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giovedì 19 marzo 2026

Marco Travaglio Show Ridicolizza la Santanchè e il Pubblico RIDE

 

Travaglio. [applauso] >> Daniela Santanchè, lo sapete, è stata rinviata a giudizio per falso in bilancio di Visibigli editore perché secondo il GUP di Milano i bilanci del gruppo sono stati falsificati per 7 anni dal 2016 al 2023. i primi cinque sotto la sua gestione. Conti truccati, secondo il giudice, per evitare di fallire o di tirar fuori i soldi per ripianare il buco, nascondendo perdite enormi anche con falsi crediti per almeno 3 milioni di pubblicità inesistenti.

Il processo inizia il 20 marzo e la vedrà imputata insieme a 15 persone, tra cui il suo compagno Dimitri Kunz, l’ex fidanzato Canagio Mazzauro e la sorella Fiorella Garnero. Ma la Santan è imputata anche per truffa all’INPS, cioè allo Stato per aver usato in pandemia la cassa integrazione Covid per alcuni dipendenti che non sapevano di essere in cassa, infatti andavano regolarmente a lavorare e intanto lei incassava.

 erò quel processo rischia di andare a Roma e di finire, come quasi tutti i processi a Roma, no? Eh, il 29 gennaio la Cassazione deciderà sulla competenza e se Milano la perde i tempi si allungano e lei su questo punta. Ma non basta perché la Santanche è anche indagata per bancarotta fraudolenta per il crack della Ky Group che è una società del settore alimentare biologico che è finita in liquidazione giudiziale per un buco di oltre 8,6 milioni, perché la Santa Sì, è una pessima ministra ma è molto peggio come imprenditrice. Lei ha il pollice nero per gli affari, qualunque cosa tocchi finisce in malora. Quindi, quindi [applauso] la domanda è: deve dimettersi o no? Ecco, io lo chiederei a lei che di dimissioni è un’esperta di fama mondiale, ma di dimissioni altrui però, perché negli ultimi 13 anni ha chiesto di dimettersi praticamente a tutti gli avversari politici per qualsiasi motivo, anche il più miserabile. Breve riepilogo per gli smemorati, quindi soprattutto per la Sant’Anchè 2012 Gianfranco Fini, casa di Montecarlo, non è nemmeno indagato e lei ha già deciso. L’Espresso certifica la casa di Fini non è quella dei moderati, ma quella di Montecarlo. Mettersi no è uno. Teniamo il conto, eh, perché son tanti. 2013, terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, gestisce il caso dei due marò arrestati per avere sparato a due pescatori indiani. Oggi aspetto le dimissioni del ministro Terzi. Non sapeva che poi Terti sarebbe diventato senatore di Fratelli d’Italia, cioè del suo stesso partito in cui oggi militano entrambi. E due. 2013 Josefa l’escapionessa di Canoa, che era ministra del governo Letta non aveva pagato € 3000 di IMU su una palestra che aveva censito come abitazione. La Meloni disse: “Sono certa della buona fede della idem, ma le dimissioni sarebbero auspicabili. serve un atto di responsabilità. La politica deve dare l’esempio. Oggi ha detto che la Santanche non si deve dimettere perché non basta un rinvio a giudizio, ma la Iden non era almeno indagata. Vabbè, altri tempi. Che disse la Santch della Iden? Se fosse successo a una di noi del centrodestra saremmo già state cacciate. Ma quando mai? Letta farebbe bene a sostituirla. Si è dimostrata molto arrogante. L’arroganza non premia mai. Certamente non è una ladra, ma si è presentata come paladina della morale, dell’etica e della correttezza. E le cose che ha fatto, pur essendo per me un peccato veniale, sono del tutto incompatibili con l’immagine che aveva dato di campionessa integerma, quindi basta presentarsi come dei delinquenti e poi si può fare i delinquenti e rimanere i ministri, no? E intanto siamo a tre. 2014 inchiesta mondo di mezzo mafia capitale. Coinvolti politici di destra, di centro e di sinistra che aspettano i consiglieri comunali di Roma a dare le dimissioni. Dice la Santa Che i consiglieri comunali di Roma sono 48. Molti di loro non c’entravano niente, ma lei in blocco li voleva cacciare tutti. 48 + 3 siamo a quota 51 richieste di dimissione. 2017 La Boschi, governo Gentiloni. Conflitti di interessi di Banca e Truria, vi ricordate? Cosa aspetta Mariaena Boschi di mettersi? Che è giusto, no? Però poi la Santanche non si è accorta di avere anche lei un conflitto di interessi con il Tiga, essendo ministra del turismo e siamo a 52. 2019. Il sindaco di Milano Beppe Sala viene condannato in primo grado per falso in atto pubblico e poi in appello lo salverà la prescrizione. Per lui la Santanche fa un’eccezione dice “Non chiederò le dimissioni di Beppe Sala”. Garantisti lo sia sempre. La sinistra giustizialista invece dovrebbe chiedere le sue dimissioni per coerenza. Si vede che il falso in atto pubblico le piaciucchia parecchio, no? i condannati poi prescritti le piacciono tantissimo, quindi Sala deve restare. 2019 Lorenzo Fioramonti, ministro dell’istruzione del governo Conte 2, aveva fatto in passato dei commenti insultanti contro Berlusconi, Giuliano Ferrara eppure la Santanchè e lei implacabile. A me questi omuncoli non fanno né caldo né freddo, ma vi chiedo, può uno così continuare a fare il ministro? Io sono una risposta dimissioni. E siamo a 53. 2020 Manglio Di Stefano, sottosegretario agli esteri dei 5 Stelle, fa un tweet dove invece di scrivere libanesi scrive libsus e la Santa che è implacabile. Se sei sottosegretario degli esteri e confondi il Libano con la Libia e i libanesi coi libici, ti tocca dare le dimissioni per dichiarata inadeguatezza di Stefano fuori. Lei invece ha solo attribuito il film Il Gatto Pardo a un certo Lucchini. Forse perché essendo la editrice di Chuck, che è il giornale del cinema, non aveva mai sentito parlare questo sconosciuto regista Luchino Visconti. [applauso] 2020 e siamo a 54 eh con Di Stefano, ma non basta. 2020 Paola Pessina, vicepresidente del PD della Fondazione Cariplo, posta una foto della Meloni e commenta: “Giorgia Meloni sta diventando calva. L’eccesso di testosterone, oltre che cattivi, fa diventare brutti”. È una cazzata, no? Apriti cielo. La Santachella Azanna. Il PD si vanta di difendere le donne la parità di genere, ma insulta di continuo fin sul piano fisico che è imbarazzo le donne di destra. Giorgia Meloni è quotidianamente vittima di attacchi ributtanti. Fondazione Caribbero esiga le dimissioni dell’inqualificabile Pessina. Quella se ne va, ma alla santa anche non basta. La pessima pessina ha altre poltrone da cui dimettersi e siamo a 55. Negli stessi giorni un certo Carlo Borghetti, vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, anche lui del PD, mette un mi piace al post della famigerata pessina. Apriti cielo, la Santanché. Capito? Quelli per i diritti delle donne. Dimissioni subito pure di sto Borghetti e siamo a 56. 2020 Giuseppe Conte era al governo, doveva dimettersi praticamente un giorno sì e l’altro pure per qualsiasi ragione. Anche il giorno in cui ha detto “Domani mi dimetto”. A lei non bastava. Giuseppe non ha rinviato la salita al colle domani mattina per concedersi un’altra notte di mercato delle vacche a caccia di volta Gab di responsabili, vero? Conte di missioni, Conte di Met e siamo a 57 2020-2022. Sono i 3 anni in cui Speranza è ministro della salute, prima del Conte 2, poi del governo Draghi. anche lui doveva dimettersi in continuazione per qualunque motivo, per la gestione della pandemia, per la proroga dello stato di emergenza e per una cosa ancora più grave, la chiusura degli impianti sciistici. Chiediamo le dimissioni di speranza da mesi. La una nazione non può sostenere oltre i suoi guai. Un esempio, in Svizzera piste di sci, nessun impatto sui contagi. Qui ha chiesto investimenti ai gestori e li ha chiusi a 48 ore dall’apertura. Come abbia fatto a chiudere degli impianti che non erano ancora aperti? Non si capisce. Evidentemente li ha chiusi al cubo. Nel 2022, [applauso] nel 2022 la Santanchet torna alla carica sempre con speranza, stavolta per le mascherine a scuola. Manco quelle si dovevano portare. Gravissimo quanto scoperto fuori dal coro. Il ministro della salute non è in possesso di documentazione scientifica che dimostri rapporto rischi benefici su uso mascherina a scuola. Il ministro si dimostra ancora una volta inadeguato e ne chiediamo le dimissioni e siamo a 58 20. Sempre i giudici di sorveglianza con la scusa del Covid scarcerano due boss mafiosi. La Santanché, come tutta la destra, finge di non sapere che i giudici di sorveglianza non prendono ordini dal ministro. Il ministro non può arrestare e nemmeno scarcerare nessuno, ma lei dà la colpa a Bonafede, ministro della giustizia del Conte 2. Spostare boss mafiosi fuori dalle carceri è un atto gravissimo che non può rimanere impunito. Vogliamo le dimissioni immediate del ministro Bonafede. Siamo a 59, ma non è finita. Tocca a Lucia Zolina, ministra 5 Stelle dell’istruzione, per i leggendari banchi a rotelle, che l’abbiamo spiegato, non l’ha inventati Lazolina, li hanno ordinati i dirigenti scolastici e glieli hanno mandati su ordinazione. La Santan però non bada a queste sottigliezze. Ecco che fine hanno fatto i famosi banchi a rotele della Zolina. 400.000 banchi comprati con i soldi di tutti rimasti inutilizzati. Vadano a casa incapaci di missioni e siamo a 60. Stesso anno, via pure il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, perché il governo gli aveva aumentato lo stipendio, come se fosse una scelta sua. Migliaia di famiglie sono sul lastrico ma Tridico, si raddoppia lo stipendio con effetto retroattivo. Vergogna, vergogna, vergogna. Rettifichi la porcata e dia le dimissioni. Prima di stasera gli dava anche il timing e siamo a 61. Scandalo Palamara. Quattro membri del CSM si dimettono, ma la Santanche vuole che se ne vadano anche gli altri che non c’entravano niente. In tutto sono 24, quindi Fratelli d’Italia chiedere dimissioni immediate di tutti i membri del CSM. Finalmente si metterà la parola fine a questo scandalo perché lei è garantista naturalmente. Quindi 61 + 24 siamo a 85 richieste di dimissione. 2021 Luciana Lamorgese ministra dell’interno del governo Draghi doveva dimettersi perché aveva addirittura permesso che si tenesse un RVE party che naturalmente non sapeva nemmeno che si era tenuto perché i Reay Party notoriamente si tengono in segreto. Dopo quello che è successo a Reay Party nel viterbese con una manifestazione illegale di quella portata durata 6 giorni, un ministro dell’interno dovrebbe interrogare la propria coscienza e rassegnare le dimissioni e siamo a 86. Stesso anno viene ucciso in Congo l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. E di chi è la colpa per la Sant’anchè? Di di Maio. Il ministro Di Maio era colpevole. Perché ha negato il potenziamento della scorta ad Attanasio? La Farnesina dica la verità, se la notizia venisse confermata le dimissioni di Di Maio sarebbero d’obbligo e siamo a 87. 2021 Giuseppe Provenzano, vicesegretario del PD scrive su Twitter che Fratelli d’Italia è fuori dall’arco democratico e repubblicano. La Santachè fuoribonda è Provenzano essere fuori dall’arco costituzionale per le sue gravissime dichiarazioni. Non c’è nulla di più antidemocratico che eliminare il primo partito d’Italia. Adesso l’unica cosa che può fare è dimettersi. Ma va. Non dice da cosa, visto che Provenzano non era né ministro né sottosegretario, quindi non aveva da dimettersi da nulla. Ma siamo a 88 [applauso] e gran finale, gran finale sempre nel 2021 il presidente della Commissione antimafia Nicola Morra critica un centro vaccinale nella sua città Cosenza. La Santanch è implacabile lo stende. Ogni secondo che passa senza che vengano annunciate le dimissioni di Nicola Morra è un insulto alla memoria di una donna straordinaria come Io Santelli che non si capisce che cosa c’entrasse alla politica e all’umanità addirittura. Morra dimettiti e chiudiamo con 89. Poi quando la destra è andata al governo, la Santanché ha smesso proprio sul più bello, no? Perché sarebbe toccato a lei. Perché il guaio che sui social nulla si cancella, tutto rimane, no? rimane tutto. È la migliore mozione di sfiducia contro la Sant’anchè, l’ha scritta proprio la Sant’Anchè con i nomi che abbiamo appena enumerato. Però io qualche dubbio sulle sue dimissioni ce l’ho, intanto perché sono terrorizzato da chi viene dopo, cioè conoscendo la classe dirigente del centr-destra, se la prima scelta della Meloni era la Santanché, figuriamoci chi potrebbe essere la seconda? Un lombrico, un una muffa, un calamaro, plank. 

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lunedì 16 marzo 2026

MA MI FACCIA IL PIACERE. - Marco Travaglio

 

Era ora.
“Col Sì rivoluzione copernicana. Saremo finalmente un Paese democratico e libero. Entreremo a pieno diritto nelle democrazie occidentali. E ci toglieremo i residui della dittatura comunista e di quella fascista” (Carlo Nordio, ministro FdI della Giustizia, 14.3). Nel senso che si dimette?
Senti chi parla.
“La lezione di Mattarella agli studenti: ‘Non agire fuori dal diritto internazionale’” (Stampa, 11.3). Cioé non fare come lui in Serbia.
Agenzia Sticazzi. “Cile, la cravatta di Kast al giuramento scelta da Giorgia Meloni” (Ansa, 11.3). E poi dicono che il giornalismo investigativo è morto.
Prendere i voti. “Mantovano: ‘I cattolici voteranno sì’” (Ansa, 3.3). “Catania, da TikTok alla parrocchia, l’omaggio choc al boss Santapaola: ‘Qui ha fatto la storia’” (Corriere della sera, 9.3). “Il No conviene agli islamici” (Giornale, 9.3). “La Mecca dice No” (Tommaso Cerno, Giornale, 14.3).
Mi sa che ha ragione Mantovano.
Demenza naturale.
“La propaganda Cgil ha ‘convinto’ l’algoritmo dell’Ia a schierarsi per il No” (Giornale, 15.3). Questa Ia è musulmana e pure comunista.
Cetto Laqualunque/1. “Ecco come il Sì risolleverà l’economia” (Gabriele Albertini, Libero, 11.3). Più pilu per tutti.
Cetto Laqualunque/2. “Oggi hanno derubato mia moglie in metro. Se li beccano, il giorno dopo sono di nuovo lì. Votate Sì al referendum” (Marco Rizzo, Democrazia Sovrana Popolare, 12.3).
Meno scippi per tutti.
Cappuccetto nero. “Tre ragioni per il Sì” (Fabrizio Cicchitto, Libero, 9.3). Ma soprattutto una: la tessera P2 numero 2232.
Pluralis maiestatis. “Renzi: ‘Sulle carriere divise liberi tutti’” (Giornale, 14.3). “Renzi: ‘Esecutivo incapace, ma sulla crisi dialoghiamo’” (Repubblica, 14.3). Ma “tutti” e “voi” chi?
Già mangiato/1. “La premier arruola l’ex Pd Ceccanti per il Sì” (Stampa, 15.3). Tranquilli, quello è arruolato da quando è nato.
Già mangiato/2. “Gli insulti a Pisapia perché vota Sì: ‘Ormai è anziano’” (Giornale, 14.3). Veramente era già così da giovane.
Telepatie.
“Già l’Assemblea costituente prevedeva la separazione” (Antonio Baldassarre, ex presidente Consulta, Corriere della sera, 14.3).
“La divisione delle carriere era auspicata dalla Costituente” (Giulio Prosperetti,ex vicepresidente Consulta, Riformista, 14.3).
Ma infatti: i costituenti erano così favorevoli che si scordarono di scriverla nella Costituzione.
Martellate. “L’esuberanza dei pm? Quando vedi Gratteri in tv capisci bene di cosa parliamo, sembra uno alla ‘Ercolino faccio tutto io’” (Claudio Martelli, ex Psi, Un giorno da pecora, Radio1, 9.3). E, quel che è peggio, non prende tangenti.
Ignobel. “Per liberarci l’intervento straniero è indispensabile” (Shirin Ebadi, iraniana, premio Nobel per la Pace, Repubblica, 11.3). Così vince pure il Nobel per la Guerra.
Smorzacalenda. “Serve un salto di qualità nella partnership con la Russia. Il prossimo obiettivo è la diffusione territoriale delle nostre imprese anche fuori Mosca e San Pietroburgo. Stiamo lavorando con il governo centrale russo e con i diversi governatori su 340 proposte legate a progetti di investimento comune”, “Nessuna grande azienda italiana ha mai chiuso bottega in Russia, in qualunque circostanza, e questo è il segno di un’amicizia. Qui ci sono tutte le grandi aziende, il presidente del Consiglio, il ministro, le associazioni economiche, le banche. Più di così non potevamo portare, dovevamo traslocare il Colosseo…” (Carlo Calenda, ministro Sviluppo del governo Renzi, al Forum economico di San Pietroburgo alla presenza di Putin, Agenzia Italia e Tv di Stato russa, 17.6.2016).
“Vedi Giuseppe Conte io non mi siederei mai con uno che appoggia Putin nascondendosi dietro la parola pace” (Calenda, leader Azione, 14.3.2026). “Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me” (Groucho Marx).
Ha stato Putin. “La nave russa che affonda e appesta il Mediterraneo colpita dagli ucraini. Regalo di Mosca” (Libero, 14.3). Quindi se affonda e appesta non è colpa di chi l’ha colpita.
Le parole per dirlo. “È morto Contrada, l’ex 007 dei misteri” (Corriere della sera, 14.3). “Contrada, il superpoliziotto dei misteri” (Repubblica, 14.3).“Lo 007 dei misteri” (Stampa, 14.3). “Il calvario di Contrada” (Giornale, 14.3). “Contrada si porta nella tomba i segni di una tortura più crudele di un ergastolo” (Foglio, 14.3). “Contrada, il superpoliziotto vittima della malagiustizia” (Libero, 14.3). “Contrada, l’enigma” (Sole 24 ore, 14.3). “Contrada, lo 007 dei misteri di Palermo” (Messaggero, 14.3).
Eppure bastavano tre parole: complice della mafia.
Il titolo della settimana/1. Cortina, la pista sovranista è un caso: ‘Danni da 1 milione’” (Repubblica, 9.3). La pista sovranista si riconosce dalle altre perché i bobbisti sorpassano a destra.
Il titolo della settimana/2. “Mai violato il diritto in Iran. Era a un passo dall’attacco. Usa e Israele hanno risposto a rischi seri e concreti” (Fiamma Nirenstein, Giornale, 10.3). Ovvio: l’Iran stava per invadere gli Stati Uniti.
Il titolo della settimana/3. “Quello sfottò in pubblico a The Donald. Zelensky non ne può più di giochetti” (Anna Zafesova, Stampa, 14.3). Oh no, e adesso come facciamo?
Il titolo della settimana/4. “Qualcuno crede ancora al sistema giustizia?” (Luca Palamara, Libero, 13.3). Da quando ti hanno radiato dalla magistratura, un pochino.
Il titolo della settimana/5. “La sinistra alla frutta schiera Ficarra e Picone” (Libero, 15.3). Invece la destra alla grappa schiera Nordio.

lunedì 23 febbraio 2026

Editoriale di Marco Travaglio - 22 Febbraio 2026. - SEPARARE I COGLIONI




Ricapitolando. A Torino il pm chiede l’arresto di tre manifestanti al corteo di Askata e il gip ne manda uno ai domiciliari e due all’obbligo di firma: quindi separiamo le carriere perché i giudici obbediscano ai pm. A Roma il pm chiede la condanna di 29 fascisti di CasaPound per i saluti romani ad Acca Larentia e il gup li proscioglie: quindi separiamo le carriere perché i giudici disobbediscano ai pm (cosa che peraltro già fanno a carriere unificate). A Palermo il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 90 mila euro alla SeaWatch per il sequestro illegittimo di una nave, che sarebbe stato legittimo se il prefetto l’avesse confermato entro 10 giorni dal ricorso dell’Ong, invece non fece niente rendendolo nullo. A Roma il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 700 euro a un algerino con 23 condanne, 11 arresti e 2 espulsioni perché, anziché rimpatriarlo, lo trasferì dal Friuli a Brindisi; ma poi, senza dirglielo né notificargli il provvedimento scritto, lo spedì in Albania, da dove non si può rimpatriare nessuno senza riportarlo in Italia. A Roma il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 21 milioni ai proprietari di un palazzo occupato dal 2004 e sequestrato nel 2018 che doveva sgomberare dal 2022, ma non l’ha mai fatto. Quindi separiamo le carriere di giudici e pm, anche se in queste cause civili il pm non c’è e non serve nessuno per segnalare al giudice che il Viminale viola continuamente le leggi e ci costa ora 700, ora 90 mila euro, ora 21 milioni perché non sa fare il suo mestiere, autorizzando il sospetto che convenga separare gli incapaci dal ministero dell’Interno, oltreché da quello della Giustizia.

Tragicomica finale: secondo i video e i suoi quattro colleghi, l’agente che uccise il pusher marocchino nel boschetto di Rogoredo non doveva difendersi da nulla. La vittima era disarmata, lui ci faceva affari finché la freddò con un colpo alla tempia, s’inventò una pistola a salve e trascinò i colleghi a coprirlo, ritardare i soccorsi e adattare la scena alla falsa versione. La Procura ha indagato lui e i colleghi per verificarne i racconti. Lega, melones e trombettieri vari l’hanno lapidata perché “i pm stanno coi pusher”, ergo separiamo le carriere. Il governo ha varato e il Colle ha avallato un dl Sicurezza che costringe i pm a non indagare gli agenti che sparano, ma a segnarli su un registro a parte (i “diversamente indagati). Salvini ha lanciato la raccolta firme “Io sto col poliziotto”: così, a prescindere. Purtroppo le firme si sono fermate a quota 7.045 perché le parti fra l’aggressore e l’aggredito si sono invertite. Quando separeremo il governo dai coglioni sarà sempre troppo tardi.

domenica 25 gennaio 2026

I NOSTRI AYATOLLAH. - Editoriale di Marco Travaglio - 24 Gennaio 2026

Il caso di Meta, il democraticissimo colosso dei social che fa capo a Zuckerberg e si permette di oscurare il video di Alessandro Barbero per il No al referendum in quanto sedicenti fact checker l’hanno definito “falso”, la dice lunga sulla direzione imboccata dalle cosiddette democrazie occidentali. Quelle che si stracciano le vesti perché l’Iran stacca Internet e non si accorgono che c’è una sola cosa peggiore dello shutdown della Rete: la censura selettiva. Se un privato cittadino, nella fattispecie un docente universitario di Storia, non può far circolare il suo pensiero sul web perché altri privati cittadini, con autorevolezza e titoli di studio infinitamente più miseri dei suoi, hanno il potere non solo di contestarlo (cosa pienamente lecita), ma anche di farlo oscurare e squalificarlo con l’etichetta di “falso” come il Ministero della Verità di Orwell, tanto vale spegnere tutto. Il fatto poi che questi poliziotti del web scelti non si sa come (anzi si sa: si nominano da soli) decidano di bocciare un video perché troppo “virale”, cioè perché raccoglie milioni di visualizzazioni mentre le loro sbobbe non le guarda nessuno, aggiunge un tocco di farsa alla tragedia della censura. Anche perché questi sfollagente, così allergici alle verità di Barbero, si guardano bene dall’oscurare le balle di politici e trombettieri del Sì. A cominciare da Nordio e Meloni, cioè dagli autori della schiforma.

E, se lo fai notare, ti rispondono con supercazzole. Tipo che i discorsi dei politici sono di per sé “notiziabili” e li giudica il pubblico. Cioè: un politico somaro può mentire quanto gli pare, mentre un prof universitario deve sottoporsi alle pagelle di gente magari ignorante come una capra, ma investita del potere censorio dai magnati del web e dai sinedri europei. Le colpe di Barbero sarebbero tre. 1) Ha detto che i membri laici del Csm li sceglierà il governo, anziché la maggioranza parlamentare: come se in Italia non fosse la stessa cosa. 2) Ha notato che nell’Alta corte disciplinare e nei due Csm aumenterà il peso dei politici: e anche questo è vero, visto che per i 15 membri dell’Alta corte il rapporto 2 a 1 diventa 3 a 2 (un politico in più e un magistrato in meno); e sia lì sia nei due Csm la quota togata estratta a sorte è molto più debole e disomogenea di quella laica nominata dal governo col finto sorteggio. 3) Ha previsto che questa deriva porterà i pm agli ordini dell’esecutivo: e questo lo dice pure Nordio, quando promette alla Schlein che col Sì non verranno più indagati neppure ministri di centrosinistra. Ma per Nordio il fact checking oscurante non scatta. E neppure per la Meloni che promette: “Se vince il Sì, non vedremo più vergogne come Garlasco” (dove pm e giudici, a carriere unite, si contraddicono a vicenda da 19 anni). Molto meglio gli ayatollah.

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venerdì 23 gennaio 2026

UN PADRONE TIRA L’ALTRO. - Marco Travaglio

 

La cosiddetta Ue aveva appena realizzato, con una ventina d’anni di ritardo, che non è più il caso di prendere ordini dagli Usa, quando a Davos è piovuto tal Zelensky, presidente scaduto di un Paese fallito che non fa parte dell’Ue né della Nato.
Che all’Ucraina non devono nulla, però la riempiono di miliardi e di armi l’una dal 2022 e l’altra dal 2014.

Il signorino, dopo quattro anni di questue e diktat in giro per il mondo senza mai un grazie, ha impartito nuovi ordini ai leader del continente di mezzo miliardo di abitanti che lo tiene in vita artificialmente rovinando la propria economia e lasciandosi distruggere i gasdotti e rubare centinaia di milioni dal regime di Kiev senza fare un plissé.

Poi, appena incassato dall’Ue l’ennesimo assegno di 90 miliardi di “prestito” che mai restituirà, s’è lagnato perché voleva pure i 200 miliardi di asset russi, ma purtroppo “ha vinto Putin perché ha fermato l’Europa: ora dovete agire!”.
In realtà Putin non ha fermato nulla: sono stati i governi europei più allarmati dall’illegalità della rapina, cioè dal rischio di dover pure rimborsare Mosca e mandare a catafascio i propri Paesi e il sistema Euro.

Poi il mitomane ha spiegato all’Ue come deve comportarsi con Trump (“si illudono che cambi: non lo farà”), ma anche con Putin: “Trump in Venezuela ha arrestato Maduro che ora è in cella a New York. Ma Putin no”.

Quindi, siccome il pirata giallo-oro ha sequestrato il presidente di uno Stato sovrano, l’Ue dovrebbe organizzare un raid sul Cremlino, rapire Putin e rinchiuderlo nel carcere di Bruxelles o di Kiev per far contento lui.
Che naturalmente sta “negoziando nella massima onestà per far finire la guerra”: vuole solo far rapire il nemico. Se no?

Gli toccherà ripeterci che “l’Ue con Putin non ha volontà politica” (si è solo suicidata per sostituire il gas russo con quello Usa a prezzi quadrupli): “L’anno scorso qui a Davos ho concluso il mio discorso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi.
È passato un anno,
nulla è cambiato e devo ripetere le stesse parole, come nel Giorno della marmotta”.
Povera stella.

Infine ha annunciato che oggi ad Abu Dhabi inizierà il trilaterale Usa-Russia-Ucraina, ovviamente senza l’Ue. In un mondo normale qualcuno si sarebbe alzato per dirgliene quattro:
“Ma come ti permetti? Noi, per quanto scalcagnate, siamo 27 democrazie. Non mettiamo fuorilegge i partiti di opposizione e non andiamo in giro a fare attentati e omicidi come si usa dalle tue parti. Alla nostra difesa badiamo noi senza bisogno dei tuoi consigli. Tu piuttosto ringrazia che esistiamo, sennò non avresti neppure la benzina per venire a Davos”.

Ma non s’è alzato nessuno.
È l’evoluzione della specie. Anziché da Trump, prendiamo ordini da Zelensky: sì buana.

F.Q. 23 gennaio

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domenica 4 gennaio 2026

MARCO TRAVAGLIO - A chi inviamo le armi? - IFQ - 4 gennaio 2026

 


L’attacco criminale e terroristico di Trump allo Stato sovrano del Venezuela, nella miglior tradizione del “cortile di casa”, è una conferma e al contempo una lezione per chi non vuole capire come va il mondo.
1) La conferma è che cambiano i presidenti – democratici o repubblicani, ortodossi o eterodossi – ma non gli Usa, che fanno sempre i loro porci comodi. Ma senza mai preoccuparsi del “dopo”. Trump è un eterodosso, tant’è che sogna ridicolmente il Nobel per la Pace, mentre i suoi predecessori han sempre vinto ad honorem quello della Guerra. Ma il suo sbandierato isolazionismo viene regolarmente risucchiato dal cancro “neocon” che gli siede accanto nelle persone di Rubio e di tanti invisibili del Deep State. La differenza con gli altri presidenti è che Trump non prova neppure ad ammantare il golpe a Caracas con l’esportazione della democrazia, l’ingerenza umanitaria o altre esche per gonzi: dice papale papale che vuole il petrolio e quando parla di “narcoterrorismo” non ci crede nemmeno lui (ha appena graziato l’ex presidente honduregno Hernandez, condannato negli Usa a 45 anni per un mega-traffico di cocaina).
2) La lezione è che l’Occidente non ha mai avuto alcun titolo per insegnare il diritto internazionale alle “autocrazie”. Se gli attacchi criminali della Nato alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia e lo sterminio israeliano a Gaza non fossero bastati, ora c’è il Venezuela a denudare l’ipocrisia e la doppia morale dei “buoni”: alcuni governi europei condannano debolmente gli Usa, altri pigolano, la von der Leyen farfuglia di “transizione democratica”, l’inutile Kallas predica “moderazione” a bombardamenti e colpo di Stato avvenuti, la Meloni si e ci copre di vergogna e di ridicolo vaneggiando di “intervento difensivo legittimo”. La fiaba dell’“aggressore” e dell’“aggredito” era buona solo per l’invasione russa dell’Ucraina. Così come le giaculatorie euro-mattarelliane sulla “pace giusta” e sul diritto di tutti gli ucraini (non solo dei locali) a decidere le sorti del Donbass: e, di grazia, chi dovrebbe decidere il presidente del Venezuela, se non il popolo venezuelano? Nel 2019 ben altro premier, Conte, rifiutò di riconoscere il golpista Guaidò che Trump voleva imporre a Caracas, unico in Europa con papa Francesco. Poi arrivarono i camerieri Draghi e Meloni. Ora, per coerenza, l’Ue dovrebbe inviare armi ai seguaci di Maduro aggrediti e sanzionare con 22 pacchetti gli Usa aggressori. Ovviamente non ci pensa nemmeno: a Trump dice sempre sì quando dovrebbe dire no (dazi, gas, armi e 5% di Pil alla Nato) e no quando dovrebbe dire sì (il piano di pace sull’Ucraina). In fondo i nostri sgovernanti lo preferiscono quando fa la guerra che quando prova a fare la pace.

domenica 21 dicembre 2025

UNIONE SOVIETICA EUROPEA. - Marco Travaglio

 

Nella foga di combattere le autocrazie copiandole,

la nostra bella Ue ci ha regalato un’altra perla di liberaldemocrazia: sanzioni a 12 complici della guerra ibrida russa.
Tra i fortunati vincitori c’è Jacques Baud, ex colonnello svizzero dell’esercito e dell’intelligence, ex consigliere Onu, uno degli analisti militari più documentati sull’Ucraina: mentre i trombettieri contavano balle e sbagliavano tutto, Baud ne azzeccava parecchie.
Quindi o loro o lui. Kaja Kallas, la depensante estone che regge la politica estera Ue, gli ha vietato l’ingresso, congelato i beni e bloccato i conti bancari in tutta l’Unione.
Senza che alcun tribunale abbia neppure ipotizzato un reato: semplicemente per le sue idee e analisi, mai smentite da alcuno, sempre confermate dai fatti.
La sentenza l’ha emessa la depensante,
cioè il potere esecutivo: “Baud è ospite regolare di programmi tv e radio filorussi. Funge da portavoce della propaganda filorussa e di teorie complottiste”.
Tipo sulla corresponsabilità della Nato nella guerra, ormai certificata persino da Merkel e Casa Bianca.
Ma ecco il seguito della supercazzola:
“Baud è pertanto responsabile di azioni o politiche attribuibili (da chi? ndr) al governo della Federazione russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (l’Ucraina), o sostiene tali azioni o politiche, tramite la manipolazione delle informazioni e delle ingerenze”. Testuale.
Censure e liste di proscrizione di putiniani immaginari non bastano più: servono condanne alla morte civile, come quelle di Usa e Israele alla Albanese per ciò che scrive per l’Onu sulla Palestina.
Inutile attendersi proteste o pigolii dalla nostra casta pennuta, che vede minacce alla libertà d’informazione ovunque, fuorché là dove sono.
In simultanea, casomai qualcuno credesse alle coincidenze, quatto firme di Limes annunciano di aver lasciato la rivista fondata e diretta da Lucio Caracciolo: Gustincich, Arfaras, il generale Camporini e il prof. Argentieri (dirigente dell’università americana a Roma “John Cabot”).
Motivo: Limes sarebbe “filorussa”.
E quando l’hanno scoperto? Argentieri risponde, riuscendo a restare serio, che
“la svolta, chiarissima, è del 2004: la Rivoluzione arancione. Da lì in poi Limes assume una postura costantemente diffidente, se non apertamente ostile, verso l’Ucraina”.
E lui, pensa e ripensa, ha realizzato appena 21 anni dopo.
Camporini ha riflessi più pronti: rimprovera a Caracciolo “il mancato sostegno ai principi del diritto internazionale, stracciati dall’aggressione russa all’Ucraina”.
Che fra un po’ compie quattro anni.
Ma lui, tra un annuncio di sconfitta russa e l’altro, aveva da fare.
Poi è giunta la chiamata dell’Arcangelo Gabriele: “Sturmtruppen, avanti marsch!”.
ll Fatto Quotidiano –17 dicembre 2025

lunedì 1 dicembre 2025

MARCO TRAVAGLIO - Tre porcellini (più uno) - IFQ - 30 novembre 2025

Nella Tangentopoli ucraina che decapita, testa dopo testa, la cricca di Zelensky, stupisce solo lo stupore. Bastava leggere l’inchiesta internazionale del 2021 “Pandora Papers” (pubblicata qui dall’Espresso) per sapere che il presidente plebiscitato nel 2019 proprio perché prometteva lotta dura alla corruzione (oltre alla pace con Putin) è al vertice di una piramide corrotta. Il marchio Servitore del popolo della fiction e poi del partito è un’esclusiva del suo padrino, l’oligarca Ihor Kolomoyskyi, re dei metalli, banchiere, presidente del Dnipro calcio, terzo uomo più ricco d’Ucraina, finanziatore di bande paramilitari nere (Azov, Dnipro&C.), proprietario della tv “1+1” che lanciò Zelensky prima di finire ricercato per aver svaligiato la sua stessa banca, fuggire in Israele, tornare in patria e venire arrestato per riciclaggio. Nel 2003 Zelensky, tornato in Ucraina dopo i primi successi nelle tv russe, fonda la casa di produzione Kvartal 95 con due amici e soci: Mindich e Shefir, che posseggono con lui e la moglie Olena quattro società offshore e conti correnti in paradisi fiscali (Isole Vergini, Cipro e Belize). Degli affari legali di Kvartal si occupa l’amico avvocato e produttore Yermak. Shefir si fa diverse case a Londra. Zelensky compra per 3,8 milioni una villa a Forte dei Marmi, intestata a una società italiana controllata da una cipriota. Ma per le elezioni si scorda di dichiararla, come una delle offshore. Appena eletto presidente, Zelensky trasferisce la ditta nelle istituzioni. Il suo socio Shefir è il suo “primo assistente” (sarà licenziato nel 2024 in una delle tante purghe). Il suo legale Yermak è capo dell’Ufficio presidenziale. E intanto Mindich, il terzo porcellino, si butta sulle commesse energetiche e militari e fa affari d’oro.
A luglio le autorità anticorruzione Nabu e Sapo indagano in gran segreto su mega-tangenti nell’energia. E Zelensky vara in tutta fretta una legge per metterle sotto controllo del Pg, che dipende da lui. La piazza e l’Ue lo costringono a una mezza marcia indietro. E venti giorni fa si capisce tutto. Nabu e Sapo calano le carte dell’inchiesta “Midas”: 100 miliardi di mazzette a varie figure del governo e dell’inner circle di Zelensky, riciclati in società fittizie e ville a Kiev e in Svizzera. Il capobanda è Mindich. Gli trovano water, bidet, rubinetti d’oro e chili di contanti nelle credenze, ma sfugge all’arresto in Israele grazie a una soffiata. Intercettato, parlava con Shefir di una colletta da 2,5 milioni per la cauzione di un altro corrotto del giro: il vicepremier Chernyshov. L’altro porcellino, Yermak detto “Alì Babà”, l’hanno perquisito venerdì: stava negoziando la pace (e l’amnistia) con Usa e Ue, ma Zelensky l’ha cacciato. Ora il capo-negoziatore è Umerov, che è indagato da gennaio. Bisogna pur fare pulizia, no?

giovedì 13 novembre 2025

A PROPOSITO DI BORSELLINO di Marco Travaglio .

 

Quando sbagliamo, diversamente dai bufalari che raccontano volutamente una ventina di balle al giorno, ci scusiamo con i lettori. E lo facciamo oggi per aver preso per buone due citazioni sbagliate di Falcone e Borsellino, riprese da pubblicazioni scritte e online.
La frase di Falcone pro carriere separate purché il pm non passi sotto l’esecutivo rispecchia il suo pensiero ripetuto varie volte, ma non è tratta da un’intervista del ’92 a Repubblica.
Anche quella di Borsellino fotografa il suo pensiero fermamente contrario alla separazione delle carriere, ma non è tratta da un’intervista del ’90 a Samarcanda.
Fine delle scuse e una domanda:
ma questi magliari di destra che infestano giornali e web con la deduzione
“Borsellino quel giorno non parlò da Santoro, dunque era per le carriere separate” chi credono di fregare?
La loro fortuna è che allora non c’erano gli smartphone.
Sennò verrebbero inondati di filmati di Borsellino contro le carriere separate.
Grazie al cielo alcuni suoi interventi sono stati pubblicati da libri e riviste.
L’11.12.1987, parlando a Marsala su “Il ruolo del pm con il nuovo codice”, Borsellino definì la figura del pm
“la più gravosa ma insieme la più esaltante nel nuovo processo… perché principalmente a essa è affidato il concreto attuarsi di quei principi di civiltà giuridica che col sistema accusatorio si vogliono introdurre. E le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del Pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere, non incoraggiano certo i ‘giudici’ – ché tali tutti sentono di essere – a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”.
Quindi, tutti, requirenti e giudicanti, si sentono “giudici” e devono restare un unico ordine giudiziario.
Il 16.3.1987, in un convegno a Mazara del Vallo, Borsellino contestò chi voleva, come fa ora Nordio, sottrarre i giudizi disciplinari al Csm:
“La repressione disciplinare degli organi di autogoverno (Csm) è molto più incisiva ed efficace di quanto si creda e si sostenga da chi spesso mira all’altro non confessato scopo di attentare all’autonomia e indipendenza della magistratura, asserendo l’inidoneità e insufficienza di tale specie di sanzione”.
Anche per questo Msi, An e FdI si opposero sempre a separare le carriere.
Il 25.2.2004 un giudice della corrente MI (come Borsellino) ricordò in tv ad Augias:
“Borsellino divenne procuratore a Marsala dopo essere stato giudice istruttore e giudice civile. Probabilmente in alcune indagini di mafia queste competenze gli sono servite”.
Sapete chi era? Alfredo Mantovano,
oggi sottosegretario a Palazzo Chigi.
Vostro onore, non ho altre domande.

domenica 9 novembre 2025

MARCO TRAVAGLIO - Siamo in Russia - IFQ - 9 novembre 2025

 

Articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Da due giorni non facciamo che rileggerlo, nel timore di aver capito male o di non esserci accorti che è stato abrogato. Invece è sempre lì e dice sempre la stessa cosa: non si possono discriminare cittadini per alcun motivo, ivi comprese le loro opinioni politiche.
Strano, perché quasi ogni giorno viene discriminato qualcuno. Di solito si tratta di russi, ma anche ucraini del Donbass o della Crimea, perlopiù artisti bravi e famosi invitati a esibirsi e poi cacciati a pedate su richiesta di entità straniere (siamo o non siamo governati dai sovranisti?), tipo l’ambasciata di Kiev, o gruppi esteri filoucraini e antirussi. E sempre per opinioni politiche o financo per luogo di nascita, che li trasformano in “putiniani” o “amici” o “complici” o “propagandisti di Putin”. Un’equazione (governo=popolo) che ovviamente non vale su Israele. Si dirà: ma sono stranieri, mentre la Costituzione si riferisce agli italiani anche se non lo specifica (sarebbe bizzarro se gli italiani fossero liberi di discriminare gli stranieri, ma lasciamo andare).

L’altro giorno però è stato discriminato un cittadino italiano: lo storico Angelo D’Orsi, laureato con Bobbio, ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino dove ha insegnato per 46 anni, autore di oltre 50 volumi tradotti all’estero, biografo di Gramsci, Ginzburg e Gobetti, fondatore e direttore di riviste scientifiche e collaboratore dei principali giornali.
Il 12 novembre D’Orsi doveva tenere una conferenza su “Russofobia, russofilia, verità” al Polo del 900 a Torino, fra i consueti strilli preventivi di nazionalisti ucraini e noti “liberali” tipo i radicali, Carlo Calenda e Pina Picierno. Poi l’altroieri ha appreso dai social della Picierno, eurodeputata “riformista” Pd e (che Dio perdoni tutti) vicepresidente del Parlamento Ue, che “l’evento della propaganda putiniana è stato annullato. Ringrazio il sindaco Lo Russo (si chiama proprio così, ndr) per la sensibilità, il Polo del 900 e tutti coloro che si sono mobilitati a livello locale e nazionale”. Nobile mobilitazione finalizzata a tappare la bocca a un prof che minacciava di dire cose sgradite ai mobilitati, anche se nessuno ancora le conosceva: cioè a censurare le sue opinioni politiche, come fanno le autocrazie e come la Costituzione proibisce di fare (mica siamo in Russia).
Si attende ad horas il vibrante monito del capo dello Stato, massimo custode della Carta, e la dissociazione di Elly Schlein dalla sua eurodeputata e dal suo sindaco affinché D’Orsi possa parlare della russofobia. Senza più neppure il fastidio di doverla dimostrare.

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sabato 18 ottobre 2025

Travaglio. Notizie bomba.

 

La bomba contro Sigfrido Ranucci non è un attentato o un avvertimento a tutti i giornalisti. Magari lo fosse: vorrebbe dire che la democrazia è sana e il “quarto potere” funziona. Ma allora colpirne un singolo esponente sarebbe inutile, perché poi bisognerebbe colpirli tutti; anzi dannoso, perché si scatenerebbe la reazione di tutti. Invece di giornalisti come Sigfrido e gli altri di Report ce ne sono pochi, pochissimi: li conosciamo per nome e cognome perché quelli che danno notizie proibite e fanno domande indiscrete si contano sulle dita delle mani di un monco. La stragrande maggioranza degli iscritti all’Albo nessuno si sognerebbe di toccarla, perché non ha mai dato fastidio a nessuno e ha sempre fatto comodo a tutti. Quindi la bomba – qualunque ne sia la matrice – era contro Ranucci e Report, non contro una categoria popolata di soggetti che Sigfrido si vergognerebbe di chiamare “colleghi”. E chi l’ha piazzata è andato a colpo sicuro, nel senso che intorno a lui c’è quasi il vuoto. Contro Report – da Gabanelli a Ranucci – gran parte della politica si esercita da trent’anni al tiro al bersaglio, dalle destre al Pd alle frattaglie “riformiste” (la Gabanelli, uscita da Report per lavorare al portale delle news Rai, fu messa alla porta nella luminosa èra renziana, che aveva pure Ranucci nel mirino ben prima dell’avvento di “TeleMeloni”). La lista dei politici che chiedono di punire o di chiudere Report, e intanto lo coprono di cause civili e querele, è sterminata, fino alla patetica sceneggiata di Gasparri in Vigilanza con carota e cognac contro Ranucci “per dargli coraggio” (di cui carota e cognac sono notoriamente i simboli), essendo il Gasparri un celebre cuor di leone che denuncia chi lo critica e corre a piangere da mammà per l’immunità quando qualcuno lo querela perchè lui l’ha insultato.

Poi c’è la lista dei grandi gruppi economici e finanziari che, appena Report li sfiora, corrono in tribunale, peraltro con grave sprezzo del pericolo. Infine c’è la pletora di “giornalisti” e “critici televisivi” che, non contenti di leccare il potere, si scagliano pure contro Report perché ha l’ardire di smascherarlo, mettendoli in mutande. Sono gli stessi che ora attaccano Crozza, reo di fare satira solitaria in un Paese che, dopo il giornalismo, ha abolito pure quella. Gli stessi che, quando Assange era recluso in un’ambasciata e poi in un carcere a Londra, fischiettavano o gli davano della spia russa perché, diversamente da loro, faceva bene il suo mestiere. È questo il vero “isolamento” che espone al pericolo alcuni giornalisti, magistrati e figure di contro-potere: non il fatto di avere contro il potere (questo è fisiologico), ma di essere così pochi da sembrare strani o deviati. Quindi più facili da eliminare o silenziare. 

Marco Travaglio FQ 18 ottobre 2025

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venerdì 17 ottobre 2025

E una fettina di culo. - Marco Travaglio FQ 17/10/25

 

Bisogna ringraziarli, questi pazzi scatenati che chiamiamo Ue, perché confessano senza neppure accorgersene: 𝟲.𝟴𝟬𝟬 𝒎𝒊𝒍𝒊𝒂𝒓𝒅𝒊 𝒊𝒏 𝟭𝟬 𝒂𝒏𝒏𝒊 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒆 𝒂𝒓𝒎𝒊 (1.500 l’anno per ogni europeo, bimbi compresi). E tutti ai piedi di Zelensky che ci chiede “il 2,5% del vostro Pil per un totale di 60 miliardi nel 2026” (e una fettina di culo vicino all’osso no?) per continuare a perdere la guerra. Fino a un mese fa si davano il cambio nel segnalare ogni giorno terribili sconfinamenti di droni senza vittime né danni, promettendo indagini per dimostrare che erano russi e che l’attacco di Putin era finalmente partito. Poi i servizi polacchi rivelarono che l’unica casa polacca danneggiata dal terribile attacco dei droni pseudorussi l’aveva bombardata un missile polacco. E, dopo 20 giorni di avvistamenti quotidiani, i droni scomparvero dai cieli. E con essi le indagini per dimostrare che erano russi. Tanto ormai avevano ottenuto il loro duplice scopo. 1) Spaventare i popoli europei e far loro ingoiare le leggi di Bilancio dei 27 governi, con decine di miliardi rubati al Welfare per comprare armi, perlopiù Usa. 2) Giustificare il “Muro di droni” inventato da Von der Leyen, Kallas, Kubilius e altri svalvolati per ingrassare le industrie belliche soprattutto tedesche e salvare le altre distrutte dalle autosanzioni Ue.
Il guaio è che la gente continua a schifare il riarmo da 800 miliardi contro nemici immaginari. Così Ursula gli cambia nome per la terza volta: da “ReArm Europe” a “Prontezza 2030” (un ossimoro) a “Preservare la Pace” (con più armi: altro ossimoro). Il prossimo sarà “Diversamente Disarmo” o “Sex Bomb”. Intanto i partiti del riarmo continuano a perdere milioni di voti, aggrappandosi al Lecornu di turno, e quelli anti-riarmo (incredibilmente di destra) a guadagnarne. E ci mancherebbe che non accadesse. Mettetevi nei panni di un polacco che legge l’intervista a Rep del suo vicepremier Radek Sikorski: siccome l’Europa non ha più nemmeno gli occhi per piangere, deve devolvere “45-50 miliardi all’anno a Kiev per i prossimi tre anni”. Cioè la guerra deve continuare fino al 2028, tanto si sa come andrà a finire: “La Russia ha perso la guerra di Crimea nel XIX secolo e quella col Giappone nel 1905”, quindi perderà anche in Ucraina dove avanza da tre anni. Avendo studiato la storia su Tiramolla, gli sfugge la fine fatta da Napoleone e Hitler, quando Mosca non aveva ancora neppure le atomiche. La Merkel ci mette in guardia dai corresponsabili della guerra russo-ucraina: Polonia e Baltici. Tre anni e mezzo fa, in combutta con Biden e Johnson, usarono Kiev per attirare Mosca nella guerra. Ora, siccome l’hanno persa, ci riprovano usando l’intera Europa. Cioè noi.

𝑸𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒄𝒊 𝒅𝒆𝒄𝒊𝒅𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒂 𝒇𝒂𝒓𝒍𝒂 𝒇𝒊𝒏𝒊𝒕𝒂 𝒄𝒐𝒏 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒊 𝒅𝒆𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊?