giovedì 7 febbraio 2019

Il festival di Sanremo di quest'anno, l'ho visto assieme a Giuseppe Sangiorgi e Antonio Lino Alessi. - Sofia Muscato

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Abbiamo ceci caliati, cannulicchi addimurati, citrosidina p'addicidiri e 120 anni, in tre.
È un gruppo d'ascolto sponsorizzato dalla Maico, in pratica.
Siamo così vecchi che conosciamo solo un quarto dei cantanti in gara.
Siamo così vecchi che a metà lettura del regolamento, uno di noi, non ce l'ha fatta ed è andato in rigor mortis.
Ad ogni modo, io rappresento la giuria demoSCOPICA, nel senso che darò valutazioni esclusivamente ormonali; Giuseppe rappresenta la giuria d'ODORE, nel senso ca a forza i ciciri, stamu murennu accutuffati e Lino rappresenta la giuria di QUANTITÀ, nel senso ca si pistiò na tonnellata di calia e semenza.
Infatti, certu, oj unn'agghiurnò.
Comunque.
Inizia Francesco Renga.
Io vorrei tanto concentrarmi sulle parole della canzone di Francesco Renga, ve lo giuro...
Solo che non sento niente.
Sarà la mia televisione che non va, anche perché lo schermo, nell'arco della serata, mi farsìa in continuazione.
Ma il problema vero è un altro.
Vedo Renga e penso ad Ambra.
Cioè, voglio dire, per me, Renga è come instagram per la Ferragni e il citofono per i Testimoni di Geova: impossibile da lasciare.
Ambra... ma tu sicura, sicura sei?
Ripensaci che Francesco nostro, con un acuto, ti resetta a livello nazionale, federale e continentale.
Quello, i triplete, li fa cantando-cantando.
Non come l'altro che, per triplete, c'è poco da stare Allegri!
Siparietto sulla giacca di Bisio.
AhahahHahhahaha AhahahHahhahaha
Ahahaffanculo.
È il momento di Nino D'Angelo e Livio Cori.
Livio Cori sussurra.
Non capisco una mazza.
Non capisco nemmeno chi è Livio Cori, s'è per questo, onestamente.
Giuseppe prova a regolare i volumi della mia tv, ma niente.
Livio Cori chi schifiu vulia diri, se lo sa lui.
Per fortuna che Nino D'Angelo si innesta sul partner con la grazia di un fruttivendolo che, mentre un moribondo emette un rantolo, attacca ad abbanniare:
"Peersecheee, percochee... haiu pira ca parinu puuumaaa... l'urtimi su!"
Insomma, si sposano bene: come la coca cola quando ci azzicchi dentro le mentos.
Intanto, il regista, mi fa vedere l'acconciatura del pianista.
Siccome l'ha inquadrata tredici volte in due minuti, deduco che sia di alto interesse artistico.
Forse che il ciuffo è Ionico?
Dorico? Corinzio?
Dobbiamo aspettare sabato, per capire.
Su Nek, che è pronto a non essere pronto, la giuria, che poi saremmo noi, si divide: la demoSCOPICA che, invece, è pronta a essere prontissima, lo promuove, anche perché è inutile ca'ntrizzamu e faciamu cannola: arrivateci voi a 50, a saltare come un grillo con l'incontinenza, con questa energia.
Io a trentaegnigni anni sono una lapa ingolfata che se si abbassa, la devono resettare col crick!
Dice: "Sì, ma la canzone?"
Ma chi ne sta capendo niente delle canzoni!
Nek si vive. Nek si gusta.
Per le altre due giurie, invece, non si fa nek questo, nek quello.
Commentano, impassibili: "Ma che nicche e Nek!"
#viddrani.
Intanto, ci accorgiamo che la platea si apre e si chiude, a ogni canzone.
Facciamo un minuto di silenzio per i fortunati delle prime file: Non è da tutti sborsare somme ingenti per essere sguazzariati e ammaraggiati tutto il tempo, attipu buttigghi di sarsa.
Questi diretti discendenti del popolo di Israele lo dovevano capire quando hanno trovato la travel gum sulla poltrona che, quest'anno, la pole position la pagavano in rovesci, apertura e chiusura delle acque.
Arrivano gli Zen Circus.
Devo capire se mi sembrano più vicini allo Zen o al Circus, onestamente.
Mi parinu piatusi, mischineddri.
Come corollario al pezzo hanno portato sul palco dei tamburini vestiti da S.S; gli sbandieratori di Arezzo e dei fantini, reduci dalle esalazioni di Napalm, in Vietnam.
Se la canzone fosse durata 2 minuti in più, per fare colpo sul popolo, nisciànu puru lu Crucifissu, la banda e i fuochi d'artificio.
Comunque, i Zen e l'arte della manutenzione della canzone di merda vengono asfaltati da "Il Volo".
Quindi, avogghia ca sti creaturi degli Zen mettono effetti speciali, cazzi e mazzi.
In Italia, tira più un acuto di tenore che un carro di buoi.
Se poi, il tenore è bono come il figlio di Bocelli, tira a prescindere, anche afono.
A proposito di Matteo e Andrea Bocelli: bello il passaggio di consegne.
Sotto quel giubbotto di pelle, già c'erano 30 gradi Farenheit, dopo la prima canzone del padre.
Dopo la seconda canzone del figlio, talmente era incadescente la temperatura ca scuvà puru lu Spiritu Santu.
Loredana Bertè ci piace.
Ha il fascino della fata turchina che si è congiunta a Vito Terremoto, un camionista della Salerno-Calabria.
È un essere mitologico per metà labbra e per metà cosce sode.
Un MINNEtauro persa nel labirinto dei gorgheggi di Giorgia.
È salita sul palco col borsello.
Vuol dire che, quest'anno, dietro le quinte, con Ghemon a li gira, gira, tutti si quartìano: sai com'è... da Ghemon a Lupin, il passo è breve.
E la canzone?
Boh.
Ho i volumi a minchia.
Non sento nulla.
Intanto, noi soffriamo per la mancanza di Vessicchio, disperso assieme agli autori di questa edizione di Sanremo...
E, in quella: Gag quartetto cetra.
AhahahHahhahaha
AhahahHahhahaha
Ahahamachedaverodaveroahò?
Da questo momento in poi, si va in volata.
Tra i big, ci ritroviamo una tale Federica Carta che canta assieme a Shade.
La giuria di QUANTITÀ si chiede:
"Ma chi big su?"
La risposta arriva subito, visto l'abbigliamento fucsia a paillettes di lei: "Sono Big Bubble".
Il caso è chiuso.
Paola Turci è vestita come l'anno scorso. Sospetto che sia rimasta chiusa all'Ariston per tutto questo tempo e, mischina, s'happ'a cunzari cu li robbi c'havia.
In ogni caso, duecento autori a canzone, e nessuno che sia riuscito a fare una colletta p'accattarici un reggiseno a la criatura.
#schefeo
Motta è un Ermal Meta che non ce l'ha fatta.
Ha l'umore di uno a cui hanno rubato l'auto prima che salisse sul palco o che, a fine esibizione, deve andare con Ghemon e gli Zen Circus a rapinare la Casa di Carta.
Come se assieme a Berlino e Tokyo, a sto giro, ci fosse pure Motta-Sant'Anastasia.
Con lui, la tv svalvola e va in distorsione cromatica.
E, in quella, le tre "scoppiettanti" giurie, capiscono che non è il mio televisore che è rotto: è la regia di Sanremo che è una merda.
Capiscono pure che non è il mio volume a non funzionare: sono i microfoni dell'Ariston a fare schifo.
Infatti tutti ci si attaccano e se li limonano senza pietà.
Quest'anno, Sanremo lo vince la Mononucleosi.
I Boomdabash si chiamano come un detersivo per capi colorati.
Hanno lo stile discreto e sobrio dei divani del Vescovo della Diocesi di Cefalù.
Uno ha pure la cricchia color rosso fuoco. Pare il padre di Chicken Little che è uscito da Casa Punk.
Austeri come il tovagliato della Sonrisa. #licani
Poi è il momento di Patty Pravo.
Se è lei.
Le giurie sono concordi nel ritenere che quella, in realtà, sia la figlia di Dracula di Bram Stoker e della militante di un centro sociale.
Per essere rasta è rasta: na "rasta" di basilicò, onestamente.
La canzone, comunque, non parte.
Ritardi clamorosi.
L'anno prossimo, meglio che si esibisca con SBriga...Se no facciamo notte...
Patty chiari amicizia lunga.
Cristicchi mi piace. Non c'è altro da aggiungere.
La super ospite Giorgia ha acuti e gorgheggi pazzeschi.
Indiscutibile la sua bravura.
Solo che dopo 10 minuti di esposizione ai suoi decibel, n'appimu a pigghiari un oki a testa.
AKiller Lauro, dirotta la canzone italiana verso il rap che non è trap.
È rock, punk, stiloso e bomba.
Pensate, io sono ancora ferma a Gino Latilla che era solo Gino e Latilla... che cazzo ne devo capire?
Arisa ha una canzone molto bella.
La prima strofa è da brivido.
Poi si trasforma in Dio è morto.
E se, visto l'orario, è morto lui, non è che noi stiamo messi tanto meglio...
Noi e quelli delle prime file che, a forza di fare, destra e sinistra, sono tutti svenuti due ore prima.
Dalle 00.00 in poi, è il momento di CeneRANTOLI!
Per la rubrica: "Ma cu cazzu su?" si esibiscono: Ghemon, Einar, Ex-Otago, Irama, Nigiotti e Mahmood ( io ho capito Mammut...per dire la mia soglia dell'attenzione...)
Le tre giurie sono vecchie.
Non ne conoscono manco uno.
In più, sentiamo puzza di merda e, visto che andiamo a ceci e semenza da una sera, per una volta, non è colpa delle canzoni.
Una sola cosa volevo dire a Einar che non sa con quali parole descrivere l'amore che non torna.
Einar, gioia mia, non c'è bisogno di sfurnisciariti e scrivere canzoni da 4 minuti.
Per descrivere l'amore che non torna, di parole ne bastano tre:
CARNE DI PORCO.
Sui Negrita siamo concordi. Sono unici per verve, spirito, presenza e ci piacciono. Anche picchì chisti, da bravi catananni che siamo, almeno sapiamu cu su! Abbonè.
Siamo concordi anche su Anna Tatangelo che ha melodie sempre nuove e original... no.
Non ce la possiamo fare, scusaci Gigi. Ci abbiamo provato.
Quest'anno, il Festival non è, particolarmente, interessante.
La parte bella, però, arriverà stasera quando dovrò comunicare, a mio padre, i nomi di tutti sti cantanti e, contestualmente, dovrò dirgli che di Vessicchio non c'è nemmeno l'ombra.
Statemi vicina, perché a stu giru mi disereda di riflesso.
E per questo anno, la vostra buona dose di Calia e SCEMENZA Sanremese, è stata servita.
Vi lovvai e #sortebuttana parapparappapapà, parapparappapapà, parapparappapapà, pararà
PERCHÉ SANREMO È SANREMO!