lunedì 5 luglio 2021

Caro Damilano, dopo Genova non arrivò l’anti-politica. - Salvatore Cannavò

 

C’è una sinistra intellettuale talmente ossessionata dal M5S che non riesce a guardare nemmeno dentro la propria storia. Si prenda l’Espresso e l’editoriale che il suo direttore, Marco Damilano, dedica a Genova 2001 e alla Diaz. Che se ne trae da quella storia? Che la dura repressione poliziesca, di cui Gianni De Gennaro non si è mai scusato, e la contestuale violenza dei Black bloc hanno distrutto quel movimento rendendolo un ’68 “durato 48 ore”. E quella potenzialità politica, quella speranza, finendo in un buco nero, ha consegnato giovani e meno giovani all’antipolitica. A Beppe Grillo. Solo che il G8 è del 2001, il Vaffaday è del 2007. In mezzo? Dopo Genova c’è la stagione dei Social forum, un movimento contro la guerra indicato dal New York Times come “la seconda potenza mondiale”, soprattutto c’è la sinistra al governo. Prodi e Bertinotti, Agnoletto eurodeputato e deputati che vengono da quel movimento eletti da Rifondazione. Semmai è la delusione di quell’esperienza, la sinistra che si fa casta e potere, a spingere milioni di elettori verso i 5 Stelle. Ma quell’energia non si spegne ancora: realizza il referendum per l’acqua pubblica nel 2011, scende in piazza con gli Indignados in quello stesso anno, dopo che aveva manifestato contro il governo Berlusconi. E solo dopo l’ennesima mazzata politica, il governo Monti, favorito ancora da quella pseudo-sinistra rimasta in campo, si dilegua. Dieci anni dopo. Ora, possiamo capire l’acrimonia verso Grillo,la foga di voler costringere tutto in una chiave di lettura precostituita arriva a negare la vita e la realtà di quelle centinaia di migliaia di persone che attraversarono Genova venti anni fa. E offrirono una chance di rinnovamento alla sinistra, che questa si guardò bene dal raccogliere. Allora si spiega meglio perché la sinistra italiana e gli “spiegoni” dei suoi cantori non ne azzeccano una.

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Berlusconi al Colle: è Nonno Libero il grande elettore. - Tommaso Rodano

 

Come un fiume carsico, il nome di Silvio Berlusconi riaffiora per l’ennesima volta in direzione Quirinale. Può sembrare assurdo nel 2021 che a qualcuno venga in mente di proporre come presidente della Repubblica il personaggio più divisivo dell’Italia contemporanea, eppure è davvero così: Lui è scaramantico ma ci crede e Loro, quelli che gli stanno vicino, sono al lavoro per trasformare il sogno in realtà.

Berlusconi avrebbe confessato al Corriere della Sera – si legge in un retroscena di Francesco Verderami – di sentire solo “il 10- 15% di possibilità” di farcela, ma di avere una strategia per pescare i molti voti che mancano nel ventre molle e in dissoluzione dei Cinque Stelle in Parlamento.

Così ieri il nuovo tam-tam dei silviofili ha preso il largo con le dichiarazioni del sempre affettuoso Gianfranco Rotondi. Un’idea quasi onirica, quella del democristiano: Berlusconi al Quirinale per 18 mesi e solo per agevolare il passaggio a un sistema presidenziale. “La seconda repubblica – sostiene Rotondi – è incinta da ventisette anni della riforma presidenzialista, progettata ai tempi del tentativo Maccanico, sempre inserita nei programmi del centrodestra, mai realmente avviata. L’elezione di Silvio Berlusconi al Quirinale aprirebbe finalmente a questa possibilità, e Silvio sarebbe il solo presidente capace di accompagnare la riforma dimettendosi dopo diciotto mesi, al compimento del percorso di riforma costituzionale”. Uno scenario affascinante, al limite del lisergico, frutto di una progettualità a suo modo geniale.

Meno fantasioso di Rotondi, molto più prudente, ma in fondo ottimista è il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani: “Credo che sia prematuro lanciare candidature dai partiti per il Quirinale – ha detto a SkyTg24 – perché non è ancora iniziato il semestre bianco. Ma se lo chiedete a me, sono convinto che Berlusconi sarebbe un ottimo presidente della Repubblica. In ogni caso il centrodestra per l’elezione si muoverà compatto”.

Matteo Salvini per ora è poco compatto, fa lo gnorri: “Per il presidente della Repubblica si vota a febbraio del 2022. Ora mi sto occupando di salute e di lavoro, non di Quirinale. Non ho letto il Corriere, leggo solo la Gazzetta dello Sport e tifo per l’Italia”.

Ma il sostegno più convinto alla candidatura dell’ottuagenario Silvio arriva – coerentemente – dal settore della terza età. È accorato l’endorsement di Fabio Sciotto, presidente nazionale della Fapi (Federazione artigiani pensionati italiani): “Berlusconi al Colle sarebbe motivo di grande orgoglio e soddisfazione per le categorie produttive del Paese. Siamo convinti che darebbe lustro e credibilità internazionale all’Italia nel mondo, consentendo alle imprese di crescere e di espandersi anche in ragione di una autorevole ed esperta guida della nostra Repubblica”.

Alla fine il più entusiasta di tutti all’idea di Nonno Silvio al Colle è Nonno Libero, al secolo Lino Banfi: “Sarebbe bellissimo – dice sicuro – e glielo chiederò di persona tra pochi giorni, perché lui ogni anno, da quarant’anni, l’11 luglio che è il giorno del mio compleanno, mi telefona e mi dice ‘auguri vecchio’, perché sono nato poco più di due mesi prima di lui. Al Quirinale avrebbe vicino un uomo che è la sintesi, l’incarnazione della mediazione, che è Gianni Letta. E poi magari Berlusconi si inventerebbe un’altra onorificenza per me: tipo il Nonno d’Italia o l’Allenatore del Quirinale”. 2022, arriva in fretta.

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Ma ci rendiamo conto del fatto che è stato condannato in via definitiva per frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita, creazione di fondi neri gestendo i diritti tv di Mediaset e che è sospettato di avuto rapporti con la mafia, oltre ad aver accumulato altri reati per cui, a suo nome, pendono altri processi?

“Sminatori” 5S, restano 2 nodi: sfiducia al leader e ruolo politico di Grillo. - To. Ro.

 

Movimento in conclave - I “7” ieri hanno telefonato al fondatore che riceve una lettera da cento attivisti: “Così ci fregano”.

Una domenica di lavoro per provare a salvare il Movimento cinque stelle. Il tavolo virtuale è ancora su Zoom, a sedersi sono sempre i sette “saggi” che devono riscrivere lo Statuto e le regole in una forma che sia digeribile sia per il leader Giuseppe Conte che per il fondatore Beppe Grillo. Lavorano limando regole e codici, cercano una soluzione formale per colmare il vuoto enorme, sostanziale, che si era creato tra i duellanti del Movimento.

Una delle consegne assolute per i sette “sminatori” è quella del silenzio: sui risultati del loro lavoro filtra poco. Dopo il disastro dei giorni scorsi c’è un ottimismo di fondo, chissà quanto auto-imposto. Si comunica – come in una seduta automotivazionale – “grande determinazione” e “massima attenzione”. Chissà se basteranno.

Dal lavoro certosino dei sette dovrà vedere la luce l’insieme delle nuove regole, la rinnovata struttura su cui sarà fatto poggiare il “neo Movimento”, come l’aveva battezzato Conte (in una definizione forse non proprio apprezzata dal fondatore): e dunque Statuto, carta dei valori, codice etico.

Il lavoro di messa a punto dello Statuto della discordia dovrebbe essere quasi ultimato: è a “due terzi” secondo quanto filtra da chi ci sta mettendo mano. Se tutto procederà bene, sarà portato a termine entro stasera e potrebbe essere presentato alle due parti già domani.

Se Grillo e Conte lo accetteranno, a quel punto bisognerà indire la votazione degli iscritti, conservando almeno una spolverata di democrazia diretta nello scontro individuale tra le due personalità del Movimento.

Tra i nodi rimasti da sciogliere non c’è il tema dei due mandati. Al contrario di quanto si riteneva, su questo Conte e Grillo sono sostanzialmente d’accordo, o meglio: nessuno dei due è contrario a cambiare questa regola fondativa e lasciarla decidere dalla base del Movimento. Con diverse soluzioni: si potrebbe adottare una deroga al limite dei due mandati per gli eletti “meritevoli” (un po’ come avviene nel Pd) oppure concedere un terzo mandato a chi ne ha già fatti due, ma in un’assemblea elettiva diversa da quella in cui siede. I sette “saggi” in ogni caso non se ne stanno occupando, perché non è su questo tema che Conte e Grillo sono in disaccordo.

I nodi sono essenzialmente due, invece: il primo è la natura del ruolo del “garante”. Grillo chiede una formula che gli riconosca la primazia non solo sui valori del Movimento ma anche sulla “iniziativa politica”. Per Conte sarebbe il realizzarsi della “diarchia” che l’ex premier ha detto chiaramente di non poter accettare: se Grillo assume su di sé anche l’indirizzo politico, al leader cosa rimane?

L’altro punto sensibile riguarda il meccanismo di sfiducia del leader politico. Conte ha già accettato che il suo mandato alla guida dei Cinque stelle possa essere sottoposto al giudizio degli iscritti se il garante o uno degli altri organi direttivi intendesse chiedere una votazione di sfiducia. Ma pretende un meccanismo di riequilibrio, una sorta di “sfiducia costruttiva”: se la base dovesse dare ragione al leader politico contro la proposta di sfiducia, a quel punto a decadere dovrebbe essere l’organo che l’ha promossa.

Su questi aspetti lavorano gli “sminatori”, con la cautela che si richiede alla missione. Tra poco il loro compito sarà terminato, a quel punto toccherà ai due litiganti. Allora si capirà la verità: se Grillo ha bluffato o ha giocato sul serio. E cioè se ha affidato il mandato ai sette (Di Maio, Fico, Crimi, Patuanelli, Crippa, Licheri, Beghin) solo per condividere insieme a loro il naufragio della trattativa e della leadership di Conte (e probabilmente la fine del Movimento cinque stelle), oppure se ha capito di non avere altre carte in mano che affidare i destini della sua creatura all’ex presidente del Consiglio. Il quale è stato chiaro: prenderà la guida del Movimento solo se ci sarà una separazione netta dei ruoli e un controllo della direzione politica autonomo dall’ingombrante carisma del fondatore.

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Ignorati e senza soldi. Così stan morendo gli Archivi di Stato. - Leonardo Bison

 

Chiudono uno dopo l’altro. A Camerino è salvato dai percettori di reddito di cittadinanza. Il patrimonio documentale italiano è in pericolo: mancano addetti e dirigenti.

Grazie a un accordo tra il Comune e la direzione generale Archivi del ministero della Cultura, all’Archivio di Stato di Camerino lavoreranno i percettori di reddito di cittadinanza. La direttrice generale Anna Maria Buzzi ha dichiarato: “È il primo progetto di questo tipo in Italia. Spero possa essere presto portato avanti in altre realtà territoriali”. Si è così evitata la chiusura della sede, che era stata paventata all’inizio del 2021, e Camerino non è l’unico caso. Se si prendono in considerazione anche solo gli ultimi mesi, ci si accorge che sono in molti gli archivi a rischio chiusura. Tra gli altri, l’Archivio di Stato di Foggia, come spiegato dalla sua direttrice ai giornali l’8 giugno. In maggio un simile allarme è stato lanciato dall’Archivio di Stato di Nuoro, in aprile da quello di Trani, mentre da gennaio è noto che gli Archivi di Stato abruzzesi corrano lo stesso rischio, soprattutto quello di Sulmona. Il 30 giugno il deputato Cassinelli (FI) ha spiegato che lo stesso rischio riguarda quello di Genova. La situazione è sempre la stessa, un solo funzionario rimasto in servizio, e ormai prossimo alla pensione, ed è una situazione “insostenibile, che peggiora di anno in anno” spiega Micaela Procaccia, presidente dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana e già funzionaria e dirigente ministeriale, entrata nel 1978, che sottolinea come questa condizione colpisca la stragrande maggioranza degli archivi, in particolar modo al Centro-Nord. “Capisco per questo la scelta di inserire i precettori di reddito pur di non chiudere – spiega – ma la pezza rischia di essere peggiore del buco: anche i custodi, in spazi tanto ricchi e delicati, devono sapere come muoversi”.

Siamo di fronte a un collasso annunciato da almeno vent’anni: nell’ultimo decennio sono andati in pensione la quasi totalità degli assunti dei primi anni 80, che avevano riempito le fila dell’allora Ministero per i beni culturali garantendo anche il funzionamento degli Archivi di Stato. Una pletora di compiti diversi, che vanno dalla selezione del materiale da archiviare (tutti i documenti prodotti da ogni amministrazione statale, dalle prefetture alle carceri, devono passare per la supervisione dei funzionari prima di essere scartati), alla conservazione dello stesso in forme e spazi idonei, fino alla fruizione da parte del pubblico. Servono funzionari archivisti, e poi amministrativi, sorveglianti e custodi, ma anche immobili e spazi adeguati. Oggi manca, in troppi casi, quasi tutto, tanto che il 10 giugno la commissione cultura del Senato ha chiesto di avviare un’indagine sulla situazione del settore. “Conosco colleghi che devono partecipare a commissioni per lo scarto dei materiali in 15 enti diversi, occuparsi della manutenzione degli spazi, e poi della sala studio e dell’utenza: da soli”, spiega Procaccia. Il personale in servizio nel 2008 nei 101 archivi e 33 sezioni era oltre di oltre 3 mila unità, mentre nel 2018 era sceso a poco più di 2.200. Nonostante l’assunzione di 190 nuovi funzionari archivisti dopo il concorso del 2016 (il primo con simili numeri dopo trent’anni) si calcola che nel 2022 saranno 279 gli archivisti operativi, contro i 600 necessari: nel 2011 erano 535. Anche i dirigenti sono meno della metà del necessario, e da anni i posti nel settore archivistico vengono coperti da dirigenti di altri settori, che non conoscono la materia.

Gli archivi non sono legati soltanto alla memoria, ma raccolgono la documentazione amministrativa del Paese. Lì sono conservati anche documenti e materiali, a volte pezzi unici, dal valore storico ed economico rilevante. Una situazione di difficoltà simile lascia spazio a sottrazioni e furti. Spesso il Nucleo tutela del patrimonio culturale dei carabinieri rinviene documenti – risalenti anche al XIV o XV secolo – sottratti nel corso dei decenni agli archivi di stato. E alcuni casi assurgono alle cronache nazionali: nell’agosto 2020 fu annunciato un furto di almeno 970 labari della Marcia su Roma dall’Archivio centrale di Stato; nel novembre 2019 fu l’eurodeputato Mario Borghezio ad essere denunciato dall’Archivio di Stato di Torino per aver sottratto centinaia di documenti (il leghista si è difeso spiegando che voleva solo fotocopiarli, ma nessun documento può uscire dall’Archivio senza autorizzazione). Inserire in questo contesto persone senza formazione né esperienza, costrette a svolgere compiti di vigilanza e custodia per non perdere i sussidi, appare un’operazione gravida di rischi.

La chiusura a tempo indeterminato che si abbatte su alcune delle sedi è solo la punta di un iceberg. Da decenni la fruizione degli utenti diventa sempre più limitata: un funzionario deve sempre essere a disposizione degli stessi durante i momenti di apertura al pubblico. E anche se durante i mesi del lockdown gli archivi sono rimasti aperti, come più volte rivendicato dal ministero e dalla direzione generale Archivi, la limitazione di orari e posti messi a disposizione, nonché del numero di documenti consultabili, li ha resi spesso quasi inutilizzabili. Solo pochi giorni fa un centinaio di accademici di tutto il mondo hanno scritto l’ennesima lettera al ministro, stavolta sulle condizioni dell’Archivio di Stato di Venezia. “Le difficoltà illustrate stanno incidendo in maniera pesantissima sulla filiera della ricerca – scrivono – con esiti devastanti per i singoli studiosi ma anche, ci pare di poter affermare, per l’immagine dell’Istituto”. Servirebbe più personale, ma questo continua a calare per i pensionamenti, mentre il concorso che avrebbe dovuto vedere la luce nel 2020 (che porterebbe all’assunzione di qualche decina di archivisti e di 8 dirigenti) è stato rinviato a data ancora da destinarsi. Nel Recovery Plan non c’è traccia degli Archivi di Stato, se non per un pur opportuno adeguamento energetico delle sedi e un investimento per la digitalizzazione del materiale (40 miliardi, di cui 500 milioni solo per il settore culturale). Ma “i processi di archiviazione informatica non sono più semplici di quelli cartacei – conclude Procaccia -. Senza personale formato e in numero sufficiente, difficile che la digitalizzazione possa risolvere qualcosa”.

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Ma mi faccia il piacere. - Marco Travaglio

 

Il Delinquente della Repubblica. “Berlusconi in campo per il Colle: mi do il 10-15% di possibilità” (Francesco Verderami, Corriere della sera, 3.7). Se vota tutta la famiglia Mubarak, è fatta.

La Storia siamo loro. “Nessuna alleanza obbligata, vedremo l’evoluzione 5Stelle. Concorrenza di Conte? Se penso alla nostra storia, non ci spaventa” (Irene Tinagli, vicesegretaria Pd, Messaggero, 3.7). La storia di una che stava in Italia Futura con Montezemolo e in Scelta civica con Monti.

Maremma Maiolo. “La macelleria di S.M. Capua Vetere. Travaglio e Bonafede ululavano: mai liberi! Vi stupite dei pestaggi?” (Tiziana Maiolo, Riformista, 2.7). Ora un tribunale dovrà decidere se li abbia picchiati io o se questa poveretta meriti finalmente il sospirato Tso.

Il passo del Merlo. “Nel Paese è cambiato il clima e sta cambiando il passo” (Francesco Merlo, Repubblica, 2.7). Ora c’è quello dell’oca.

Il nuovo Ungaretti. “Posso dire del libro di poesie di Nichi Vendola come se le voci e le carte fossero… passeggere, opinabili. Un libro invece resta, passa di mano in mano e di casa in casa per generazioni… Ecco, lo sguardo di Vendola è limpido. La sua poetica pasoliniana struggente e feroce, la lingua aspra e la consapevolezza, specie nel dolore e nell’errore, piena” (Concita De Gregorio, Repubblica, 2.7). M’illumino d’incenso.

Scappa e spada. “Conte ci ha divisi, sarà difficile ricomporre. Chi esce lasci gli incarichi” (Vincenzo Spadafora, deputato M5S, Correre della sera, 2.7). E chi ha spinto Franco Di Mare alla direzione di Rai3 in quota 5Stelle che fa, resta?

Berdini con la B. “A sinistra rispunta Berdini: ‘Per il Comune di Roma ci sono anch’io’” (Repubblica-cronaca di Roma, 27.6). Mo’ me lo segno.

Il trascinatore di folle. “Appello di Calenda a Letta: ‘Ora basta 5Stelle!’” (Claudia Fusani, Riformista, 2.7). In effetti scambiare un alleato al 16% con uno al 2% è un affarone.

Forza Coerenza. “Forza Francia!” (Radio Padania, Europei 2000). “Forza Germania!” (Radio Padania, Mondiali 2006). “Devo ancora decidere se fare il tifo per il Brasile, l’Argentina, la Germania o la Repubblica Federale Elvetica. Certo non per l’Italia” (Matteo Salvini, Lega Nord, Mondiali 2010). “Andiamo a Monaco cazzo! Andiamo a Monaco! Dai dai dai dai dai! Sì sì sì sì sì!” (Matteo Salvini, Lega, con la maglia della Nazionale, Instagram, 26.6). Dopo numerosi tentativi, deve avere appena ottenuto la cittadinanza.

Apparizioni. “Il Capitano e il voto nelle città: ‘Sul candidato di Milano ci tocca andare a Lourdes’” (Stampa, 3.7). A Medjugorje non lo fanno più entrare.

Riza Psicosomara. “Il reddito grillino atrofizza il cervello” (Raffaele Morelli, psichiatra, Libero, 28.6). Lui comunque non rischia nulla.

Descamisados. “Non me lo vedo Conte a capo dei descamisados che leggono il Fatto di Travaglio” (Paolo Mieli, Giornale, 29.6). Uahahahahah.

Un sincero democratico. “Io consegnerei anche nella prossima legislatura le chiavi di Palazzo Chigi a Draghi o al premier draghiano che verrà dopo di lui” (Mieli, ibidem). Giusto: aboliamo le elezioni.

L’ideona. “Un solo modo per impedire questi orrori: abolire il carcere” (Piero Sansonetti, Riformista, 29.6). Da oggi svaligiare casa Sansonetti senza passare dal carcere si può. Diamoci da fare.

Uffa, altro sondaggio sbagliato. “Michetti svetta su tutti. Gualtieri incalza Raggi. La sindaca al 23,5%, l’ex ministro del Pd al 23, 1, che però vincerebbe il ballottaggio con chiunque” (Repubblica- cronaca di Roma, 2.7). È il loro modo per dire che Gualtieri è terzo dietro Michetti e la Raggi, però basta abolire il primo turno e diventa primo.

A grande richiesta. “Lo ‘Spelacchio’ in piazza del Fico pericolante sulle teste dei passanti” (Repubblica, cronaca di Roma, 29.6). Se ne sentiva giusto la mancanza: quando la Raggi rischia di non perdere, non si butta via niente. Uno Spelacchio è per sempre.

L’autorecensione. “’Libro Aperto’, la rivista di cultura politica diretta da Antonio Patuelli, dedica il supplemento al numero 105 (‘Luigi Einaudi 1961-2021’, pagg. 320, euro 20) a questa nobile esistenza… Oltre ai nomi già citati, il volume si avvale degli interventi… di chi scrive questa rubrica” (Stefano Folli, Robinson-Repubblica, 3.7). Povero Folli: non c’era nessuno che volesse recensirlo e allora si è recensito da solo. Alla fine l’oste ha garantito che il vino era buono.

La mano morta. “Darò una mano sul ddl Zan” (Matteo Renzi, segretario Iv, Giornale, 2.7). Quindi salutiamo il ddl Zan: una prece.

Ottimo e abbondante. “Ma adesso ci serve solo debito buono” (Mario Draghi, Stampa, 2.7). Dicesi debito buono quello che fa lui. Dicesi debito cattivo quello che fanno gli altri.

Il titolo della settimana/1. “Libero pubblica le proposte di Orbàn. Gli altri giornali no” (Libero, 3.7). Sono soddisfazioni.

Il titolo della settimana/2. “Referendum Radicali, Lega e Forza Italia, è già record di firme. Dopo l’Udc, c’è il sì dei Riformisti” (Verità, 3.7). Solo non si vedono i due liocorni.

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