sabato 9 aprile 2022

Lo Scemo osceno. - Marco Travaglio

 

Quando abbiamo scritto che i morti di Bucha sono quasi certamente vittime dei russi, ma che la ricostruzione minuziosa della strage – qualunque esito darà l’indagine indipendente – non sposterà di un millimetro il giudizio sulla guerra, come non lo sposteranno le atrocità ucraine (sempre più frequenti anch’esse), lo Scemo di Guerra Collettivo ci tacciò di putinismo. Poi il Dipartimento di Stato Usa disse di non avere elementi certi: putinista? Poi Francesca Mannocchi (Stampa) spiegò a La7 che la fossa comune accanto alla chiesa è il cimitero del vicino ospedale che, non potendosi celebrare funerali, getta lì i corpi dei caduti: putinista? Poi il sottosegretario ai Servizi, Franco Gabrielli, dichiarò che “al momento riteniamo che sia stato un eccidio, ma sulle responsabilità dobbiamo essere molto cauti. Se ci sono situazioni che possono essere rappresentate in maniera diversa, la lesione alla credibilità di una narrazione è devastante”: putinista? Poi si scoprì che i famosi “boia di Bucha” non erano mai stati lì. E molti osservano che i cadaveri ai bordi della strada sono privi di sangue, in condizioni incompatibili con una permanenza di quasi un mese, a distanze troppo regolari per essere morti lì. Altri notano l’assurdità di ordinare contemporaneamente di occultare i cadaveri nelle fosse comuni e di esibirli in strada. Come scrivemmo il primo giorno, l’unica certezza è che quegli esseri umani sono morti, quasi certamente per mano russa, perché la guerra è questo (basta leggere Gino Strada): 9 morti civili su 10. E chi è più bravo (o più creduto) sui media li usa a proprio vantaggio, mentre nasconde i propri (8 anni di orrori del nazi-battaglione Azov in Donbass chi li ha visti?).

Da quel giorno i negoziati sono evaporati. La parola d’ordine è quella dell’invaso invasato Kuleba: “Armi armi armi”. Biden e i suoi Lukashenko europei illudono Zelensky che sta vincendo, Putin batte in ritirata e, se tutto va bene, l’Ucraina (già sull’orlo del crac prima della guerra) invaderà presto la Russia. E ci prepariamo alla pioggia di fuoco incrociata nel Sud-Est con dieci, cento, mille Bucha. Sempre a scapito dei civili: più li armiamo, più è difficile distinguerli dai militari. Domenico Quirico (Stampa) dice che “Biden non vuole trattare con Putin, ma rovesciarlo. La sua guerra è diversa da quella europea: non gliene importa niente dell’Ucraina” (putiniano anche lui?). I veri amici di Putin sono proprio i suoi finti nemici: quelli che mandano altri tank e promettono la Nato pure alla neutrale Finlandia, così i pochi russi che ancora non si bevevano la propaganda di Putin sull’accerchiamento atlantico ora ci credono. L’elmetto è l’ultima maschera dello Scemo di Guerra per nascondersi meglio.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/04/09/lo-scemo-osceno/6553996/

Coglione sì, bimbominkia no. Ecco il tariffario degli insulti. - Ilaria Proietti

 

LE SENTENZE, I POLITICI E I POVERI CRISTI - Dire o non dire. “Rompiballe” va bene, che Salvini non abbia mai lavorato pure. Renzi “ebetino” invece no. 

“Rompiballe” si può dire, per quanto sia assai “inurbano”. E pure “coglione”, ma sempre che si sia voluto dare alla parola il significato bonario di “sprovveduto”. “Talebano” non è lesivo della onorabilità, ma a patto “che rimanga nell’ambito di un dibattito politico”. Con “Bimbominkia” scatta la diffamazione aggravata, come ha invece stabilito l’altro giorno la Cassazione decidendo sul caso di Mavie Cattoi, colpevole di aver offeso la reputazione di Enrico Rizzi, segretario del Partito animalista europeo. Altro che fallo di reazione, per il Rizzi in questione neppur lui un amante del tiro al fioretto: quando è morto Diego Moltrer, presidente del consiglio regionale della Regione Trentino-Alto Adige e appassionato di caccia, dalla sua bocca non erano esattamente usciti petali di rosa, ma tant’è: non meritava di essere comunque “additato come mentalmente ipodotato”, ossia come un “bimbominkia”. Ancorché sull’insulto c’è dottrina: anche per i giudici, per dire, ormai un “vaffanculo” non si nega a nessuno, anche se esistono pronunce di segno opposte a quella del 2007 per la quale l’espressione è sì ingiuriosa, ma ormai entrata nell’uso comune, e quindi pace. Sulle offese a sfondo razziale sono stati scritti fiumi di inchiostro: “Sporco negro” si può dire più o meno impunemente o è solo un’aggravante razziale che scatta in presenza di un altro reato come in quel caso di Palermo in cui ci fu un’aggressione col cric? Sul termine “frocio” e/o “frocio schifoso” invece si va a sbattere di sicuro: ne sa qualcosa Bal Efe “transessuale esercente la prostituzione”, come scrivono gli Ermellini, che si è beccata una condanna per diffamazione per aver sostenuto su Facebook l’omosessualità di un suo presunto amante, apostrofato appunto “frocio” e “schifoso”. A scorrere le sentenze, “cornuto” resta un grande classico che fa il paio con “fedifraga” – pardon – “mignotta”: per i giudici specie se riferito a donna e moglie è tabù e integra il reato di diffamazione attribuire una storia extraconiugale con un altro uomo che non sia il legittimo consorte, perché “elemento intrinsecamente idoneo a vulnerare non l’opinione che la persona offesa ha di sé, bensì, oggettivamente, l’apprezzamento da parte della storicizzata comunità di riferimento del complesso dei valori e delle qualità che la vittima esprime, quale dinamica sintesi della sua dignità personale, apprezzamento cui si correla la lesione dell’altrui reputazione”.

E quando c’è di mezzo la politica? Nel 2006 la Cassazione stabilì per esempio che era diffamazione dire dell’avversario “Giuda Escariota” in un comizio elettorale. O descrivere nei volantini il tal candidato come “gaglioffo” e “azzeccagarbugli”. Il che fa ben sperare chi querela a tutto spiano anche per le intemperanze via social: nel 2014 Ilda Iadanza, una signora friulana, raccontò di esser stata denunciata da Matteo Renzi per diffamazione per un “ebetino” che le era scappato sul blog di Grillo. Matteo Salvini ha di recente avuto soddisfazione contro Oliviero Toscani che lo aveva dileggiato per il servizio fotografico apparso sul settimanale Oggi, in cui il Capitano leghista si era fatto ritrarre a letto, coperto da un piumino e rivestito della sola cravatta verde: “Una pompinara da due soldi” lo aveva apostrofato, salvo poi precisare che non aveva voluto gettare discredito sulla sua persona, ma stigmatizzarne i comportamenti politici e l’inclinazione a offrire in vendita persino il suo corpo agli ingenui elettori del suo partito. Ma niente: la Cassazione ha stabilito nel 2021 che la fellatio sarà stata pure una metafora politica, ma il fotografo aveva esagerato assai. Ma in altri casi gli è andata peggio: nel 2016 ad esempio il Tribunale di Bergamo ha stabilito che dire che Salvini non ha mai lavorato non è reato perché nonostante la querela al Fatto Quotidiano che lo ha definito “politico di professione” effettivamente “non svolge e non ha mai svolto nessuna attività civile”.

Sempre nel 2016, il Tribunale di Milano aveva archiviato una sua querela nei confronti dell’ex sindacalista Marco Bentivogli, che lo aveva preso di petto in tv: “Ma lei ha l’autoblu pagata dallo Stato, di cosa parla? Lei gira in autoblu. È andato una volta a Bruxelles. È il più grande assenteista di Bruxelles e parla delle condizioni delle persone. È andato a Bruxelles l’altro giorno e gli uscieri neanche si ricordavano di lei. Sono sicuro che da 25 anni mantengo lei con le mie tasse. Di questo sono sicuro. Lei fa politica da 25 anni mantenuto dai contribuenti italiani”. Gli è andata male anche con Carlo De Benedetti, che durante il Festival di Dogliani non era stato tenero: “Salvini? È il peggio. Antisemita, xenofobo e antieuropeo e finanziato da Putin”. Il Tribunale di Cuneo pochi giorni fa ha assolto De Benedetti con tanti saluti ai 100 mila euro di risarcimento chiesti dal leghista anche se ancora non sono note le motivazioni. Certe invece quelle del Tribunale di Milano che nel 2021 ha archiviato la querela di Salvini contro Ilaria Cucchi che lo ha aveva definito uno “sciacallo che fa politica di basso livello sulla morte di mio fratello”: è diritto di critica.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/04/09/coglione-si-bimbominkia-no-ecco-il-tariffario-degli-insulti/6553856/?utm_content=marcotravaglio&utm_medium=social&utm_campaign=Echobox2021&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR3i_Ba5FO4qI_pSVu7LJG37C3FxTN6mZOgZVd_jslJ2rji-aC7QKcdVp5Y#Echobox=1649493310


Quindi, per la Cassazione noi cittadini dobbiamo subire le angherie dei politici, ma non possiamo ribellarci anche solo a parole, insultandoli, perchè i parlamentari, con i nostri soldi, possono difendersi ad oltranza incanalando, dopo aver apportato le opportune modifiche alle loro stesse leggi, le decisioni dei giudici in loro favore. Per noi sempre meno diritti e più doveri, per lor signori più diritti, meno doveri e tanta, tantissima stravaganza e strafottenza da sbandierare a mo' di "io sono io e tu non sei un cabbaso!"

cetta

I “boia di Bucha” sono serviti, ma molti non sono mai stati lì. - Riccardo Antonucci

 

SCOOP MANIFESTO - La foto vecchia, del 2019, molti dei soldati yakuti sono in congedo.

“I volti sorridenti dei boia di Bucha”. Oppure no. Così è stata presentata una foto che ritrae una ventina di giovani in divisa militare russa, i tratti somatici tipici della minoranza etnica della Yakutia, in posa per un selfie di gruppo mentre stringono una bandiera della loro regione.

Tre giorni dopo le immagini dei cadaveri trovati per le strade della cittadina a nord di Kiev, su molti giornali i colpevoli sono serviti. Ma le cose sono più complicate. La foto è vecchia, almeno due di quei ragazzi non è più nelle forze armate russe e forse nessuno di loro è mai stato in Ucraina.

È stato il reporter Luigi De Biase a portare ieri, sul manifesto, alcune prove che mettono in dubbio il loro coinvolgimento. De Biase riferisce di aver rintracciato al telefono e videochiamato due dei ragazzi di quello scatto. Uno in particolare, Vladimir Osipov, dice di aver lasciato l’unità a dicembre 2021 dopo la fine del periodo di leva obbligatoria e che la foto è stata scattata nel 2019, vicino alla base siberiana dove prestavano servizio. Aggiunge che “tutti gli altri commilitoni” sono in congedo e non sono mai stati in Ucraina. Online si trova traccia di un post con quel selfie datato 25 ottobre 2020.

Come ha fatto questa foto a finire sui media come documento dei “mostri sorridenti di Bucha”. La spiegazione è sui social e pare dipendere dall’innesto di contenuti di intelligence aperta (Osint) con informazioni non verificate.

Questa la cronologia che siamo riusciti a ricostruire. Lunedì 3 aprile il consigliere del presidente ucraino Zelensky, Aleksey Arestovich, che è anche capo negoziatore ai tavoli con i russi, pubblica alcune sigle di brigate dell’esercito russo che, dice, sono state impiegate nell’occupazione di Bucha. Tra queste c’è la 64ª Brigata Motorizzata di Khabarovsk, città della Yakutia (da cui proviene Osipov). Il sito del ministero della Difesa ucraino diffonde inoltre un elenco di nomi, cognomi e numeri di passaporto di presunti appartenenti alla 64a brigata. Il giornale Kyiv Indipendent la riprende. Il nome di Osipov in questa lista non c’è.

In parallelo si muovono alcuni gruppi di attivisti digitali schierati con Kiev, che dall’inizio dell’invasione diffondono informazioni sulle posizioni e le azioni delle truppe russe. Il gruppo Infonapalm, molto seguito all’estero, rilancia su Telegram un post di un altro account minore che si presenta come canale di volontari ucraini, si chiama “Terza forza”. Questo post contiene diverse foto di soldati russi, tra cui quella dei coscritti siberiani incriminata. Le riprende su Instagram il musicista ucraino Oleksii Potapov, con oltre 2 milioni di follower. Aggiunge questo messaggio: “stupratori e assassini, presto conosceremo i vostri nomi”. Quasi centomila like, ma nessuna prova che le foto mostrino dei veri soldati russi impiegati a Bucha. Il contenuto però finisce sull’agenzia di stampa ucraina Unian, e da lì a cascata sui media internazionali. A supporto, Unian cita dichiarazioni di alcuni residenti riportate da un sito di news locale, Obozrevatel, che avrebbero riferito che i militari responsabili del massacro c’erano “buriati (nome della minoranza etnica siberiana, ndr) con gli occhi stretti e lunghi”. Il 5 aprile si ritrova sulle pagine dei principali giornali italiani come risposta alla domanda “chi sono gli aguzzini del massacro di Bucha”. Nel frattempo altre agenzie parlavano di gruppi di ceceni e di altre unità russe.

Anche la genealogia della lista di soldati russi diffusa dal governo ucraino è complessa. Non solo non ci sono i nomi dei protagonisti di quelle foto, né quello del tenente colonnello Azatbek Asanbekovich Omurbekov citato come comandante in capo a Bucha, ma sembra provenire da una elenco pubblicato il 27 febbraio dal gruppo hacker “Enigma”, rilanciato poi sia da InformNapalm che da Anonymous. È una lista di decine di migliaia di nominativi di militari, che però è accompagnata da un’avvertenza: sono dati di cittadini russi che “hanno o hanno svolto” il servizio militare, quindi potrebbero essere vecchi. “Non abbiamo ancora abbastanza dati per confermare la lista, ma continueremo a controllarla”, scrive Infonapalm. E molte verifiche restano ancora da fare.

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