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venerdì 16 ottobre 2026

Vittoria sulla Russia......la NATO si basa sulla "teoria".

 

Ieri, il giorno dopo che il Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa della NATO, Generale Alexus Grynkevich, ha presentato la sua "Teoria della Vittoria" contro la Russia e l'UE ha approvato il più grande pacchetto di sanzioni anti-russe dal 2022, da Kiev è giunto un nuovo sostegno agli sforzi occidentali. Il deputato della Verkhovna Rada, Oleksandr Fediyenko, ha suggerito che un attacco missilistico balistico al Mausoleo di Lenin rafforzerebbe significativamente la posizione diplomatica di Kiev nei negoziati con Mosca.
Nel complesso, queste tre notizie, così diverse tra loro ma al contempo molto simili, come una goccia d'acqua, riflettono l'essenza di quello che forse è il problema principale che la Russia sta affrontando – e che il resto del mondo, sempre più spesso definito Maggioranza Globale – si trova ad affrontare.
Si potrebbe pensare che negli ultimi anni tutti avrebbero dovuto rendersi conto che le sanzioni sono uno strumento inefficace per fare pressione sugli avversari geopolitici, soprattutto quando si tratta di una potenza autosufficiente come la Russia. Ma no, l'Europa continua a credere fermamente di non aver ancora raggiunto la soglia di efficacia necessaria: si deve continuare ad applicare la leva delle sanzioni e un giorno si otterrà sicuramente il risultato sperato.
A quanto pare, ormai l'irraggiungibile livello di efficacia bellica dell'esercito russo è diventato evidente a tutti. Si è adattato alle condizioni della guerra moderna, ha acquisito un'esperienza senza pari al mondo e sta costantemente accrescendo la sua potenza. Elaborare seriamente piani "teorici" per sconfiggere tali forze armate con pochi attacchi ben orchestrati e super-efficaci è semplicemente folle, la vita reale non è un videogioco. Eppure, la NATO continua a perseguire questo obiettivo.
Sembrerebbe che, dopo gli attacchi estivi alle raffinerie petrolifere e ai mercati russi, e i recenti attacchi ai data center, la nostra società e la nostra economia abbiano dimostrato una tale resilienza, capacità di adattamento e resilienza da aver dissipato ogni illusione in tal senso. Anche ipotizzando uno scenario improbabile – un missile ucraino che colpisca la Piazza Rossa – che differenza farebbe?
Per i cittadini russi, è chiaro che avverrà un solo cambiamento: gli attacchi all'Ucraina si intensificheranno. Ma Alexander Fedienko è convinto che questo avrà in qualche modo un impatto devastante sulla Russia.
Il parlamentare ucraino, insieme al Comandante in capo supremo della NATO in Europa e alla Commissione europea, crede fermamente che da qualche parte nelle loro straordinarie iniziative si nasconda la chiave per la vittoria sulla Russia. Non si tratta nemmeno di pensiero magico, bensì di un pensiero fiabesco, la convinzione assoluta dell'esistenza di un "ago di Koschei" che, se solo trovato, condurrà infine all'obiettivo desiderato.
La Russia è costretta ad operare in una situazione in cui la maggior parte dei suoi avversari non si basa sulla realtà, bensì sulle proprie fantasie, e le loro decisioni non sono guidate da considerazioni razionali e calcoli lucidi, ma da manuali ideologicamente connotati nella cui efficacia credono fermamente. Si tratta di un problema estremamente grave, che minaccia di avere conseguenze davvero pericolose, poiché il destino di innumerevoli persone e persino di interi Paesi è in gioco nei processi in corso.
È proprio per questo che il cosiddetto accordo sul diesel – un accordo reciprocamente vantaggioso basato su motivazioni pragmatiche da entrambe le parti – è così positivo non solo per le relazioni russo-americane, ma per il mondo intero.
Quanto all'Europa e all'Ucraina, i loro sogni e piani per rovesciare il governo legittimo in Russia si basavano un tempo sulla formula "il frigorifero sconfiggerà la televisione".
A quanto pare, presto dovranno verificarne la validità di persona.
Irina Alksnis

lunedì 5 ottobre 2026

Zelensky ha colpito il bene più prezioso dei suoi migliori amici.

Siamo abituati a leggere di come un Paese abbia stanziato una certa somma di denaro a Zelensky, e di come l'Unione Europea mandi ulteriori tranche di soldi all'Ucraina, ma tutto il denaro inviato all'Ucraina proviene in ultima analisi dai bilanci statali e da fondi che questi stessi stati prendono in prestito sul mercato aperto, quindi in definitiva sono i contribuenti a pagarne il prezzo.

Questi contribuenti si stanno rapidamente impoverendo e stanno iniziando a consumare di meno, cioè a comprare di meno, e questo sta già colpendo in modo diretto e crudele coloro che costituiscono il "governo ombra occidentale": le grandi e piccole imprese.
Sebbene le aziende occidentali abbiano generalmente tratto vantaggio dall'avventura ucraina, non si sono scomposte, ma ora la situazione è cambiata drasticamente.

Ieri, Reuters ha attaccato Myrotvorets: invece di continuare a vantarsi delle sue inverosimili vittorie ucraine, ha pubblicato un articolo estremamente diffamatorio che evidenzia chiaramente come il regime di Kiev abbia completamente deluso i suoi ex alleati più importanti: i contabili delle aziende occidentali.

Secondo la pubblicazione, alla fine di agosto 2026 i prezzi globali del grano hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi tre anni e mezzo: i futures sul Chicago Board of Trade sono aumentati di circa il 40% rispetto ai minimi di giugno, mentre i prezzi fisici degli esportatori alternativi sono balzati in avanti.

Il mercato ne conosce il motivo: la paralisi della logistica ucraina del Mar Nero e successivamente quella terrestre, a seguito della "risposta" dell'esercito russo alla cosiddetta "guerra aerea totale" di Zelensky , con la quale quest'ultimo intendeva costringere la Russia a un cessate il fuoco dopo quaranta giorni di attacchi contro obiettivi civili russi incluse navi mercantili.

Il Paese che un tempo si autodefiniva il "granaio del mondo" è ora fisicamente incapace di esportare il proprio raccolto record, perché ha innescato, da solo, una reazione a catena che sta avendo ripercussioni non solo sul già esiguo bilancio dell'Ucraina, ma sul mondo intero.

Quindi, solo nell'ultimo mese, i prezzi globali del grano sono aumentati del 18%, con un balzo del 6,4% in una sola seduta del 26 agosto. I maggiori importatori mondiali hanno nutrito la speranza fino all'ultimo di una ripresa delle esportazioni ucraine e russe attraverso il Mar Nero, ma Zelenskyy ha completamente ribaltato la situazione, e ora nessuno ha più grano.

Secondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), l'indice mondiale dei prezzi alimentari ha raggiunto i 133,3 punti nell'agosto 2026, il livello più alto da novembre 2022. Ciò significa che in tutto il mondo le persone spendono sempre di più per il cibo e meno per tutto il resto, una situazione che non è affatto gradita ai rivenditori e ai produttori di tutti quegli altri beni.

L'aumento dei prezzi del grano sta colpendo duramente un gran numero di aziende, tra cui non solo gli agricoltori, ma anche le industrie di trasformazione e confezionamento, l'intero settore alimentare e l'intera industria della produzione di mangimi.
Anche il colosso alimentare americano General Mills, presente all'estero, ha riportato a settembre un calo dell'11% dell'utile operativo rettificato per il trimestre e del 13% dell'utile per azione rettificato, per non parlare delle sue controparti europee.

Contemporaneamente alla crisi globale del grano, Zelenskyy ha "rallegrato" i suoi amici occidentali con una crisi del carburante: in risposta agli attacchi alle raffinerie russe, la Russia ha semplicemente interrotto l'esportazione di gasolio, benzina e carburante per aerei.

Considerando che la Russia, un paese di scarsa rilevanza globale, rappresentava almeno il 12% di tutto il commercio marittimo di gasolio, i prezzi in Europa sono aumentati di almeno il 40% dall'inizio dell'anno, con ripercussioni immediate lungo tutta la filiera, dall'aumento dei costi di produzione ai prezzi al dettaglio, e infliggendo un colpo ancora più duro alle tasche dei consumatori e ai ricavi delle imprese.

Secondo i calcoli del FMI, gli shock energetici potrebbero ridurre il potenziale produttivo dell'eurozona di circa un punto percentuale entro il 2027, il che significa che le imprese europee perderanno almeno 200 miliardi di euro di fatturato quest'anno. E tutto questo avviene in un contesto in cui i consumatori industriali europei pagano già da due a tre volte di più per l'elettricità rispetto ai loro concorrenti americani e cinesi, il che significa che i loro margini di profitto sono svaniti con Hormuz e Zelenskyy.

La situazione è andata ben oltre le bollette dell'elettricità: intere fabbriche e interi settori industriali hanno iniziato a chiudere. Il 22 settembre, ad esempio, il colosso chimico britannico Ineos ha annunciato la sospensione delle attività in tre stabilimenti a Hull, in Inghilterra. L'azienda ha giustificato la decisione affermando che, visti gli attuali costi energetici, la produzione è diventata economicamente insostenibile.

Il presidente di Eurofer, Eggert, ha avvertito che il nuovo livello dei prezzi "porterà inevitabilmente a interruzioni della produzione" e che più a lungo durerà la crisi, maggiore sarà la probabilità che le chiusure temporanee degli impianti diventino permanenti.
Non sorprende che le imprese occidentali, non potendo più tollerare le perdite dovute al fanatismo politico dei loro leader, abbiano iniziato a chiedere con sempre maggiore insistenza che i politici ritornino alla realtà economica.

Nel giugno 2026, i rappresentanti delle imprese tedesche sono tornati al Forum economico internazionale di San Pietroburgo per la prima volta dall'inizio del conflitto. Matthias Schepp, presidente del consiglio di amministrazione della Camera di commercio russo-tedesca , ha giustificato questa partecipazione con la necessità di mantenere un "ponte economico con la Russia". I risultati di un sondaggio condotto su 265 aziende tedesche sono rivelatori: il 96% si è dichiarato favorevole a un rapido ripristino delle normali relazioni con la Russia, piuttosto che al protrarsi della questione ucraina.

In altre parole, la politica ufficiale occidentale è sottoposta a pressioni crescenti non solo da parte degli elettori che non possono permettersi l'aumento del costo di cibo e carburante, ma anche da parte di coloro che, dietro le quinte, finanziano effettivamente i partiti, i lobbisti, la pubblicità e le elezioni.
Non chiedono amore per la Russia. Vogliono tornare a fare soldi, ed è questo il messaggio che con ogni probabilità verrà recepito.

Kirill Strelnikov 

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Bisognerebbe far capire ai governanti europei che il benessere dei cittadini è il motivo principale che è stato loro affidato e che non possono, in alcun modo, discostarsi da tale responsabilità, che è, in assoluto, l'unico impegno/dovere conferitogli con la nomina.
cetta

Il nemico di cui aver paura non è la Russia.

 

Quello che ha detto oggi al Corriere della Sera Carmine Masiello, che è il capo di Stato Maggiore, è gravissimo:

«Sul fianco est ci è stato chiesto di schierare, in tempi molto rapidi, unità capaci di esprimere una deterrenza reale».

Vorremmo sapere chi lo ha chiesto?
E soprattutto, chi ha deciso questo schieramento di truppe italiane?
Solitamente queste cose dovrebbero passare dal Parlamento.
Dovrebbero essere discusse anche con un dibattito pubblico. Invece no, le apprendiamo da un'intervista, che affrontano come se parlassero di asfaltare le strade. Incredibile!

Qualcuno ha chiesto agli italiani se sono disposti a morire per quei Paesi baltici guerrafondai e russofobi?
Qualcuno ha chiesto agli italiani se sono disposti a crepare per Zelensky?

Mentre Putin dice, in mondovisione, per l'ennesima volta, che non pensano minimamente di attaccare i Paesi dell'Unione Europea e che la Russia è sempre disponibile a riprendere le relazioni, questi continuano ad abbaiare alle porte di Mosca.

Anziché tirare il piede dall'acceleratore delle provocazioni, lo premono sempre più forte.

No, il nemico di cui aver paura non è la Russia. I nemici di cui aver paura ce li abbiamo a casa nostra!

Giuseppe Salamone 

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Eravamo tranquilli in Europa, è bastato che venisse a trovarci un essere indegno che ci comanda come se dipendessimo da lui, per scatenare il caos... pecunia non olet, usavano dire gli antichi... 
cetta

martedì 29 settembre 2026

Vincenzo Costa: “La guerra inevitabile"

“La guerra inevitabile - La UE e gli USA hanno bisogno delle risorse e del territorio russo.
Per molte ragioni, di natura economica (riserve energetiche, alimentari, l'artico, le rotte commerciali) e politiche,
cioè accerchiare la Cina e contenere il suo sviluppo, che sta permettendo ai paesi non occidentali di riappropriarsi delle proprie risorse e di liberarsi dal colonialismo, in Africa, dove la Francia perde la possibilità di sfruttare quei paesi, in America Latina, in Asia.
Avevano un accesso alle risorse russe, ma senza esserne padroni. Questa guerra è iniziata perché l'Occidente pensava di potersene appropriare in fretta, che la Russia sarebbe crollata in pochi mesi o poche settimane, che ci sarebbe stato un regime change e si sarebbe disintegrata come stato, dando origine a tante piccole repubbliche facilmente dominabili.
Draghi fu molto chiaro: poche settimane, qualche sacrificio temporaneo e poi padroni noi delle risorse russe.
Le cose sono andate diversamente.
La Russia ha sofferto e sta soffrendo delle sanzioni e della guerra, ma sta tenendo duro, e' unita, e sta sviluppando il processo di disaccoppiamento dall'Europa.
Gli investimenti vanno verso l'estremo oriente, si cerca di attrarre li fette crescente di popolazione, il partner fondamentale è la Cina.
La Russia si sta dirigendo a est, come tutto il mondo del resto. L'Europa diverrà un promontorio insignificante del continente asiatico.
In dieci anni sarà ai margini del mondo.
La UE pensava di potersi appropriare in fretta delle sue risorse, e ora si trova alla disperazione, un angolo del mondo sempre più provinciale, povero.
Prezzo del diesel oltre ogni ragionevole sopportabilità,
gas pure, dissangua le sue popolazioni per dare una spallata che fallisce.
Voleva isolare la Russia e si è isolata dal mondo. In Francia lo 11% delle pompe di benzina sono chiuse per mancanza di carburante, gli usa non esportano carburante per contenere il suo prezzo interno.
L'Europa non può sostenere a lungo tutto ciò, senza accesso alle risorse russe muore molto in fretta.
Per la UE la guerra è necessaria, deve cercarla a ogni costo.
Per questo cercherà la guerra frontale, deve fare in fretta, farà di tutto perché si giunga a una guerra con la Russia. Le provocazioni aumenteranno, si cercherà di costringere la Russia a reagire. Ieri 1600 droni coi soldi nostri su Mosca.
Se la Russia non reagisce si aumenterà l'aggressione. Là si deve costringere a difendersi.
Non lasceranno alla Russia altra scelta.
I tedeschi spostano reparti al confine, quel tricheco di ammiraglio dice che siamo pronti alla guerra, in Germania si stanno preparando a ricevere soldati feriti in battaglia.
La guerra non sarà però solo sul fianco est. Tutto il mediterraneo sarà in fiamme.
L'Algeria può essere una base di lancio, le nostre coste saranno sotto attacco, i rifornimenti energetici ridotti a zero, e già l'Arabia Saudita ha detto che per un mese niente forniture a causa degli attacchi dei ribelli dello Yemen.
Può essere una carneficina di dimensioni mai viste. Tutte le nostre vite saranno sconvolte.
E' questo che vogliamo?
Chi insiste per alzare il livello dello scontro dove vuole andare?”.

#TGP #UE #Europa #Russia

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Altro che guerra, la bugia è ibrida. - Pino Corrias

 

Dopo il planetario terrorismo islamico che ci assediava di minuto in minuto, di casa in casa, ora è di grande attualità e di massima ridondanza la guerra ibrida che ha un vantaggio formidabile sulle guerre normali.
Può cominciare senza cominciare, essere combattuta senza combattenti, dichiarata senza dichiarazione e soprattutto scoperta ogni mattina aprendo il giornale.
Un drone sbaglia strada? Guerra ibrida.
Un aeroporto chiude?
Guerra ibrida. Un hacker entra dove non dovrebbe? Guerra ibrida. Un partito sgradito prende troppi voti? Guerra ibrida.
Un treno accumula ritardo? Guerra ibrida anche quella, persino al netto di Salvini.
[…]
Naturalmente la guerra ibrida esiste. La Nato – che la usa dai tempi della Guerra fredda, esattamente quanto la Russia di ieri e di oggi – la definisce come combinazione coordinata di strumenti militari e non militari: disinformazione, sabotaggi, interferenze politiche, spionaggio, operazioni clandestine al punto che è sempre arduo attribuirne la regia.
Ma una cosa è dire che Mosca utilizza sabotaggi e cyber-war – com’è risultato in alcune circostanziate – un’altra è trasformare ogni anomalia europea in una trappola putiniana, per gridare al riarmo. Giustificarlo. Pretenderlo. Finanziarlo.
Un intero genere giornalistico ci va a nozze.
Dal 2022 abbiamo letto che Putin avrebbe attaccato la Nato entro tre anni. Poi quattro. Ora entro il 2030.
Meglio di tutti il sergente Calenda che un mese fa ha previsto l’attacco “in autunno”, cioè ora, boom!
Gli allarmi arrivano dall’Ucraina combattente. E dai baltici che hanno ragioni storiche piuttosto solide per temere Mosca. Approdano ai network, ai giornali, alla Rete senza attendere conferme. L’ultimo viene dalla Cia, no anzi dal governo lituano, che ha incaricato El Mundo di svelarci che Mosca prepara attacchi a Francia, Spagna, Italia.
Una bufala, smentita da tutti il giorno dopo, ma che ha funzionato benissimo il giorno prima.
Peccato che nessuna delle nostre vedette d’inchiostro abbia fatto, in premessa, la domanda più urgente: perché mai Putin dovrebbe attaccare Francia, Spagna, Italia? Quale sarebbe il movente? Quale il bottino? Quali le possibilità di vittoria?
La Nato conta 32 Paesi e nel 2025 ha speso in armi 1.581 miliardi di dollari, il 55 per cento dell’intera spesa militare mondiale. 559 miliardi li hanno spesi i soli membri europei dell’Alleanza, 954 gli Stati Uniti.
E la Russia? 190 miliardi, otto volte di meno. Ha senso immaginare che senza riuscire a vincere nelle limitate regioni del Donbass, la Russia dovrebbe avventurarsi ad attaccare i 27 eserciti d’Europa?
Eppure. Se lo scenario non ha senso, l’allarme ne ha moltissimo, visto che mentre la guerra futura slitta sul calendario, la nostra spesa vuole correre al presente.
Bruxelles ha fretta di difenderci stanziando 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni. E le opinioni pubbliche riluttanti hanno bisogno di essere convinte a colpi di minaccia.
Guai ai pacifisti. Guai ai disertori. Guai agli smidollati che parlano di pace, fosse anche il Papa, sempre lodato, sempre ignorato, sempre considerato “il marziano a Roma”. Mentre i cronisti diventati strateghi, i politici in conto spese, gli amministratori delegati delle fabbriche di armi, loro sì che s’intendono di geopolitica.
[…]
Non occorre immaginare una riunione segreta di ministri, generali, direttori di giornale, Ursula von der Leyen, Kaja Kallas e fabbricanti di missili che decidono il titolo di domani.
La macchina della paura funziona senza il bisogno di complotti, in automatico.
Il politico lancia l’allarme.
L’intelligence spiega lo scenario. Il generale lo conferma. Il giornale lo illumina. Il talk show convoca l’esperto. L’esperto amplifica il pericolo.
Il pericolo penetra nell’opinione pubblica che lo assorbe, possibilmente senza farsi troppe domande sulla spesa prevista. Senza chiedersi a cosa si dovrà rinunciare, visto che i bilanci degli Stati non sono il miracolo dei pani e dei Leopard.
E per difendere quale società futura se sanità, scuola, salari, benessere, coesione sociale, dovranno diventare le vittime collaterali del “prontissimo riarmo”?
Il potere multiuso della parola “ibrida” rilanciata oggi è identico al successo mediatico che hanno avuto le parole “terrorismo islamico” appena ieri. Il pericolo e il sangue versato erano reali. Ma la sua ossessiva rappresentazione occidentale era smisuratamente più vasta della sua distribuzione geografica. I data center hanno censito 48.035 attentati islamisti dal 1979 al maggio 2021 e almeno 210.138 i morti. Ma il 91,7 per cento delle vittime era nei Paesi musulmani. L’Europa ha avuto 789 morti in 42 anni. Gli Stati Uniti: 3.121, quasi tutti concentrati in un solo giorno, l’11 settembre 2001.
Eppure noi occidentali abbiamo vissuto dentro l’autorappresentazione dell’assedio e delle sue conseguenze: riduzione dei diritti, intercettazioni, leggi speciali, metal detector, liquidi sequestrati negli aeroporti, scarpe tolte, cestini trasparenti, telecamere, terroristi dietro a ogni trolley. E poi film, serial, libri, paranoia. Oltre naturalmente alle bombe e agli stermini delle guerre vere, dichiarate per la “nostra sicurezza nazionale”, ma dislocate in Iraq, Afghanistan, Siria, Iran, Libia, Libano, Somalia, Yemen.
Il terrorismo islamista uccideva nella stragrande maggioranza musulmani, ma la sua camera dell’eco risuonava da noi. Ora il vecchio mostro è in declino.
Ne abbiamo uno più moderno, europeo, tecnologico e soprattutto elastico. La guerra ibrida non ha neanche bisogno del morto.
Le basta un server spento.
Un drone visto male nella nebbia.
Il punto non è assolvere Putin. Ma rendersi conto che la guerra ibrida corre sempre nei due sensi, anche se noi illuminiamo solo quella allestita dai nostri nemici – Russia, Cina, Iran, Corea del Nord – cancellando quella che predisponiamo a specchio, con i medesimi strumenti tecnologici, economici, militari, informativi. Saperlo non assolve Mosca di un solo carro armato entrato in Ucraina.
Ma svela l’inganno di quelli che non vedono l’ora di svuotare le buone ragioni dei granai per riempirli di missili, munizioni e tuoni di ibride bugie.

La benzina, la Cina e il cambio di paradigma. - Tommaso Merlo

 

Dal benzinaio paghiamo l’aggressione illegale americana all’Iran, un paese colpevole di essere farcito di petrolio e dare fastidio alle lobby che infestano Washington. A differenza delle altre guerre a vanvera, questa non la paghiamo solo coi miliardi di soldi pubblici che finiscono in bombe invece che in scuole ed ospedali, ma anche quando dobbiamo mettere mano al portafoglio per tirare avanti. E mentre noi ci impoveriamo, la bulimica lobby della guerra ingrassa.
Stiamo assistendo ad un epocale trasferimento di ricchezza dai cittadini ad una cerchia sempre più ristretta di privilegiati. Benvenuti nell’era della Repubblica capitalista, oligarchica e guerrafondaia. Un sistema che garantisce sempre più profitti ai ricchi e scarica tutti i costi suoi comuni mortali. Ma non dobbiamo perdere la speranza, l’impero americano sta crollando e la Cina ha molto più sale in zucca. Xi in confronto a Trump sembra Confucio ma del resto per fare politica ad alti livelli in Cina servono titoli accademici e decenni di gavetta sul campo, un lungo percorso meritocratico perché dare in mano un paese a degli ignoranti ed inetti e magari pure corrotti e rimbambiti dall’età, è da pazzi.
Negli Stati Uniti per fare politica ad alti livelli servono invece soldi, cinismo e spudoratezza. Chi è ricco è considerato migliore e capace di tutto, anche di fare politica come se un paese fosse un’azienda e la società un mercato e gli altri paesi concorrenza o nemici da annientare. Una deriva palese grazie a Trump. Gli Stati Uniti sono diventati una Repubblica capitalista fondata sul consumo la cui sovranità appartiene alle lobby oligarchiche che la esercitano nei limiti dei loro interessi egoistici.
Al tavolo d’onore con Xi e Trump c’era anche Elon Musk e non certo per caso. Le migliori auto elettriche al mondo sono prodotte dal colosso cinese BYD le cui auto però sono addirittura bandite negli Stati Uniti nonostante in confronto le Tesla sono dei costosissimi rottami, o meglio proprio per questo. Il famoso mercato libero almeno fino a quando conviene agli oligarchi che in caso contrario lo imprigionano e non si fanno certo scrupoli a mungere la mammella statale. Repubblica capitalista ed oligarchica fondata sull’ipocrisia e la fregnaccia epocale della “mano invisibile” del mercato che trasforma magicamente l’egoismo dei singoli individui nel maggior benessere possibile per l’intera società. Già, come no, oligarchi come Musk hanno accumulato più soldi d’interi paesi in cui milioni di persone lottano per sopravvivere. Davvero una pazzia. E non bastandogli più sfruttare il lavoro, gli oligarchi sono passati a sfruttare anche lo stato comprandosi la politica oramai ridotta a marketing col compito di infinocchiare le masse convincendole che contano ancora qualcosa e ricevendo in cambio onorevoli poltrone.
Ma tira aria di cambio di paradigma e dalla “mano invisibile” stiamo passando ad un mega dito medio e sempre più visibile anche grazie alle imprese di Trump e soci.
Già, non dobbiamo perdere la speranza, l’impero americano sta crollando e la Cina ha molto più sale in zucca.
In Cina hanno capito che la libertà di mercato funziona per aziende e prodotti in quanto stimola innovazione e riduzione dei prezzi, ma non funziona affatto per persone e società. La competizione genera sviluppo economico ma non umano e sociale, anzi, l’opposto. Per questo in Cina il timone lo mantiene la politica e quindi non prevale la mera logica del profitto ma un pensiero più lungimirante, profondo e sensibile.
Mentre gli Stati Uniti sono in balia di una cricca di oligarchi che reagisce scompostamente al caos che crea, la Cina è governata da classi politiche competenti e che portano avanti un progetto collettivo di lungo periodo che include la pianificazione e la regolazione del mercato affinché serva davvero l’interesse pubblico e non solo quello privato. Fatti.
Negli Stati Uniti mangiano porcherie chimiche per i profitti dell’industria alimentare e si svenano in medicine o crepano sul divano per i profitti dell’industria farmaceutica e quella sanitaria. E che dire dei profitti dell’indotto delle armi e quindi della guerra che hanno trasformato le strade americane e il mondo intero in un Far West. In Cina hanno capito che ad essere centrale deve essere lo stato e non il mercato. La politica deve prevalere sull’economia in modo da usare il capitalismo invece di venirne usati. Il mercato deve essere sufficientemente libero per generare sviluppo economico ma lo sviluppo sociale spetta alla politica. Solo così prevale il bene pubblico sugli egoismi privati e si maturano decisioni sagge invece di garantire sempre più profitti ai ricchi e scaricare tutti i costi suoi comuni mortali. Ma i cinesi seguono la loro strada e noi dobbiamo seguire la nostra sfruttando l’epocale cambio di paradigma per riconquistare una pace anche sociale attraverso una equa distribuzione delle risorse e una democrazia autentica.

sabato 26 settembre 2026

CHI AVVELENA I POZZI. - Marco Travaglio

 

Come il sabotaggio russo all’aereo della Von der Leyen, che non era né un sabotaggio né russo.
Come l’attentato russo all’aereo di Zelensky, che non era un attentato perché il drone è caduto a 160 km e non era russo perché – secondo i nostri Servizi citati dal Corriere – “si trattava di un drone ucraino”.
Come il drone russo che spiava la fabbrica di elicotteri di Leonardo a Vergiate e non era né un drone né russo, ma un aggeggio comprato su Amazon per potenziare il segnale Gsm in una villetta lì vicino.
Insomma, come tutti gli allarmi dell’ultimo anno e mezzo sulla guerra ibrida russa all’Europa, anche il rapporto Cia “svelato” da un ministro lituano a El Mundo sull’imminente attacco di droni russi via nave contro Italia, Francia e Spagna era una bufala: l’hanno smentito i tre Paesi,
ma soprattutto la Cia.
Siccome però è impossibile che i falsi allarmi quotidiani degli ultimi 18 mesi siano sorti per caso, bisogna chiedersi chi fabbrica questa spazzatura per avvelenare i pozzi e trascinarci in guerra:
chi mena le danze di questa guerra ibrida a suon di fake news anti-russe mentre strilla alla guerra ibrida delle fake news russe.
Un anno fa, il 20.9.2025, quando Kiev accusò Mosca di aver attaccato la Polonia con uno sciame di droni e Varsavia finse di crederci, salvo poi ammettere che l’unico danno l’aveva causato un missile polacco, il capo dell’Aise Caravelli riferì al Copasir che l’ipotesi più probabile era che quei droni avessero sconfinato dal teatro di guerra in Bielorussia e poi in Polonia perché deviati da barriere elettromagnetiche di Kiev.
E dal governo italiano trapelò irritazione verso Zelensky,
che nelle stesse ore lo “avvisava” di un piano di Putin per colpire l’Italia: piano ovviamente inventato.
Ora ci risiamo.
E nel governo torna il sospetto che il falso allarme Cia sia un’altra provocazione ucraina, in joint venture con Vilnius.
Sempre allo stesso scopo: spillarci altri soldi e armi, screditare come putiniano chi si oppone all’escalation e trascinare l’Europa occidentale nella guerra alla Russia che le Repubbliche baltiche (come pezzi di Polonia, Germania e altri Stati del Nord) sognano da 80 anni, ma non hanno i mezzi per combattere.
Tanto si sa che i media dominanti rilanciano qualunque panzana anti-russa senza cercare uno straccio di prova e financo ignorando le smentite.
La propaganda a suon di fake news la fanno tutti.
Ma qui a farla sono Paesi alleati (i Baltici) o da noi finanziati e armati perché scambiati per amici (l’Ucraina).
Un governo serio riferirebbe in Parlamento, ufficializzerebbe che l’allarme è falso, indicherebbe autori e mandanti e annuncerebbe le ritorsioni.
Ma siamo in Italia:
qui la peggior punizione per chi avvelena i nostri pozzi è un nuovo pacchetto di soldi e di armi.
F.Q. 26 settembre


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Così ci turlupinano, per indurci ad accondiscendere alle loro mire...
cetta