corrente dei ‘40’. In forse la presenza del Garante a Napoli” (Il Messaggero, 10.10). 
“Le assenze pesanti alla festa 5Stelle. Tanti malumori tra gli eletti” (Corriere della sera, 11.10). 
“I 10 anni del M5S ricordano ai militanti che il grillismo può governare solo se sceglie di tradire le sue promesse” (Il Foglio, 12.10). 
“Assenze e mugugni. Rischia il flop la festa per i 10 anni del M5S” (Repubblica, 12.10). 
“Buona notizia. Dopo appena 10 anni i 5Selle si sfasciano. Eletti ed elettori se ne vanno” (Filippo Facci, Libero, 12.10). “Il cruccio di Di Maio alla festa 5SStelle: ‘Vedo Napoli e poi muoio?’” (Riccardo Barenghi, La Stampa, 12.10). 
Infatti. Morgan di Nazareth. “L’ignoranza e l’arretratezza di costume dell’Italia sono arrivate al punto tale da sfrattare un artista. Non è mai successo nella storia, è una barbarie. Non è una società giusta, del resto hanno ucciso Cristo, dopo di quello può succedere di tutto” (Marco Castoldi in arte Morgan, cantante, alla Biennale di Milano, 11.10). Perchè, anche San Giuseppe non pagava l’affitto?
Ciarlamento. “La legge sul taglio dei parlamentari la voterò perché sono nella maggioranza e sono leale. Ma un minuto dopo sarò al lavoro per raccogliere le firme e chiedere un referendum per dire no a questa riforma” (Roberto Giachetti, Pd, alla Camera, 8.10). Noi eravamo sempre stati favorevoli al taglio dei parlamentari. Poi abbiamo ascoltato quelle parole nobili, coerenti, elevate e l’angoscia ci ha assaliti: e se, fra i 230 deputati che verranno a mancare al prossimo giro, ci fosse anche Giachetti? Non ce lo perdoneremmo mai.
Vuoto Daria. “Instagram vince, ma la tv è viva” (Daria Bignardi, Repubblica, 8.10). Sopravvive persino alla Bignardi.
Braccia rubate. “Ci governa il partito della cadrega” (Gian Marco Centinaio, ex ministro dell’Agricoltura e deputato Lega, La Verità, 7.10). Tipo quella che ha appena perso lui.
Atroce sospetto. “Fatture false, i genitori di Renzi condannati a un anno e nove mesi. L’ex premier amaro: vogliono colpire me” (il Messaggero, 8.10). Perché: le ha emesse lui?
Sinceri democratici. “Manca la democrazia. Malessere solo all’inizio” (Gelsomina Vono, deputata passata dal M5S a Italia Viva di Renzi, Libero, 12.10). Non ci si può neppure mettere all’asta al migliore offerente.
Concorrenza sleale. “Primo testo di legge renziano: commissione anti fake news. L’iniziativa a firma Boschi: un’inchiesta parlamentare sui ‘delitti contro la Repubblica’. Si vuole indagare anche sul referendum 2016 e sulla diffusione massiva di bufale sui social” (il Messaggero, 10.10). Pretendono l’esclusiva.
Emme Bonine. “Il Pd sbaglia tutto se si sposa con il M5S. L’alternativa è con noi” (Emma Bonino, Repubblica, 13.10). Noi chi? Ormai parla al plurale maiestatico, come il Papa.
Qui lo dico e qui lo nego/1. “La questione del crocifisso in classe è molto sentita in Italia. Meglio appendere alla parete una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione” (Lorenzo Fioramonti, ministro 5Stelle dell’Istruzione, Un giorno da pecora, Radio 1, 30.9). “Sono sgomento di fronte al vespaio mediatico di polemiche su tale questione, che non è assolutamente una priorità” (Fioramonti, Circo Massimo, Radio Capital, 2.10). Quindi una cosa è certa: non sappiamo se sia il primo o il secondo, ma c’è un Lorenzo Fioramonti che va in giro a spacciarsi per Lorenzo Fioramonti.
Qui lo dico e qui lo nego/2. “Non è che se un ultimatum lo lanci dal Papeete è peggio che se lo lanci dalla Leopolda” (Andrea Orlando, vicesegretario Pd, 6.10). “Si è alimentata una mini campagna strumentale, basata su una fake news e corredata da tanto di cards, simili ad altre già viste in passato. Non ho mai detto né pensato che Leopolda e Papeete fossero la medesima cosa. Aggiungo che sono abituato a queste manganellature mediatiche. Sono stati veicolati, anche in questo caso con tecniche già viste, contro di me commenti con insulti e contenuti diffamanti di cui si occuperanno i miei legali” (Orlando, 7.10). Addirittura! Per una volta che ne aveva detta una giusta.
Il titolo della settimana. “Più fisco, più manette” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 11.10). Paura eh?

https://www.facebook.com/giberto.gnisci/posts/2944671982216324

Due palle così. - Tommaso Merlo


Vederli uno di fianco all’altro con Vespa in mezzo, i tre sembravano la trilogia dell’organo genitale maschile. Una specie di “presepe vivente”. Un testicolo più peloso a sinistra, uno più depilato a destra e un asta gobba e flaccida in mezzo. Un presepe vivente fuori stagione come del resto il loro duello politico. Il governo è appena partito, non vi sono elezione politiche all’orizzonte, ma si sa com’è fatta la coppia. Non sta mai ferma. Rotea, dondola. Sempre in mezzo. Evaristo quello sinistro. Ernesto quello destro. In studio l’asta vespasiana penzola di qua e di là ma sembra aver raggiunto la pace dei sensi e da mò. Moscia, superflua. La coppia si scarica addosso spezzoni tratti dal proprio repertorio. Slogan triti e ritriti, battute venute a noia, frasi fatte e strafatte. Due palle così. Davvero. Il mondo cambia ma i due son sempre gli stessi. Magari più gonfi e indolenziti a causa dell’usura e dei calcioni presi dalla vita. Ma alla fine sempre i soliti due. In studio dondolano e roteano a favore di telecamere ma di contenuti politici neanche l’ombra. Davvero. Due palle così. I due si somigliano in maniera impressionante. Cambia solo la peluria che li ricopre. Evaristo quello sinistro. Ernesto quello destro. Anche la concezione di cosa sia la politica è identica, una perenne campagna elettorale. Chiacchiere, promesse. Esibizioni davanti a qualche pubblico per vendere la propria immagine e quella del proprio fans club. Per strappare consensi e quindi voti e quindi poltrone e quindi soldi. Altro che fare le cose. Altro che piegare umilmente la schiena per risolvere i problemi dei cittadini. Realtà virtuale. Recitazione. Una concezione politica figlia del giurassico populismo di natura berlusconiana. Il loro vero padre culturale. Mamma Mediaset. Ruota della fortuna. Un modello che ha fatto danni devastanti. Quello con un cialtrone in cima e le tifoserie sotto a scannarsi sul nulla. Quello della pubblicità ingannevole sparata dalla mattina alla sera. Decenni buttati via dietro a certe coglionate. In studio i due dondolano e roteano. Nella vita non hanno fatto altro che sguazzare nello scroto della politica. E si vede. Identici anche nella loro totale irresponsabilità. Perché i due hanno governato, eccome se lo hanno fatto. Con risultati disastrosi. Eppure sono sempre in mezzo. Come nulla fosse. Come un presepe vivente fuori stagione. Evaristo. Ernesto. Con Vespa che penzola inerme tra i due. Davvero. Due palle così.

Manovra, ok 'salvo intese' del Cdm al Decreto fiscale e alla Legge di bilancio. - Serenella Mattera e Silvia Gasparetto


Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri (archivio)

Tetto di 2mila euro al contante, 8 anni di carcere per i grandi evasori.


Un lungo e "impegnativo" Consiglio dei ministri dà il via libera, salvo intese, a una legge di bilancio da circa 30 miliardi e al decreto fiscale.
L'accelerazione arriva a sorpresa, a ridosso di una riunione che avrebbe dovuto approvare solo il Documento programmatico di bilancio da inviare all'Ue. Poi il Cdm dura quasi sei ore. Si discute norma su norma. Passa il superbonus per chi paga con carta di credito, fortemente voluto dal premier Conte. Salgono a 600 milioni le risorse per la famiglia. Arriva da settembre 2020 l'abolizione del superticket. Ma il confronto si fa assai animato sul tetto al contante, su cui Italia viva arriva a minacciare il non voto, e sul carcere agli evasori, per il quale il M5s fa barricate. Su entrambe le norme si arriva a una mediazione: la soglia del contante scende da 3000 a 2000 euro e poi a 1000 euro dal 2022, mentre per il carcere arriva una prima norma poi già si annuncia un emendamento. Di sicuro, si discuterà ancora.
Sono le cinque del mattino quando Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri scendono in sala stampa, per dichiarare la loro "soddisfazione". "La manovra è espansiva: siamo riusciti a evitare l'incremento Iva e realizza vari punti del programma di governo", sottolinea il premier, che cita i 3 miliardi per il taglio delle tasse sul lavoro, il Green new deal, le misure per la famiglia e la disabilità. In legge di bilancio sono confermati anche Ape social e opzione donna. Arriva un bonus facciate. "Le coperture sono solide, i numeri particolarmente robusti", assicura Gualtieri: 3 miliardi arrivano da misure per il contrasto all'evasione e altri 3 miliardi arrivano dall'extragettito dei pagamenti legati agli Isa. Ma è il capitolo evasione a tenere banco nella lunga notte del Cdm. Conte ne ha fatto una battaglia personale. A poche ore dal Consiglio incita via sms Gualtieri a non cedere al pressing di tecnici e politici: "Mi piacerebbe che tu fossi al mio fianco in questa battaglia ma sono pronto ad assumermi la responsabilità perché o si fa "una rivoluzione" o "è inutile", scrive al ministro. Poi si batte in Cdm contro le resistenze di renziani e Cinque stelle. Quando è quasi l'alba esulta: nasce il piano "Italia Cashless che, senza penalizzare nessuno, incentiva l'utilizzo della moneta elettronica e i pagamenti digitali per favorire l'emersione dell'economia sommersa", spiega. E incassa un superbonus "della Befana", per il quale il premier chiede 3 miliardi, che verrà dato a chi paga con carta. L'accelerazione in Cdm nasce però dalla volontà di frenare il crescendo di tensioni nella maggioranza proprio sulle misure per l'evasione. "Se continuiamo così ci facciamo del male", scuote la testa un ministro. Contro la stretta sul contante ci sono Matteo Renzi, che nel 2015 aveva alzato il tetto tra i malumori del Pd, e una parte del M5s, che fa trapelare scontento verso la scelta del premier di varare la misura. Anche il presidente della Camera Roberto Fico dice che "il limite può calare ma non è priorità". Conte riunisce a lungo i capi delegazione prima del Cdm: cerca l'intesa per approvare l'intero pacchetto in Consiglio dei ministri. Per il M5s c'è Riccardo Fraccaro, in contatto con Di Maio da Washington. Al termine della riunione Conte viene descritto da chi è a Palazzo Chigi "molto irritato". I Cinque stelle, a loro volta, sono assai nervosi perché rischia di saltare il carcere agli evasori. E in Cdm prendono i "pop corn", senza schierarsi col premier, quando Conte e il Pd litigano con Iv sul contante. I renziani minacciano il veto. I ministri M5S, Alfonso Bonafede e Vincenzo Spadafora, discutono con Conte sulla norma per gli evasori. Alla fine la scelta è mediare, fino allo stremo, per non spaccarsi in Cdm. Così, con i volti stanchi ma "soddisfatti", Conte e Gualtieri dopo sei ore possono scendere in sala stampa - seguiti poi dal ministro Alfonso Bonafede - ad annunciare che il tetto al contante calerà, sia pur gradualmente. E che per gli evasori per ora si aggrava la pena solo per un reato, la dichiarazione fraudolenta: la norma inserita nel dl fiscale è un primo tassello, assicurano, su cui agganciare il pacchetto complessivo che arriverà via emendamento. Per il M5s è la garanzia che non si faranno scherzi.

Amenità.





Un fantasma dietro l’Air Force Renzi. Sparita la società che lo vendette. - Daniele Martini, ilFQ.




Parafrasando una frase celebre di Winston Churchill riferita alla Russia, si può dire dell’Air Force di Matteo Renzi che “è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma”. Più si cerca di far luce su quell’affare dai contorni stralunati e più si scovano stranezze. Si scopre, ad esempio, che perfino la proprietà originaria di quell’aereo è misteriosa, avvolta nel fumo di una sigla: UTHL. Si sa per certo che Etihad, la compagnia dell’Emiro di Abu Dhabi fornitrice di quell’Airbus 340/500 con un leasing (affitto) del valore superiore di circa 26 volte il valore dell’aereo stesso, a sua volta gestiva in precedenza quel jet tramite un leasing. E che prima di chiudere l’affare con l’Italia, Etihad ha riscattato quello stesso leasing per diventare proprietaria del velivolo e che ha preso questa decisione in seguito a un’esplicita richiesta proveniente dall’Italia, in particolare da parte di chi a Palazzo Chigi stava trattando la partita. Anche se non è chiaro il motivo di una richiesta del genere, dal momento che lo Stato italiano avrebbe poi firmato il contratto di leasing non con Etihad, ma con Alitalia.

La cifra mostruosa dagli italiani a Etihad.
Fatto sta che Etihad ha sostenuto a suo tempo di aver effettivamente riscattato, cioè comprato, l’aereo. Il passaggio di proprietà e la sigla UTHL risultano effettivamente nei registri aeronautici dei certificati di proprietà degli aerei. Trattandosi di leasing e di riscatto, a logica UTHL dovrebbe essere un lessor, cioè un soggetto, una società che per mestiere tratta aerei e li dà in affitto o li vende alle compagnie aeree di tutto il mondo. UTHL si sarebbe fatto riscattare da Etihad l’aereo di Renzi a fronte del pagamento di una somma di denaro. Presumibilmente a UTHL o ad essa più altri sono stati girati i 25 milioni di dollari (quasi 23 milioni di euro) o una parte di essi sborsati da Alitalia a Etihad a titolo di “prepagamento del leasing operativo” e documentati da una fattura che Il Fatto ha pubblicato nell’edizione del 2 ottobre.

Questa, almeno, è la spiegazione fornita dal capo della flotta Etihad, Andrew Fisher, ai rappresentanti del ministero dei Trasporti italiano, allora guidato da Danilo Toninelli, nel corso di un incontro riservato che si tenne il 9 agosto di un anno fa all’hotel St.George di via Giulia a Roma di cui Il Fatto ha già dato in precedenza notizia.

Ma la faccenda è strana. In quanto commercianti, anche se di un prodotto particolare come gli aerei, i lessor hanno tutto l’interesse a farsi conoscere dai potenziali clienti. Normalmente qualsiasi lessor al mondo si presenta con un sito su Internet, si fa pubblicità, spiega bene come e dove si trova, fornisce i contatti, spesso espone e descrive la merce in offerta. UTHL no. Nonostante tutte le ricerche condotte con l’ausilio di chi conosce bene la materia, di UTHL non c’è traccia e non risulta neanche ci sia un’autorizzazione a operare riferita a quella sigla.

Le mancate promesse di chiarimento degli arabi.
Ma allora chi o che cosa è UTHL? Il Fatto ha rivolto questa semplice domanda a Etihad e ha inutilmente aspettato una risposta per quasi una settimana. Nonostante i reiterati solleciti da parte del giornale e le ripetute promesse di chiarimento da parte dei rappresentanti della compagnia araba, anche in forma scritta, nel momento in cui scriviamo non è ancora arrivata una riga di spiegazione.

Di fronte al muro di silenzio di Etihad, bisogna necessariamente ricorrere alle ipotesi per cercare di spiegare che cosa in realtà può essere questo o questa UTHL e quale ruolo può aver giocato nella strampalata storia dell’Air Force di Renzi. La prima ipotesi riguarda proprio il silenzio della compagnia araba: se non avesse avuto niente da nascondere riguardo all’acquisto dell’aereo da UTHL, Etihad non avrebbe dovuto avere reticenze di sorta a fornire le informazioni adeguate al Fatto.

Cosa si nasconde dietro quella strana sigla?
Se non è successo, vuol dire che c’è qualcosa da nascondere. Ma che cosa? Sempre per ipotesi si può ritenere che questa UTHL non sia mai esistita. O meglio, che magari esista sulla carta, ma sia una semplice sigla e che dietro ad essa non ci sia niente. E che quindi l’aereo di Renzi fosse di proprietà di Etihad già prima della comparsa di questa UTHL. E che questa UTHL sia solo una parent company, una specie di scatola, un cassetto di Etihad. Un mistero nel mistero. Di sicuro la vicenda dell’aereo di Renzi è uno dei capitoli dell’inchiesta più ampia che la Procura della Repubblica di Civitavecchia sta conducendo sulla bancarotta Alitalia.

https://infosannio.wordpress.com/2019/10/15/un-fantasma-dietro-lair-force-renzi-sparita-la-societa-che-lo-vendette/?fbclid=IwAR0gxPW4zFt0w_eLip0wEW9z0pl8eBiShLajmojL0uYTmZ4Ut25yPu4jZcs


Il Fatto: “L’air force Renzi ci è costato 26 volte in più”. - Daniele Martini - ilFQ


Le ipotesi sono tre e nessuna di esse è edificante. Prima ipotesi: ci sarebbero strani giri di danaro sulle capienti ali dell’ Air Force One caparbiamente voluto da Matteo Renzi quando era capo del governo. Qualcuno ad Abu Dhabi, che era il Paese fornitore dell’ aereo, o in Italia o in entrambi i luoghi, potrebbe essersi messo in tasca un bel po’ di soldi.

Seconda ipotesi: i quattrini per il pagamento dello stratosferico contratto di leasing (168 milioni di euro per 8 anni di esercizio) rientrerebbero in una specie di scambio di favori tra Alitalia – che a quel tempo era privata – e una delle parti firmatarie del contratto, Etihad, la compagnia dell’ Emiro di Abu Dhabi diventata socia della stessa Alitalia grazie soprattutto all’ intervento di Renzi.

Poco tempo prima della stipula dell’ accordo per l’ Air Force, la compagnia di Fiumicino aveva emesso un’ obbligazione per un importo quasi identico a quello del leasing, circa 200 milioni di dollari, interamente sottoscritti da Etihad. L’ affare dell’ aereo sarebbe stato un modo “creativo” per consentire ad Alitalia di restituire agli arabi il sostegno ricevuto facendolo pagare dai contribuenti italiani. Tanto questi ultimi non si sarebbero accorti del giochetto essendo il contratto dell’ Air Force inspiegabilmente classificato come segreto di Stato.

La terza e ultima ipotesi è ancora più avvilente: coloro che a Roma trattarono la partita con il fiato sul collo del capo del governo, in particolare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, e il consigliere militare di Renzi, generale Carlo Magrassi, non riuscirono a impedire che Etihad facesse un facilissimo gol a porta vuota.

Gaetano Intrieri fu il manager aeronautico che due anni dopo, nel 2018, bloccò l’affare facendo risparmiare allo Stato italiano 118 milioni di euro essendo già stati pagati 50 milioni per il leasing.

Lavorando per il vicecapo del governo, Luigi Di Maio, e del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, entrambi 5 Stelle, egli si imbatté in quella faccenda accorgendosi subito che era un bidone. A distanza di un anno Intrieri ha deciso di mettere a disposizione del Fatto Quotidiano la documentazione e gli appunti degli incontri riservati su quella vicenda.

Il manager scoprì che i contratti in realtà erano due: uno tra Alitalia ed Etihad; il secondo tra Alitalia da una parte e dall’altra il ministero della Difesa, il Segretariato generale della Difesa e Armaereo (la Direzione degli armamenti aeronautici). Di fatto la società privata Alitalia agiva da intermediario tra Etihad e lo Stato italiano tramite un contratto pubblico che però veniva secretato.

Lavorando per un lessor (locatore di aerei) americano, Intrieri aveva ricevuto in quel periodo tramite la società inglese EAL l’offerta di due Airbus A340-500 Etihad, proprio lo stesso modello di quello di Renzi, tra cui uno in configurazione Vip prodotto nello stesso anno dell’Air Force. Prezzo: circa 7 milioni di dollari ciascuno (6,4 milioni di euro), cioè la bellezza di 26 volte meno di quello che Etihad stava incassando dallo Stato italiano per l’affitto dell’ aereo di Renzi.

Il contratto di leasing operativo dell’Air Force prevedeva inoltre un prepagamento anch’esso assolutamente fuori mercato di 25 milioni di dollari, che Etihad fatturò ad Alitalia (foto in pagina). Attraverso le sue conoscenze negli ambienti aeronautici internazionali, compresi i vertici di Etihad, Intrieri venne a sapere che parte di quella somma era servita alla stessa Etihad per diventare proprietaria dell’ Airbus che fino a quel momento la compagnia di Abu Dhabi aveva solo in leasing. Di fatto lo Stato italiano aveva versato tramite Alitalia quattrini dei contribuenti a una società estera perché quest’ ultima acquistasse un aereo che poi sarebbe stato preso in affitto e usato dal capo del governo italiano.

Il contratto prevedeva inoltre una serie di “Prestazioni programmate” non comprese nel prezzo e sottratte alla competenza di Armaereo. Per queste prestazioni Alitalia stava fatturando al ministero della Difesa prezzi superiori fino a 3 volte quelli di mercato. Il solo servizio di manutenzione di linea aveva un extracosto per l’ erario di 380 mila euro l’ anno mentre la semplice custodia dell’ aeromobile costava più di 100 mila euro al mese.

Intrieri constatò che per l’ aereo non era stata bandita alcuna gara internazionale e che era stato sottoposto a una registrazione civile e non militare, al contrario della norma. A quel punto il manager fece capire a tutti che considerava la faccenda un’ enorme truffa con l’ aggravio dell’ aiuto di Stato a favore di Alitalia (così come poi accertato dalla Corte dei Conti).

Poco dopo alcuni giornali cominciarono ad attaccarlo mentre in Parlamento furono presentate 4 interrogazioni a raffica, tutte di esponenti Pd, compresa quella di Enza Bruno Bossio poi indagata per corruzione in Calabria dalla Direzione distrettuale antimafia insieme al presidente Pd della Regione. Anche i dirigenti di Etihad si allarmarono.

Il 9 agosto 2018 il capo della flotta della compagnia araba, Andrew Fisher, volle incontrare Intrieri. La riunione si svolse all’ hotel St. George di via Giulia a Roma, presente anche il sottosegretario Andrea Cioffi (5 Stelle).

Nelle email di preparazione della riunione, Fisher insistette molto perché fosse presente il generale Magrassi con cui Etihad aveva trattato l’ affare in precedenza, ma Magrassi non si presentò. Tentando di parare le obiezioni di Intrieri e volendo evitare in extremis la rescissione del contratto, il dirigente della compagnia araba propose di ridurre di oltre sei volte l’ importo del leasing, da una rata di 800 mila euro al mese a 120 mila. Toninelli a quel punto decise di annullare il contratto.

Le ultime resistenze contro la rescissione ci furono da parte del capo staff Alitalia, Carlo Nardello, e poi durante un incontro che si tenne il 10 settembre al ministero di Di Maio da parte del capo di gabinetto, Vito Cozzoli. Nonostante tutto, alla fine il contratto fu finalmente annullato. Ora su di esso indagano la Procura della Repubblica di Civitavecchia e la Corte dei Conti.

https://infosannio.wordpress.com/2019/10/02/il-fatto-lair-force-renzi-ci-e-costato-26-volte-in-piu/