domenica 28 novembre 2021

Essere donna.

 

Noi donne siamo esseri eterei,
contenitori generosi di vita....
Chi non capisce la nostra essenza,
non ha capito nulla di noi, e...
...non ci merita.

cetta

sabato 27 novembre 2021

LA POLITICA COME AFFARE. - Nadia Urbinati

 

I togati arrivano quando la corruzione è un fatto e la legge è violata. In una democrazia costituzionale, la corruzione della politica è un’altra cosa. Prima di tutto perché anticipa il fatto e poi perché presuppone l’impurità (che gli esseri umani amino denaro e potere) ed escogita leggi e istituzioni per impedire questa commistione. La politica non ha un’ambizione purificatrice. Qui sta la sua semplicità e difficoltà al tempo stesso.

Le leggi, le costituzioni, sono buone non perché scritte da e per santi, ma perché scritte a partire dall’impurità; da e per persone esposte a passioni (la pleonessia prima di tutto) che, se non limitate, generano il massimo negativo in politica: la violazione della norma dell’eguale libertà, la costruzione di un recinto nascosto agli occhi del pubblico per un gioco di pochi a danno di tutti (Bentham parlava di “sinister interests”).  Una vera e propria curvatura oligarchica. Le costituzioni sono state scritte pensando a questo desiderio di arbitrio.

Il problema è che chi le gestisce può col tempo perdere il senso del loro significato originario. E sviluppa uno spirito di corpo, interpretando la governabilità come riproduzione della stabilità della classe che gestisce le istituzioni.  Le pessime leggi seguono a ruota, e corrompono la politica.  Una di esse consiste nel trattare la politica come un agire economico – la competizione elettorale viene allargata fino ad includere la competizione per il reperimento delle risorse per poter competere per i voti.  La politica come affare scrive le proprie leggi.

In Italia, l’eliminazione del finanziamento pubblico dei partiti è stata la madre della corruzione della politica. Di quel che oggi lamentiamo con il caso dell’oligarca ........ Oligarca non perché ricco di suo, ma perché arricchitosi attraverso la politica. Questa è la peggiore della corruzione politica possibile – è anzi, “la” corruzione.  Che è stata facilitata negli ultimi decenni di erosione graduale delle norme che tenevano i politici al riparto della commistione con il soldo.

Un esempio: negli anni Sessanta vi erano leggi severissime nel determinare l’indennità spettante ai membri del Parlamento; e alcuni partiti, come il Pci, ponevano un tetto all’emolumento dei loro eletti, misurandolo sullo stipendio dei colletti bianchi e stabilendo che l’eccedenza andasse al partito.  La fine dei partiti ha da un lato reso i parlamentari imprenditori di se stessi e dall’altro ha scatenato una corsa al rialzo dei loro emolumenti. Oggi un parlamentare è un privilegiato. Questa è corruzione politica, anche se “secondo la legge”.

Una volta che i politici si fanno professionisti viene loro spontaneo pensare che la politica sia il loro mercato – e il pubblico viene messo alla porta.  Arriva così la legge che privatizza il finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali. E arriva ........, che non è il solo. Tutto rientra nella norma, che ha generato le condizioni ideali per la corruzione della politica per mezzo della politica.

http://www.libertaegiustizia.it/2021/11/16/la-politica-come-affare/

I MILLE AVVOCATI DI STRADA CHE RESTITUISCONO DIGNITÀ AI SENZA DIMORA (E AGLI ULTIMI). - Maria Novella De Luca

 

Sono lo studio legale più grande d’Italia, tutti “soci” volontari, con il fatturato più povero: zero euro. Assistono persone precipitare nella povertà dopo licenziamenti, sfratti, divorzi, costrette oggi a vivere sui marciapiedi, nei dormitori, in auto. Per tutti la sfida più grande: ottenere un indirizzo di residenza per non essere più invisibili.

Sono lo studio legale più grande d’Italia (mille “soci” tra civilisti e penalisti) e anche il più povero: fatturato euro zero. Del resto, i loro clienti, nella scala sociale, sono gli ultimi degli ultimi, così privi di tutto da non avere nemmeno un indirizzo: sono clochard, senza tetto, senza fissa dimora. Si chiamano “avvocati di strada”, sono riuniti in un’associazione fondata nel 2001 da Antonio Mumolo, avvocato giuslavorista che nelle fredde notti di Bologna, da volontario portava cibo e coperte a chi viveva sui marciapiedi o sotto rifugi di cartone. “E molti di loro, conoscendo il mio mestiere, mi facevano domande legali, raccontandomi di pensioni perdute, di eredità negate, di figli mai più incontrati per mancanza di un indirizzo di residenza, di fallimenti economici per crediti inesigibili, di assistenza sanitaria negata. Capii che quel mondo di invisibili finiva per strada non soltanto per tossicodipendenza, alcolismo o per problemi psichiatrici, ma soprattutto per diritti negati”.

Insieme a un solo altro collega, Mumolo fonda la onlus “Avvocato di strada”, oggi presente in 56 città, con mille legali che offrono assistenza (gratuita) ai senza dimora, trentottomila persone seguite dal 2001 ad oggi, tremila pratiche aperte ogni anno, centinaia di cause vinte, ma soprattutto centinaia di ex drop-out tornati a vivere dal mondo di sotto al mondo di sopra. Con il motto non “esistono cause perse”, “Avvocato di strada” ha dedicato ai sessantamila clochard italiani addirittura un festival nell’ottobre scorso, per raccontare questo estremo segmento di povertà.

Spiega Antonio Mumolo: “Il senzatetto che dorme sui cartoni è solo la forma più evidente di questa emarginazione, figlia delle ripetute crisi economiche che hanno devastato l’Italia. A differenza di vent’anni fa quando i senza dimora erano persone con storie di alcol o malattie mentali, oggi sono cittadini, all’ottanta per cento italiani, che da un giorno all’altro perdono il bene fondamentale: la casa. Ci vuole poco: un licenziamento, le rate di mutuo non pagate, lo sfratto, una pensione troppo misera, un divorzio e ci si ritrova a dormire in auto, nei dormitori pubblici, negli edifici occupati, in fila alla mensa, alle docce, alle distribuzioni di vestiti usati. Bussando da una porta all’altra alla ricerca di lavoro”.

La storia di Francesca, da commessa in un supermercato ad una vita senza più figlie né una casa.

Come accade a F. che chiameremo Francesca, nelle tante storie che “Avvocato di strada”, pubblica sul suo bilancio sociale ogni anno. Francesca è italiana, ha 40 anni, è mamma di due bimbe di 6 e 8 anni. Emblema e paradigma di come si possa passare da una situazione dignitosa alla povertà in un tempo brevissimo, fulmineo. Un capitombolo nel baratro. “F. era commessa in un supermercato, conviveva con il suo compagno e padre delle bambine, finché i due non decidono di separarsi e l’uomo, abbandonata la casa, smette di prendersi carico delle spese. F. non ce la fa, il suo stipendio è troppo basso per pagare un affitto e gestire, da sola, due figlie. Arriva lo sfratto e le bimbe vengono affidate ai nonni paterni. Costretta a dormire in macchina, Francesca si rivolge ad “Avvocato di strada” perché è inverno, i soldi stanno finendo e pagare la benzina per arrivare al lavoro diventa impossibile”. F. si ammala di broncopolmonite, viene aggredita nella notte, la macchina si guasta irreparabilmente. Sul lavoro le assenze diventano troppe e Francesca viene licenziata.

“Dopo aver messo in contatto Francesca con i servizi sociali della città – ricorda Agostina, avvocata di strada di Milano – siamo riusciti a farle ottenere la residenza fittizia, grazie alla quale ha potuto cercare un nuovo lavoro e un alloggio”. Piano piano Francesca riemerge dal buio e ricostruisce un rapporto con le figlie. Con il sogno, oggi, di riaverle con sé.

Per chi nella vita ha sempre avuto un indirizzo e un nome sul citofono, la parola residenza evoca soltanto un fastidio burocratico da espletare quando, magari, si cambia casa o città. Invece no: la residenza è un diritto fondamentale che determina lo spartiacque tra l’esistenza e la non esistenza. Tra l’essere cittadini o clandestini. Essere invisibili oggi è non poter fornire un indirizzo, dunque ottenere una carta d’identità, quindi un lavoro e l’assistenza sanitaria.

Gli avvocati di strada ricostruiscono i fili spezzati di queste vite, cuciono una tela che riannoda affetti, patrimoni, dignità. Portano in tribunale comuni e datori di lavoro, enti previdenziali e familiari disonesti. “I comuni – dice Mumolo – spesso violano l’obbligo di assegnare per legge ai senza dimora una di quelle vie fittizie inventate proprio per dare una residenza a chi non ce l’ha”. Come via Modesta Valenti a Roma, clochard che morì di stenti, o via della Speranza, o via dei Senzatetto in altre città.

Si sentono rinascita e resistenza nelle storie degli avvocati di strada. C’è M, italiano, che viveva in un dormitorio dopo una dolorosa separazione. Grazie all’assistenza legale riesce a definire il divorzio, trova alloggio in co-housing. “La cosa più bella – è stata sentirmi di nuovo chiamare papà”.

La storia di Stella, da clandestina a una vita alla luce del sole.

C’è S. la chiameremo Stella, ucraina, mamma di un bellissimo bambino con cui viveva, però, quasi nascosta. “Nel periodo in cui è venuta al nostro sportello viveva in una situazione totalmente precaria fuori Genova. Non aveva documenti, non riusciva ad ottenere un permesso di soggiorno ed era costretta a vivere nella clandestinità, nella paura, senza assistenza sanitaria, senza potersi rivolgere ai servizi sociali, né poter iscrivere suo figlio a scuola” Stella era invisibile. Gli avvocati strada rintracciano in Grecia il padre del bambino, ottengono i suoi documenti, regolarizzano la posizione di Stella. “Oggi a lei ed al suo piccolo è stata restituita la dignità e il riconoscimento che per troppo tempo erano stati loro ingiustamente sottratti”. E Stella e il suo bambino non hanno più paura di camminare alla luce del sole.

La storia di Giuseppe non aveva più una residenza ora l’ha ottenuta.

C’è G, lo chiameremo Giuseppe, napoletano. “Arrivò ad Avvocato di strada dopo aver girato tutti servizi della città senza essere riuscito a far rispettare un suo diritto essenziale, quello alla residenza anagrafica. G. che un tempo aveva una casa e un lavoro, aveva camminato tanto, tra uffici freddi e pieni di inutile burocrazia, trovando tutte le porte chiuse. Quando arrivò da noi era veramente esausto e sfiduciato. Aveva perso la speranza e la sua voglia di credere in una società giusta e civile. In breve tempo, grazie al preziosissimo aiuto di una nostra volontaria, G. ottiene la residenza nella via fittizia. Oggi ha nuovamente diritto di voto, accesso alle cure mediche. È tornato a godere di tutti quei diritti fondamentali di cui gode un cittadino italiano residente sul territorio”.

Antonio Mumolo cita una frase “cult” del libro di John Grisham “L’avvocato di strada”: “Prima di tutto sono un essere umano. Poi un avvocato. È possibile essere entrambe le cose”.

http://www.libertaegiustizia.it/2021/11/13/i-mille-avvocati-di-strada-che-restituiscono-dignita-ai-senza-dimora-e-agli-ultimi/

venerdì 26 novembre 2021

In piedi, signori... - William Shakespeare

 

Per tutte le violenze consumate su di Lei,

per tutte le umiliazioni,
per la sua intelligenza che avete calpestato,
per il suo corpo che avete sfruttato,
per l'ignoranza in cui l'avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la bocca che le avete tappato,
per le ali che le avete tagliato,
per tutto questo:

"In piedi Signori, davanti a una DONNA!"

(William Shakespeare)

Riforma del fisco, la simulazione delle nuove aliquote Irpef: risparmi fino a 920 euro l’anno. - Alessandro D’Amato

 

Così la riforma del governo Draghi impatterà sui portafogli dei lavoratori: quattro scaglioni e sei fasce di imponibile. Gli effetti del taglio delle tasse sulle famiglie.

Le simulazioni delle nuove aliquote Irpef spiegano oggi come la riforma del fisco del governo Draghi impatterà sui portafogli dei lavori dipendenti. Che, a seconda della soglia di reddito, risparmieranno fino a 920 euro l’anno. Non solo per effetto della riduzione da 5 a 4 degli scaglioni. Ma anche per le detrazioni, che andranno ad assorbire il bonus 80-100 euro e per l’incremento della soglia della no tax area per pensionati e autonomi. Anche l’Irap viene cancellata per un milione di società di persone, partite Iva, start up e professionisti oltre che per gli enti non commerciali. Il conto totale della riforma ammonta a 7 miliardi per l’Irpef e uno per l’Irap. Ma per adesso a imprese e sindacati la riforma del fisco non piace.

Quanto si risparmia con i 4 scaglioni.

L’accordo politico raggiunto ieri tra maggioranza e governo prevede in primo luogo la riduzione delle aliquote. Si abolisce lo scaglione al 41% e le aliquote diventano quindi quattro. Fino a 15 mila euro l’aliquota sarà al 23%; da 15 a 28 mila euro lo scaglione scenderà di due punti rispetto ad oggi e arriverà al 25%. I redditi da 28 a 50 mila euro invece avranno un imponibile del 35% (tre punti di taglio) mentre oltre i 50 mila euro scatta la trattenuta al 43%. Va spiegato però che l’Irpef è un’imposta progressiva. Se quindi c’è chi vede aumentare dal 38 al 43% l’imponibile sulla fascia di reddito, come quelli che guadagnano da 50 a 55 mila euro l’anno, dall’altra parte usufruisce del taglio degli scaglioni sulle quote di reddito precedenti. Che vanno a compensare l’incremento successivo.

Fatta questa premessa, le prime simulazioni delle nuove aliquote Irpef vanno valutate anche sulla base delle nuove detrazioni. Mentre per quanto riguarda la No tax area, quella dei pensionati passa da 8.125 a 8.174 euro. Quella dei lavoratori autonomi andrà da 4.800 a 5.500 euro. In questo quadro i risparmi per le classi di reddito vanno dai 100 ai quasi mille euro l’anno. Secondo la simulazione di Repubblica il beneficio è massimo per un reddito di 60 mila euro (970 euro) e poi arriva a 270 euro per chi ne guadagna da 75 mila in poi. In termini percentuali chi ha 45 mila euro di redditi porta a casa il 6% di tasse in meno. Ovvero 770 euro l’anno. Nella tabella del quotidiano la fascia dei 70 mila euro risparmia 370 euro, quella dei 65 mila ne risparmia 470, quella dei 55 mila ne risparmia 670.

Le sei fasce di imponibile.

E ancora: la fascia dei 40 mila euro l’anno risparmia 620 euro, la fascia dei 35 mila arriva a 470 e quella dei 30 mila a 320. La simulazione di PwC Tls Avvocati Commercialisti pubblicata da La Stampa invece prevede sei fasce di imponibile. E quindi, rispettivamente:

  • i redditi imponibili fino a 20 mila euro risparmiano 100 euro l’anno;
  • i redditi fino a 30 mila euro ne risparmiano 320;
  • la fascia da 40 mila euro risparmia 620 euro netti l’anno;
  • il reddito imponibile fino a 50 mila euro l’anno risparmia 920 euro l’anno;
  • la fascia da 60 mila euro ne risparmia 570;
  • il reddito da 75 mila euro risparmia 270 euro.

I calcoli del Messaggero riportano anche gli effetti su chi guadagna da 10 a 15 mila euro l’anno. In quel caso il beneficio è pari a zero. Per le fasce che vanno dai 16 ai 19 mila euro l’anno il beneficio aumenta progressivamente di 20 euro ogni mille di reddito. Le aliquote, come ricorda il quotidiano, rideterminano soltanto il 40% dell’effetto redistributivo. Il 60% è determinato da detrazioni per lavoro e famiglia.

Gli effetti del taglio per le famiglie.

Secondo invece la simulazione dei Consulenti del Lavoro citata dall’agenzia di stampa Ansa i vantaggi più significativi riguarderanno a partire dal 2022 chi ha un reddito tra i 30 mila e i 60 mila euro lordi l’anno. I dati del ministero dell’Economia dicono che sono circa 7 milioni di contribuenti. In questa simulazione per la fascia di contribuenti da 20 mila euro l’anno l’Irpef attuale, senza considerare alcun tipo di detrazione, è pari a 4.800 euro. Dal 2022, con il passaggio del secondo scaglione dal 27% al 25%, scenderebbe a 4.700 euro con un beneficio di 100 euro. Una famiglia con due lavoratori e 45 mila euro di reddito complessivo l’anno – equamente distribuito e non tenendo conto delle detrazioni per i figli – passa da un’Irpef lorda di 5.475 euro a 5.325 euro, con un beneficio di 150 euro a testa, pari a 300 euro per il nucleo. Infine, nel caso di un unico percettore di reddito da 30.000 euro si passa da un’Irpef lorda di 7.500 euro a 7.200 euro. Il vantaggio è di 300 euro ma concentrato su un’unica persona. Sale quindi al salire del reddito.

Confindustria e sindacati.

La riforma non piace a Confindustria e sindacati. Per gli imprenditori «se la bozza dovesse essere confermata, saremmo in presenza di scelte che suscitano forte perplessità perché senza visione per il futuro dell’economia del nostro Paese». E questo perché, secondo l’associazione datoriale, «la sforbiciata alle aliquote Irpef disperde risorse, con effetti “impercettibili” sui redditi delle famiglie, soprattutto se venissero eliminate le detrazioni per coprire i costi. L’intervento sull’Irap, poi, non migliora la competitività delle imprese». Il segretario della Cgil Maurizio Landini sostiene che gli 8 miliardi dovrebbero andare tutti ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. Mentre il segretario confederale della Cisl Giulio Romani, responsabile del dipartimento fiscale, dice «no ad accordi già confezionati coi partiti che renderebbero solo consultivo il ruolo dei sindacati. Viale dell’Astronomia e i rappresentanti dei lavoratori chiedono al governo una convocazione urgente perché l’intesa non ha coinvolto le parti sociali».

https://www.open.online/2021/11/26/governo-draghi-nuova-irpef-simulazione-aliquote/

giovedì 25 novembre 2021

Rapsodie ungheresi. - Marco Travaglio


Per la serie “tutti ladri, nessun ladro”, grandi festeggiamenti a edicole unificate per la richiesta di rinvio a giudizio contro Piercamillo Davigo, accusato a Brescia insieme al pm milanese Paolo Storari di rivelazione di segreto per aver consegnato o comunicato ai vertici del Csm i verbali dell’avvocato Amara sulla presunta loggia Ungheria. Giornale: “Colpo finale ai giustizialisti”. Libero: “Caro Davigo, ora tocca a te. Da inquisitore a inquisito”. Foglio: “Processo alla malagiustizia”. Verità: “Contrappasso: chiesto il processo per Davigo”. Riformista: “Davigo è finito come i pifferi di montagna”, “È uno squarcio su Mani Pulite”. Il sillogismo del partito degli imputati è avvincente: Davigo è uno dei pm che scoperchiarono Tangentopoli; ora è imputato a Brescia (per la 27ª volta); dunque tutti i colpevoli di Tangentopoli erano innocenti. E ricorda quello di Montaigne: il salame fa bere; bere disseta; dunque il salame disseta. Ora, le eventuali colpe di Davigo non cancellerebbero quelle dei tangentari neppure se fosse stato scoperto a prendere tangenti. Ma il reato a lui contestato non c’entra nulla con soldi, interessi personali o altre condotte eticamente infamanti. Attiene a una sua doverosa denuncia in base all’interpretazione letterale di una circolare del Csm: quella per cui ai suoi membri non si può opporre il segreto.

È la primavera 2020: Storari confida a Davigo che i vertici della Procura di Milano non indagano i personaggi accusati da Amara. Davigo si fa dare i verbali (a lui non si può opporre il segreto) e ne avvisa alcuni colleghi del Csm. A voce e non tutti, perché due sono accusati da Amara e non devono sapere delle indagini. Sta commettendo un reato? I colleghi del Csm ritengono di no, sennò lo denuncerebbero per non commetterne uno a propria volta (omessa denuncia del pubblico ufficiale). Neppure il vicepresidente Ermini, che corre ad avvertire il presidente Mattarella, senza che questi eccepisca nulla, poi distrugge i verbali avuti da Davigo (cioè la prova del possibile reato che, se fosse tale, lo renderebbe colpevole di favoreggiamento, oltreché di correità nella rivelazione di segreti al capo dello Stato). Anche Salvi, Pg di Cassazione e titolare dell’azione disciplinare, si guarda bene dall’avviarne una contro Davigo. Anzi, usa le sue informazioni per chiamare il procuratore di Milano e sollecitare le iscrizioni di cui Storari lamenta l’assenza. Al processo, quando Davigo chiamerà tutti a testimoniare, ci sarà da divertirsi. Intanto, oltreché del dito (Davigo), magari qualcuno magari si occuperà della luna (la loggia Ungheria). Sempreché i confratelli e le consorelle ungheresi, che nel frattempo continuano a far carriera, non siano arrivati al Quirinale.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/11/25/rapsodie-ungheresi/6404627/

Taglio delle tasse, maggioranza verso una soluzione di compromesso che darà poco a tutti. I maggiori risparmi per i redditi medi. - Chiara Brusini

 

Il tavolo al Tesoro si riunisce di nuovo giovedì mattina. L'ipotesi che ha preso forma negli ultimi incontri è quella di ridurre le aliquote Irpef da cinque a quattro, alzare la soglia di esenzione totale e ripensare il sistema di bonus e detrazioni che oggi ha l'effetto perverso di gonfiare le aliquote marginali effettive, quelle che colpiscono premi e straordinari. L'Irap potrebbe essere azzerata per pmi e partite Iva con redditi medio bassi. Secondo l'Istat, se anche tutti gli 8 miliardi andassero ai lavoratori l'imposizione calerebbe solo dell'1,6%.

Se anche tutti gli 8 miliardi previsti in manovra per il taglio delle tasse fossero destinati ad abbassare il prelievo sulle retribuzioni, il vantaggio per le tasche del cittadino medio sarebbe quasi impercettibile. Secondo l’Istat, l’imposizione calerebbe dell’1,6% rispetto al 2020. Ma è probabile che vada peggio: il tavolo di maggioranza convocato al ministero dell’Economia per decidere come utilizzare le risorse a disposizione sembra vicino a un accordo sull’ennesima soluzione di compromesso, con l’obiettivo di dare un contentino sia ai sindacati che chiedono di aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori sia a Confindustria che spinge per un altro aiuto alle imprese. I partiti si stanno convincendo ad accettare una soluzione che secondo il Tesoro beneficerà tutte le fasce di contribuenti Irpef oltre ad azzerare l’Irap per le piccole partite Iva. Risultato: pochi risparmi per tutti. Chi ha redditi medi dovrebbe godere dei benefici maggiori, ma anche i (pochi) contribuenti con imponibile alto avranno un piccolo taglio.

Gli 8 miliardi complessivi messi sul piatto dal governo Draghi, va ricordato, sono l’antipasto della complessiva riforma del fisco affidata a una delega da attuare nel prossimo anno e mezzo. L’articolo 2 della manovra prevede che siano usati per ridurre l’imposta sui redditi delle persone fisiche – sia attraverso la riduzione delle aliquote sia con una revisione delle detrazioni – e l’aliquota dell’imposta regionale sulle attività produttive, ma lascia al Parlamento il compito di mettere nero su bianco le disposizioni scegliendo quindi chi privilegiare. Il Tesoro siede al tavolo con le forze di maggioranza per fornire le simulazioni di impatto sulle varie ipotesi di intervento.

Un’altra riunione, simulazioni alla mano, è in calendario per giovedì mattina. Ma la strada che ha preso forma negli ultimi incontri è quella di iniziare a ridurre le aliquote Irpef dalle attuali cinque – 23, 27, 38, 41 e 43% – a quattro: 23, 25, 34 e 43%, alzare la soglia di esenzione completa (oggi poco sopra gli 8.100 euro l’anno) e ripensare il sistema di bonus e detrazioni che oggi ha l’effetto perverso di gonfiare le aliquote marginali effettive, cioè quelle che colpiscono i proventi aggiuntivi come premi e straordinari. Chi percepisce redditi fino a 35mila euro e oggi ricade nel terzo scaglione, quello con aliquota “ufficiale” al 38% ma un’aliquota marginale effettiva al 45%, si ritroverebbe un domani nel secondo scaglione, mentre tra i 35mila e i 55mila euro di reddito si resterebbe nel terzo scaglione ma con aliquota ridotta al 34% (dall’attuale 38% con aliquota marginale effettiva al 61%): i maggiori vantaggi si concentrerebbero qui ma si parla comunque di non oltre una sessantina di euro al mese. Tra 55mila e 75mila euro l’aliquota legale si alzerebbe dal 41 al 43%. L’intervento sulle detrazioni dovrebbe comunque garantire un risparmio.

Il capo del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia Fabrizio Balassone, audìto sulla manovra, ha fatto però presente che se l’intenzione è quella di alleggerire il carico fiscale sui lavoratori intervenire sulle aliquote non è il modo più efficace: così facendo l’impatto positivo risulta diluito, perché a beneficiarne sono anche i redditi diversi da quelli da lavoro a partire da quelli da capitale. “L’obiettivo sarebbe più efficacemente raggiungibile con la revisione di detrazioni e trattamento integrativo”, ovvero l‘ex bonus 80 euro di Renzi aumentato a 100 euro dal governo Conte. “Ciò consentirebbe interventi più selettivi anche per l’obiettivo di riduzione delle aliquote marginali effettive, concentrando le risorse sulla platea di contribuenti esposta alle criticità più evidenti”.

Per quanto riguarda l’Irap, una delle ipotesi è quella di azzerare l’aliquota (3,9%) solo per pmi e partite Iva con redditi medio bassi, sotto i 30-35mila euro, che comunque sono circa la metà dei due milioni di imprese che oggi pagano l’imposta il cui gettito – 25 miliardi nell’ultimo anno prima della pandemia – va a finanziare il Servizio sanitario nazionale. In alternativa si potrebbe procedere con un taglio verticale in base alla forma giuridica, comunque premiano anche in questo caso i “piccoli”. Il centrodestra, Lega in testa, non avendo incassato l’allargamento della flat tax per redditi fino a 100mila euro insiste per ottenere l’abolizione dell’imposta: la quadra non è ancora stata trovata. Confindustria intanto, nonostante la manovra sia all’esame del Parlamento che ha circa 800 milioni a disposizione per le modifiche, ha già provveduto a rilanciare: secondo il presidente Carlo Bonomi “va fatta una scelta forte per cui 8 miliardi non bastano, ne servirebbero 13“.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/25/taglio-delle-tasse-maggioranza-verso-una-soluzione-di-compromesso-che-dara-poco-a-tutti-i-maggiori-risparmi-per-i-redditi-medi/6403513/

mercoledì 24 novembre 2021

“Cazz… ti sei flippato il cervello”. Le parolacce confermano: Altavilla è un manager debole. - Peter Gomez

 

Avevamo cominciato a sospettarlo dopo aver ascoltato la registrazione del discorso, pieno zeppo di insulti e parolacce rivolte ai propri dirigenti, con cui il presidente di Ita Airways, Alfredo Altavilla, annunciava loro di aver deciso di licenziare la metà dei 1.077 dipendenti provenienti da Alitalia al termine dei 4 mesi di prova. Poi, quando ieri ci è arrivata una lettera con cui la compagnia ci chiedeva di non pubblicare la notizia perché il piano di rilancio “necessita del massimo supporto possibile di tutti, compresi gli organi di stampa”, il sospetto è diventato certezza: Alfredo Altavilla è totalmente inadeguato per il suo ruolo.

Non solo perché pensare di cacciare, indipendentemente dai risultati e dalle capacità dimostrate, chi pur di lavorare ha accettato di non farsi applicare il contratto nazionale di lavoro è cosa da padrone delle ferriere. A dimostrare l’inadeguatezza di Altavilla è anche il turpiloquio da lui usato nel corso del comitato direttivo del 1° ottobre e la reazione epistolare di Ita alle nostre richieste di chiarimenti. Una missiva in cui le volgarità del presidente vengono definite “espressioni utilizzate per richiamare l’attenzione dei presenti, adatte a quello specifico contesto e non certo alla diffusione presso il pubblico”.

Per questo, nel malaugurato caso (per noi contribuenti) in cui il governo scelga di mantenere Altavilla al suo posto, ci sentiamo di dargli un paio di consigli. Il primo è un corso di buona educazione. Utilizzare termini del tipo “cazzo ti sei flippato il cervello”, non “prendetemi per il culo perché vi spiumo tutti quanti” o “le priorità, puttana troia, le devo scegliere io, porca puttana, non le devi scegliere tu, cazzo” non è segno di leadership, ma solo di un’estrema insicurezza che sfocia nell’autoritarismo. Cioè nell’esatto contrario di quello di cui ha bisogno la nostra nuova compagnia di bandiera. Sia perché chi è leader sa fare squadra e basa la sua forza sull’autorevolezza e non sul terrore. Sia perché chi sa davvero gestire le situazioni di crisi non umilia pubblicamente i propri collaboratori. Se non altro perché, se è dotato di un minimo di intelligenza (cosa di cui, per quanto riguarda Altavilla, cominciamo francamente a dubitare), sa che il rischio di rivalsa da parte dei sottoposti è altissimo.

Il secondo consiglio è qualche buona lettura. A partire da Democrazia in America di Alexis de Tocqueville, un testo in cui viene tra l’altro magistralmente illustrato perché una stampa libera, che pubblica tutte le notizie, sia indispensabile e utile per i cittadini. Compresi, aggiungiamo noi, quelli che con le loro tasse finanziano Ita, ci viaggiano, ci lavorano e persino (non si sa quanto meritatamente) la dirigono.

In una democrazia che si definisce ancora liberale come la nostra, il modo migliore per “dare il massimo di supporto possibile” a un’azienda di proprietà degli italiani non è nascondere sotto al tappeto gli errori che vengono eventualmente commessi e non raccontare le ingiustizie. Ma è fare esattamente il contrario: nella speranza che qualcuno ponga rimedio agli sbagli non solo del passato, ma pure del presente.

Altavilla è stato a lungo il braccio destro in Fca di Sergio Marchionne. Per diventare un manager come lui non è però necessario che ne scimmiotti l’arroganza. Sarebbe invece un bene (questo sì, per tutti) che ne ricordasse le capacità di lavoro, quelle strategiche e di visione. Perché se Altavilla resterà al suo posto non saranno gli insulti e i licenziamenti indiscriminati a rilanciare (o meglio a salvare) Ita, ma una sobria e compassata fatica di ogni giorno.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/11/24/cazz-ti-sei-flippato-il-cervello-altavilla-e-un-manager-debole/6403245/?fbclid=IwAR2h-ec0mPXf10-aPvR-T6eF4ajPKNd5clT-eptP7-i23pS2UXvPAJ9lwxA

Vaccini e novax.

 

I novax vanno condannati a pagare i danni causati dal loro rifiuto, perché costringono un'intera popolazione a subire i danni che il loro rifiuto produce.

Va da sè che, se i contagi aumentano per la loro dabbenaggine, per le loro idee malsane e campate in aria, tutti, anche i vaccinati, dovranno subire le restrizioni che ne deriveranno, tra le quali il divieto di circolare liberamente e, pertanto, di potersi vedere con parenti e amici.
Il loro rifiuto corrisponde ad una dittatura imposta dal loro comportamento nei confronti di chi, osservando le regole e rispettando l'altrui libertà, si vaccina.
Ma ciò che rende il rifiuto ancora più inaccettabile, è che provoca l'impossibilità di curare gli ammalati di altre sintomatologie anche gravi da parte del personale sanitario impegnato a curare chi ha contratto il virus.
Non li capisco, perché, anche cercando di comprendere il loro pensiero, le motivazioni che adducono, peraltro prive di prove, non trovano una logica che dia conferma alle loro affermazioni.
Una delle loro motivazioni predominanti è che il vaccino contenga veleni... se fosse vero dovrebbero essere morti tutti i vaccinati, me compresa per prima, avendo assunto il famigerato AstraZeneca. Non v'è dubbio che un medicinale, perché produca l'effetto voluto, debba contenere sostanze anche sintetiche abbastanza potenti da combattere e sconfiggere l'intruso, ma ciò non vuol dire che sia un veleno.
Farsi il vaccino corrisponde a scegliere l'opzione migliore perché positiva, logica, di apertura;
- non farlo è da sconsiderati, perché si è irrispettosi verso gli altri, é, inoltre, restrittiva e, pertanto, negativa.

cetta

Ora e sempre preferenza. - Marco Travaglio

 

B.mente sempre quando parla sul serio e dice la verità solo quando scherza. Invece bin Rignan (un B. che non ce l’ha fatta), totalmente sprovvisto di umorismo, è incapace di scherzare: mente sempre quando parla sul serio e dice la verità solo quando è sovrappensiero. Gli è capitato domenica alla Leopolda, fra una balla e l’altra su Open. Stava piagnucolando perché, nel Pd, “nessuno” ha solidarizzato con lui, povero indagato, “a parte Irene Tinagli” (nessuno, appunto), “che non ci deve niente” perché non fu candidata da lui nel 2018 (era deputata uscente di Scelta Civica), ma da Zingaretti nel 2019 a Bruxelles. Invece “chi è stato eletto nelle liste fatte da noi” è reo di “silenzio vigliacco”. Il pizzino in perfetto stile Dell’Utri è per tutti i parlamentari del Pd nominati da lui grazie a quella colossale porcheria chiamata Rosatellum, uscita dai laboratori renziani e approvata nel 2017 da Pd, FI e Lega (contrari M5S, FdI e SI). Quella che scippa il diritto di scelta agli elettori e consegna i tre quarti dei parlamentari (la quota proporzionale) ai segretari di partito grazie alle liste bloccate, come con gl’incostituzionali Porcellum e Italicum. Il risultato è quello descritto, in un lampo involontario di sincerità, dall’Innominabile: l’asservimento totale dei nominati a chi li ha messi lì.

Se i pidini non solidarizzano con lui è solo perché ha traslocato altrove e non sarà lui a fare le liste delle prossime elezioni. Altrimenti si starebbero stracciando tutti le vesti per l’indagine a suo carico. La solidarietà gli è giunta, in compenso, dalla quarantina di disperati di Iv (che sperano nella ricandidatura, anzi nella ri-nomina). Ma anche da forzisti e leghisti (con Giornale, Foglio e Libero al seguito): un po’ per colleganza fra indagati, un po’ perché contano sui voti di Iv per il Colle. Il fatto che l’aspirante ago (anzi ego) della bilancia, che ormai sfugge ai radar dei sondaggi e delle urne, continui a contare qualcosa in Parlamento si deve soltanto a quel Porcellum bis chiamato Rosatellum: che lo rende proprietario di una pattuglia di nominati pronti a seguirlo ovunque, anche al macello dell’irrilevanza post-Conticidio, perché sarà lui a decidere se qualcuno di loro tornerà lì o dovrà cercarsi un lavoro. Difficile tornarci con Iv, condannata all’estinzione dalla soglia del 3%. Più probabile un trasloco di pochi fedelissimi in Forza Italia, o come diavolo si chiamerà il prossimo centrino. Ora Conte invoca riforme istituzionali a partire dalla “sfiducia costruttiva” contro le crisi al buio (specialità di bin Rignan). Buona idea, ma basterebbe una norma ordinaria che, se non riscrive la legge elettorale, ripristini almeno la preferenza. Se i parlamentari li scegliamo noi e non più lorsignori, è la volta che ci liberiamo del pelo superfluo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/11/24/ora-e-sempre-preferenza/6403177/

martedì 23 novembre 2021

Suicidio assistito, la lunga battaglia di Mario: "Adesso mi sento più leggero e libero di scegliere"

 

L'uomo, 43enne, gravemente paralizzato da 11 anni era in attesa del parere favorevole del Comitato Etico dell'azienda sanitaria locale. Aveva chiesto da circa un anno che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere ad un farmaco letale e porre fine alle sue sofferenze. Cappato: "Parlamento paralizzato. Serve referendum".

"Mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni". Questo, rende noto l'Associazione Luca Coscioni,  il commento di Mario - primo malato ad aver ottenuto il via libera al suicidio assistito in Italia - dopo aver letto il parere del Comitato etico. "Sono stanco e voglio essere libero di scegliere il mio fine di vita. Nessuno - dice in un video - può dirmi che non sto troppo male per continuare a vivere in queste condizioni", e "condannarmi a una vita di torture. Si mettano da parte ideologie, ipocrisia, indifferenza, ognuno si prenda le proprie responsabilità perché si sta giocando sul dolore dei malati". Mario, 43 anni, è paralizzato dalle spalle ai piedi da 11 anni a causa di un incidente stradale in auto. Ha chiesto da oltre un anno all'azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere, legalmente in Italia, ad un farmaco letale per porre fine alle sue sofferenze. Questo l'inizio dell'iter previsto in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n.242/2019 che indica le condizioni di non punibilità dell'aiuto al suicidio assistito. Dopo il diniego dell'Azienda Sanitaria Unica Regionale Marche (ASUR), una prima e una seconda decisione definitiva del Tribunale di Ancona, due diffide legali all' ASUR Marche, Mario ha dunque ottenuto il parere del Comitato etico, che ha confermato il possesso dei requisiti per l'accesso legale al suicidio assistito. Il tema resta comunque un terreno di battaglia etica e politica: qualche settimana fa l'Arcivescovo di Perugia Gualterio Bassetti, Presidente della Cei, aprendo la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, ha criticato il referendum sulla morte assistita: "Propone una soluzione che rappresenta una sconfitta dell'umano" ha detto il cardinale. E anche le forze politiche sono divise tanto sulla sentenza della Consulta, quanto sul referendum. Cappato: "Prima decisione dopo la Consulta" Quello di Mario, primo malato ad aver ottenuto il via libera al suicidio medicalmente assistito in Italia, è un "calvario dovuto allo scaricabarile istituzionale". Questo il commento di Marco Cappato, Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni.   "Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha a tutti gli effetti legalizzato il suicidio assistito, nessun malato ha finora potuto beneficiarne, in quanto il Servizio Sanitario Nazionale si nasconde dietro l'assenza di una legge che definisca le procedure - afferma Cappato -. Mario sta comunque andando avanti grazie ai tribunali, rendendo così evidente lo scaricabarile in atto. Dopo aver smosso l'Azienda Sanitaria locale che si rifiutava di avviare l'iter, ora è stata la volta del Comitato Etico. Manca ora la definizione del processo di somministrazione del farmaco eutanasico". Tale "tortuoso percorso è anche dovuto alla paralisi del Parlamento, che ancora dopo tre anni dalla richiesta della Corte costituzionale non riesce a votare nemmeno una legge che definisca le procedure di applicazione della sentenza della Corte stessa. Il risultato di questo scaricabarile istituzionale - rileva - è che persone come Mario sono costrette a sostenere persino un calvario giudiziario, in aggiunta a quello fisico e psicologico dovuto dalla propria condizione".  Posegue Cappato: "È possibile che la decisione del Comitato etico consentirà presto a Mario di ottenere ciò che chiede da 14 mesi. Ma è certo che per avere regole chiare che vadano oltre la questione dell'aiuto al suicidio e regolino l'eutanasia in senso più ampio- conclude - sarà necessario l'intervento del popolo italiano, con il referendum che depenalizza parzialmente il reato di omicidio del consenziente". L'avvocato: "Indicheremo il farmaco necessario" E' "molto grave la lunga attesa che Mario ha dovuto subire. Ora procediamo con indicazioni sull'autosomministrazione del farmaco" per il suicidio assistito. Lo sottolinea Filomena Gallo, co-difensore di Mario e segretario dell'Associazione Luca Coscioni. Su indicazione di Mario, continua Gallo, "procederemo ora alla risposta all'Asur Marche e al comitato etico, per la parte che riguarda le modalità di attuazione della scelta di Mario, affinché la sentenza Costituzionale e la decisione del Tribunale di Ancona siano rispettate. Forniremo, in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di autosomministrazione del farmaco idoneo per Mario, in base alle sue condizioni. La sentenza della Corte costituzionale pone in capo alla struttura pubblica del servizio sanitario nazionale il solo compito di verifica - conclude - di tali modalità previo parere del comitato etico territorialmente competente".   "Il comitato etico - spiega ancora Gallo - ha esaminato la relazione dei medici che nelle scorse settimane hanno attestatola presenza delle 4 condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale nella sentenza Cappato-Dj Fabo, ovvero Mario è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; e che non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda". E' "molto grave che ci sia voluto tanto tempo, ma finalmente per la prima volta in Italia un Comitato etico ha confermato per una persona malata, l'esistenza delle condizioni per il suicidio assistito". I paletti della Consulta La sentenza della Corte Costituzionale numero 242 del 22 novembre 2019 ha aperto la strada al suicidio assistito, sia pure circoscrivendo la materia con paletti molto rigorosi. La sentenza ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevoli l'esecuzione del proposito di suicidio a patto che questo si sia formato autonomamente e liberamente da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. La persona deve essere affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputi intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Suicidio-assistito-la-lunga-battaglia-di-Mario-Adesso-mi-sento-piu-leggero-e-libero-di-scegliere-b1168493-2e38-40e3-be99-1005f437d9c5.html

Criptovalute: così robot e algoritmi ultra veloci manipolano il mercato. - Vittorio Carlini

 

La mancanza di regole agevola gli investitori automatici nell’uso di social network e trading per alterare le contrattazioni. Le tecniche spesso mutuate dai listini tradizionali.

Pump and dump. Una frase che qualcuno già avrà sentito. Ma ci sono altri vocaboli in inglese, come spoofing o wash trading, sconosciuti ai più. Il che è un problema. Si tratta infatti di termini che, nel linguaggio borsistico, definiscono tecniche di manipolazione dei listini. Non da oggi anche dei mercati sulle cryptocurrency. E sì, perché se da un lato le cronache dei giornali, rispetto ai criptoasset, sono piene di riferimenti (e polemiche) rispetto agli interventi via Twitter di Elon Musk&co; dall’altro l’alterazione dei prezzi, a ben vedere, avviene anche, e soprattutto, attraverso altre strade, meno conosciute.

Le strategie.

Strategie, spesso mutuate dalle Borse tradizionali, che non di rado hanno come protagonisti gli algoritmi. Robot trader i quali, secondo il fondatore di EngineeringRobo Cansoy Gurocak, «gestiscono ad oggi circa il 30% dei criptovolumi». Ma che, a detta di altri esperti, dovrebbero arrivare fino al 40-50% del turnover. Ebbene: tra questi «un ruolo rilevante lo recitano gli High frequency trader (Hft) - afferma Carol Alexander, docente di finanza alla Business School dell’Università del Sussex -. Robot ultraveloci presenti nelle piattaforme più importanti e attivi non solo sul bitcoin ma anche su centinaia di altcoin. In particolare, laddove sussistano i loro derivati». Sono i Flash boy i quali non si fanno scrupoli «ad usare, ad esempio, lo spoofing».

Lo spoofing.

Già, lo spoofing. Ma di cosa si tratta? Il meccanismo, che sfrutta algoritmi velocissimi, consiste nei seguenti passaggi: un soggetto punta a comprare una criptocurrency ad un livello inferiore rispetto a quello che vede sul mercato. Ecco che, allora, mitraglia l’order book del token in un exchange con moltissime proposte di negoziazione (Pdn) in vendita, facendo credere ci sia una forte pressione ribassista. A fronte di ciò gli investitori, impauriti dalla dinamica, corrono a disfarsi del criptoasset e immettono i loro ordini “sell”. Sennonché il robot, in un millisecondo e prima che i contratti siano conclusi, ritira le sue Pdn. Risultato? Da una parte il prezzo del criptoasset, sulla scia del flusso di vendita degli altri investitori, cala; dall’altra l’algoritmo può comprare al minore valore desiderato.

Certo: simili strategie, come ricorda Federico Izzi, esperto trader in cryptocurrency «richiedono molta liquidità e, soprattutto, uno sforzo economico importante per creare gli algoritmi ad hoc». Il che «non è giustificato in un mondo dove, al di là di bitcoin ed ether, i prezzi possono essere manipolati in maniera più semplice e meno onerosa». Tale considerazione, però, «non elimina il fatto che – ribatte Felix Eighelshoven, già ricercatore presso l’Università di Posdam ed esperto di blockchain – i robot recitano un ruolo primario nell’alterare la percezione dell’offerta e della domanda sulle piattaforme di scambi» centralizzati.

Il wash trading.

Vale a dire? «Basta pensare al cosiddetto wash trading». Cioè una situazione in cui, tramite algoritmi, vengono buttati sul mercato un grande numero di ordini di “Buy” e “Sell” sullo stesso criptoasset, dando l’illusione dell’esistenza di un importante liquidità su quel token. In realtà non è così e l’obiettivo, oltre ad attirare l’attenzione degli operatori meno esperti, «è fare credere che quella determinata piattaforma, seppure nel breve periodo, è contraddistinta da volumi rilevanti». Nel mondo delle Borse tradizionali simili tecniche spesso sono vietate ma all’interno della criptosfera, dove non esiste una regolamentazione ad hoc, le possibilità di infilarsi nei buchi normativi è piuttosto semplice.

Alterare senza usare robot.

Già, semplice. «A ben vedere – riprende Izzi -uno dei sistemi più diffusi per manipolare il mercato è il Pump and Dump». Qui gruppi organizzati, sfruttando le piattaforme social dove vige l’anonimato, si mettono d’accordo per fare salire il prezzo di un criptoasset. Meglio se poco liquido, in modo che la quotazione sia più facilmente alterabile. «Questi soggetti, sfruttando anche false notizie, inducono la quotazione del token al rialzo». A quel punto i piccoli investitori, presi dalla smania di non perdere l’opportunità della plusvalenza, si accodano agli acquisti, spingendo ancora più su le quotazioni (Pump). Ad un certo momento, però, gli investitori organizzati vendono e il criptoasset crolla (Dump).

Il gruppo incassa la plusvalenza, mentre il retail fai-da-te resta con il cerino acceso in mano. Vero! Questa strategia può essere concretizzata senza grandi sforzi tecnologici. E tuttavia, quando entrano in gioco social generalisti come Twitter, i Bot (cioè account falsi che in realtà sono algoritmi) «assumono, proprio nel Pump and Dump - afferma Eighelshoven - una centralità fondamentale» per aumentare l’efficacia dell’operazione.

La stretta normativa.

Ciò detto: robot o non robot, la manipolazione del mercato coinvolge le stesse cryptocurrency. Al che sorge la domanda: una stretta legislativa, quale la proposta di regolamento Ue MiCa, può limitare il fenomeno? «In generale- risponde Andrea Medri co-fondatore di The Rock Trading - il progetto normativo europeo, seppure da migliorare, va nella giusta direzione. Al di là di ciò, però, è necessario che le nuove regole vengano applicate a tutti, anche agli exchange domiciliati in giurisdizioni esotiche».

Non solo. «Va ricordato- aggiunge Izzi- che, da una parte, la maggiore regolamentazione» porta con sé la eco della centralizzazione; e che, dall’altra, «gli investitori più esperti e professionali, fuggendo tale impostazione, si indirizzeranno maggiormente verso le piattaforme decentralizzate». Come dire, insomma, che non è facile regolare con la legge un habitat ipertecnologico, in continua evoluzione e dove gli scambi avvengono spesso off chain. Il passaggio, tuttavia, è necessario perché, come ricorda Eighelshoven, «le barriere all’ingresso degli exchange, rispetto alle Borse tradizionali, sono inferiori. Chiunque può accedervi, anche soggetti inesperti» con minori capacità di difendersi dalle manipolazioni stesse.

(Illustrazione di Maria Limongelli/Il Sole 24 Ore)

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