martedì 4 agosto 2020

Il Colle e Conte contro i Benetton: il ponte United Colors arcobaleno. - Lorenzo Giarelli

Il Colle e Conte contro i Benetton: il ponte United Colors arcobaleno

Al taglio del nastro commozione per le 43 vittime, poi le accuse ai concessionari: “I responsabili hanno nomi e cognomi”.
Mezz’ora prima dell’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Renzo Piano passeggia a lungo sul ponte Genova San Giorgio. L’ombrello in mano lo ripara dal diluvio, mentre sussurra a chi gli si avvicina i segreti del viadotto che ha regalato alla sua città e che a meno di due anni dal crollo del Morandi – era il 14 agosto 2018 – restituisce finalmente un collegamento alla Val Polcevera. È l’immagine che anticipa la sfilata delle più alte cariche dello Stato a Genova, nel giorno in cui si inaugura il nuovo viadotto.
Lo ripetono tutti: questa non è una festa. Lo ha detto Mattarella ai familiari delle vittime, che hanno preferito non partecipare alla cerimonia incontrando in privato il capo dello Stato in prefettura. Lo ribadiscono dal palco sul ponte il sindaco di Genova Marco Bucci, il governatore ligure Giovanni Toti, il già citato Renzo Piano e poi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Prima dei discorsi di rito suonano l’inno nazionale e il silenzio militare, poi vengono scanditi i nomi di chi perse la vita sul Morandi. È il momento più toccante del pomeriggio. “La prima cosa che mi viene in mente è il ricordo per le vittime e le loro famiglie”, esordisce Bucci. Toti sceglie le sue parole d’ordine: “‘Mai più’ e ‘sempre così’, perché nessuno deve morire più in questo modo e perché ogni infrastruttura dovrebbe essere realizzata così come è stato realizzato il nuovo ponte”. Renzo Piano ripropone la metafora che più gli è cara: “Ho immaginato il ponte come un vascello bianco”. Storia di mare, come nella Crêuza de mä di Fabrizio De André, rivisitata per l’occasione da 18 artisti.
Il discorso del premier, che arriva quando in cielo è comparso un arcobaleno, è quello più politico, con l’orgoglio per la decisione di sottrarre il controllo delle autostrade ai privati: “Il governo ha ritenuto doveroso promuovere il complesso procedimento di contestazione degli adempimenti che hanno causato il crollo del ponte. Questo procedimento si è concluso con l’accordo di ridefinire i termini della convenzione, con la possibilità di garantire in modo più efficace gli investimenti per la manutenzione”. Tradotto: il ponte viene consegnato ai Benetton (attuali concessionari), ma presto tornerà allo Stato. Non è un caso che Conte ne parli. Poco prima Mattarella, nell’incontro in Prefettura, era stato chiaro: “Le responsabilità non sono generiche, hanno sempre un nome e un cognome. E sono sempre frutto di azioni o omissioni, quindi è importante che ci sia un accertamento severo, preciso e rigoroso delle responsabilità”.
E se Renzo Piano spera in un ponte “amato perché semplice e forte come la città”, Conte menziona Piero Calamandrei e la sua rivista Il Ponte: all’epoca “il ponte” era tra le macerie della guerra e il futuro, oggi può “creare una nuova unità dopo la frattura del crollo”.
Il taglio del nastro e le frecce tricolori concludono la cerimonia facendo lentamente smaltire gli ospiti. Tra loro, come detto, non c’è l’associazione dei parenti delle vittime, ma c’è Emmanuel Henao Diaz, che nel crollo perse il fratello: “Mi sento in dovere di partecipare per dimostrare a mio fratello che non faccio finta di niente, come invece chi doveva pensare alla sicurezza di quel ponte”. Per il resto, tra le centinaia di invitati ci sono giuristi, dirigenti e soprattutto politici.
L’inaugurazione dà modo a tutti di esultare: al governo, ma anche a Bucci, peraltro commissario straordinario per la ricostruzione, e Toti, governatore in campagna elettorale, che in mattinata incontra la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Con loro c’è mezzo governo (Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Luciana Lamorgese, Paola De Micheli) e l’ex ministro Danilo Toninelli, coi presidenti delle Camere, la presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia e i vertici di Fincantieri. Non manca la retorica del “Paese che si rialza” e di “Genova che riparte”, ma per una volta sembrano crederci tutti.

Trattativa ferma tra Cdp e Atlantia Slitta pure l’intesa sulla concessione. - Cdf

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Che il governo non si sarebbe presentato a Genova con lo scalpo ottenuto dell’uscita dei Benetton era noto da giorni. Ieri però si è aggiunto l’ulteriore allungamento dei tempi. La ministra dei Trasporti Paola De Micheli ha ammesso che domani non ci sarà la firma con Autostrade per l’Italia (Aspi) per il rinnovo del Piano economico finanziario e del nuovo “Atto aggiuntivo”. È un passo fondamentale per riequilibrare la concessione a favore della parte pubblica in base all’accordo sancito col governo. Serviranno diversi incontri tecnici per capire se le proposte di Aspi sono coerenti con il nuovo modello tariffario voluto dall’Autorità dei Trasporti. L’intesa necessita poi di un parere dell’Avvocatura e dovrà infine passare al vaglio degli organi tecnici, a partire dal Cipe.
L’accordo è fondamentale per dare un valore ad Autostrade e sbloccare la trattativa tra Atlantia e la Cassa Depositi e Prestiti. Ieri gli uomini della holding controllata dai Benetton hanno chiesto un rinvio a metà settimana dell’incontro previsto in giornata. La distanza tra le parti è notevole. Nei piani del governo Cdp dovrebbe assumere il controllo con un aumento di capitale che la porti al 33% di Aspi, Atlantia venderebbe poi a investitori graditi alla Cassa un altro 22%, infine Aspi verrebbe scissa dalla holding e quotata permettendo ai soci, in primis i Benetton, di uscire. Manca però l’accordo su due punti fondamentali. Il primo è il valore di Aspi (sotto i 6 miliardi Altantia non avrebbe perdite a bilancio, sopra ci guadagnerebbe pure). La holding vuole anche un meccanismo compensativo in caso il valore della quotazione di Aspi risulti superiore a quello di ingresso di Cdp. Il secondo è la manleva legale chiesta da Cdp: Atlantia non ne vuole sapere.

Legge elettorale, Zingaretti vuole la bozza in aula prima del voto sul taglio dei parlamentari: “Preoccupazione, rispettare gli accordi”.

Legge elettorale, Zingaretti vuole la bozza in aula prima del voto sul taglio dei parlamentari: “Preoccupazione, rispettare gli accordi”

In una nota il segretario Dem è tornato a chiedere di inserire il tema nell'agenda parlamentare, dopo la bocciatura, grazie anche ai voti di Italia Viva, durante l’Ufficio di presidenza di Montecitorio. Rosato: "Non è la priorità, rimaniamo sulla strada della concretezza".

Nicola Zingaretti torna a chiedere il rispetto degli accordi di governo per arrivare a una riforma elettorale che anticipi il referendum sul taglio dei parlamentari, tema caro invece al Movimento 5 Stelle, entro il 20 settembre, giorno del voto. Lo fa con una nota in cui esprime “preoccupazione” per l’avvicinarsi della consultazione popolare senza che ancora la riforma chiesta dal Pd sia stata messa in testa all’agenda dell’esecutivo: “Le preoccupazioni espresse da molte personalità, in ultimo da Bartolomeo Sorge, sul pericolo di votare a favore del referendum sul taglio ai parlamentari senza una nuova legge elettorale, sono fondate e sono anche le nostre – scrive il Dem – Per questo il Partito Democratico un anno fa ha fatto inserire questo punto nel programma di Governo. Per questo, e non per perdere tempo, spesso in solitudine nelle ultime settimane, abbiamo riproposto questo tema da inserire nell’agenda parlamentare”.

Nel documento, il segretario del Pd si rivolge direttamente al Movimento 5 Stelle, spiegando che “su questa posizione, in questi giorni, ci sono stati pronunciamenti importanti da parte del M5s, da ultimo con il ministro Di Maio. Pronunciamenti che vanno tutti nel senso della volontà di rispettare gli accordi. Rinnovo dunque l’appello alla collaborazione a tutti gli alleati e a fare di tutto affinché, a partire dal testo condiviso dalla maggioranza, si arrivi entro il 20 settembre a un pronunciamento di almeno un ramo del Parlamento”.

Il messaggio ha come destinatario ultimo Italia Viva e il suo leader, Matteo Renzi, che tra gli alleati di governo è quello che più di tutti si è opposto a una revisione della legge in senso proporzionale con sbarramento al 5% (che penalizzerebbe, tenendo conto dei sondaggi, il partito dell’ex premier), come vorrebbe il Pd, a differenza di quanto pattuito quando i partiti hanno deciso di allearsi per dare vita al Conte 2. Inoltre, più volte dalle parti di Iv si è spiegato che, in una situazione di emergenza dovuta alla crisi del coronavirus, la riforma della legge elettorale non rappresenta una priorità per il Paese. Non a caso, a fine luglio, Italia Viva ha deciso di votare con il centrodestra durante l’Ufficio di presidenza di Montecitorio impedendo così alla bozza di arrivare in aula a luglio e anche di essere discussa in commissione.

Per fare pressione sui deputati renziani, Zingaretti chiede così l’aiuto proprio del Movimento che, nonostante abbia dimostrato la propria disponibilità a compiere passi avanti, non ha mai spinto sul tema. Ma pochi giorni fa il segretario Dem, pur ribadendo il mancato rispetto degli accordi da parte dei renziani, in un’intervista a SkyTg24 ha sostenuto la necessità di un ritorno rapido al confronto tra le forze di maggioranza per partorire una nuova proposta di riforma, aprendo anche alla possibilità di un maggioritario, avvicinandosi così alle posizioni del politico di Rignano. Un cambio di strategia che coincide anche con l’emorragia di consensi della Lega iniziata con l’arrivo della pandemia e che, secondo i sondaggi, ha riportato il Carroccio a percentuali vicine a quelle del Pd.

Ma da Italia Viva arriva sempre la stessa risposta. Su Twitter, il presidente Ettore Rosato ripete che “è il momento di fare delle scelte coraggiose, dare liquidità a famiglie e imprese, non perdere posti di lavoro, far riprendere la nostra economia. Cambiare la legge elettorale che dovrà essere utilizzata nel 2023 non è una priorità. Proseguiamo sulla strada della concretezza“.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/04/legge-elettorale-zingaretti-vuole-la-bozza-in-aula-prima-del-voto-sul-taglio-dei-parlamentari-preoccupazione-rispettare-gli-accordi/5889571/

Forza Italia, renziani e Pd in trincea contro i Cinque Stelle per affossare il taglio dei parlamentari. Di Maio blinda la riforma: E’ una promessa mantenuta. - Laura Tecce

LUIGI DI MAIO

Patti chiari e amicizia lunga. Il messaggio è forte e chiaro: sul referendum sul taglio dei parlamentari, previsto il 20 settembre in concomitanza col voto per le regionali, il Movimento 5 stelle non transige. Del resto una delle basi sottostanti alla nascita del secondo Governo Conte erano proprio le riforme istituzionali: il taglio del numero dei parlamentari, la riforma della base elettiva del Senato e del presidente della Repubblica e la legge elettorale. Ed proprio su quest’ultima che si è innescata l’ennesima querelle all’interno della maggioranza giallorossa.
Ad accendere la miccia il dirigente del Pd Goffredo Bettini (molto vicino al segretario Nicola Zingaretti) che in un’intervista a Repubblica ha parlato di “pericolo per il sistema democratico”. “Senza una riforma istituzionale e elettorale, dimezzare i parlamentari può essere perfino pericoloso per il regime democratico. La situazione si complica. Non è un azzardo votare Sì”, queste le parole di Bettini, che poi sottolinea come il suo partito non abbia nessuna responsabilità sul fatto sul fatto che sia saltato l’accordo sulla legge elettorale sottoscritto da tutta la maggioranza. Il convitato di pietra è sempre lui, Matteo Renzi, che alla vigilia del voto in commissione alla Camera ha cambiato idea.
Mentre Pd e M5s non vogliono andare al voto con la vecchia legge, il Rosatellum bis – sistema che non a caso deve il suo nome al relatore Ettore Rosato, attuale coordinatore nazionale di Iv)-, i renziani puntano ad abbassare la soglia di sbarramento (visti i sondaggi…) con un sistema che garantisca loro da una parte una rappresentanza (dalla quota proporzionale) e dall’altra di essere decisivi nei collegi in bilico. Bettini non lo cita ma il Pd ha accusato apertamente Renzi di aver tradito l’accordo iniziale siglato lo scorso 8 gennaio, ovvero quello di sostituire il Rosatellum con una legge proporzionale che prevede una soglia di sbarramento nazionale al 5%.
Sulla necessità di una nuova legge elettorale è stato molto chiaro (e coerente) anche il ministro pentastellato Luigi Di Maio: “Il taglio dei parlamentari dovrà essere accompagnato da una nuova legge elettorale che sia rappresentativa al massimo. C’è un accordo tra le forze politiche di maggioranza e va rispettato. Bisogna dimostrare serietà”. E ovviamente il ministro degli Esteri ribadisce come la misura sia una delle battaglie storiche del M5S: “Si tratta di una delle tante promesse mantenute dal MoVimento, una riforma che ho fortemente voluto e per cui sono stato attaccato in ogni modo. Raccontavano che sarebbe caduto il governo. Hanno fatto terrorismo psicologico in ogni sede. Ma non abbiamo mai mollato. E il 20 e il 21 voteremo per ridurre i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200, con grandi risparmi per le casse dello Stato e dei cittadini. Il 20 e il 21 settembre possiamo cambiare la storia e riportare l’Italia ad essere un Paese normale”.
Infine, sull’ ennesimo sparigliamento delle carte ad opera di Renzi interviene anche il deputato di LeU Stefano Fassina: “È molto grave la giravolta di Iv. Non può prevalere la rassegnazione di fronte a tale atto di inaffidabilità, nonostante la necessità dei renziani per la sopravvivenza dell’attuale maggioranza. La violazione del patto di governo per meri calcoli di bottega deve determinare conseguenze. Sarebbe grave se il Pd e il M5S lasciassero correre. Il Presidente Conte deve intervenire. La legge elettorale è, per natura, materia parlamentare. Ma in questo caso, è asse decisivo del programma di governo”. Il senatore di Rignano sempre più isolato dunque all’interno della maggioranza. E questa non è novità.
Forza Italia Viva. La trincea di Renzi, Silvio & C.
Difficile illudersi che Renzi potesse accettare la riforma elettorale proposta dal presidente della Commissione Affari costituzionali, il pentastellato Giuseppe Brescia: un proporzionale con lista di sbarramento al 5 per cento che preclude ai micro-partitini (non solo Iv, ma anche i movimenti guidati da Carlo Calenda ed Emma Bonino) ogni speranza di rimettere piede a Montecitorio e palazzo Madama. In ogni caso uno strappo rilevante quello del senatore fiorentino perché è la rottura di un accordo politico stretta nel momento in cui tutti in maggioranza avevano deciso di far viaggiare la legge elettorale sullo stesso binario del referendum sul taglio dei parlamentari.
Ma se l’ex premier è il bastian contrario in casa dei giallorossi, nella coalizione di centrodestra ci pensa Forza Italia a giocare in quel ruolo. Non solo sul famigerato Mes ma anche sulla consultazione referendaria il partito di Silvio Berlusconi va controcorrente tanto che tra i soci fondatori del comitato “Noi no” che si batte per il No al referendum confermativo alla riforma Fraccaro ci sono i deputati Simone Baldelli  e Deborah Bergamini e i senatori Giacomo CaliendoAndrea Cangini e Nazario Pagano. Baldelli ci ha addirittura scritto un libro, “Il coraggio di dire no al taglio della nostra democrazia”, oltre ad essere attivissimo sui social con l’hashtag #iovotono, mentre il senatore Pagano ha definito la decisione di abbinare il referendum al voto per le regionali addirittura “una violenza di parte”.
E l’ha spiegata così: “Se c’è la necessità di allungare lo stato d’emergenza e quindi non ci possono essere assembramenti, che senso ha proporlo (il referendum, ndr) se poi si prevede che si debba andare a votare?”. Non si capisce però perché il ragionamento sugli assembramenti debba valere perché c’è l’abbinamento al referendum. Per le sole regionali non ci sarebbero stati problemi? Misteri azzurri.

Comunione e liberazione: il peggior cattolicesimo. - Ettore Boffano

Comunione e Liberazione - Diocesi di
“Anima persa” del cattolicesimo italiano, tra l’inizio e la fine della Chiesa di Karol Wojtyla, Comunione e Liberazione è stata una vera e propria “testa di cuoio” del collateralismo religioso a favore del ventennio berlusconiano. Appoggiata, usata e incentivata soprattutto dalle scelte dell’allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Camillo Ruini, in una commistione tra il Vangelo e gli interessi politici e affaristici degli “atei devoti”.
Eppure, che cosa fosse Cl, e che cosa fosse in particolare il suo Movimento Popolare, era ben chiaro già negli anni 70 e 80 sia al laicato cattolico sia ad alcune gerarchie della Chiesa italiana che, dopo il Concilio Vaticano II, avevano dato il via a una riflessione sulla necessità di un rinnovamento del ruolo dei credenti nella politica, a cominciare dalla “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica sotto la guida di Vittorio Bachelet.
C’è un episodio, tenuto perlopiù nascosto dalla pubblicistica (e divulgato unicamente da siti stranieri, mai però smentiti) che risale al 13 aprile 1980 e alla prima visita di Giovanni Paolo II a Torino, nei giorni del terrorismo delle Brigate Rosse. Cardinale della città era Padre Anastasio Ballestrero, un carmelitano scalzo che, nel 1975, era stato eletto presidente della Cei. Forse l’oppositore più strenuo della volontà di Wojtyla di dare pieno riconoscimento ecclesiale a Cl. Quella domenica, dopo la messa, lui e il papa si incontrarono nella sagrestia. Unico testimone fu padre Giuseppe Caviglia, anche lui un carmelitano scalzo e segretario di Ballestrero, che poi mantenne per molti anni la riservatezza su quanto ascoltò. Le ricostruzioni raccontano di una domanda aspra del papa, “Eminenza, perché lei è così ostile a Comunione e Liberazione?”, e di una risposta altrettanto esplicita: “Santità, lo capirà quando si sarà accorto che è la parte peggiore del cattolicesimo italiano”. Parole profetiche, rileggendo gli ultimi 40 anni di storia del nostro Paese. Parole, però, non ascoltate. Poco dopo, infatti, il riconoscimento a Cl arrivò assieme alla grande occasione per Ruini e per il suo modo di intendere “il ruolo dei cattolici nella politica italiana”. Come ha scritto Alberto Melloni: “Ruini intuisce che, nel venir meno della credibilità dei partiti e nel disfarsi del tessuto della rappresentanza politica, lui ha una grandissima chance”. I giornalisti e gli intellettuali ciellini serviranno poi, come una clava, per abbattere qualsiasi altra voce cattolica di dissenso: bollata con le accuse quasi eretiche di “relativismo” o addirittura di “gnosticismo”.
Il ruolo di Comunione e Liberazione in quell’arco di tempo avrà il suo occaso e il suo tramonto nella parabola di Roberto Formigoni, l’enfant prodige della creatura di don Luigi Giussani: fondatore e presidente del Movimento Popolare, parlamentare prima della Dc e poi delle sue varie frammentazioni, fino ad approdare nella galassia del Partito delle Libertà di Silvio Berlusconi. Il “Celeste” che viveva con i “memores domini”, ma che da presidente della Regione Lombardia è finito in carcere ed è stato condannato a 5 anni e sei mesi: i pm del processo di primo grado parlarono di lui come “il capo di un gruppo criminale”. Un terremoto per la credibilità di Cl e di tutte le sue diramazioni (e a discapito di migliaia di militanti e credenti), compresa la Compagnia delle Opere: il suo braccio economico. Un potere politico (ma sorretto dalla religione) che, in Lombardia, ha conquistato, assieme alla Lega, una sanità pubblica sempre più spostata verso i privati, nel nome della “sussidiarietà” (quella stessa sanità disastrata dell’emergenza Covid-19) e, in Italia, quasi il monopolio delle mense scolastiche e universitarie.
Una difficoltà rivelata finalmente, negli ultimi anni, da un imbarazzato silenzio mediatico attorno al movimento, nonostante il perdurare di certe attenzioni e, soprattutto, di certe autocensure, persino nei giornali di sinistra. Una prudenza che aveva coinvolto anche il Meeting di Rimini, per due decenni vera e proprio talk show dal vivo della politica estiva, soprattutto in chiave berlusconiana. Sino a qualche giorno fa, però, quando con l’annuncio dell’edizione 2020, è stato anche svelato che sarà Mario Draghi a inaugurarla. Presentato così da Bernhard Scholz, il presidente tedesco della manifestazione: “È importante ascoltare persone che hanno saputo prendere decisioni coraggiose e di grande competenza in momenti storici di difficoltà”; parole subito seguite da un ragionamento politico: “Se si vuole parlare di un governo di unità nazionale, occorre prima di tutto superare il clima di continua campagna elettorale”. Qualcosa che di certo avviene a insaputa di Draghi, ma che svela ancora una volta il vizio irrefrenabile della “parte peggiore del cattolicesimo italiano”.

Il governo infila nel decreto agosto il bonus per chi paga con carta e bancomat. - Silvia Gasparetto - ANSA

Un bonus sugli acquisti, concentrato sui settori che stentano a ripartire. Il governo punta a stanziare con il prossimo decreto di agosto almeno due miliardi – ma c’è un pressing per portare la dote a 3 – per spingere i consumi e dare un po’ di ossigeno alle attività più colpite, come bar e ristoranti. Il perimetro degli acquisti da incentivare è ancora da definire e potrebbe essere esteso anche all’abbigliamento e agli elettrodomestici.
Da affinare anche il meccanismo: le ipotesi spaziano da una card a un rimborso direttamente al contribuente, mentre è consolidato l’orientamento di premiare le spese effettuate con pagamenti tracciabili, con carte e bancomat, e fino a dicembre 2020. Già nei giorni scorsi il viceministro all’Economia Laura Castelli aveva assicurato le associazioni dei ristoratori sull’intenzione di introdurre un bonus sui consumi, insieme a nuove di misure di sostegno al settore – dalla proroga dell’esenzione della Tosap a un fondo per di garanzia” per gli affitti.
L’idea di aiutare gli esercenti si incrocia con quella del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, di sostenere i centri storici delle città d’arte, semi-deserti per l’assenza dei turisti stranieri ma anche per il persistere dello smart working diffuso. Il calo di presenze, secondo i calcoli di Confesercenti, tocca i 34 milioni con perdite stimate attorno ai 7 miliardi. Anche il ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, ha lanciato la sua proposta di un fondo da 1 miliardo per la ristorazione che dia sostegno a tutta la filiera del made in Italy, con un bonus da 5mila euro a esercizio per l’acquisto di prodotti agroalimentari italiani. In queste ore si sta quindi cercando una sintesi delle varie proposte – il Cdm è previsto in settimana, probabilmente giovedì – cui si aggiunge quella, allo studio del Mise, per puntellare anche il settore dell’abbigliamento e degli elettrodomestici.
La platea del bonus – che non dovrebbe avere limiti di reddito per chi lo utilizza – dovrà fare i conti con le risorse disponibili. Il limite è quello dei 25 miliardi di nuovo deficit autorizzati dal Parlamento, che saranno destinati in gran parte (circa 13 miliardi) al pacchetto lavoro. Su questo fronte si sta ancora limando la proposta di proroga della cassa Covid selettiva, abbinata a un prolungamento fino a fine anno del blocco dei licenziamenti.
Su questo fronte si starebbero studiando però le ‘eccezioni’: nelle bozze circolate nei giorni scorsi i licenziamenti erano consentiti solo in caso di chiusura definitiva o fallimento delle aziende, ma dovrebbero essere inclusi almeno anche i casi di accordi tra imprese e sindacati per l’esodo volontario. Il resto delle risorse andrà al rifinanziamento del Fondo di garanzia per le Pmi (poco meno di 1 miliardo), alle nuove scadenze lunghe per pagare le tasse sospese di marzo, aprile e maggio (circa 4 miliardi), alla scuola (1,3 miliardi), e agli enti locali.
L’intesa con le Regioni prevede ulteriori 2,3 miliardi di ristoro mentre ai Comuni dovrebbero andare circa 3,5 miliardi cui si dovrebbero aggiungere anche i fondi per la gestione dell’emergenza migranti e per i relativi controlli sanitari anti-Covid. Mezzo miliardo, infine, andrà a rimpinguare il fondo per la rottamazione auto (3mila prenotazioni per l’ecobonus solo nelle prime 2 ore) che potrebbe essere esteso anche ai veicoli commerciali.
https://infosannio.com/2020/08/03/il-governo-infila-nel-decreto-agosto-il-bonus-per-chi-paga-con-carta-e-bancomat/

Il sistema Maxwell: la villa di Clinton e le notti di Andrea. - Sabrina Provenzani

Il sistema Maxwell: la villa di Clinton e le notti di Andrea

Il Metropolitan Detention Centre di Brooklyn è “noto” per essere una prigione infernale, mal finanziata, con poche guardie e poco personale. In quest’inferno Ghislaine Maxwell, presunta procacciatrice di ragazzine per i piaceri sessuali di Jeffrey Epstein, è rinchiusa dal giorno del suo arresto, il 2 luglio, con accuse che vanno dall’adescamento di minori a fini sessuali all’associazione a delinquere. Ci è finita dritta dal paradiso, la villa del New Hampshire dove si nascondeva dal suicidio di Epstein e che, si è scoperto in seguito, pur dichiarandosi nullatenente, ha acquistato di recente per un milione di dollari. La buona notizia per lei, l’unica, è che un tribunale statunitense ha accolto la sua richiesta di bloccare, almeno fino a settembre, l’imminente pubblicazione di documenti “molto indiscreti’ sulla sua vita sessuale. Non è una vittoria di Pirro: le attività sessuali di Ghislaine con Epstein, già ex fidanzato, sarebbero rilevanti per dimostrare il suo coinvolgimento nel reclutamento e addestramento delle decine di donne, ai tempi minorenni, che oggi la accusano di averle adescate. Il resto le sta franando intorno. Altri documenti, già resi noti e risalenti a un processo per diffamazione del 2016, descrivono nei dettagli il “sistema Maxwell-Epstein”. Una bomba che fa tremare ricchi e potenti, nomi di vip registrati nel famigerato libro nero di Epstein, e sembra solo la punta dell’iceberg.
Rivelazioni che entrano nei dettagli del presunto coinvolgimento, fra gli altri, del principe Andrea e dell’ex presidente Usa, Bill Clinton. Clinton ha cercato di prendere le distanze dal caso, ma dal processo emerge una storia diversa. Frequentava regolarmente Epstein; avrebbe viaggiato sul suo jet privato in almeno 17 occasioni con giovanissime e, circostanza molto compromettente, sarebbe il proprietario di una villa nell’isola caraibica di St James’, feudo di Epstein e già ribattezzata PaedoIsland, l’isola dei pedofili, dove Epstein abusava delle giovanissime o le “metteva a disposizione” di amici facoltosi e senza scrupoli con lo scopo di ricattarli.
La principale accusatrice del sistema Epstein-Maxwell, Virginia Giuffre, ricorda di aver visto Clinton sull’isola, dove si sarebbero tenute orge durate giorni. Lui nega di averci mai messo piede. E sempre la Giuffre ha rivelato per prima il coinvolgimento del principe Andrea, con cui sarebbe stata indotta da Ghislaine ad avere rapporti sessuali quando era ancora minorenne, prima nella casa della Maxwell a Londra e poi nel ranch messicano di Epstein, per un intero weekend, in cambio di 1.000 dollari generosamente offerti da Jeffrey. Circostanze sempre negate da Andrea: ma, sempre che la Giuffre dica la verità, il rapporto del principe con il duo al centro degli abusi appare molto più profondo di quanto sostenuto finora. Sarebbe stato il terzogenito della regina Elisabetta a introdurre Ghislaine nell’alta società newyorchese nei primi anni 90, quando, dopo la morte sospetta del padre, il magnate Robert Maxwell, lei aveva deciso di allontanarsi da Londra. Lui a chiedere clemenza per l’amico Jeffrey ai pubblici ministeri della Florida in un caso di abusi su una 14enne nel 2007, finito con una condanna. Ed emergono anche possibili tentativi di insabbiamento: secondo un ex ufficiale della Guardia Reale, i turni delle guardie del corpo di Andrea, indispensabili all’Fbi per ricostruire i suoi spostamenti nelle date (siamo nel 2001), che lo potrebbero compromettere, sarebbero stati distrutti dopo soli 2 anni.