venerdì 4 ottobre 2019

Fondi russi, Riesame su Savoini: “Audio al Metropol ammissibile. Emerge in maniera nitida che parte dei soldi fosse per la Lega”.

Fondi russi, Riesame su Savoini: “Audio al Metropol ammissibile. Emerge in maniera nitida che parte dei soldi fosse per la Lega”

Il file audio registrato all'hotel di Mosca lo scorso 18 ottobre può essere utilizzato perché non è di provenienza anonima: la prova regina dell'inchiesta per corruzione internazionale è legittima. Nelle motivazioni i giudici sottolinea l'esistenza di "una percentuale del 4% sull'affare per finanziare la campagna elettorale del Carroccio" che emerge chiaramente nella parte di conservazione "in lingua inglese".
Il file audio registrato al Metropol di Mosca lo scorso 18 ottobre può essere utilizzato perché non è di provenienza anonima e ha una fonte, che il giornalista che ha consegnato la registrazione alla Procura ha esercitato il diritto di non rivelare. Il Riesame di Milano motiva così il rigetto dell’istanza presentata dalla difesa di Gianluca Savoini contro i sequestri, sostenendo l’inammissibilità dell’audio. La prova regina dell’inchiesta sui presunti fondi russi alla Lega è quindi legittima. Così come, sottolineano i magistrati nelle motivazioni, dalla registrazione appare “nitido che parte dei soldi fosse destinata alla Lega“. Una conferma di quanto anticipato da Davide Milosa su Il Fatto Quotidiano: esiste un documento, oggi a disposizione della Procura di Milano che indaga per corruzione internazionale, in cui è abbozzato il progetto per l’acquisto del gasolio russo e i 65 milioni di dollari da piazzare nelle casse della Lega di Matteo Salvini. Un accordo che fu discusso all’hotel Metropol di Mosca e poi riportato nero su bianco.
Il cronista dell’Espresso Stefano Vergine ha raccontato ai pm che il file consegnato alla procura era il frutto “di una ‘registrazione audio in diretta‘” e ha sottolineato che “alcuni fatti erano stati riscontrati direttamente, mentre altri gli erano stati riferiti da sue fonti ‘che avevano una conoscenza diretta dei fatti'”. È uno dei passaggi delle motivazioni con cui i giudici del Riesame hanno respinto “perché infondato” il ricorso presentato da Savoini, indagato per corruzione internazionale insieme agli altri due italiani presenti all’incontro al Metropol: l’avvocato Gianluca Meranda e il consulente finanziario Francesco Vannucci.
“La percentuale del 4% per finanziare la Lega”. Nella registrazione emerge, si legge nelle 22 pagine di motivazione, “lo schema delle parti coinvolte nella trattativa considerata illecita, la possibilità di reiterare l’accordo nel tempo, l’importo da retrocedere dopo il pagamento della fornitura petrolifera, la necessità di agire rapidamente per l’avvicinarsi delle elezioni europee, l’utilità dell’accordo per entrambe le parti, la ripartizione dei compiti, la necessità di essere prudenti per non destare sospetti sul presunto ritorno illecito del denaro”. Savoini, l’uomo di Matteo Salvini per gli affari a Mosca, Meranda e Vannucci, sono seduti al tavolo con tre intermediari russi vicini all’entourage politico del presidente Vladimir Putin per trattare l’acquisto di un grosso quantitativo di petrolio. Scrive il Riesame, “prevedendo che una percentuale del prezzo pagato – nella misura indicata del 4% – sarebbe stata retrocessa per finanziare la campagna elettorale del partito politico Lega“. Circostanza che emerge “in maniera ancora più nitida dalle parti della conversazione intrattenuta in inglese“. In particolare, nelle motivazioni, si rimarca la circostanza che dalla trascrizione si evince come il “denaro ‘retrocesso’ fosse necessario per finanziare la campagna elettorale del partito politico Lega”.
I sei discutono di una compravendita sulla base di un foglio, è questa anche la lettura degli inquirenti, in cui si legge il 4% che nei piani doveva finire alla Lega e un valore che oscilla tra il 4 e il 6% da destinare ai pubblici ufficiali russi e ai loro intermediari d’affari. Dell’esistenza di questo documento si ha una prima conferma riascoltando proprio l’audio registrato al Metropol. Vende una società russa (Gazprom o Rosneft), acquista il colosso italiano Eni, dopo un passaggio intermedio con una banca d’affari londinese. È qui a Londra, secondo i documenti acquisiti dalla Procura, che viene preparata una proposta di acquisto da inviare a Rosneft, messa a punto dopo l’incontro del Metropol. Sono due passaggi dell’audio che, secondo i magistrati, annunciano l’esistenza del documento. A parlare è sempre Meranda. Nel primo dice: “Solo per averlo chiaro, aspetterò che tu confermi il prodotto, le quantità e qualunque cosa tu sia in grado di fare”. Poi aggiunge: “Farò solo uno screenshot qui e te lo invierò solo per essere sulla stessa pagina. Ok signori, penso che stia andando nella giusta direzione”.
Il decreto di sequestro è “sufficientemente motivato”. Il decreto di sequestro fatto scattare dalla procura di Milano nei confronti degli indagati del “Russiagate”, risulta quindi “sufficientemente motivato in merito alla necessità di acquisire tutta la documentazione cartacea ed informatica (screenshot) contenente riferimenti alla negoziazione che ha preceduto l’incontro registrato presso la hall dell’hotel Metropol in Mosca il 18 ottobre 2018, nonché ogni altra documentazione relativa all’esecuzione dell’accordo illecito, anche al fine di identificare coinpiutamente tutti i soggetti coinvolti nella vicenda”, scrivono i magistrati in un altro passaggio delle motivazioni. Quanto al fatto che la registrazione fosse in lingua inglese, i giudici hanno fatto notare che lo stesso Savoini parlava in inglese.

3 anni da buttare - Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 4 Ottobre

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Ci voleva il gup Clementina Forleo per sistemare in un colpo solo la Procura di Roma, il sistema renziano e i sottostanti giornaloni. Chi legge il Fatto non ne sarà stupito, visto che il caso Consip l’abbiamo sempre raccontato per quello che è: una doppia, gigantesca trama per pilotare il più grande appalto d’Europa in cambio di tangenti promesse al padre di Renzi e al suo galoppino; e poi, scoperti quei traffici dai pm napoletani Woodcock e Carrano e dal Noe, per rovinare l’indagine con fughe di notizie dal Giglio Magico ai trafficoni che smisero di trafficare e persino di parlare, facendo sparire le microspie da Consip. Chi invece seguiva lo scandalo sui tg e i giornali, si era fatto l’idea che pm e carabinieri eversivi avessero cospirato col Fatto per rovesciare il governo Renzi a colpi di false accuse, false intercettazioni, falsi verbali e false notizie contro quel martire di babbo Tiziano. Ora l’ordinanza del gup, che rinvia a giudizio i renziani Lotti, Vannoni, Russo e i generali Del Sette e Saltalamacchia per le soffiate sull’inchiesta, ma soprattutto proscioglie l’ex capitano Scafarto dalle accuse di falso e depistaggio, spazza via la più colossale fake news politico-giudiziaria mai vista dai bei tempi di Ruby nipote di Mubarak.

Lo scandalo Consip, come aveva ben capito la Procura di Napoli, erano le trame sugli appalti e le soffiate sull’indagine, non certo gli errori in buona fede di Scafarto né gli scoop di Marco Lillo, come volevano far credere la Procura guidata da Pignatone e i suoi house organ, più impegnati a indagare su chi aveva indagato e informato che su chi aveva trafficato. Ora qualcuno, se proprio non riesce a vergognarsi, dovrebbe almeno scusarsi. Scafarto, che coordinava l’indagine del Noe, fu scippato dell’inchiesta, poi indagato e addirittura interdetto dall’Arma: tutto perché, in un’informativa con migliaia d’intercettazioni, aveva invertito i nomi dell’imprenditore Romeo e del consulente Bocchino. Quella svista, che ora il gup giudica “sicuramente involontaria” (le trascrizioni erano corrette e l’ufficiale raccomandò ai suoi di rileggerle per evitare errori), gli costò l’accusa di falso e depistaggio e la fama di taroccatore di prove per “incastrare” direttamente Tiziano e indirettamente Matteo. I giornaloni abbandonarono i condizionali sempre usati per Lotti e babbo Renzi (anche su fatti assodati) e passarono all’indicativo, dando per certo il dolo del capitano. Repubblica titolò: “Due carte truccate”, “Così hanno manipolato le carte per coinvolgere Palazzo Chigi”. Ed evocò addirittura “la sentina dei giorni peggiori della storia repubblicana”.

Tipo il piano Solo, il golpe Borghese, la strategia della tensione, la P2. Carlo Bonini sentenziò che Scafarto “ha costruito consapevolmente due falsi”, una “velenosa polpetta” per incastrare i Renzis e “alimentare una campagna di stampa che, con perfetta sincronia e sapiente ‘fuga di notizie’ (lo scoop del Fatto, ndr)” doveva costringere la povera Procura di Roma a seguire quella deviata di Napoli. Le stesse fandonie uscirono quando Lillo fu indagato per violazione di segreto in combutta con Woodcock e la Sciarelli (poi prosciolti con tante scuse, anzi senza). Non contenta, Repubblica (col Corriere e il Messaggero) pubblicò un verbale taroccato del procuratore di Modena Lucia Musti contro Scafarto e il capitano Ultimo, che le avrebbero intimato di “far esplodere la bomba” Consip per “arrivare a Renzi”. Poi si scoprì che la Musti aveva detto tutt’altro. Da allora Renzi grida alla congiura contro il suo governo (peraltro caduto da solo, dopo la disfatta referendaria del 4 dicembre 2016, due settimane prima dello scoop del Fatto): “Lo scandalo Consip è nato per colpire me e credo che colpirà chi ha falsificato le prove per colpire il premier. Io lo so bene chi è il mandante”. E i migliori cervelli del Pd a ruota. Orfini: “Questo è il Watergate italiano, un caso di eversione, un attacco alla democrazia”. Zanda, Fassino, Nencini e il duo Andrea Romano-Mario Lavia: “Complotto”. E l’allora direttore di Repubblica, con grave sprezzo del ridicolo: “L’idea che sia possibile disarcionare un primo ministro o chiudere una carriera politica attraverso la manipolazione di intercettazioni e un uso sapiente delle rivelazioni ai giornali è sconvolgente… Resta la necessità di liberare le istituzioni da pezzi di apparati che, come troppe volte nella storia d’Italia, agiscono in modo deviato ed eversivo”. Parole degne di Sallusti, Feltri e Belpietro sui processi a B.: dalle “intercettazioni a strascico” alla giustizia a orologeria di Woodcock e Scafarto che nel “dicembre 2016, un mese politicamente decisivo per il Paese… decidono i tempi” e imbeccano il Fatto, che “avvisa della tempesta che sta per succedere… perché la bomba scoppi”.
Poi la bomba si rivela un’autobomba del Bomba. Il Watergate, un Water closed. Il Piano Solo, un Piano Sòla. E ora il gup scrive che gli unici depistaggi “volti a impedire il regolare corso delle indagini” sono quelli di “ambienti istituzionali vicini all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi”. Ma intanto il polverone ha sortito i suoi effetti, dirottando l’attenzione generale dal vero scandalo Consip a quello falso, consacrando i dogmi dell’Immacolato Pignatone e del peccato originale napoletano, e fiancheggiando la sterilizzazione dell’indagine. Che, per fortuna, è stata sventata dai due gip: la Forleo ha prosciolto Scafarto (salvo ricorsi dei pm in appello); e Gaspare Sturzo ha respinto la richiesta d’archiviazione per Tiziano e Romeo. Intanto si son persi tre anni: l’ordinanza di ieri riporta le lancette dell’orologio al Natale 2016, quando l’indagine passò da Napoli a Roma. Tutto quel che è stato fatto, detto e scritto da allora è carta straccia. Come ha sempre sostenuto il Fatto, in beata solitudine.

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