Un diario, dove annoto tutto ciò che più mi colpisce. Il mio blocco per gli appunti, il mio mondo.
martedì 11 agosto 2026
Ennio Conti ha pubblicato qualcosa su Fuori la NATO dall'Italia e dall'Europa ,fuori le basi militari americane.
venerdì 7 agosto 2026
FINALMENTE QUALCUNO HA FATTO LA DOMANDA PROIBITA.
lunedì 3 agosto 2026
NON CI HANNO DICHIARATO LA GUERRA. HANNO DICHIARATO GUERRA AL CONTROLLO DEL PARLAMENTO.
In Italia non si entra più in guerra. Si “rimodula”.
Non si spostano soldati, caccia, radar e sistemi antidrone nel cuore di una polveriera mediorientale. Si fa una “riorganizzazione d’area”.
Non si mette l’apparato militare italiano al servizio delle monarchie del Golfo. Si pratica la “flessibilità”.
Non si scavalca il Parlamento. Lo si informa con calma, possibilmente quando gli uomini sono già partiti e gli aerei già decollati.
È il nuovo pacifismo del Governo Meloni: prima manda i caccia, poi cerca il verbale.
Da metà marzo l’Italia ha dispiegato nel Golfo una Task Force Air con circa 400 militari dell’Aeronautica, quattro Eurofighter, radar e sistemi antidrone. Il dispositivo sostiene la difesa aerea di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, dentro un’escalation regionale in cui basta un missile fuori traiettoria per trasformare una “missione difensiva” in un coinvolgimento diretto.
Crosetto assicura che non siamo in guerra.
E ci mancherebbe: secondo la nuova dottrina ministeriale, probabilmente bisogna aspettare che un missile cada sulla scrivania del ministro e presenti domanda in carta bollata.
Il problema non è sostenere che l’Italia abbia formalmente dichiarato guerra.
Il problema è che uomini, caccia e sistemi militari italiani sono stati portati dentro uno scenario di guerra senza un vero dibattito pubblico preventivo e senza un voto parlamentare specifico sulla nuova destinazione e sulla nuova funzione operativa.
Qui entra in scena la Legge 168 del 2024, il capolavoro con cui il Governo ha trasformato la Costituzione in un mobile dell’Ikea: si smonta, si rimonta e, se avanza qualche pezzo, si butta.
La norma introduce la cosiddetta “flessibilità d’area”, cioè la possibilità di impiegare le missioni in modo interoperabile all’interno della stessa area geografica.
Sembra una formula tecnica. È il passe-partout.
Il Parlamento autorizza una missione in Medio Oriente? Bene. Poi il Governo può spostare uomini, mezzi e funzioni da un Paese all’altro, da un teatro relativamente stabile a uno incandescente, sostenendo che non è cambiata la missione: è cambiato soltanto il parcheggio.
Ieri addestramento.
Oggi difesa aerea.
Domani intercettazione.
Dopodomani risposta al fuoco.
Sempre la stessa missione, naturalmente.
È la guerra con il cambio automatico: il Parlamento mette la prima, il Governo arriva fino alla quinta e poi spiega che il motore era già acceso.
La stessa legge consente al Consiglio dei ministri di impiegare forze ad alta e altissima prontezza operativa, lasciando alle Camere cinque giorni per autorizzare o negare.
Cinque giorni.
In una crisi militare bastano per essere attaccati, rispondere al fuoco, subire perdite e ritrovarsi coinvolti in un conflitto prima che il deputato più veloce abbia finito di leggere il dossier.
Il Parlamento interviene dopo.
Può anche dire di no, certo. Come il passeggero può protestare quando l’aereo è già decollato.
Questa non è centralità parlamentare.
È autopsia parlamentare.
Prima decide il Governo, poi le Camere esaminano il cadavere della sovranità popolare e stabiliscono da quanto tempo fosse morto.
C’è poi il capitolo dei finanziamenti anticipati: soldi sbloccati per garantire la prosecuzione delle missioni prima della deliberazione parlamentare annuale.
Anche qui tutto molto democratico.
Prima partono i soldi.
Poi gli uomini.
Poi i caccia.
Alla fine arriva il Parlamento, con la stessa puntualità dell’ambulanza nei film di Totò.
Il disegno è chiarissimo: spostare il baricentro delle missioni militari dalle Camere al Governo, trasformando decisioni politiche enormi in atti tecnici e amministrativi.
Non si cambia la posizione internazionale dell’Italia.
Si aggiorna il foglio Excel.
Non si protegge militarmente l’Arabia Saudita.
Si offre “supporto difensivo”.
Non si coprono le spalle a una monarchia autoritaria coinvolta nella competizione regionale.
Si garantisce la “sicurezza dell’area”.
L’Arabia Saudita non è esattamente la Svizzera con il petrolio.
È una monarchia assoluta accusata di gravissime violazioni dei diritti umani e protagonista di una politica regionale aggressiva.
E noi cosa facciamo?
Mandiamo caccia e sistemi di difesa a protezione delle sue infrastrutture strategiche, così Riad può concentrarsi più serenamente sul resto.
Poi il Governo ci spiega che è tutto difensivo.
Anche il buttafuori fuori dalla discoteca è “difensivo”. Ma intanto consente a chi sta dentro di continuare la festa senza preoccuparsi di chi bussa alla porta.
La distinzione tra difesa passiva e coinvolgimento attivo è sottile già nei manuali. In mezzo a missili, droni e rappresaglie diventa carta velina.
L’Articolo 11 della Costituzione dovrebbe funzionare da argine: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e pretende che l’uso della forza sia sottoposto a un controllo democratico rigoroso.
Il Governo, invece, ha inventato la Costituzione a posteriori.
Prima decide.
Poi schiera.
Poi finanzia.
Poi, se qualcuno insiste, riferisce.
È la democrazia “ad altissima prontezza”: prontissima a mandare i soldati, lentissima a spiegare perché.
Ricordiamoci chi ha approvato questa legge: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. E, nei passaggi decisivi, i soliti centristi in uniforme spirituale: Renzi e Calenda, oppositori inflessibili finché non c’è da votare qualcosa che piace alla NATO.
Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno votato contro, denunciando la perdita di centralità del Parlamento.
Questa volta avevano ragione.
E sarà bene ricordarlo, perché al primo incidente tutti correranno a dichiararsi sorpresi.
Crosetto dirà che era una missione difensiva.
Meloni che l’Italia ha rispettato gli impegni internazionali.
Tajani che bisogna lavorare per la pace, possibilmente mentre firma il comunicato sul prossimo dispiegamento.
Renzi farà una conferenza in inglese.
Calenda pubblicherà sette tweet per spiegare che lui aveva capito tutto e gli altri male.
E il Parlamento verrà convocato per ratificare la realtà.
Questa è la vera mostruosità della Legge 168: non abolisce formalmente il controllo democratico.
Lo svuota, lo ritarda e lo trasforma in una firma apposta sotto una decisione già eseguita.
Una missione cambia natura? Rimodulazione.
Una forza viene spostata? Interoperabilità.
I soldi partono prima? Tempestività.
I soldati arrivano prima del voto? Alta prontezza.
La Costituzione protesta? Problema semantico.
Con questo lessico si può fare tutto.
Anche trascinare un Paese dentro una guerra continuando a giurare che si tratta soltanto di manutenzione ordinaria.
Il Governo deve dire con precisione dove sono i militari italiani, quali sistemi sono stati dispiegati, quali sono le regole d’ingaggio, chi comanda e chi può autorizzare una risposta armata.
Non bastano le rassicurazioni.
Non bastano le smorfie indignate del ministro.
Non basta ripetere che “era tutto nelle carte”.
Le carte vanno discusse prima, non sventolate dopo come il libretto delle istruzioni di un incendio già divampato.
La Costituzione non è un ostacolo burocratico alla rapidità militare.
È l’ostacolo democratico che separa un Governo da un’avventura bellica.
Quando quell’ostacolo viene aggirato con parole come “flessibilità”, “interoperabilità” e “rimodulazione”, non siamo davanti a una modifica tecnica.
Siamo davanti a un trucco.
E quando un Governo deve usare un trucco per mandare uomini e caccia in una zona di guerra, significa che sa perfettamente che, dicendo la verità, gli italiani potrebbero non essere d’accordo.
Fonti: Ministero della Difesa; Legge 31 ottobre 2024, n. 168; atti parlamentari; Corriere della Sera, 1 agosto 2026; Il Manifesto, 1 agosto 2026; Il Foglio, 31 luglio 2026; Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2026.
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mercoledì 29 luglio 2026
𝗟𝗔 𝗧𝗢𝗥𝗧𝗔 È 𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔. 𝗣𝗜𝗥𝗟𝗢 È 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗢𝗥𝗡𝗢 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗗𝗜𝗦𝗧𝗥𝗔𝗧𝗧𝗜.
giovedì 23 luglio 2026
La terza guerra mondiale è già iniziata. - Emmanuel Todd.
La terza guerra mondiale è già iniziata. Ed ecco perché sono stati gli Stati Uniti a iniziarla, hanno bisogno di una terza guerra mondiale per mantenere la propria egemonia avverte Emmanuel Todd.
La Terza Guerra Mondiale è già iniziata e si sta svolgendo su due fronti interconnessi: Ucraina e Iran, scrive Emmanuel Todd per Banshun. Egli ritiene che gli Stati Uniti abbiano bisogno di un confronto globale per mantenere la propria egemonia. Per raggiungere questo obiettivo, sono persino disposti a sacrificare i propri alleati. La guerra in Iran e il conflitto in Ucraina sono due fronti della stessa lotta.
Gli Stati Uniti, con il sostegno di Israele, hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l'Iran. Inizialmente, i due Paesi, entrambi militarmente potenti, hanno dominato il campo di battaglia. Tuttavia, l'Iran ha ribaltato la situazione e messo alle strette il presidente americano Donald Trump con la sua "strategia asimmetrica". Droni a basso costo, prodotti in grandi quantità, e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno di fatto consegnato all'Iran una vittoria sotto forma di un memorandum d'intesa in 14 punti estremamente vantaggioso. Cosa ne pensa lo storico e sociologo Emmanuel Todd di questi sviluppi?
Due fronti della Terza Guerra Mondiale
Sotto i nostri occhi si sta consumando una vera e propria escalation della Terza Guerra Mondiale. L'attuale guerra in Iran è indissolubilmente legata al conflitto in Ucraina, iniziato il 24 febbraio 2022. Credo che questi due conflitti non debbano essere considerati separatamente, ma piuttosto come due "fronti" della stessa lotta. L'Iran è diventato il "fronte meridionale" della Terza Guerra Mondiale, l'Ucraina il "fronte settentrionale". Nel giugno del 2022 ho pubblicato un libro intitolato "L'inizio della Terza Guerra Mondiale". Quattro anni dopo, il concetto in esso espresso ha assunto una forma più concreta.
Sul "fronte settentrionale", gli Stati Uniti si scontrano indirettamente con la Russia utilizzando ucraini ed europei per i propri scopi. Sul "fronte meridionale", l'America si scontra direttamente con l'Iran con il sostegno del proprio alleato, Israele.
Molti esperti ritengono che Israele abbia scatenato la guerra con l'Iran costringendo gli Stati Uniti ad ascoltare le sue posizioni. Non credete a queste invenzioni. Non si può parlare di una "lobby israeliana". Tutte le decisioni sono sempre state prese esclusivamente e direttamente da Washington. Guardate l'andamento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran! Qualcuno ascolta i desideri di Israele? Se necessario, gli Stati Uniti continueranno a negoziare con l'Iran anche senza di loro.
Il presidente Trump scarica la colpa su Israele
Sia Donald Trump che il vicepresidente J.D. Vance hanno criticato aspramente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e altri membri del governo. Ma si tratta semplicemente di una manipolazione volta a trovare un capro espiatorio e a scaricare la colpa su altri. In sostanza, la Casa Bianca sta dicendo: "La responsabilità della nostra sconfitta è di Israele, perché sono stati loro a trascinarci in questa guerra".
Israele è indubbiamente caduto nel nichilismo e ha smarrito la sua identità nazionale. Spinto da impulsi violenti, la guerra è diventata fine a se stessa e il Paese è sempre pronto al conflitto. Tuttavia, gli Stati Uniti sfruttano Israele per i propri scopi, trasformandolo in una sorta di "cane feroce" che può essere scatenato contro il nemico in qualsiasi momento. In altre parole, la decisione finale è sempre stata di Washington.
La guerra con l'Iran e il conflitto in Ucraina sono due fronti della Terza Guerra Mondiale. Me ne sono reso conto cercando di districare la complessità della situazione sul campo di battaglia tra Russia e Ucraina. Mosca lancia attacchi aerei contro Kiev, mentre Kiev prende di mira gli impianti petroliferi russi. I combattimenti in prima linea non sono più così intensi, ma gli attacchi a lungo raggio si stanno intensificando. Certo, il conflitto attuale non è distruttivo e letale come le due guerre mondiali precedenti, ma resta il fatto che numerosi conflitti civili si stanno svolgendo simultaneamente in diverse regioni del mondo, influenzandosi a vicenda. Cos'è questo se non la Terza Guerra Mondiale?
Durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si trovarono a combattere contemporaneamente contro la Germania sul fronte europeo e contro il Giappone sul fronte del Pacifico. Tuttavia, questi due fronti non erano strettamente collegati.
All'epoca, Giappone e Germania erano formalmente alleati. La mia villa si trova in Bretagna, Francia. Nelle vicinanze sorge la città portuale di Lorient. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Germania nazista vi costruì un'enorme base sottomarina. I siluri trasportati dai sottomarini giapponesi durante la guerra sono ancora conservati a Lorient. Tuttavia, si trattò più che altro di uno "scambio culturale". La cooperazione reciproca tra Giappone e Germania non fu particolarmente profonda. I due fronti attuali sono molto più strettamente interconnessi. L'impatto di questi conflitti si estende ben oltre l'Asia orientale: il blocco dello Stretto di Hormuz ha scosso il mondo intero.
L'America sta distruggendo i suoi alleati
Il 28 febbraio di quest'anno, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran. Il conflitto che ne è seguito ha gettato nel caos l'economia globale. Sembrava che le due parti avessero deciso di seppellire l'ascia di guerra e sedersi al tavolo delle trattative. È stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco temporaneo di 60 giorni, che tuttavia è scaduto il 14 luglio. Il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di reintrodurre il blocco navale, al quale l'Iran ha risposto bloccando nuovamente lo Stretto di Hormuz. L'esercito americano ha condotto sette notti consecutive di raid aerei contro le infrastrutture del Paese.
L'Iran ha attaccato basi militari statunitensi in Giordania e Bahrein. Successivamente, il 18 luglio, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato la morte di due soldati americani in servizio in Giordania e la scomparsa di uno a seguito di un attacco iraniano. La situazione in Medio Oriente ha nuovamente raggiunto livelli critici.
Come dovrebbe reagire il Giappone all'instabilità globale in corso? Ci sono alcune considerazioni importanti da tenere a mente.
Consapevolmente o inconsapevolmente, gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica volta a distruggere i propri alleati.
L'Europa è sull'orlo del collasso, gli stati del Golfo Persico stanno per affrontare una crisi di proporzioni enormi e le economie giapponese e sudcoreana sono state devastate. Solo Taiwan sta vivendo un boom senza precedenti grazie alla produzione di semiconduttori, eppure persiste il sospetto che tutto ciò faccia parte di un unico scenario. Il piano degli Stati Uniti potrebbe essere quello di usare Taiwan come pedina sacrificabile in una guerra con la Cina.
L'attuale amministrazione statunitense è immersa nella più profonda disperazione. Crede che, se costretta ad abbandonare le proprie roccaforti eurasiatiche – Europa, Medio Oriente ed Estremo Oriente – dovrà raderle al suolo prima di poterle abbandonare. Questo è il ragionamento dei funzionari americani: "Non permetteremo che i nostri alleati cadano nelle mani di Russia, Cina e Iran: li ridurremo in cenere noi stessi".
Supponiamo per un momento che il vero obiettivo degli Stati Uniti non sia più "impedire l'ascesa della Russia" o "contenere l'ascesa della Cina" – Washington ha già perso contro Mosca e Pechino, questo è chiarissimo – ma distruggere l'Europa e il Giappone. In tal caso, il Giappone non può semplicemente seguire l'esempio americano: sarebbe un vero e proprio suicidio.
Da europeo, assisto quotidianamente agli insulti che la leadership americana rivolge alla mia patria. Gli Stati Uniti odiano l'Europa. E coloro che ci odiano di più sono proprio coloro che sono considerati "i più razionali". Tra questi, ad esempio, c'è il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance. Il Giappone si è convinto a lungo di non poter sopravvivere senza un'alleanza con gli Stati Uniti, in un contesto di crescenti tensioni e di diffusione delle tensioni in Asia orientale. Questa convinzione è diventata un vero e proprio credo. Tuttavia, è giunto il momento per il Giappone di abbandonare quest'idea imposta. La narrazione dell'"inevitabilità della guerra" è necessaria solo agli Stati Uniti, per mantenere il proprio dominio globale.
Emmanuel Todd
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