mercoledì 6 maggio 2020

Malafede. - Marco Travaglio

Le persone perbene, che a certi livelli si contano sulle dita di un monco, sono naturalmente portate al battibecco: l’antimafia, anche la migliore, è piena di casi del genere (Sciascia-Borsellino, Orlando-Falcone…). Invece i manigoldi, che a certi livelli si contano sulle dita della Dea Kalì, sono molto più flessibili grazie ai loro stomaci moquettati. Quindi oggi in Parlamento assisteremo alla scena più comica della storia dopo la mozione “Ruby nipote di Mubarak”: Bonafede trascinato a render conto di presunti cedimenti alla mafia indovinate da chi? Da Forza Italia, partito ideato da un mafioso e fondato da un finanziatore di Cosa Nostra, che sventola senza pudore la bandiera di Nino Di Matteo, il pm che ha fatto condannare Dell’Utri per la trattativa Stato-mafia durante i governi Amato, Ciampi e B. e che, se dipendesse da FI, sarebbe stato spazzato via dalla magistratura prima che ci pensasse la mafia. La fiera del tartufo, e della malafede.
Dopo i trii comici Troisi-Arena-De Caro, Aldo-Giovanni-Giacomo e Lopez-Marchesini-Solenghi, ora abbiamo FI-Lega-Iv. Salvini – appena eletto dalla Bbc cazzaro dell’anno insieme a Trump e Bolsonaro, con gran scorno dell’Innominabile – parla di “sospetti preoccupanti avanzati da un pm antimafia. Pensate se fosse accaduto a un ministro della Lega o a Berlusconi: sarebbe stata la rivoluzione della sinistra”. Veramente Di Matteo non ha mai detto che Bonafede abbia ceduto a pressioni mafiose. Quanto a cosa sarebbe accaduto alla Lega o a B., non c’è bisogno di immaginare: durante i loro governi si tennero trattative fra Stato e mafia sul 41-bis, sul decreto Biondi, sulla dissociazione ecc, un ministro mai cacciato disse che “bisogna convivere con la mafia”, si approvarono leggi svuotacarceri à go go e si propose di abrogare il 41-bis, il 416-bis, l’ergastolo e i pentiti, come da papello di Riina. Quanto alla “nuova” Lega, che da Nord a Sud ha imbarcato il peggio del forzismo, chi fu ad arruolare e sponsorizzare Paolo Arata (socio occulto del fiancheggiatore di Messina Denaro e compare del pregiudicato Siri)? Naturalmente Salvini. 
Ultimo del trio in ordine di voti è l’Innominabile che riesce a definire, restando serio, la polemica Di Matteo-Bonafede “il più grande scandalo della giustizia degli ultimi anni”. Modesto, il ragazzo: e dove lo mette lo scandalo del Csm, coi suoi amichetti Ferri e Lotti impegnati in notturni conversari a pilotare le nomine dei procuratori? Cosimino Ferri, anziché darle lui, ha chiesto le dimissioni di Bonafede. Una zampata da capocomico che stermina in un sol colpo il trio FI-Cazzaro-Innominabile e fa di lui il nuovo Principe della Risata.

TARTAGLIA E PETRALIA AL DAP. - Viviana Vivarelli.

Auguri di buon lavoro a Petralia e Tartaglia
Dino Petralia e Roberto Tartaglia

Di Matteo sulla carica di direttore dei penitenziari ci contava troppo e il suo orgoglio è rimasto talmente ferito che dopo due anni non ha superato la ferita. E' un magistrato eccezionale ma non è un santo. Del resto ha sbagliato anche lui che doveva prendere al volo l'offerta e non procrastinarla. Dopo ha sbagliato ancora perché poteva accettare il ruolo di capo degli Affari penali dove avrebbe potuto incidere fortemente sulle leggi.
A sua volta, Bonafede ha sbagliato a preferire un oscuro magistrato coma Basentini, che di mafia non si era mai occupato e aveva fatto processi solo di rimborsopoli, al più grande nemico della mafia come Di Matteo che avrebbe impedito che dal carcere di massima sicurezza i boss della mafia continuassero a gestire i loro affari criminosi, persino con il 51 bis. La sua scelta non è comprensibile né accettabile. L'unica spiegazione possibile è che Basentini sia stato imposto dalla Lega, per non offendere Cosa nostra. Del resto, se la Lega vuole vincere al sud, deve ereditare il posto servente di Berlusconi e andare a patti con la criminalità organizzata che può darle un notevole bacino elettorale. Certo è che con Di Matteo non sarebbe mai avvenuto che con la scusa dal contagio e dopo l'esplosione delle rivolte nelle carceri e i 14 morti, ben 367 detenuti mafiosi fossero mandati ai domiciliari. La condotta di Basentini dovrebbe essere sottoposta a inchiesta e le sue dimissioni non bastano. Ma, se fosse così, quella soggetta alla mafia sarebbe la Lega, non certo Bonafede, che è riuscito ugualmente a realizzare leggi importantissime nella lotta alla mafia come la legge anticorrotti, la legge contro lo scambio dei voti mafioso, il decreto di indurimento al rilascio di detenuti mafiosi, il peggioramento del 51 bis, e infine la nomina di due degne persone ai penitenziari come Tartaglia e Petralia.
Roberto Tartaglia ha lavorato a Palermo presso la Direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica, dove è stato titolare di importanti processi di criminalità organizzata, come quello sulla trattativa Statp-mafia o quelli contro imputati esponenti di primo piano di Cosa Nostra (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella) insieme ad esponenti della politica e delle Istituzioni di sicurezza (Marcello Dell’Utri, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni), si è occupato degli omicidi di Piersanti Mattarella e di Peppino Impastato. Ha investigato Dell'Utri e ha permesso il sequestro del patrimonio occulto del tesoriere di Riina e Provenzano
Dal maggio 2019 è consulente della Commissione parlamentare antimafia.
Dino Petralia, amico di Falcone e da sempre toga antimafia, è il nuovo capo delle carceri scelto da Bonafede, ha lavorato a Trapani, Sciacca, Marsala, Palermo e Reggio Calabria. Al Csm ha contestato le leggi di Berlusconi. Una vita spesa nella lotta alle cosche e, nello stesso tempo, nell'approfondimento giuridico per garantire una giustizia giusta, vita che va tutta in una direzione, dalla parte dello Stato contro chi ne viola le leggi. Contro la mafia, senza indulgenze di sorta, ma nel pieno rispetto della Carta e delle leggi che ne originano.
Lavoreranno in team.Tra i due, Petralia e Tartaglia, il rapporto è ottimo, perché entrambi hanno lavorato a Palermo, Tartaglia pm e Petralia procuratore aggiunto. Di più: Tartaglia lavorava nel pool sulla corruzione, di cui Petralia era il diretto coordinatore. È la prima volta che la scelta di un vertice cade su due figure già in stretto rapporto tra di loro, che quindi possono garantire una guida concordata.


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Il dubbio. - Massimo Erbetti

Psicoterapia cognitiva: diamoci il beneficio del dubbio

Insinuare il dubbio, screditare, infangare, deridere...e alla fine, se tutto questo non funziona...una bomba.
La mafia ha sempre usato questi metodi, la mafia non ti uccide subito, no, prima di farlo ti isola, fa in modo che tu rimanga solo, uccidere qualcuno che è appoggiato dallo Stato, che ha l'opinione pubblica dalla sua parte è pericoloso, fa troppo clamore. La mafia non vuole essere al centro dell'attenzione, agisce nel buio, in silenzio, non vuole i riflettori puntati. Lo stesso Falcone subì questo trattamento, quando fu vittima del primo attentato, al quale miracolosamente scampó, ci fu qualcuno che insinuó addirittura, che fu lo stesso Falcone ad organizzarlo, motivo? Per emergere, per farsi paladino dell'antimafia. "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno", questo diceva Falcone, "... perché si è soli... privi di sostegno". Così uccide la mafia, isolando. Oggi nella diatriba Bonafede Di Matteo, vedo tanto, troppo tifo da stadio, ha ragione uno, la ha l'altro.. si deve dimettere il Ministro...Di Matteo ha deluso...e se invece fossero entrati a far parte di "... un gioco troppo grande..."? E se invece di tifare, si cominciasse a pensare che entrambi sono vittime? O magari la vittima, la vittima designata fosse uno dei due e si usasse l'altro per screditarlo? Ci sono troppe cose che non quadrano in questa storia, prima la rivolta nelle carceri. Non trovate strano che siano scoppiate tutte insieme? Non pensate che dietro quelle rivolte, apparentemente singole, ci sia un'unica regia? Poi le scarcerazioni dal 41bis...colpa del Ministro, dicono in molti, ma non è così, "la colpa", se di colpa si può parlare, non è del ministro, ma di alcuni magistrati, per chi non lo sapesse in Italia c'è la divisione dei poteri, non è la politica ad attuare le scarcerazioni, ma la magistratura, che agisce attuando le leggi, quelle leggi che non ha certo fatto il governo attuale, leggi emanate sotto il governo Berlusconi e dovrebbero saperlo bene Salvini e Meloni, che oggi vogliono le dimissioni del Ministro...quelle leggi sono anche le loro, visto che con Berlusconi ci governavano. Altra cosa strana: sembrerebbe che alcune scarcerazioni siano state attuate da un magistrato che "casualmente" è moglie di un leghista, sicuramente le colpe dei padri, in questo caso delle mogli, non possono ricadere sui figli (in questo frangente dei mariti), ma qualche dubbio abbiamo il diritto di averlo no? E per ultimo, ma non ultimo, sembrerebbe che la mancata nomina di Di Matteo al ruolo ambito nel 2018 e la scelta dell'altro candidato sia dovuta a pressioni della Lega...è vero? È falso? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai.
Insinuare il dubbio, screditare, infangare, deridere...e alla fine se tutto questo non funziona...una bomba.
Bonfade per le sue leggi e Di Matteo per le sue lotte, sono personaggi scomodi e se vogliamo bene a questo paese, se vogliamo veramente combattere mafia e malaffare, se proprio vogliamo avere dei dubbi, non è certo su di loro che dobbiamo averli, ma su chi sta cercando di screditarli entrambi.

"Si muore... perché si è soli... privi di sostegno", non dimenticatelo mai.

Pignatone ammette: “Forti richieste da Centofanti”. - Antonio Massari

Pignatone ammette: “Forti richieste da Centofanti”

Agli atti dell’indagine su Palamara, le pressioni dell’imprenditore per far trasferire il fratello.
Che l’imprenditore Fabrizio Centofanti, indagato a Perugia con il pm romano Luca Palamara per corruzione dell’esercizio della funzione, fosse stato in contatto con l’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, è un fatto ormai noto. Quel che non si sapeva, ma si ricava dai documenti depositati nell’inchiesta perugina su Palamara, è che i rapporti di Centofanti con Pignatone erano tali da consentirgli di fare richieste pressanti per il trasferimento di suo fratello Andrea, che nel 2016 fu arrestato a Genova per tentata concussione. Al Fatto risulta che le vicissitudini di Andrea Centofanti erano piuttosto delicate sotto il profilo personale. E che, proprio per questo, suo fratello Fabrizio se ne occupò. Pignatone spiegherà al pm Stefano Fava (anche questi indagato a Perugia, ma per rivelazione di segreto), in un carteggio del 19 marzo 2019, che non si adoperò per il trasferimento anche se, come vedremo, in qualche modo affrontò l’argomento con alti generali della Guardia di Finanza. A segnalare l’argomento al pm Fava – titolare dell’indagine prima che fosse trasferita a Perugia – era stato il capitano della Gdf, Silvia di Giamberardino.
Scrive Pignatone: “Quanto alle notizie riferite dalla Di Giamberardino (…) Ho partecipato a una unica cena con il Centofanti Fabrizio e il gen. Minervini (Domenico, ndr) Comandante Interregionale della GdF e altre persone. Non sono andato, né sono stato invitato al matrimonio di Centofanti Andrea, non ho segnalato il Centofanti Andrea Ufficiale della GdF in servizio a Milano per il trasferimento al Nucleo PT di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello, a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per, così mi fu detto, una difficile situazione familiare”. Pignatone ne parlò con Saverio Capolupo, comandante generale della Gdf dal 2012 al 2016. “Chiesi notizie al gen. Capolupo, mio buon amico, che senza darmi particolari mi disse che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatami, per cui era difficile che l’aspirazione dell’ufficiale potesse essere soddisfatta. Mi limitai a riferire la risposta in termini ancora più generici a Fabrizio Centofanti e, in effetti, il fratello fu poi trasferito a Genova sede a lui non gradita”. Nessun reato, com’è ovvio, ma un segnale d’interessamento, dopo la pressante richiesta di Centofanti, c’è stato.
Oltre ai rapporti con Centofanti – ed è anche questo il motivo del carteggio con il pm Fava – c’erano poi le consulenze del fratello di Pignatone, Roberto. In particolare quelle su Piero Amara del quale, come vedremo, Fava aveva chiesto inutilmente l’arresto. Piero Amara è un ex legale esterno dell’Eni. Era stato imputato in due procedimenti a Siracusa e aveva nominato consulente Roberto Pignatone che appare nella sua lista testi. Anche in questo caso, nessun reato. Ma Fava si chiede – e il 27 febbraio depositerà la sua richiesta al Csm – se Pignatone non avrebbe dovuto astenersi dai fascicoli che riguardavano Amara. Il 18 marzo, Fava si vede revocare l’inchiesta perché non è in linea con il pool di magistrati che segue il fascicolo, sull’esigenza dell’arresto di Amara. Accusato di rivelazione del segreto d’ufficio con Palamara, proprio perché, secondo la Procura di Perugia, gli ha rivelato il contenuto dell’esposto al Csm, Fava spiega ai pm perugini il senso del suo esposto: “Ribadisco che volevo solo rendere edotto il Csm di una situazione per me di incompatibilità, perché noi avevamo incontrato Amara molto prima del luglio 2017 che è il periodo al quale risulterebbe la richiesta di astensione del dr. Pignatone”.
Il 19 marzo, nella stessa lettera in cui parla di Centofanti, Pignatone spiega: “Ribadisco quanto affermato durante la riunione con i colleghi Prestipino, Sabelli, Ielo, Palazzi e Tucci e cioè di essere sicuro di aver informato la Signoria Vostra a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 ,quando divennero oggetto di indagini l’Amara Pietro e il Bigotti Ezio dell’esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello avv. Roberto Pignatone”. In effetti, oltreché da Amara, Roberto Pignatone riceve consulenze anche da Ezio Bigotti, arrestato con lo stesso Amara e Centofanti.
Pignatone sottolinea che tutti i colleghi citati “hanno confermato di essere stati a suo tempo informati e che era stato concordemente ritenuto che non ci fosse motivo di astensione da parte mia”. Aggiunge infine di aver informato anche il procuratore generale “che aveva, con provvedimento formale, escluso che vi fossero ragioni di astensione”.