sabato 18 luglio 2020

Come farsi pagare per ricevere una consulenza anziché fornirla. - Giorgio Gandola – la Verità


Sandro Gozi ha spiegato la sua presenza in una foto accanto ad ...

Farsi pagare per ricevere una consulenza anziché fornirla è una magia da fuoriclasse del ramo, peraltro in linea con il prestigio di Sandro Gozi. Il paradosso è contenuto nel decreto di archiviazione del caso San Marino, vicenda giudiziaria legata a presunte prestazioni fantasma e finita su un binario morto perché la magistratura della piccola repubblica non è riuscita a dimostrare condotte penalmente rilevanti da parte del poliedrico politico prodiano, veltroniano, Ignazio mariniano, renziano, macroniano, muscatiano (nel senso del premier di Malta), da sempre impegnato in un interminabile Erasmus all’estero.
Nel fascicolo archiviato, come messaggi in bottiglia lanciati da un’isola deserta, galleggiano però considerazioni curiose degli inquirenti. Per esempio che «la pretesa consulenza ad ampio spettro non ebbe alcuna estrinsecazione concreta. Il consulente ricevette (e non fornì) indicazioni, valutazioni strategiche, relazioni e documenti». Bello sapere che esiste un mondo al contrario, dove Gozi incassava una parcella di 10.000 euro al mese per avere supporto dal cliente invece che offrirlo.
La storia è semplice e ruota attorno all’inchiesta della magistratura sammarinese partita da un esposto che denunciava una consulenza fantasma di 220.000 euro a beneficio di Gozi da parte della Bcsm (la banca centrale di San Marino); il motivo doveva essere «l’adeguamento normativo per armonizzare i rapporti con Unione europea e istituzioni estere». Sotto inchiesta era finita (poi archiviata) anche la presidente dell’istituto Catia Tomasetti, 56 anni, di Rimini.
Famiglia storicamente di sinistra (il padre è stato il tesoriere del Pci della città), ha costruito la sua carriera nelle aziende e nella finanza. Avvocato del ramo finanziario nello studio Bonelli Erede, prima di guidare la banca centrale di San Marino è stata presidente di Acea e consulente di Terna. Dopo due anni di indagini, il Commissario della legge ha ritenuto che non emergesse alcuna condotta rilevante a loro carico, ma in tempi di reputation anche i comportamenti hanno il loro peso, soprattutto politico.
Così il sito d’informazione di San Marino, Libertas, è andato a spulciare il decreto di archiviazione e ha scoperto dettagli interessanti. Emerge dalle carte che il gran visir di Matteo Renzi si era proposto tempo addietro all’allora segretario di Stato alle Finanze, Simone Celli, come consulente strategico del governo per il negoziato sull’Accordo di associazione con la Ue.
La proposta fu bocciata da segretario agli Esteri Nicola Renzi che «non ritenne opportuna una consulenza di un ex esponente del governo italiano», quindi da tutto l’esecutivo del principato. Gozi ha ottenuto comunque una consulenza definita ad ampio spettro, di sicuro impressionista nella concretizzazione. Come scrive Libertas – L’informazione di San Marino dopo aver letto il decreto d’archiviazione, «fu anzi la struttura di Bcsm ad elaborare gli interventi e a predisporre i documenti che Gozi riceveva nell’imminenza di un appuntamento e che poi esponeva come se fossero stati da lui elaborati».
E ancora: «Gozi telefonava alla struttura di Banca Centrale con una certa frequenza per chiedere aggiornamenti sullo stadio della trattativa e, in generale, per informarsi su tutto ciò che Banca Centrale stesse facendo. Chiedeva di avere aggiornamenti e che gli fossero inoltrati i documenti che Banca Centrale aveva ricevuto dalla segreteria Affari Esteri». Insomma, secondo gli investigatori le dritte a pagamento se le faceva dare lui. Sapendo che l’interessato poliglotta coglie al volo: toujours perdrix.Sandro Gozi è un politico eclettico, romagnolo doc, 52 anni passati dentro i palazzi dell’amministrazione, soprattutto europea.
Bruxelles non ha segreti per lui, uomo d’apparato della casta globalista dai tempi di Romano Prodi presidente della Commissione, poi discepolo di ogni leader della sinistra riformista, sottosegretario agli Affari europei con Renzi e Gentiloni. Tutto questo prima dello sbarco in Francia, folgorato sulla via di Emmanuel Macron. Egualmente affezionato della Leopolda, quando il senatore di Scandicci ha fondato Italia viva, si è tuffato e adesso nuota senza far rumore.
Le consulenze sono il suo forte, non solo a San Marino. L’anno scorso ha suscitato polemiche un incarico ottenuto dall’ex premier maltese Joseph Muscat sulla gestione dei flussi migratori, al centro di un’inchiesta di Le Monde e di The Times of Malta. Non è passata sotto silenzio neppure la scelta di proporsi come consulente per gli Affari europei all’ex premier francese Eduard Philippe, con automatica accusa di tradimento dell’Italia. Cosa incomprensibile per lui, grand commis di Bruxelles per il quale gli Stati nazionali sono un cascame del ‘900.
Ora sul monte Titano la partita giudiziaria è chiusa, ma il passaggio di Gozi a livello politico-diplomatico non deve aver lasciato ricordi indelebili. «Non dava la sensazione di conoscere la situazione sammarinese in relazione ai rapporti tra San Marino e l’Unione europea. Non aveva contezza del problema relativo, ad esempio, al recepimento delle direttive e dei regolamenti comunitari. Sicuramente era più propenso alle pubbliche relazioni».
Alcune frasi del provvedimento di archiviazione riportate dal sito Libertas – L’informazione di San Marino, mostrano una leggiadra ferocia. Il giudice sottolinea come fosse la Banca Centrale a fornire indicazioni, ragguagli, relazioni e documenti sui quali Gozi «esprimeva sintetiche valutazioni». E conclude con un giudizio negativo dell’apporto dell’abbronzato consulente planetario: «Appare indubitabile che l’incarico di consulenza sia rimasto inattuato». Ma la bocciatura professionale non è reato.

Le Chat Noir · ThatGirlWithGorgeousHair



Sempre lei, Sara, mia figlia, orgoglio di madre.

“Clan arricchiti dal Covid e rischi di rivolte” Record di Comuni sciolti per mafia: sono 51. - Giampiero Calapà

“Clan arricchiti dal Covid e rischi di rivolte” Record di Comuni sciolti per mafia: sono 51

La pandemia può essere la gallina dalle uova d’oro per le mafie italiane, capaci di arricchirsi e ed espandersi “ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico”. Le parole scritte nero su bianco nella relazione semestrale della Direzione investigativa anfimafia al Parlamento non dovrebbero far dormire sonni tranquilli. Soprattutto per il passaggio in cui le mafie vengono indicate come pronte a soffiare sul fuoco della rivolta sociale: “Una particolare attenzione – scrive la Dia – deve essere rivolta, sul piano sociale, al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica. Le organizzazioni criminali hanno tutto l’interesse a fomentare episodi di intolleranza urbana, strumentalizzando la situazione di disagio economico per trasformarla in protesta sociale, specie al Sud. Parallelamente, si stanno proponendo come welfare alternativo a quello statale, con un vero e proprio investimento sul consenso sociale”. La celebre busta della spesa, insomma, concessa dalle mafie ai bisognosi prima di aizzarli contro lo Stato, utilizzandoli da scudi umani?
Le parole del capo della polizia Franco Gabrielli di appena tre giorni fa a Napoli sembrano in qualche modo anticipare la relazione: “Da tempo la raccomandazione che rivolgo ai questori è di essere capaci di interpretare il disagio della gente. Temo che queste tensioni abbiano sbocchi di piazza non sempre ragionevoli, e credo che il ruolo delle forze delle ordine sia quello di non fare esercizi muscolari in un’ottica di contrapposizione, ma mai come in questo momento la gestione dell’ordine pubblico deve essere all’insegna del dialogo, della comprensione e dell’empatia”. Linee guida chiarissime. D’altra parte non servono certo i clan a fomentare un Paese i cui consumi delle famiglie, secondo il rapporto Svimez di due giorni fa, sono in picchiata: “Un crollo senza precedenti: -9,1% al Sud e -10,5 al Centro-Nord”. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese proprio in quest’ottica ha firmato ieri il decreto da 3,5 miliardi di euro destinati agli enti locali, assicurando la “massima attenzione” alle possibili infiltrazioni criminali nelle pubbliche amministrazioni.
Ma non basta, perché a completare un quadro fosco c’è Coldiretti, che evidenzia i problemi della filiera agroalimentare e della ristorazione: rischio perdite per 34 miliardi nel 2020, con la malavita che è arrivata a controllare cinquemila locali.
E c’è un altro record, rileva la Dia: sono 51 gli enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose, mai così tanti dal 1991. Tra i settori più a rischio c’è ovviamente quello sanitario.

“La soluzione per Autostrade è un segnale anche per l’Europa”. - Wanda Marra

“La soluzione per Autostrade è un segnale anche per l’Europa”

David Sassoli n.1 dell’Europarlamento.
“Un fallimento di questo Consiglio europeo, senza almeno un accordo politico, rinvierebbe tutto a dopo l’estate con il rischio che ad agosto i mercati si scatenino e tutto diventi più difficile. Se lo schema della Commissione dovesse essere rifiutato, salterebbe. Con effetto deflagrante per tutti. I governi trovino un accordo e il Parlamento è pronto a negoziare”. David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, è a Bruxelles mentre i 27 leader dei paesi Ue sono alle prese con il negoziato più importante della storia dell’Europa. Quando questo giornale va in stampa, i lavori sono in corso. Ieri mattina, nel suo intervento di apertura del Consiglio ha indicato la strada e le priorità dell’Europarlamento.
Presidente, Conte arriva a quest’appuntamento con l’accordo su Autostrade. È un punto che gioca a suo favore?
La soluzione su Autostrade è il provvedimento più importante di questa legislatura, perché contiene una visione sulla necessità di una nuova regia pubblica. È un buon segnale all’Europa, perché si sposa al tema su come si dovranno spendere i soldi che arriveranno per la ricostruzione. Non entro nel contenzioso. Noto però che la soluzione va nella direzione di riaffermare un indirizzo pubblico. E in questo momento ce n’è grande bisogno. In Francia, lo Stato è presente nei Cda delle grandi aziende, in Germania, il sindacato vi partecipa di diritto. L’Italia non può essere un bancomat a disposizione del primo che passa.
Eppure, sull’accordo con Aspi, ci sono una serie di dubbi. A partire dal prezzo della transazione.
Siamo in una fase storica in cui c’è bisogno di una grande responsabilità pubblica. Per l’Italia è il tema dei temi. Ma di questo si discute in tutta Europa. Quando parliamo di ricostruzione, parliamo di come tenere insieme investimenti e riforme strutturali. Solo un nuovo intervento pubblico può indicare la strada da seguire per allineare gli interventi nazionali agli obbiettivi europei, come il Green deal e la digitalizzazione. Non possiamo permetterci il lusso di favorire interessi di parte o sprecare risorse. Segnalo che tutte le polizie europee avvertono che la mafia è già pronta a mettere le mani sulle risorse comunitarie.
Gualtieri sul Corriere di ieri sostiene che il governo non ha mai escluso l’uso del Mes. Ma di veti ce ne sono stati. Anche se poi quei soldi sono conteggiati nel Piano nazionale di riforme. Lei cosa ne pensa?
Gli strumenti non sono totem. Sono buoni se sono utili. Adesso vale la pena aspettare l’ammontare e la portata di tutti quelli che verranno messi in campo. La linea sanitaria del Mes offre prestiti vantaggiosi utili a rafforzare la sanità pubblica.
Ci sono posizioni molto divergenti sulla capienza del Recovery Fund, con i Frugali che mettono in discussione anche l’ammontare dei Grants e la governance, con alcuni che vogliono spostare la sorveglianza dalla Commissione al Consiglio. Intravede un punto di caduta?
La democrazia è compromesso. Nella logica di pacchetto tra Recovery Fund e bilancio pluriennale europeo, sulle grandi linee del piano di ripresa e del bilancio, ci sono convenienze per tutti. Parlo non solo dei trasferimenti previsti dal Next Generation Eu e dai Rebates per i Frugali contenuti nel bilancio, ma anche nella salvaguardia della politica di coesione e della politica agricola, come chiedono i Paesi dell’est. Ci sono convenienze per tutti. È la base della proposta presentata da Ursula von der Leyen. Per quel che riguarda la governance, bisogna rispettare i Trattati, con il rafforzamento del metodo comunitario, che tiene insieme Commissione, Parlamento e Consiglio. Se i governi hanno la prima e l’ultima parola non si fa un buon servizio alla democrazia europea.
Il Parlamento dovrà pronunciarsi sul pacchetto. Quali sono i vostri paletti?
Una governance comunitaria, con un ruolo del Parlamento, un calendario dettagliato di entrata in vigore delle risorse proprie, ovvero contributi che vanno direttamente all’Unione e non passano per gli Stati membri (come la digital tax, il contributo sulla plastica e sul carbonio), il rispetto dello stato di diritto e un’ampiezza del Recovery Fund di 750 miliardi di euro (500 in finanziamenti, 250 in prestiti) come proposto dalla Commissione.

“Cade”, “cade” il migliore spot a Conte. - Antonio Padellaro

Conte scrive a Salvini, Meloni e Fi sul piano di rilancio ...

Trovata una soluzione (buona, mediocre o pessima, fate voi) alla vicenda Autostrade, e subito piombato a Bruxelles per ricercare un complicato accordo sul Recovery Fund, in un qualunque lettore di giornali (o fruitore della tv o del web) una domanda potrebbe sorgere spontanea sullo strano caso di Giuseppe Conte. Come fa a stare ancora in piedi un tizio del genere omologato dalla informazione mainstream come un re travicello inconsistente, un premier parolaio incapace di risolvere i gravi problemi del Paese, alla guida di un governo abborracciato, sostenuto da una maggioranza litigiosa, perennemente sull’orlo di una catastrofica crisi? Per non parlare della destra televisiva, dominante negli approfondimenti serali dove il presidente del Consiglio è invariabilmente il ridicolo “Giuseppi”, un furbacchione esperto nel gioco delle tre carte, che approfitta del lockdown per restare attaccato alla poltrona, quando non addirittura un traditore della patria pronto a svendere l’Italia ai poteri forti di Berlino e di Bruxelles? In una intervista al Giornale dedicata a tutt’altro tema, i profondi guasti del politicamente corretto, a un certo punto Enrico Mentana dice che “per fare giornalismo devi trovare degli elementi di discontinuità, stupore, spiazzamento”. Infatti, se si applicasse questa sacrosanta regola all’ospite, così indesiderato, e indesiderabile, di palazzo Chigi, il giornalismo della discontinuità, dello stupore e dello spiazzamento potrebbe utilmente interrogarsi sui perché di una resistenza così tenace. Se, per esempio gli scontri, sempre “durissimi”, nella maggioranza non siano, come spesso capita, normali effetti collaterali del governare. 

Ovverosia: a) la ricerca del compromesso tra diversi, che è poi il sale della politica; b) il bisogno incessante di visibilità di questo o quel comprimario, che poi, per costoro, è il sale della vita. Sempre nel nome della discontinuità si potrebbe anche smascherare una buona volta l’alibi del non ci sono alternative. A parte che in politica le alternative vanno sempre cercate, ma se continuano a farsi allegramente infinocchiare da quello che considerano un improvvisato avvocaticchio di Volturara Appula, i grandi leader dell’opposizione, Matteo Salvini e Giorgia Meloni non dovrebbero andare semplicemente a nascondersi? Più la mandi giù e più si tira su: a furia di sopravvivere ai propri (presunti) insuccessi Giuseppe Conte è diventato lo spot di se stesso.

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“I soldi, altrimenti racconto tutto” Il ricatto al contabile filo-leghista - Valeria Pacelli

“I soldi, altrimenti racconto tutto” Il ricatto al contabile filo-leghista

“Io non dico nulla, (…) hanno cercato di contattarmi in mille e io non ho mai detto nulla però se voi vi comportate così eh, io non posso fare altro, che devo fare?”. Luca Sostegni – uno degli indagati dell’inchiesta della Procura di Milano sulla compravendita dell’edificio di Cormano, sede della Lombardia Film Commission – era tornato dal Brasile a caccia di soldi. Rientrato in Italia e fermato tre giorni fa, secondo gli investigatori, chiedeva denaro in cambio del silenzio sulla vicenda dell’immobile alle porte di Milano. Era “sempre più pressante” con Michele Scillieri, commercialista nel cui studio nel 2017 è stato domiciliato il movimento “Lega per Salvini premier”. Scillieri è un altro indagato, accusato di peculato e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Per gli stessi reati sono stati iscritti anche Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, ex revisori contabili della Lega il primo al Senato, il secondo alla Camera. I tre, Di Rubba, Scillieri e Manzoni, secondo le accuse sono coloro che concepiscono l’operazione immobiliare della Lombardia Film Commission. L’immobile di Cormano viene venduto per 800 mila euro alla Fondazione dalla Immobiliare Andromeda, società di cui lo stesso Scillieri viene ritenuto amministratore di fatto. Quello stesso immobile però, poco prima, l’Andromeda lo aveva acquistato a metà del prezzo (400 mila euro) da un’altra società, la Paloschi Srl, di cui era liquidatore Sostegni che era dunque a conoscenza dell’operazione. Adesso Sostegni è indagato per peculato ed estorsione. Per le accuse, ha minacciato di parlarne ai giornalisti.
Scrivono i pm nel decreto di fermo: Sostegni “si sentiva (…) defraudato di quanto gli sarebbe spettato per la gestione della ‘vicenda Paloschi’, avendo ricevuto – a suo dire – ‘appena’ 20 mila euro (…); reclamava perlomeno altri 30 mila euro, posto che gliene sarebbero stati promessi 50 mila”. Ed è al telefono con Scillieri che Sostegni dice: “Io innesco una serie di situazioni che io non lo so dove si va a finire perché poi da questa si va alle cantine, le cantine si va al capannone, dal capannone si va alla Fondazione, dalla Fondazione si va alla Fidirev, si va ai versamenti, si va a tutto, io per 30 mila euro non so (…) se vale la pena far tutto sto casino”. Sostegni, trovato con 5 mila euro in contanti al momento del fermo, sarà interrogato oggi dal gip.
Intanto ieri gli investigatori hanno acquisito documenti sia alla Lombardia Film Commission che alla fiduciaria Fidirev. Sull’acquisto dell’immobile da parte della Fondazione, i pm scrivono: “Le indagini di polizia giudiziaria hanno dimostrato che tanto insensato è l’acquisto, quanto cospicui sono stati i ritorni per chi l’ha deciso e attuato; il che prova la reale natura dell’operazione, la sua effettiva finalità: il ‘drenaggio’ di risorse che la Regione Lombardia aveva già destinato alla Fondazione e di cui Di Rubba era presidente; ed infatti Di Rubba e il suo ‘socio’ Manzoni beneficeranno della quota maggiore”. Non ci sono, al momento, prove del passaggio dei fondi alla Lega.
Secondo la Procura, però, l’operazione genera qualche imbarazzo. Scrivono i magistrati: “Anche Giuseppe Farinotti (estraneo alle indagini, ndr) che subentra a Di Rubba nella carica di Presidente della Fondazione mostra imbarazzo rispetto all’acquisto dell’immobile di Cormano, di cui siglerà il definitivo”. “…Una roba brutta (…) – dice Farinotti al telefono – la prima azione che ho fatto… è stata quella di comprare l’immobile per 800 mila euro quando dietro c’era un pregresso antipatico”. Per i magistrati “evidentemente Farinotti non si sente rassicurato neppure dalla perizia dell’architetto Federico Arnaboldi”. “Ed ha le sue buone ragioni – concludono i pm – posto che il tecnico nominato per valutare l’immobile esercita nei medesimi locali di Scillieri”.
Sull’operazione solleva dei dubbi anche il Comune di Milano. “Cerca di fugarli – è scritto nelle carte – Alessio Gennari, componente dell’organismo di vigilanza della Fondazione, il quale nel rispondere a un consigliere comunale si arrampica sugli specchi per giustificare il pagamento dell’intero importo del prezzo dell’immobile in sede di preliminare”. Dalle indagini della Finanza, concludono i magistrati, emerge che “l’avvocato Gennari è legato da rapporti patrimoniali con società di cui Manzoni e Di Rubba sono amministratori/liquidatori/soci”.

Er Più. - Marco Travaglio

Metal idea- factotum- mestieri
Da quando i lettori e gli abbonati del Fatto sono aumentati, registro una certa attenzione mediatica alla mia modesta persona che rischia di farmi montare la testa. Vengo dipinto come una sorta di eminenza grigia della Repubblica, una via di mezzo fra Letta e Bisignani, che piazza pedine e pedoni qua e là, dà la linea ai partiti e al governo, sistema o stronca carriere, candida e scandida politici, fa e disfa alleanze, fa arrestare questo o quello e – ci mancherebbe – intasca milioni di euro pubblici. Più che il direttore del Fatto, il maestro venerabile di una piduina che nulla ha da invidiare alla loggia del sor Licio. L’altro giorno, il sempre informato Dagospia titolava: “Nuovi orizzonti di gloria per Flavio Cattaneo: sponsorizzato da Travaglio, il marito della Ferilli è entrato nel cuore di Conte dopo una video-call per la scelta dell’ad di Alitalia”. L’idea che un top manager che ha guidato Fiera Milano, Aem, Rai, Terna, Telecom e Italo-Ntv abbia bisogno di me per farsi conoscere mi riempie di orgoglio, ma soprattutto di buonumore. Come quando i giallorosa, anziché cacciare l’ad plurinquisito di Eni Claudio Descalzi, cambiarono il presidente e scelsero Lucia Calvosa, altra manager coi fiocchi, già al vertice di banche e consigliere indipendente di Telecom e pure del Fatto: il Riformista e altri fresconi, incuranti delle sue dimissioni dal nostro Cda, scrissero che l’avevo nominata io per “mettere le mani su Eni” (infatti da allora faccio il pieno di benzina gratis).
E non basta. La nostra ad Cinzia Monteverdi, temendo ritardi nei pagamenti dei distributori e dei concessionari pubblicitari a causa del Covid e rischi per i nostri investimenti, mette al sicuro la società con un normale finanziamento di 2,5 milioni da una banca privata e, per una legge del ’96, i finanziamenti per investimenti sono garantiti dallo Stato: Giornale, Libero, Riformista, Dagospia e altri fresconi scrivono che prendiamo soldi dallo Stato, anzi dal “regime”, grazie ai buoni uffici di Conte in persona. Rai3 affida a Luisella Costamagna – giornalista che debuttò con Santoro nel ’96, poi lavorò a Canale5, condusse Omnibus su La7 e altri programmi su Sky – la conduzione di Agorà su Rai3. Dov’è il problema? Collabora col Fatto, oltreché con la Verità. Dunque sapete chi l’ha “piazzata” ad Agorà? Io, notoriamente culo e camicia coi nuovi direttori di Rai3 e del Tg3, Franco Di Mare e Mario Orfeo, che da anni chiamo rispettivamente “mister Pampers” e “sugherone per ogni stagione” per farmeli amici. Tante captatio benevolentiae non sono state vane, tant’è che Il Foglioha ribattezzato Rai3 “TeleFatto” perché “la direzione Di Mare rispecchia la linea del Fatto”. Certo, come no.
Ma i miei tentacoli si allungano ben oltre. Avete presente il Partito di Conte, annunciato da mesi dalle migliori testate? Ci sto lavorando con Scanzi e alcuni personaggi misteriosi anche per noi: così almeno giura Bisignani sul Tempo, subito ripreso dall’attendibile Porro e dal credibile Libero. E il caso Palamara? La regìa, ovviamente occulta, è tutta mia. Di Palamara non ho mai avuto nemmeno il numero di cellulare. L’ho visto una volta in vita mia nel 2018 a un convegno di Unicost a Monopoli, dove ne dissi di tutti i colori sulle correnti togate, soprattutto la sua, ricordando la protezione garantita nel Csm all’allora procuratore di Arezzo, che avrebbe dovuto indagare su Etruria e papà Boschi mentre era consulente del governo Innominabile-Boschi. Pochi giorni dopo una pm di Palermo presente al convegno mandò un sms scherzoso a Palamara che non le rispondeva: “Se mi dai buca, chiamo Travaglio”. Così due mesi fa mi ritrovai sulla prima del Giornale come il deus ex machina di Magistratopoli. Del resto, sono o non sono “il capo del Partito dei Pm con Davigo, Gratteri e Di Matteo”, come assicura l’informatissimo Sansonetti? Lo faccio nel tempo libero che mi lascia il mio terzo mestiere: quello di “vero capo politico dei 5Stelle” (sempre Sansonetti). Fortuna che, come direttore del Fatto, sono solo un prestanome di Rocco Casalino, che si smazza il grosso del lavoro.
Non lo sapevate? Se n’è parlato martedì notte nel Consiglio dei ministri-fiume su Autostrade. Quella sera, nella riunione di redazione, stavamo preparando la prima pagina con titolone e fotona di De Benedetti che aveva riabilitato B.. Poi la nostra Wanda Marra ci ha avvertiti che mezzo Pd, fra cui Guerini, contestava Zingaretti per aver sposato la linea anti-Benetton di Conte e M5S. Ed, essendo quella notizia più fresca dell’altra, abbiamo optato per il titolo United Dem of Benetton col fotomontaggio dei quattro pidini, fra cui Guerini, in veste di indossatori. A mezzanotte, in pieno Cdm, non avendo di meglio da fare o equivocando il senso della sua delega alla Difesa, Guerini ha scaricato il Fatto, ha visto la copertina e ha dato in escandescenze contro Conte. Il quale, narrano le cronache, l’ha guardato incuriosito, tentando di spiegargli che non è uso decidere le nostre prime pagine. Invano. Il cosiddetto ministro, come il lupo all’agnello nella fiaba di Fedro, ha tagliato corto: “Allora, se non sei stato tu, è stato Casalino”. Questa gente è così abituata a dare la linea ai suoi giornali da non riuscire neppure a immaginarne uno che si dà la linea da solo. E ora scusatemi, ma ho da fare a Bruxelles col Recovery Fund. I 173 miliardi, se mai arriveranno, me li pappo tutti io.