lunedì 20 luglio 2026

IL MAGLIONE DI NATALE È FINITO NELL’ARMADIO.

 

C’erano una volta le fotografie di Bruxelles.
Ursula, Costa e il Cocaicomico si stringevano le mani come tre cugini davanti all’albero di Natale: sorrisi larghi, abiti coordinati, dita sovrapposte e la promessa che quella meravigliosa famiglia europea sarebbe rimasta unita per sempre.
Mancavano soltanto il camino acceso e Mariah Carey in sottofondo.
Adesso il sorriso è diventato regolamentare. L’abbraccio si è trasformato in una riunione del consiglio di amministrazione. E Zelensky non viene più fotografato come l’eroe romantico che salverà l’Europa, ma come il responsabile di una filiale che deve spiegare perché i conti continuino a non tornare.
Ufficialmente tutto procede magnificamente. Bruxelles ha aperto nuovi capitoli dei negoziati di adesione e ha cominciato a erogare il prestito europeo da 90 miliardi di euro previsto per il 2026 e il 2027, con una prima tranche da 3,2 miliardi. Nello stesso tempo, Commissione europea e Kyiv hanno stretto un accordo per integrare la tecnologia ucraina dei droni nella capacità industriale dell’Unione. In pratica: il matrimonio può attendere, ma la fabbrica degli armamenti deve partire subito.
La nuova formula europea sembra uscita da un romanzo distopico:
«Benvenuta, Ucraina.
Puoi produrre droni, ricevere prestiti, accumulare debiti, cedere tecnologia, offrire manodopera e difendere i nostri confini.
Per il diritto di voto, i fondi agricoli e la piena cittadinanza europea, ripassa più avanti.»
Possibilmente nel 2047, prendendo il numeretto all’ingresso.
Reuters riferisce che l’adesione accelerata richiesta da Kyiv continua infatti a incontrare forti resistenze: pesano i costi economici, il problema della corruzione, gli equilibri istituzionali e il timore di introdurre nell’Unione un altro governo dotato di diritto di veto. Si discute persino di forme di adesione associata, senza pieni diritti decisionali: europei abbastanza per combattere, non abbastanza per decidere.
Ecco cosa potrebbe bollire in pentola.
Non l’abbandono dell’Ucraina, ma la sua trasformazione da causa sacra a bene europeo sotto amministrazione controllata.
Il Cocaicomico non viene scaricato: viene riclassificato. Da Churchill in maglietta a cespite strategico. Da simbolo della libertà a centro di costo. Da ospite d’onore a richiedente finanziamenti convocato dall’ufficio contabilità.
Ogni sorriso adesso contiene una clausola.
Ogni stretta di mano ha un allegato tecnico.
Ogni miliardo porta con sé una verifica.
Ogni fotografia nasconde qualcuno che, appena spenti i flash, domanda:
«E noi, esattamente, cosa riceviamo in cambio?»
Il recente rimpasto del governo ucraino ha inoltre aumentato gli interrogativi europei sulla gestione del denaro e sull’affidabilità degli interlocutori, proprio mentre l’UE è diventata il principale finanziatore di Kyiv. Quando il benefattore paga quasi tutto, prima o poi smette di applaudire e comincia a chiedere le ricevute.
La mia lettura è semplice: Bruxelles sta preparando un’Ucraina militarmente integrata, economicamente dipendente e politicamente parcheggiata nell’anticamera.
Una grande zona industriale armata ai confini della Russia, collegata ai bilanci europei, utile per produrre droni e assorbire finanziamenti, ma tenuta prudentemente lontana dalle chiavi di casa.
Nelle vecchie fotografie si celebrava l’amore eterno.
In quelle nuove si sta già discutendo la separazione dei beni.

MA ZELENSKY LO LASCIANO ANCORA A FARE DANNI?

 

Dopo 4 anni di guerra e centinaia di migliaia di soldati ucraini e russi morti ed un tessuto infrastrutturale tutto da ricostruire Zelensky non sa più dove aggrapparsi per continuare ad avere il sostegno del paese. Tantissimi giovani si rifiutano di andare al fronte e fuggono all’estero anche dopo aver saputo della corruzione immane esistente tra le alte sfere comandate da Zelenky. E’ lui che ha i contatti con i vertici della Nato e conosce gli accordi stipulati con Donald Trump. E’ lui che sa che a breve dovrà abbandonare il paese per la protesta crescente contro gli arruolamenti forzati e la corruzione. Zelensky è evidentemente funzionale al sistema e spacciando ogni scelta per forzata contro la cessione delle regioni suborientali alla Russia si ostina a evitare ogni passo verso un accordo che sarà evidentemente negativo per l’Ucraina. In genere non si fanno le guerre per poi ritirarsi su posizioni pre-esistenti. Da che mondo è mondo chi vince acquisisce territori e chi perde li saluta. Il pericolo però è di andare incontro a una realtà ancora peggiore perché è evidente che anche con l’aiuto dei droni l’esercito ucraino manca della più importante necessità: cioè gli uomini. Chi in Italia legge i giornali e tifa per l’eroica resistenza degli ucraini dovrebbe documentarsi e leggere le condizioni a cui erano giunti poco prima del conflitto. Sarebbe bastata una dichiarazione di neutralità e l’abbandono di ogni aspirazione ad entrare nella Nato. La Russia non aveva nessun problema se l’Ucraina intratteneva relazioni commerciali con altri paesi europei ma se fosse entrata nella Nato avrebbe immediatamente giovato della possibilità, in caso di attacco, di un intervento militare Nato che ovviamente la Russia vedeva come il fumo negli occhi!! Immaginate voi se se esisteva ancora il Patto di Varsavia ed il Messico, o semplicemente Cuba, avesse dichiarato di aderirvi. Pensate che gli americani avrebbero acconsentito?

KIEV, DIETRO L’EPURAZIONE UNO ZELENSKY LOGORATO.

MAURIZIO BONI – IL FATTO – 19.07.2026

Al di là della cronaca, la rimozione del giovane ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov, merita una lettura che vada oltre la semplice sequenza degli eventi. Il nodo centrale non è tanto la sostituzione in sé, fisiologica e possibile in qualunque esecutivo in tempo di guerra, quanto il modo in cui è stato allontanato e ciò che questo rivela sui rapporti di forza reali dentro l'apparato ucraino. Fedorov, trentacinque anni, è arrivato al ministero della Difesa dopo un percorso che lo aveva reso il volto più riconoscibile dell'innovazione tecnologica ucraina, prima come ministro della trasformazione digitale, poi come artefice del programma di guerra con i droni, che ha permesso a Kiev di colpire in profondità il territorio russo e di ridurre, in alcuni settori del fronte, l'esposizione della fanteria al fuoco nemico. In sei mesi aveva rivendicato risultati verificabili: dal blocco dell'accesso ai terminali Starlink utilizzati dalle forze russe alla spinta verso una produzione massiccia di droni e sistemi autonomi. Nella sua ultima uscita pubblica da ministro, ha condiviso un'analisi di undici criticità strutturali delle forze armate, documento che la stampa ucraina (Ukrainska Pravda – 16 luglio) ha pubblicato per intero e che va considerato, al netto delle semplificazioni di un addio polemico, come un contributo di merito sullo stato reale dell'esercito. A questa figura dinamica e preparata, capace di parlare il linguaggio della guerra tecnologica, si è opposto il comandante in capo Oleksandr Syrsky, sessant'anni, espressione di una cultura militare opposta, convenzionale e poco permeabile alle riforme su appalti, bilancio e gestione delle unità. Ora è in bilico ma è stato lui, secondo le ricostruzioni circolate a Kiev, a porre a Zelensky la condizione secca, o Fedorov o me, trasformando uno scontro di merito sulla conduzione della guerra in un aut aut personale che il presidente ha risolto scegliendo l'immobilismo del generale contro il dinamismo del ministro, un segnale scoraggiante per chiunque nell'amministrazione provi a innovare contro l'apparato tradizionale. C'è poi un secondo livello di lettura. Fedorov non è la prima figura popolare allontanata da un ruolo di primo piano da quando Zelensky è presidente. Il precedente più evidente resta il generale Valery Zaluzhny, rimosso dal comando delle forze armate nel 2024 proprio quando i sondaggi lo indicavano come il rivale più temibile per Zelensky in un'eventuale corsa presidenziale, e che oggi, dall'ambasciata di Londra, non nasconde più le proprie ambizioni politiche. Lo schema si ripete: un funzionario o un militare guadagna popolarità reale, viene percepito come rivale potenziale e rimosso con motivazioni tecniche. Il segnale più preoccupante riguarda però la tenuta del fronte interno. Le proteste che hanno accompagnato l'uscita di Fedorov, le prime di questa portata dall'inizio dell'invasione dopo quelle contro la legge sulle agenzie anticorruzione di un anno fa, hanno costretto Zelensky a parlare in pubblico dietro uno schermo antiproiettile, per timore delle reazioni dei propri concittadini. Non è un'immagine che trasmette forza, ed è difficile non leggerla come il sintomo di una fiducia popolare in erosione proprio mentre la guerra chiede il massimo di coesione nazionale, tanto più con la caduta di Kostiantynivka, che apre la strada verso Kramatorsk e Sloviansk, con l'operazione dei quaranta giorni che non ha prodotto la svolta promessa contro Mosca, e con l'offensiva russa senza precedenti contro i terminali della Grande Odessa e le navi mercantili, comprese quelle di bandiera occidentale, che riforniscono lo sforzo bellico e l’economia ucraine. Le undici criticità elencate da Fedorov, del resto, non sono difetti procedurali risolvibili con un cambio di organigramma, ma nodi strutturali di dottrina, concezione e condotta delle operazioni, appalti e rapporto tra comando politico e militare, che richiederanno anni per essere affrontati, sempre che in futuro qualcuno a Kiev decida di prenderne atto invece di archiviarli insieme al ministro che li ha formulati. La sua uscita di scena consegna di fatto pieni poteri a Syrsky, lo stesso generale che già prima di succedere a Zaluzhny si era guadagnato, nella difesa a oltranza di Bakhmut, la reputazione di comandante disposto a pagare in vite umane il mantenimento di posizioni di dubbio valore militare. Scenari puntualmente ripetuti anche nei recenti eventi bellici in Donbass dove a intere unità è stato vietato di indietreggiare su nuovi apprestamenti difensivi. Dunque, un logoramento, quello di Kiev, su tre fronti: militare, logistico e di fiducia interna, che rischia di prolungare proprio quella dottrina dei massacri che Fedorov aveva provato, senza riuscirci, a mettere in discussione.

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"Putin precipita nei sondaggi": continua la demenziale propaganda occidentale contro la Russia, colpevole di non piegarsi. - Diego Fusaro


In questi giorni, i più letti e, soprattutto, più venduti quotidiani di provata fede liberal-atlantista stanno ripetendo a tambur battente che Vladimir Putin sta precipitando nei sondaggi e sta subendo una vera e propria emorragia di consensi.
Di questo passo, ci spiegheranno presto, magari, che il popolo russo sogna di avere il guitto Zelensky, attore Nato, come presidente e di passare direttamente sotto il controllo americano o, forse, di entrare a far parte della tecnocrazia depressiva e repressiva di Bruxelles.

Gli stessi che danno la caccia alle fake news e si sono intestati la demenziale battaglia contro la disinformazione, sono i primi a riempire le teste dei cittadini manipolati di disinformazione e di propaganda, buone soltanto a garantire l'ordine simbolico funzionale alla riproduzione del sistema capitalistico americanocentrico, di cui la UE è semplice colonia priva di dignità. L'obiettivo resta sempre il medesimo, descritto da Platone più di duemila anni fa con l'immagine della caverna: fare in modo che gli ottenebrati dell'antro desiderino rimanere là sotto, anziché tentare la difficile via che porta a migliori libertà. Più precisamente, i gruppi dirigenti in occidente spacciano i loro sogni e i loro desiderata per realtà effettuale: l'idiosincrasia occidentale verso Putin e, più in generale, la collaudata russofobia oggi imperante in occidente si spiegano in ragione del fatto che Putin sta da decenni opponendo una fermissima resistenza alla americanizzazione della Russia, tutelando la sovranità della sua nazione e rivelandosi indisponibile a ogni compromesso con il nichilismo della globalizzazione americanocentrica, quella che più volte abbiamo qualificato come anglobalizzazione.

La realtà, non detta perché non dicibile, è che il popolo russo è unito e compatto intorno alla figura del suo presidente, nel quale ravvisa, con ottime ragioni, un baluardo di resistenza e di sovranità contro i barbari che premono alle porte della Russia e che, lo ricordiamo, hanno prodotto la guerra d'Ucraina come casus belli in vista della normalizzazione atlantista della Russia stessa.

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Nanorobot di DNA contro il cancro: colpiscono il tumore e proteggono i tessuti sani.

 

Un gruppo di ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma ha sviluppato innovativi nanorobot costruiti con il DNA, progettati per riconoscere l’ambiente tumorale e attaccare selettivamente le cellule cancerose.

Attraverso la tecnica del “DNA origami”, gli scienziati hanno realizzato una minuscola struttura capace di trasportare un composto peptidico citotossico. Durante il percorso nell’organismo, questa sostanza rimane nascosta e inattiva, riducendo il rischio di entrare in contatto con i tessuti sani.

Il meccanismo si attiva soltanto in presenza dell’ambiente più acido tipico di molti tumori solidi. Quando il nanorobot rileva un basso livello di pH, modifica la propria struttura ed espone l’agente capace di danneggiare le cellule tumorali. Nei tessuti sani, dove il pH è normalmente vicino a 7,4, il dispositivo rimane invece inattivo.

Nei test condotti su modelli animali di tumore al seno, questo sistema sensibile al pH ha ridotto la crescita tumorale fino al 70% rispetto ai gruppi di controllo.

Si tratta comunque di una ricerca ancora preclinica: saranno necessari ulteriori studi per valutarne sicurezza, tossicità ed efficacia negli esseri umani. I risultati rappresentano però un importante passo avanti verso terapie oncologiche più mirate, capaci di colpire il tumore limitando i danni alle cellule sane.

📚 Fonte: Wang Y. e colleghi, Nature Nanotechnology, 2024.

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