mercoledì 3 ottobre 2018

Un nuovo gigante del Giurassico.


Rappresentazione artistica del gigante erbivoro Ledumahadi mafube, vissuto nel Giurassico e rinvenuto in Sudafrica (fonte: Viktor Radermacher, University of the Witwatersrand /Instagram: Viktorsaurus91)

Era un erbivoro, parente del brontosauro.

Un nuovo gigante di Jurassic Park emerge dal passato della Terra. Era un erbivoro quadrupede, parente del brontosauro, vissuto 200 milioni di anni fa nel Giurassico. Rinvenuto in Sudafrica, era grande il doppio di un moderno elefante africano ed è descritto sulla rivista Current Biology. 
I resti del gigante del Giurassico sono stati trovati da un gruppo dell’Università sudafricana di Witwatersrand, a Johannesburg, coordinato da Jonah Choiniere, in collaborazione con l’Università sudafricana di Città del Capo, quella britannica di Oxford, quella brasiliana di San Paolo e con il Museo di storia naturale del Sudafrica. L’animale è stato chiamato Ledumahadi mafube, ‘grande tuono dell’alba’ in lingua sotho sudafricana. I primi resti sono stati rinvenuti nel 2012, ma solo dopo anni di scavi è stato possibile attribuirli a una nuova specie di dinosauro.
I fossili comprendono alcune ossa delle vertebre e degli arti di un esemplare adulto di 14 anni di età, alto circa 4 metri e del peso approssimativo di circa 12 tonnellate. “Era tra i vertebrati più grandi ad aver mai camminato sulla Terra”, ha spiegato Choiniere. Grazie allo studio dello spessore dei fossili degli arti e al confronto con le ossa di alcuni animali viventi, i ricercatori hanno scoperto che il dinosauro camminava su quattro zampe, a differenza di alcuni dei suoi predecessori bipedi. “L’evoluzione di questi erbivori giganti non è stata, quindi, un processo lineare come si pensava finora - hanno concluso i paleontologi - ma con diversi tentativi di sperimentare l’andatura quadrupede”.

Nobel Chimica ad Arnold, Smith e Winter, premiata la chimica verde.


Dopo la Fisica un'altra donna, la quinta nella storia della Chimica.

Il Nobel per la Chimica 2018 è stato assegnato agli americani Frances H. Arnold e George P. Smith ed al britannico Sir Gregory P. Winter.
Con l'assegnazione ad Arnold, per la quinta volta nella sua storia, il Nobel per la Chimica viene assegnato ad una donna. La notizia arriva all'indomani dell'assegnazione del Nobel per la Fisica ad una donna, per la terza volta nella storia del Nobel.
E' la Chimica 'verde' la vincitrice del Nobel per la Chimica 2018: premiata la scoperta dei 'registi dell'evoluzione', come gli enzimi alla base di reazioni chimiche vitali, e con essa le numerose ricadute positive per tecnologie e processi di trasformazione amici dell'ambiente.
Una metà del premio è assegnata a rances H. Arnold per le sue ricerche, che hanno permesso di ottenere il controllo degli enzimi, e l'altra metà è divisa fra George P. Smith e Sir Gregory P. Winter per le ricerche condotte sulla genetica dei batteriofagi e sugli anticorpi.
Le ricerche di Arnold sono cominciate alla fine degli anni '70, quando era impegnata  sulle allora nuove tecnologie per l'energia solare. Lungo questa strada, decise di concentrare l'attenzione sugli enzimi, ossia sugli strumenti che l'evoluzione utilizza naturalmente per guidare e modificare la vita sulla Terra. 
Negli anni successivi le sue ricerche hanno dimostrato la possibilità di controllare e manipolare gli enzimi. Grazie a quelle tecniche oggi gli enzimi sono largamente utilizzati nella produzione di biocarburanti e farmaci, dagli anticorpi ad alcuni antitumorali.
Smith ha invece lavorato sui batteriofagi, ossia sui virus che infettano i batteri, trasformandoli in fabbriche di proteine. Wilson ha utilizzato le ricerche di Smith per controllare l'evoluzione degli anticorpi, in modo da ritagliarli 'su misura' per svolgere determinate funzioni. Nel 2002 il primo anticorpo ottenuto con questa tecnica, chiamato adalimumab, è stato approvato per la terapia dell'artrite reumatoide
Chi sono i premiati.
L'americana Frances H. Arnold, 62 anni, è insegna Ingegneria chimica, bioingegneria e biochimica nel California Institute of Technology (Caltech). Nata nel 1956 a Pittsburgh, ha studiato nell'università della California a Berkeley.
E' americano anche George P. Smith, 71 anni, è professore emerito dell'università del Missouri. Nato nel 1941 a Norwalk,ha studiato nell'università di Harvard e poi in quella di americana di University, nel Massachusetts.
Il britannico Sir Gregory P. Winter, 67 anni, è professore emerito del Laboratorio di Biologia Molecolare del Medical Research Council (Mrc) a Cambridge. Nato nel 1951 a Leicester, ha studiato nell'università di Cambridge.


Esclusivo: i nomi segreti dei finanziatori di Giovanni Toti. - Giovanni Tizian e Stefano Vergine

Esclusivo: i nomi segreti dei finanziatori di Giovanni Toti

La fondazione del governatore ha ricevuto quasi un milione in due anni. Chi sono i donatori. E quali i loro affari in Liguria.

Il vento è cambiato», recita lo slogan coniato da Giovanni Toti per il comitato Change, nato due anni fa da un’idea del governatore ligure poco dopo le elezioni regionali che hanno portato il centrodestra al governo della roccaforte rossa. Change, una fondazione con «finalità divulgative», ente no profit dedicato a «cultura, ambiente, politiche sociali, salute e sicurezza». Questo si legge sul suo sito internet. Alcuni documenti finanziari inediti permettono di capire meglio le funzioni dell’entità creata dal berlusconiano più vicino a Matteo Salvini.

Change si occupa soprattutto di incassare donazioni da privati: 792 mila euro in due anni. Finanziamenti rimasti top secret, che ora L’Espresso è in grado di rivelare nome per nome. Si scoprono così signori dell’industria e ras delle concessioni portuali, costruttori e petrolieri. Quasi tutti legati da un unico denominatore: interessi a sei zeri su Genova e la Liguria. Conflitti d’interessi? Macché. La legge italiana consente di creare fondazioni, comitati o associazioni del genere per finanziare segretamente la politica. Tutto regolare, anche se per nulla trasparente. I documenti inediti mostrano anche come sono state usate le donazioni. Una parte è servita per foraggiare altri esponenti politici: sindaci liguri come quello di Genova, Marco Bucci, ma anche primi cittadini di sponda leghista, a testimoniare il ruolo di cerniera del centrodestra ricoperto da Toti. Gli altri denari sono stati spesi personalmente dal governatore. Che non ha fatto certo il “genovese”.

Il costruttore e l’ospedale.
Il primo bonifico è del 17 marzo 2016: 10 mila euro versati dalla Pessina costruzioni Spa, storica azienda sostenitrice della politica, dal centrodestra al centrosinistra, ultima azionista di maggioranza dell’Unità prima della chiusura definitiva dello storico giornale fondato da Antonio Gramsci. Pessina in Liguria ha in ballo la realizzazione del nuovo ospedale di La Spezia, appalto aggiudicato nel 2015 con la precedente giunta guidata dal Pd. All’epoca il centrodestra sollevò un vespaio di polemiche e i giornali berlusconiani si occuparono della vicenda lanciando il sospetto che Pessina avesse ottenuto la gara milionaria grazie all’amicizia con Matteo Renzi, con l’ex governatore Claudio Burlando e l’allora assessore Raffaella Paita. La posa della prima pietra avverrà la prima settimana di ottobre 2016 con Toti già a capo della Regione, l’ente cioè che aveva appaltato il lavoro. Nel frattempo i nemici di Renzi cambiano registro. Il nuovo governatore presente alla cerimonia di apertura del cantiere mostra una certa soddisfazione: «Oggi è una giornata di svolta. Questo grande investimento sulla sanità deve essere valorizzato al massimo per aumentare quantità dei pazienti, che oggi fuggono, e la qualità che il pubblico deve sapere offrire». Pace fatta, quindi, con i costruttori amici dei nemici. Che - si scopre adesso - solo pochi mesi prima avevano fatto un regalino alla fondazione di Toti: 10 mila euro, appunto. L’Ospedale? Il cantiere va a rilento, procede a singhiozzo. La società l’anno scorso ha presentato una variante al progetto originario, una modifica che potrebbe far aumentare i costi. E il cui futuro dipende anche dalla stazione appaltante della Regione.

I re delle concessioni portuali.
Quattro giorni più tardi il versamento di Pessina, sul conto del comitato Change vengono accreditati altri 10 mila euro. Portano la firma della Gip Spa, il Gruppo investimento portuali. La proprietà al 95 per cento è di due fondi di investimento stranieri (Infravia e Infracapital) e per il 5 per cento di Giulio Schenone, esponente della storica famiglia di imprenditori marittimi della Lanterna. Da anni la Gip gestisce il terminal Sech, nel porto di Genova. I 10 mila euro a Toti sono stati versati due anni fa, quando il governatore era da poco stato eletto e il suo fedelissimo Paolo Emilio Signorini da lì a qualche mese sarebbe diventato capo dell’autorità portuale, la struttura che rilascia il rinnovo delle concessioni. Concessione che arriva proprio con Signorini in carica, e nonostante i revisori dell’Autorità avessero sollevato perplessità sulla mancata messa a bando della gara: una pratica non in regola con le prescrizioni dell’Unione europea e del codice degli appalti. Un anno dopo è il gruppo della famiglia Schenone a far gioire Toti: viene ufficializzata la firma tra Gip e Mcs per la realizzazione del terminal di calata Bettolo, un investimento da 150 milioni per una durata della concessione di 30 anni, attrezzato per l’attracco di enormi porta container. «È una giornata storica», ha esultato Giovanni Toti, presente il giorno della firma al fianco di Signorini, Aponte (patron di Msc) e Schenone.

Nella lista dei finanziatori di Change c’è anche la famiglia Gavio, protagonista del ricco settore di concessioni autostradali e portuali, che evidentemente ha preferito tenere riservata la sua donazione a Toti. Il 28 ottobre 2016 sul conto a disposizione del governatore sono piovuti 15 mila euro firmati Terminal San Giorgio Srl, braccio operativo dei Gavio nell’hub genovese. Coincidenza: lo stesso giorno della donazione i giornali pubblicano la notizia della nomina di Signorini a capo dell’autorità portuale. Quasi un anno dopo il contributo, la società San Giorgio è tra le fortunate a ottenere il rinnovo della concessione, sempre senza gara pubblica, fino al 2030. Il mese successivo, giugno 2017, un’altra società del gruppo Gavio (Autoservice 24) dispone un bonifico di 20 mila euro. Se si guardano gli affari andati a buon fine, però, il più fortunato è sicuramente Aldo Spinelli. Presidente del Genoa calcio e poi del Livorno, l’imprenditore genovese ha costruito la sua fortuna nello scalo cittadino. Amico del centrosinistra, certo. Legato all’ex governatore Claudio Burlando, vero. Ma anche sostenitore di Toti, almeno da quando l’ex giornalista si è preso la scena in regione.Tra il 2017 e il 2018 la Spinelli Srl ha foraggiato il comitato Change con 25 mila euro, che diventano 40 mila se si aggiungono i bonifici del 2015 al Comitato Giovanni Toti Liguria, creato durante la campagna elettorale per le Regionali.regione.  Il primo dei bonifici a Change viene accreditato sul conto corrente una settimana prima dell’ufficialità dei rinnovi delle concessioni per l’uso delle banchine. Il secondo, datato febbraio 2018, arriva due mesi dopo aver ottenuto una nuova vittoria: l’ok dell’autorità portuale guidata da Signorini a utilizzare 14 mila metri quadri di banchina presso il “ponte ex idroscalo”. Un bel colpo per l’industriale marittimo appassionato di calcio.

Donatore e bancarottiere.
Difficile invece capire quali siano gli interessi economici in Liguria di Giovanni Calabrò, donatore assai generoso ma impossibile da inquadrare in una semplice categoria. Nato in Calabria ma residente nel Principato di Monaco, interessi d’affari in Lussemburgo e Panama, una condanna a sei anni in via definitiva per bancarotta in Italia, l’eclettico imprenditore ha regalato al governatore di Forza Italia quasi 50 mila euro in due tranche. La prima, da 27 mila euro, è stata bonificata nel 2015, durante la campagna elettorale per le regionali: una donazione regolarmente dichiarata al Parlamento. Due anni dopo il businessman con residenza a Montecarlo sceglie una strada più riservata. Trasferisce 19 mila euro sul conto di Change. Perché nascondersi dietro alla fondazione? Di certo nel frattempo l’immagine pubblica dell’imprenditore calabrese è cambiata. Il suo nome è finito sulle pagine della cronaca giudiziaria per sospetta bancarotta, quella che sette mesi dopo il bonifico verrà confermata dalla Cassazione. Ma a imbarazzare Toti ci potrebbe essere altro: le amicizie del suo finanziatore con personaggi contigui alla ’ndrangheta. La notizia emerge dagli atti dell’indagine Breakfast, condotta dalla procura antimafia di Reggio Calabria. Intercettando la commercialista di fiducia di Amedeo Matacena, l’ex parlamentare di Forza Italia finito sotto inchiesta insieme all’ex ministro Claudio Scajola, gli investigatori arrivano a un facoltoso imprenditore reggino. Si chiama Bruno Minghetti, è un mago delle operazioni immobiliari. Minghetti ha goduto di «rapporti privilegiati con i fratelli Lampada», potente clan della ’ndrangheta a Milano. È stato socio di uno degli indagati nell’operazione che ha svelato il radicamento della cosca all’ombra della Madonnina. E, sottolineano gli investigatori, è intimo di Calabrò. Amici di infanzia, ma anche partner d’affari da adulti. Connessioni che non hanno trovato sbocchi processuali, tant’è che Calabrò per vicende di mafia non è mai stato indagato e Toti ha deciso di accettare i suoi regali, seppur in parte segretamente.

Aiuti agli amici e spese di lusso.
A questo punto vale la pena di capire che fine hanno fatto tutti questi soldi finiti sul conto di Change. Anche perché la lista dei riceventi rivela qualche sorpresa. La lista della spesa non comprende infatti solo spese politiche del governatore. A beneficiare delle donazioni riservate sono stati diversi altri politici, tra cui anche leghisti come Giacomo Chiappori, storico esponente del Carroccio in Liguria, prima bossiano e oggi salviniano di ferro, sindaco di Diano Marina uscito indenne dall’indagine prefettizia sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nel suo Comune. Il 24 maggio 2016, a dieci giorni dalla tornata elettorale che lo ha riconfermato a capo della giunta cittadina, Chiappori ha ricevuto mille euro dal comitato di Toti. Contributo minimo, ma sufficiente a provare il legame anche finanziario tra la Lega e il consigliere di Berlusconi.

Non è il solo amministratore pubblico ad aver incassato da Change. Nell’elenco c’è anche la ex fotomodella, scrittrice e oggi sindaco di Savona, Ilaria Caprioglio (5 mila euro a ridosso delle Comunali), ma soprattutto Pierluigi Peracchini e Marco Bucci. Entrambi eletti primi cittadini il 26 giugno 2017, il primo a La Spezia e il secondo a Genova. Peracchini ha ricevuto dalla fondazione di Toti 67.500 euro, Bucci ha incassato 102 mila euro. Ed è proprio nel capoluogo ligure amministrato da Bucci che ci riporta una delle donazioni più generose ricevute da Change: quella della Europam. Azienda di petrolieri, marchio storico della famiglia Costantino, ha regalato 80 mila euro al comitato elettorale di Toti quando Bucci era già candidato sindaco. I primi 50 mila vengono accreditati un mese prima delle elezioni, gli altri 30 mila due giorni dopo la vittoria. Risultato? Sarà merito o no di questi regali, ma una delle ultime commesse pubbliche aggiudicate dall’Europam è arrivata proprio con Bucci primo cittadino. L’Amt, la società del Comune e della città metropolitana che gestisce il trasporto pubblico, l’ha infatti preferita a Eni, Q8 e Erg affidandole per sei mesi una fornitura di gasolio da autotrazione. Valore dell’affare: 8 milioni e 355 mila euro. Nulla di illecito, sia chiaro. L’azienda fa il suo mestiere di lobbying, e sicuramente l’offerta di Europam era più vantaggiosa per il Comune rispetto a quelle avanzate dalle imprese concorrenti. Starebbe però al politico di turno evitare di ricevere donazioni da imprenditori che poi concorrono per gare pubbliche.

Discorso che vale per moltissimi altri sostenitori della fondazione Change, diventato il crocevia del flusso di denaro che dal potere economico locale e nazionale scorre verso le casse di chi governa la Regione e i suoi comuni più importanti. Le dichiarate “finalità divulgative” della fondazione? Stando ai resoconti finanziari interni, sembrano essere rimaste sulla carta: più che finanziare attività culturali, i soldi ricevuti dai benefattori sono serviti per pagare le spese personali del governatore.

Almeno 173 mila euro incassati da Change sono infatti approdati sui conti correnti personali di Toti. Anche in questo caso non c’è alcun rilievo penale. Si tratta di finanziamenti privati che giungono a un comitato fatto da privati, i quali possono dunque usare le risorse a proprio piacimento.

Certo colpisce notare come il governatore non abbia badato a spese, per di più con le risorse di una fondazione che in teoria dovrebbe usarli per fare attività culturale. Nei documenti letti da L’Espresso ci sono poco meno di 30 mila euro usati in un anno e due mesi per dormire nel lussuoso hotel Valadier, un quattro stelle nel centro di Roma. E poi ristoranti tra Forte dei Marmi e Saint Tropez, ancora alberghi, spese da Prada, l’affitto di una casa a Genova, la rata del mutuo. “Il vento è cambiato”, insomma. I conti di Change dimostrano che ai politici non conviene più farsi donare denaro in modo trasparente. Molto meglio usare una fondazione come quella di Toti, dove tutto resta sempre riservato, segreto. Quasi sempre.

I gonzi di Riace. - Marco Travaglio



(pressreader.com) – Domenico Lucano, il sindaco ribelle di Riace, da ieri agli arresti domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta rifiuti, è un fuorilegge onesto. Pare un ossimoro, ma è proprio così: fuorilegge, perché è lui stesso a definirsi orgogliosamente così nelle sue conversazioni intercettate; onesto, perché anche il gip che l’ha arrestato riconosce che non ha mai agito per interesse personale e ha svolto un gran lavoro per integrare i migranti e riqualificare il suo comune spopolato. Da anni ci sgoliamo a ripetere che un conto è la questione penale, che attiene al rispetto delle regole; un altro è la questione morale, che riguarda i principi etici, i quali non sempre coincidono col codice penale. Quando noi giornalisti veniamo processati e magari condannati per aver ecceduto (secondo un giudice) in una critica o sbagliato in buona fede, pubblicando una notizia che sul momento pareva vera e verificata e poi si rivela falsa o inesatta, non diventiamo per ciò stesso disonesti. Se la legge è uguale per tutti, fissa e immutabile (almeno finché non viene cambiata), il giudizio morale varia a seconda dei princìpi, della cultura, dell’educazione, della sensibilità di ciascuno, ma anche del ruolo che ricopre l’autore della condotta.
Se è un eletto o un pubblico ufficiale, oltreché alle regole dell’etica deve obbedire all’art. 54 della Costituzione, che richiede l’esercizio di pubbliche funzioni “con disciplina e onore”. E soprattutto richiede il buon esempio: se a violare una legge è colui che per primo dovrebbe rispettarla, perché ha giurato di adempiere a quel dovere o perché addirittura la legge l’ha scritta lui, salta il patto sociale che ci tiene tutti uniti e a quel punto vale tutto. Cioè si precipita nell’anarchia, nel caos, nel Far West. Ma c’è un problema: se una legge è ritenuta ingiusta, disumana, immorale, che si fa? Si prova a cambiarla. Ma, se poi non ci si riesce, c’è una scelta estrema: quella della disobbedienza civile non violenta. Quella di Gandhi e dei suoi epigoni, giù giù fino a Pannella. Che divennero “fuorilegge” per contestare leggi che non condividevano: Gandhi si ribellò a quelle di un regime autoritario (la dominazione britannica in India) e finì in carcere, Pannella a quelle di uno Stato democratico come l’Italia (per esempio, su droga, aborto ed eutanasia) e finì tante volte denunciato e qualcuna condannato. Nessuno ha mai pensato che questi “fuorilegge” fossero disonesti: Gandhi è passato alla storia come padre dell’indipendenza dell’India, Pannella come alfiere dei diritti civili in Italia.
Lo stesso vale per il poeta Danilo Dolci, processato per le sue battaglie in Sicilia e difeso da Piero Calamandrei. E per Erri De Luca, processato per i suoi atti di disobbedienza in Val Susa accanto al movimento No Tav. Il dibattito su come contrastare una legge che si ritiene ingiusta lo avviò Sofocle nell’Antigone, la tragedia sulla storia della donna che decise di seguire la legge divina e seppellì il cadavere del fratello Polinice, morto in guerra, contro la legge umana imposta dal nuovo re-tiranno di Tebe, Creonte, che la fece condannare all’ergastolo e rinchiudere in una grotta, dove si impiccò poco prima di venire liberata.
L’Italia, diversamente dalla Tebe di Antigone e dall’India di Gandhi, è una democrazia e uno Stato di diritto. Dove non esistono processi politici o morali, ma solo penali, affidati a una magistratura indipendente nei suoi vari (secondo noi troppi) gradi di giudizio. Quindi chi grida al complotto o al regime fascio-salviniano per l’arresto di Lucano, oltre a usare pericolosamente l’armamentario lessicale berlusconiano, sbaglia bersaglio. Salvini usa politicamente l’arresto di un avversario politico “buonista”, esaltando i magistrati che fanno comodo a lui dopo aver insultato quelli che indagano su di lui e che hanno sequestrato alla Lega i 49 milioni rubati. Ma non è il mandante degli arresti di Riace: quelli li ha chiesti la Procura di Locri, sulla scorta delle indagini della Guardia di Finanza, e li ha disposti il gip, cancellando gran parte delle accuse e adempiendo così fino in fondo al suo dovere di giudice terzo. Gli arrestati (il sindaco e la sua compagna) potranno impugnare il provvedimento dinanzi al Riesame e, se sconfitti, ricorrere in Cassazione. Alla fine 10 magistrati avranno esaminato la misura cautelare. Poi, se si andrà a giudizio per volontà di un gup, se ne occuperanno altri 3 giudici di tribunale, 3 d’appello e 5 di Cassazione. Di quale “regime” stiamo parlando?
Eppure ieri è partito il solito derby. Con una particolarità. Qui non si sfidano colpevolisti e innocentisti, perché è lo stesso Lucano nelle intercettazioni a dirsi colpevole. Qui si sfidano i tifosi (Salvini e tutto il centrodestra) e i nemici (un bel pezzo della sinistra) dei magistrati di Locri che hanno disposto gli arresti. Noi, se ancora è lecito, preferiamo militare in una terza squadra: quella del buon senso. Il sindaco ribelle è simpatico e onesto: ha certamente agito animato dal più alto spirito umanitario per salvare migranti irregolari dall’espulsione, e non per tornaconto personale (anche se resta da spiegare l’appalto dei rifiuti affidato senza gara a due coop amiche, sintomo di quello che il gip definisce giustamente il “diffuso malcostume” di certi sindaci-Masaniello che fanno come gli pare). Ma – lo dice lo stesso Lucano – ha violato la legge sull’immigrazione, che ritiene “balorda”, organizzando falsi matrimoni proprio grazie al suo status di pubblico ufficiale (“io sono responsabile dell’ufficio anagrafe, il matrimonio te lo faccio immediatamente”) e di responsabile della Polizia municipale (“non mando neanche i vigili, mi assumo io la responsabilità e gli dico va bene, sono responsabile dei vigili”). E i magistrati non solo potevano, ma dovevano far rispettare la legge: guai se qualcuno, tantopiù se è il primo cittadino, fosse autorizzato a calpestarla.
A chi deve obbedire un agente della polizia di Riace: al suo comandante che gli dice di applicare le leggi dello Stato, o al sindaco che le viola e istiga a violarle? E perché in tutta Italia i migranti devono mettersi in fila per chiedere l’asilo o il permesso di soggiorno e, se non l’ottengono, ricevere il foglio di via ed essere eventualmente rimpatriati, mentre a Riace possono aggirare le regole con finti matrimoni organizzati e officiati dal sindaco? Anziché prendersela con i magistrati che fanno il proprio dovere, chi si schiera con Lucano e ritiene “balorde” le norme sull’immigrazione ha strumenti più efficaci per cambiarle: organizzare un referendum abrogativo, raccogliere firme per una legge di iniziativa popolare, chiedere agli amici in Parlamento di modificarle, provare a farla impugnare da un tribunale dinanzi alla Consulta (che peraltro le ha già ritenute costituzionalmente legittime, cancellando parti incostituzionali della Bossi-Fini e dei decreti Maroni). Se non ci riesce, può anche disobbedire, purché lo rivendichi e soprattutto ne accetti le conseguenze. Chi viola platealmente una legge penale sa che verrà indagato e processato, forse anche arrestato. E, quando questo avviene, l’unica cosa che non può fare è stupirsi o scandalizzarsi.
Altrimenti quello di Riace diventa un pericoloso precedente: e se domani la magistratura arrestasse un sindaco leghista che ritiene le leggi sull’immigrazione non troppo rigide, ma troppo blande, e provvede personalmente a inasprirle con raid razzisti o atti xenofobi, autoproclamandosi “fuorilegge” e creando una repubblica separata della xenofobia, opposta ma speculare alla repubblica separata dell’accoglienza illegale di Riace? Con quali argomenti chi ora grida al regime giudiziario di destra potrà contrastare i leghisti che strilleranno al regime autoritario di sinistra?
Certi paroloni-boomerang è molto meglio lasciarli a B.&Salvini e concentrarsi semmai sulla battaglia per una legge sull’immigrazione più razionale, che premi finalmente chi viene in Italia per lavorare. Solo così si prevengono casi come quello di Riace. Evitando, fra l’altro, di dar ragione a Leo Longanesi sugli italiani che “pretendono di fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri”.
“I gonzi di Riace”, di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 3 ottobre 2018