venerdì 22 dicembre 2023

Cosa c’è davvero nel vino che beviamo? L’inchiesta di Report, l’uva del Sud e il marketing della paura.

 

(Alessandro Trocino – corriere.it) – Avete visto «Report» e vi è passata la voglia di bere vino? C’è da preoccuparsi? Come spesso accade, guardando le inchieste di «Report», la notizia della morte del de cuius (il vino, nello specifico), è fortemente esagerata. Ogni volta che si guarda una puntata, viene in mente Carlo Lucarelli che ci guarda torvo: paura eh? Già, perché la logica delle inchieste è quella di trovare il marcio da qualche parte e se non si trova proprio, basta qualcosina di surmaturo o di lievemente deteriorato: è sufficiente per allarmare lo spettatore del putridume che sta per travolgere le nostre vite o nel quale siamo immersi senza saperlo. Spesso non è neanche questione di inesattezze o errori (ci sono anche quelli), ma di allarmismo puro, di marketing della paura (un po’ come la politica, insomma).

In vino veritas.

Proviamo dunque a fare un po’ la tara all’ultima puntata di Report, a deacidificare la narrazione e a filtrare il discorso. Ed eccoci alla questione vino, oggetto dell’ultima puntata, a cura di Emanuele Bellano. Mettiamo subito da parte le reazioni esagitate del ministro Francesco Lollobrigida: «Abbiamo il nemico in casa». Come gli è stato fatto notare, se la casa di cui sopra è la Rai, non è casa sua. E se, invece, come sosteneva in tv il sempre performante Alessandro Giuli, parlava dell’Italia, peggio ancora. Non ci sono nemici, qui, se non i sofisticatori e i truffatori. Ed eccoci al punto. E alla domanda fondamentale: cosa c’è dentro il bicchiere che beviamo? Cosa c’è nel nostro vino e com’è fatto? Spiace non poter rispondere. Alla faccia di tutti i disciplinari della terra, di tutti i controllori, di tutte le docdocg e sigle possibili e immaginabili, non possiamo sapere il contenuto del nostro bicchiere. È una disdetta, un peccato, anzi un oltraggio alla democrazia oltre che alla nostra salute. Ci son problemi peggiori, certo, ma non sapere cosa beviamo, sarete d’accordo, è una cosa molto spiacevole. Che contraddice anche la saggezza antica: in vino veritas. Ma quale veritas?

Vino sintetico.

Dice Report tre cose, in sintesi. Che i vini vengono costruiti. Un vino è poco acido? Poco tannico? Poco alcolico? Poco trasparente? Ci sono rimedi legali, additivi e enzimi di ogni tipo. Il «piccolo chimico», come recitava il titolo del servizio, fabbrica il vino che vogliamo, con il colore, la trasparenza, il gusto e il profumo che desideriamo (anzi, che la polizia della moda e del gusto ci impongono periodicamente). È una cosa piuttosto nota, anche se un ripasso non fa male. È successo negli anni ’70. La scienza ci ha messo a disposizione ogni bendidio per costruire il nostro vino Frankenstein: all’inizio abbiamo salutato con entusiasmo positivista il progresso scientifico, poi abbiamo cominciato a interrogarci corrucciati sui limiti dell’interventismo tecnologico. La questione è tanto nota che su questo tema è nato un intero movimento, quello dei vini naturali, o artigianali, o veri, o come li volete chiamare. Vini non solo senza sostanze chimiche aggiunte, ma che limitano anche il più possibile l’intervento dell’uomo. È qui che è nata la grande dicotomia tra i vini convenzionali, quelli industriali, su vasta scala, e i vini naturali, solitamente di piccoli produttori. Differenze di approccio, anche se talvolta si scade nella macchietta, con derive new age e no vax di alcuni produttori troppo innamorati della natura e poco della scienza. Ma al netto delle derive estremiste, il movimento dei vini naturali è una reazione giusta e necessaria a vini botox, elaborati, stressati, siliconati, svuotati di ogni vita, omologati, standardizzati. Ma torniamo a Report.

Gli additivi.

La seconda cosa che si dice nel servizio è che vengono usate anche sostanze illegali per abbellire i vini o per resuscitare uve morte. E questo non è bello, anche se la faccenda è nota. Illegale usarle, ma non venderle e così i negozi di enologia fanno affaroni, senza che nessuno abbia da ridire. A questa seconda traccia, si unisce un ultimo filone, quello delle truffe. Report riferisce, e questa è forse la parte dell’inchiesta più interessante, che ogni giorno la penisola è attraversata da decine di Tir che portano uva da Sud a Nord. Un fenomeno che c’è sempre stato, sia pure in forme diverse. Una volta succedeva perché le uve del Piemonte e del Veneto, terre allora fredde, non raggiungevano il sufficiente grado zuccherino per arrivare al minimo di alcol necessario per chiamarsi vino o per entrare nei disciplinari: e così da Puglia e Sicilia arrivavano a dar manforte tir e tir di Primitivo e Nero d’Avola, che irrobustivano gli stitici vini nordici (in Francia son più pratici, con la chaptalisation aggiungono zucchero nel vino, che da noi è vietato). Ma ormai c’è il cambiamento climatico e quindi i vini del Piemonte raramente stanno sotto i 13-14 gradi, senza bisogno di aiutini esterni.

Nord chiama Sud.

Ma ci sono altri due motivi per importare uva dal sud: la peronospora, malattia che quest’anno ha fatto strage, e il prezzo dell’uva. E così arriva uva non solo da terre ricche di acini sani, ma arriva anche uva da tavola, che non sarebbe idonea a farci il vino, ma che costa meno. E così succede che milioni di bottiglie di prosecco, che dovrebbe essere fatto con la glera nei confini nordici, già smisurati e allargati per decreto da Luca Zaia, viene fatto con pinot grigio della Puglia. Non benissimo. A questo si aggiungono criminali guerre commerciali combattute a suon di dipendenti infedeli degli apparati di controllo dello Stato, che finiscono poi, misteriosamente ma non troppo, per essere assunti dalle aziende stesse. A questo punto, le associazioni di produttori che dicono? E il governo come reagisce? Come al solito. Invece di indignarsi contro ladri, approfittatori, commercianti senza scrupoli, gente che rovina il Made in Italy e devasta la qualità, se la prende con Report, che denuncia il fenomeno. Film già visto, inguardabile sin dalla prima visione.

La chiave è l’etichetta.

Resta da dire che i tre filoni seguiti da Report dovrebbero stare ben distinti. E che sovrapporli, confonderli, finisce per togliere forza all’inchiesta. Certo, aumenta la repulsione («Dio mio cosa ci danno da bere, veleno?»), e quindi fa parlare della trasmissione e aumenta gli ascolti. Ma non fa opera di bene. Meglio sarebbe distinguere i piani. E spiegare che c’è un gigantesco rimosso nel mondo del vino e si chiama etichetta. Se tu produttore vuoi il mosto concentrato rettificato (che aumenta il grado alcolico), benissimo. Ma io voglio saperlo. Deve esserci scritto in retroetichetta o in qrcode. Se vuoi usare colla di pesce, bentonite, filtrazioni sterili, gomma arabica, caseina, trucioli di legno, ferrocianuro, dimmelo. Se nel tuo Barolo hai aggiunto il lievito Brl97, che enfatizza gli aromi di ciliegia, liquirizia e frutti di bosco, benissimo. Ma siccome pago 50 o 100 o di più, mi piacerebbe essere informato, se non è troppo disturbo. La questione, alla fin fine, è proprio quella: l’etichetta.

Divieto di trasparenza.

Per una convergenza di interessi, i grandi produttori, in combutta con la politica, hanno sempre impedito la libertà di etichetta. Non solo non c’è l’obbligo di scrivere gli ingredienti, ma c’è il divieto. Così, mantenendo nell’ignoranza il consumatore, possiamo continuare a metterci quello che vogliamo nel vino. Tempo fa girava un cartello che mostrava come in una sola bottiglia ci possono essere fino a un centinaio di additivi, enzimi, conservanti e sostanze di ogni tipo. Niente di male, se son legali (ma neanche benissimo). A patto che noi si sappia. È questa la vera questione che «Report» ha trattato solo lateralmente e che ministri, rappresentanti di categoria e grandi produttori si guardano bene dal sollevare. Fin quando il vino non sarà nudo, noi continueremo a bere un liquido ignoto. Vale però un’ultima considerazione.

Leggere gli indizi.

Visto che non ce lo vogliono dire, come si usava scrivere qualche anno fa, visto che ce lo nascondono, dovremmo cominciare a farci furbi. A informarci (eh, costa fatica, è vero). A capire che un vino bianco troppo trasparente e un rosso troppo luccicante nascondono spesso procedure invasive. Che un bianco torbido non filtrato non è difettato, anzi, vale il contrario. Che i lieviti a fondo bottiglia danno materia e forza al vino. E che, come con gli amici, anche i produttori vanno conosciuti per potersi davvero fidare e capire come lo fanno il vino. E più sono grandi i produttori, più comprano uva sconosciuta da viticoltori che non si sa come la trattano, più abbassano i prezzi, e più aumenta il rischio che quel liquido non sia esattamente un nettare divino ma un liquido ipertrattato che conserva solo un lontano ricordo dell’uva da cui dovrebbe provenire.

https://infosannio.com/2023/12/22/cosa-ce-davvero-nel-vino-che-beviamo-linchiesta-di-report-luva-del-sud-e-il-marketing-della-paura/