mercoledì 12 agosto 2020

Bonus Inps. La sindrome di Stoccolma di chi difende i farabutti dei 600 euro. - Alessandro Robecchi

Disuguaglianze in crescita: in Italia il 5% dei più ricchi ...
Breve premessa: se ti metti in fila alla Caritas per avere un filone di pane e a casa hai il frigo pieno, la dispensa che straborda, lo champagne in fresco e il filetto alla Woronoff che ti aspetta, sei un pezzo di merda. Detto questo, ecco la vostra rubrichina, questa volta (mi scuso) per fatto personale.
Il 17 aprile scorso, quando tutti stavamo chiusi in casa come l’abate Faria nella sua cella, mi scrisse un mio amico bancario. Riporto le sue parole testualmente: “Sono sconcertato. In questi giorni sto vedendo arrivare sui conti dei miei clienti il bonifico da 600 euro che lo Stato riconosce ai professionisti in difficoltà per il Covid. Oltre la metà dei beneficiari ha un saldo di conto corrente e un deposito titoli valorizzati in un minimo di 50mila euro fino a punte da 3-400mila euro. Colleghi di altre filiali mi segnalano percettori con saldi oltre gli 800mila euro”.
Anch’io sono sconcertato (eufemismo). Riporto le sue parole, su Twitter, ovviamente coprendo la fonte, che potrebbe passare dei guai. Apriti cielo: le reazioni sono di vari tipi.
Uno: ho inventato tutto, sono un mitomane che dice “un mio amico”, che è come dire “mio cuggino”. 
Due: come si permette il mio amico di guardare i conti correnti dei clienti? (ndr: è il suo mestiere). 
Tre: la legge non mette limiti, quindi hanno ragione loro. Se la legge ti permette di ammazzare a sassate un gattino fai bene a farlo. 
Quattro: sono il solito comunista-nostalgico (di cosa? Boh) che odia i ricchi. 
Cinque: sono invidioso di quelli che hanno tanti soldi sul conto, perché io sono un pezzente e loro invece ce l’hanno fatta, nella vita.
La cosa va avanti per qualche giorno. Mi chiama un bravo inviato di Piazzapulita, il programma di Formigli: posso metterlo in contatto con il mio amico? Rispondo di sì, ma raccomando il mio amico di chiedere garanzie di anonimato, perché anche se la legge non vieta di far licenziare un tuo amico, esiste pur sempre un’etica personale.
Il 24 aprile va in onda l’intervista al mio amico bancario, non ripreso in faccia e con la voce contraffatta, cosa che mi fa sempre ridere perché mi ricorda i genitori di Woody Allen in "Prendi i soldi e scappa" con gli occhiali, il naso finto e i baffi. Il mio amico – travisato come un bandito pur essendo una bravissima persona – non solo ripete le cose che ha detto a me, ma mostra qualche estratto conto (con i nomi rigorosamente cancellati, ovvio) dove si può leggere: saldo 600.000 euro, più 600 di bonus Inps. Il giorno dopo, silenzio: nessuno dice che era il cuggino di Formigli, o che l’inviato di Piazzapulita è un pezzente invidioso di chi ha un conto corrente grasso come un maiale.
Ed eccoci a noi: non siamo più chiusi in casa come Formigoni ai domiciliari, e la cosa si ripresenta paro paro con i cinque deputati – maggioranza leghista – (13.000 euro al mese) che hanno chiesto (e 3 ottenuto) il bonus Inps. Leggo le reazioni di oggi e quelle di ieri: praticamente identiche, ma con qualche variante: è stato il commercialista, no, la moglie, no, il socio, no, maestra, il gatto mi ha mangiato i compiti. Tutto qui. Aggiungo solo due cosette. La prima: quelli che si indignano con chi denuncia invece che coi i farabutti denunciati non sono miliardari, ma quasi sempre sfigati, però con la sindrome di Stoccolma. La seconda: tra gli insulti più ricorrenti che ricevetti ai tempi ce n’era uno divertente: giacobino. Interessante: nella bizzarra estate del 2020 c’è ancora chi odia i giacobini e fa il tifo per Luigi XVI, forse gli piacciono le brioches.

Il Garante all’Inps: “Dica i nomi” Lega, Zaia all’attacco di Salvini. - Ilaria Proietti

Il Garante all’Inps: “Dica i nomi” Lega, Zaia all’attacco di Salvini

Nessuno ostacolo alla pubblicazione dei dati. Per i furbastri di Montecitorio che hanno ottenuto il bonus da 600 euro previsto dal governo per sostenere le partite iva messe in ginocchio dall’emergenza coronavirus si mette male: il collegio del Garante della Privacy è infine intervenuto per dire non si potranno nascondere dietro questo scudo che semmai serve a proteggere chi è in condizioni di disagio economico o sociale: non certo i parlamentari o gli altri amministratori locali “per i quali, a causa della funzione pubblica svolta, le aspettative di riservatezza si affievoliscono, anche per effetto dei più incisivi obblighi di pubblicità della condizione patrimoniale cui sono soggetti”. Ora però la questione della privacy in questa storia di miserabili (il copyright è del maggiorente del Pd nonché Commissario europeo agli affari economici, Paolo Gentiloni) non finisce qui: i tre nomi dei deputati che avrebbero beneficiato della sovvenzione nonostante il lauto stipendio di Montecitorio, restano coperti. Tra i pentastellati, che pure attaccano a testa bassa la Lega perché la lista degli amministratori locali del Carroccio reo confessi si allunga, il nome del deputato che avrebbe incassato il malloppetto ancora non viene fuori. E questo nonostante il pressing dei vertici del Movimento. Sospettati da alcuni di sapere e da tempo di chi si tratti dati gli ottimi rapporti con l’Inps di Pasquale Tridico. E da altri addirittura di aver orchestrato tutto agendo in combutta con lui per annichilire il fronte del no al referendum sul taglio dei parlamentari che da qualche settimana aveva ricominciato a sperare che il clima fosse cambiato rispetto a qualche mese fa quando una vittoria del Sì a valanga pareva scontato.
Non si sa se per uscire dall’imbarazzo in cui lo scandalo bonus ha fatto precipitare la Lega o perché ci crede davvero, lo dice senza mezzi termini, l’ex ministro salviniano Gian Marco Centinaio. Per il quale il caso è una “bufala” montata ad arte per fare da volano decisivo al referendum confermativo della riforma costituzionale del taglio dei seggi . “Avendoci governato insieme per quattordici mesi so che tutto quello che viene fatto dal M5s ha un secondo fine”. E poco importa se Luigi Di Maio insista sulla questione di principio: “Questa non è una gogna mediatica ma una questione di giustizia”.
Dalle parti del Carroccio per la verità, l’imbarazzo monta di pari passo al ridicolo delle scuse che hanno preso ad accampare i consiglieri regionali eletti sotto le insegne salviniane per giustificare di aver ottenuto il bonus nonostante lo stipendio erogato a fine mese non esattamente da fame: il direttivo del partito medita di non metterli in lista per le prossime elezioni di settembre, come rivela il commissario del Veneto Lorenzo Fontana in linea con Luca Zaia che pare meno incline alla linea che pare più morbida da parte del Capitano. Che per i deputati in odore di bonus ha parlato di semplice sospensione. Facendo intanto calare la cortina fumogena del silenzio stampa. Bocche cucite dunque sui due principali sospettati Andrea Dara e Elena Murelli. Quest’ultima peraltro tra i deputati che più ferocemente denunciarono le falle registrate nel sistema informatico dell’Inps il 1° aprile quando partì la procedura telematica per aver accesso al bonus. Con un’interpellanza al vetriolo (primo firmatario il tesoriere Giulio Centemero) aveva chiesto conto al ministro vigilante (quello del Lavoro) quali urgenti iniziative intendesse adottare per “garantire la conservazione dei dati sensibili” che gli aspiranti al bonus avevano fornito al server dell’Istituto di previdenza. Che aveva fatto cilecca per il sovraccarico delle richieste e pure perché gli hacker avevano fatto la loro parte. Determinando a ogni modo – secondo la denuncia leghista – , “una pericolosa esposizione dei dati degli utenti”. Tra cui c’erano tanti italiani e tra questi pure alcuni parlamentari. Ora il fatto è che se sulla questione della privacy è chiaro che non ci sono più scuse sulla possibilità di pubblicare i loro nomi, il Garante ha però evidenziato anche un altro fatto denso di conseguenze.
Ossia che aprirà un’istruttoria sul caso che tiene banco da oltre tre giorni. O meglio sulla “metodologia seguita dall’Inps rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse”. Secondo quel che risulta al Fatto gli uffici del collegio presieduto da Pasquale Stanzione scriveranno ai vertici dell’Inps per capire come e perché si è arrivati a compiere un approfondimento specifico sui politici che avrebbero fatto richiesta del bonus pur non violando alcuna legge, se non quella dell’etica pubblica. Ma a quanto pare di capire i commissari alla Privacy che si sono riuniti ieri mattina in teleconferenza sono anche particolarmente interessati a capire se è stata davvero la direzione antifrode dell’Inps a mettere insieme i casi dei tre deputati beneficiati dalla sovvenzione, i due che l’avrebbero solo chiesta ma senza riuscire a ottenerla e tutti gli altri. Ossia circa 2mila amministratori locali, tra consiglieri e assessori regionali (che prendono comunque signori emolumenti) e comunali (che invece percepiscono solo gettoni di presenza): casi troppo diversi sotto il profilo del reddito e legati solo alla natura dell’incarico.
E poi al Garante non sono neppure sfuggite le altre indiscrezioni di stampa, quelle relative alla tempistica: ossia che la segnalazione sarebbe scattata già a maggio. E dunque da maggio a oggi che è successo? O meglio chi ha visto questi nomi e per quali percorsi il caso è stato dato in pasto alla pubblica opinione? Quesiti a cui anche in Parlamento si vuol vedere chiaro. Un vasto fronte che va da Fratelli d’Italia ai renziani di Italia Viva ha chiesto che la commissione Lavoro di Montecitorio convochi in audizione Tridico. Che però può stare tranquillo almeno fino al 24 agosto quando la Camera, dopo le ferie, riaprirà i battenti.

Il salame disseta. - Marco Travaglio

BorderlineZ I segni più bugiardi dello zodiaco - BorderlineZ, blog
Chi pensa che i colpevoli dello scandalo bonus-povertà siano i ricchi che l’hanno chiesto è totalmente fuori strada.
Alessandro Sallusti ha scoperto che è tutto un “trabocchetto organizzato da Di Maio e soci con la complicità del loro uomo all’Inps, quel Tridico”: “Siamo sotto elezioni regionali e i partiti di governo (5Stelle e Pd) sono in affanno nei sondaggi”. Insomma “è un’invenzione di quel genio di Casalino” e altri “scagnozzi di Conte” che “scovano 5 parlamentari disgraziati dell’opposizione che hanno chiesto il bonus povertà”. E, astuti come sono, per risollevare le sorti dei 5Stelle, fanno in modo che uno dei cinque furbastri sia dei 5Stelle. Ammazza che volpi. Del resto “a Di Maio e alla sua famiglia (come si evince dalle disavventure del padre), gli euro non hanno mai fatto orrore”. E, se non avete capito che cazzo c’entrino il padre di Di Maio e lo scandalo dei laterizi abbandonati su una carriola nel suo orto, non sapete cos’è la logica. Ah, il titolo dell’editoriale sallustiano è “Non scriviamo sotto dettatura”. Si ride di gusto.
Per Vittorio Sgarbi, è tutta colpa di una “legge idiota fatta da cretini come Fico” (che non scrive leggi, essendo il presidente della Camera, e poi quello è un decreto del governo). L’altro è Feltri: “Non me la sento di accanirmi contro coloro che hanno incassato furbescamente gli oboli, perché in fondo essi (gli oboli, ndr), e anche in cima (qualunque cosa voglia dire, ndr), erano concessi in ossequio a una legge firmata dagli amministratori dello Stato”. Quindi la colpa è di “un esecutivo talmente inetto da permettere a cani e porci di incamerare quattrini” e chi deve “liberarci della loro mefitica presenza” non sono i percettori indebiti del bonus, ma chi l’ha previsto per quelli debiti. Analogamente la colpa delle pensioni ai falsi invalidi non è di chi si finge invalido per intascarle, ma di chi le ha volute per gl’invalidi veri.
Stefano Folli, su Repubblica, teme che lo scandalo “potrebbe gonfiare le vele ai fautori del ‘sì’ nel referendum sul taglio dei parlamentari”. Ma poi si rassetta il riportino e si rassicura da solo: “Il punto è la qualità di chi viene mandato in Parlamento, non la quantità di deputati e senatori che oggi (senza i tagli) è in linea con i principali Paesi europei” (falso, ma fa niente). Dunque “il ‘sì’ alla sforbiciata non cura nessuno di questi mali, anzi li aggrava”. Se ne deduce che, per curare “lo squallore dei 600 euro”, il numero dei parlamentari non andrebbe ridotto, ma aumentato: da 945 a 1.890 o, perché no, 5mila cifra tonda. Vuoi mettere, a quel punto, la qualità. È la legge del circo: “Più gente entra, più bestie si vedono”.
Dimenticavo: “Il salame fa bere, bere disseta, dunque il salame disseta” (Montaigne).

Gli smemorati del taglio dei parlamentari. - Lorenzo Giarelli

Gli smemorati del taglio dei parlamentari

C’è riforma e riforma, quando si parla di tagliare il numero dei parlamentari. E soprattutto c’è chi – politici, opinionisti, giuristi – oggi filosofeggia sui “rischi per la democrazia” qualora gli eletti dovessero passare da 945 a 600 (come da riforma voluta dai 5 Stelle e già approvata in Parlamento e in attesa di conferma al referendum del 20-21 settembre) ma appena quattro anni fa digeriva senza indugi il progetto di revisione costituzionale Renzi-Boschi. Quello che aboliva il bicameralismo paritario mandando in Senato cento tra consiglieri regionali e sindaci nominati dai partiti. Ma i tempi son cambiati e oggi c’è da gridare al pericolo per la Nazione e guai, come ha scritto Mattia Feltri sull’Huffington Post, a “buttare il Parlamento” per colpa “di 5 rubagalline”, ovvero i furbetti del bonus partita iva. Ecco una rassegna da ieri (2016) e oggi (2020) per farsi un’idea di chi e come abbia cambiato idea.
Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta.
Ieri: “L’assetto costituzionale che esce dalla riforma si iscrive nella nostra tradizione repubblicana e le fa fare un passo avanti, consolidandola”.
Oggi: “Le motivazioni sono solo quelle di dare un segno al Parlamento: tu conti di meno. Il risultato sarà rafforzare i partiti, il sistema diventa più oligarchico”.
Matteo Orfini, Pd.
Ieri: “La vittoria dei No significa far trionfare il Paese dei bronci e del pessimismo. Votiamo Sì, diamo forza alla speranza e al cambiamento”.
Oggi: “La riforma fa schifo. Era accettabile in un contesto con il proporzionale e altri contrappesi. Non si può dare indicazione di voto per il Sì”.
Mario Lavia, giornalista.
Ieri: “La domanda è se si vuole un sistema istituzionale più semplice o più complicato. Secondo me, se si sta al merito, l’elettorato preferisce il Sì”.
Oggi: “Zingaretti rischia di passare alla storia come il leader che avalla uno strappo alla Costituzione in cambio della sussistenza del governo. In gioco c’è la qualità della nostra democrazia”.
Luciano Violante, già presidente della Camera.
Ieri: “Il prossimo referendum ricorda quello del 1946 sull’alternativa tra Monarchia e Repubblica. Anche lì si decideva l’Italia del futuro. I sostenitori della riforma costituzionale hanno una visione realistica: non è perfetta ma fa funzionare meglio il Paese”.
Oggi: “Il taglio dei parlamentari senza il proporzionale e la fine del bicameralismo paritario potenzierebbe enormemente l’esecutivo e condannerebbe il Parlamento all’immobilismo o al disordine”.
Graziano Delrio, Pd.
Ieri: “Il Sì al referendum vuol dire puntare sulla crescita. Se prevalesse il No l’Italia tornerebbe dentro le sacche delle politiche di austerity ”.
Oggi: “La riduzione dei deputati e dei senatori, abbinata all’attuale legge elettorale ipermaggioritaria, crea uno squilibrio serio per l’assetto istituzionale del Paese: rischia di produrre maggioranze in grado di cambiare da sole, senza il necessario dialogo con le opposizioni, la Costituzione”.
Emma Bonino, +Europa.
Ieri: “Non è drammatico dire che a volte si sceglie il meno peggio”.
Oggi: “Io ho paura dei danni irreparabili per la democrazia italiana che deriveranno sul piano istituzionale dalla mera amputazione della rappresentanza democratica”.
Tommaso Nannicini, Pd.
Ieri: “Se dovesse vincere il No perderemo una bella occasione per poter continuare sul percorse delle riforme, di cui si parla da 30 anni senza fare niente”.
Oggi: “Il taglio dei parlamentari piace a chi vuol sostituire le Camere con Rousseau. Senza i correttivi richiesti a questa riforma malfatta e mal pensata si lascerebbe il Parlamento in balia del trasformismo. La riforma andava fermata prima”.
Riccardo Magi, +Europa.
Ieri: “Non è la nostra riforma ma permette di superare il bicameralismo e il disastroso regionalismo italiano”.
Oggi: “Mi preoccupa l’assurdità di questa riforma. Motivi fondati per questa amputazione del Parlamento non ce ne sono”.
Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia.
Ieri: “Considerato tutto, ritengo che la riforma si meriti un 8 pieno, perché nessuna riforma costituzionale è perfetta essendo figlia di un compromesso politico. Tuttavia questa risponde, con rispetto e giudizio, ai problemi che in questo Paese si porta appresso da almeno 40 anni”.
Oggi: “Una riduzione dei parlamentari senza i necessari interventi di riequilibrio significherebbe sacrificare pesi e contrappesi sull’altare di un populismo illiberale. Sarebbe in gioco la democrazia rappresentativa”.
Giorgio Gori, sindaco Pd di Bergamo.
Ieri: “Abbiamo bisogno di una democrazia più efficiente, più semplice e più capace di prendere le decisioni”.
Oggi: “Non è questione di correttivi. Se anche si dovesse arrivare in extremis al proporzionale la sostanza non cambia. Il Pd ha fatto un errore madornale nel piegarsi al populismo e alla cultura antiparlamentare dei 5 Stelle. La riforma mina i fondamenti della nostra democrazia rappresentativa”.
Carlo Calenda, Azione.
Ieri: “Il referendum è uno snodo fondamentale per avere istituzioni più forti e più efficienti”.
Oggi: “Sono molto contrario, sono favorevole a un monocameralismo secco. Questa è una riforma fatta coi piedi”.
Ernesto Carbone, Iv.
Ieri: “Sono ottimista e sono convinto che vincerà il Sì. Se dovesse vincere il No, l’Italia rimarrebbe nella palude”.
Oggi, retweettando Gori: “Le leggi elettorali si fanno e si disfano. Dobbiamo pensare che il taglio dei parlamentari diventi a quel punto pericoloso per la democrazia?”.
Pierluigi Castagnetti, Pd.
Ieri: “Qusta è una riforma che modernizza il Paese”.
Oggi: “Non voglio assecondare pulsioni populiste”.
Beppe Fioroni, Pd.
Ieri: “Gli italiani sapranno scegliere il Sì al referendum perché serve al Paese”.
Oggi: “Voterò No perché senza un’adeguata legge elettorale non si fa altro che alterare la qualità della democrazia. Non si può inseguire il sentimento del tempo dei grillini”.