Un diario, dove annoto tutto ciò che più mi colpisce. Il mio blocco per gli appunti, il mio mondo.
venerdì 17 luglio 2026
Europa contro Europa.
venerdì 15 maggio 2026
GRAZIE TAJANI -
(o dell’arte sublime di dire ad alta voce quello che di solito a Bruxelles sussurrano dietro le tende insonorizzate)
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è un patrimonio dell’umanità.
Un uomo che, in un continente dove tutti parlano come libretti delle istruzioni della lavastoviglie, riesce ancora nel miracolo della spontaneità involontaria.
Un poeta del lapsus geopolitico.
Un rabdomante della verità non richiesta.
Già ci aveva regalato quella meravigliosa vetta del diritto contemporaneo:
“Il diritto internazionale… fino a un certo punto.”
Una frase che meriterebbe di essere scolpita all’ingresso della NATO, magari sotto le stelle dorate dell’Unione Europea, tra una lobby e un cocktail sulla “pace sostenibile”.
Ma stavolta il nostro Antonio si è superato.
Parlando dei negoziati tra Russia e Ucraina, ha dichiarato candidamente:
“Il negoziatore lo sceglie l’Europa.”
Capolavoro.
Cioè: due Paesi combattono, muoiono, trattano… e poi arriva Bruxelles col numerino del supermercato:
“Scusate, tocca a noi parlare. Abbiamo prenotato.”
Una scena che sembra scritta da Ionesco dopo tre gin tonic con Ursula.
Perché qui il punto è magnifico:
formalmente l’Unione Europea NON sarebbe parte in guerra.
Però pretende il posto al tavolo delle trattative.
Pretende di decidere le condizioni.
Pretende di validare la pace.
Un po’ come uno che entra in una rissa al bar distribuendo spranghe per tre anni… e poi pretende di fare anche l’arbitro imparziale.
Ma Tajani, nella sua trasparenza da finestra lasciata aperta durante un interrogatorio, va oltre.
E ci spiega pure il vero nodo:
“Avendo imposto le sanzioni alla Russia, per toglierle serve l’intervento dell’Unione Europea.”
Traduzione simultanea dal burocratese al linguaggio umano:
“Anche se Mosca e Kiev si mettessero d’accordo… senza di noi non si chiude niente.”
Cioè la pace, secondo i tecnocrati europei, sarebbe ormai un prodotto con licenza UE.
Marchio CE.
Con bollino blu.
Aggiornamento firmware obbligatorio.
E probabilmente modulo in triplice copia da inviare entro 30 giorni lavorativi.
Immaginate la scena.
Russia e Ucraina firmano un cessate il fuoco.
I popoli tirano un sospiro di sollievo.
E da Bruxelles parte una PEC:
“Gentili utenti, la pace da voi richiesta non è conforme agli standard europei.”
Il problema vero, infatti, è che a Bruxelles serpeggia il terrore assoluto:
che la guerra finisca senza il timbro dell’Eurocrazia.
Dopo aver investito centinaia di miliardi nel più costoso reality geopolitico del continente, rischiano che qualcuno spenga le telecamere prima del finale di stagione.
E allora ecco il panico:
non sia mai che gli americani trattino, i russi trattino, gli ucraini trattino… e l’Europa resti lì, con l’elmetto di cartone in mano e il manuale delle sanzioni aperto a pagina 47.
Ma la cosa più straordinaria è che Tajani queste cose NON le lascia trapelare.
Le annuncia.
Con la serenità di uno che crede di aver detto qualcosa di assolutamente normale.
Ed è per questo che bisogna volergli bene.
Perché in un’epoca di propaganda chirurgica, slogan prefabbricati e conferenze stampa scritte dagli uffici marketing della guerra… lui resta l’ultimo uomo capace
di inciampare nella verità.
Tajani non comunica.
Confessa. ![]()
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Don Chisciotte
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lunedì 4 maggio 2026
L'EUROPA SI STA' PREPARANDO A RICEVERE UN CALCIO NEI DENTI DALLA RUSSIA, MA NE STA RICEVENDO UNO DAGLI STATI UNITI. - Eugenio Cortinovis
venerdì 24 aprile 2026
Da Mosca ultimo avvertimento alla Germania.
Mentre quasi tutti i bollettini dell’oligarchia europea, chiamati impropriamente giornali, si dedicano alla demonizzazione delle parole del giornalista e conduttore russo Vladimir Solov’ëv, quello che dopo la Meloni se l’è presa anche con Calenda che è come sparare sulla Croce rossa, ci sono ben altre notizie che arrivano e che testimoniano di come l’evoluzione delle cose stia mettendo all’angolo la Germania bellicista che di fatto governa l’Europa continentale.
sabato 6 dicembre 2025
Cosa vuole fare l'Europa degli asset russi. - Luciana Grosso
L'idea di utilizzarli per finanziare lo sforzo bellico ucraino non mette d'accordo tutti, col Belgio in particolare a fare resistenze. Si temono, infatti, le possibili ritorsioni da parte di Mosca.
L’ultima puntata della saga dell’impotenza europea nei confronti della Russia e della sua violenza ha la forma degli asset russi. Si tratta di beni di vario tipo che le istituzioni europee e britanniche (oltre che, in minor parte, statunitensi) hanno congelato nell’ambito della campagna di sanzioni avviata nel 2022 dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Quei beni sono stati sequestrati, non confiscati. Il che significa che restano di proprietà russa, solo che i russi non ne possono godere. Allo stesso modo, sono in custodia europea (o di chi li abbia sequestrati) ma comunque gli europei non ne possono godere. Sono lì, fermi. In attesa che l’evoluzione della guerra ne consenta lo sblocco.
Secondo le stime, il loro valore complessivo è di poco meno di 250 miliardi di euro, una cifra che se confermata equivarrebbe a poco meno dell’intera riserva monetaria della Russia. Ma anche una cifra che potrebbe servire molto all’Ue impegnata, ormai praticamente da sola, dopo il progressivo ritiro degli USA, a sostenere la spesa militare ucraina.
Il nodo del se e del come.
Per questo, da mesi, l’idea di usare gli enormi fondi russi fermi nei forzieri europei ha preso a farsi strada a Bruxelles. Prima usandone, cosa perfettamente legale, gli interessi generati. Poi, più di recente, con la volontà di attingere direttamente da quei fondi espressa dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell'Unione: “Dobbiamo trovare urgentemente una nuova soluzione per finanziare lo sforzo bellico dell'Ucraina usando i beni russi bloccati. Grazie alle disponibilità liquide associate a tali beni, potremo fornire all'Ucraina un prestito di risarcimento (Reparations Loan). [...]. L'Ucraina rimborserà il prestito solo una volta che la Russia avrà pagato i risarcimenti. I fondi aiuteranno l'Ucraina nell'immediato,ma saranno cruciali anche per la sua sicurezza a medio e lungo termine. Ad esempio finanzieranno il rafforzamento delle forze armate come prima linea di garanzie di sicurezza”.
Le minacce della Russia.
Il problema però è che l’uso di questi fondi, che sono stati sequestrati e non confiscati, pone una serie di problemi di legittimità dal punto di vista del diritto internazionale. Non è impossibile, ma è difficile. E soprattutto rischioso.
A questo quadro, gia complesso circa la legittimità di usare o meno i fondi russi per pagare le armi da spedire in Ucraina si unisce infatti un altro tassello: le minacce, tutt’altro che velate di Mosca nel caso in cui una decisione del genere venisse presa. Un articolo di New York Times riporta che il 15 settembre, commentando l’ipotesi che l’Ue potesse usare i fondi russi, Dmitri Medvedev, vicepresidente del Consiglio per la sicurezza nazionale russo, ha dichiarato che la Russia “avrebbe perseguito gli Stati dell'UE e i "degenerati europei di Bruxelles" che hanno tentato di confiscare le proprietà russe "fino alla fine dei tempi" e "con ogni mezzo possibile, anche in via extragiudiziale”.
Ma al di là dele parole minacciose di Medvedev, un personaggio sul cui reale ruolo e peso a Mosca ci sono molti dubbi, lo stesso articolo del New York Times riferisce anche che ci potrebbero essere vari modi con cui la Russia potrebbe rifarsi. “Gli esperti - scrive il giornale - affermano che il Cremlino potrebbe, in risposta, sequestrare i beni europei in Russia. Ciò potrebbe includere i cosiddetti conti di tipo C, in cui Mosca ha sequestrato i guadagni russi di entità e individui stranieri dopo che l'Occidente ha congelato i suoi beni sovrani. Gli stranieri possono prelevare beni dai conti di tipo C solo con l'approvazione del governo russo. Mosca potrebbe anche sequestrare beni e azioni di società straniere in Russia e venderli. Dall'inizio della guerra, Mosca ha rilevato le attività di diverse società europee in Russia, tra cui quelle del produttore di birra danese Carlsberg. Alexander Kolyandr, ricercatore senior non residente presso il Center for European Policy Analysis, afferma che Mosca potrebbe seguire la strategia europea ed emettere un prestito a valere sulle attività presenti nei conti di tipo C per finanziare il suo bilancio statale in difficoltà”.
Uno stallo alla messicana.
Insomma una situazione non semplice, una specie di stallo alla messicana.
Uno stallo che si potrebbe rompere se, almeno, da parte europea ci fosse unità di intenti e decisione sulla linea da seguire. Non è questo il caso. E non per colpa dei ‘soliti’ recalcitranti e filo russi leader di Ungheria e Slovacchia, ma anche per l’esitazione di un Paese come il Belgio, il cui premier, Bart De Wever, nel Consiglio di ieri, ha fermato tutto e fatto rinviare la decisione a dicembre. Il problema sollevato da De Wever non è di poco conto. Perché la stragrande maggioranza dei fondi russi sequestrati si trova nei forzieri della società belga Euroclear, cosa che potrebbe mettere il Belgio nel mirino di Mosca e di eventuali richieste di risarcimento. Secondo Politico, De Wever avrebbe chiesto: "Se la Russia può effettivamente reclamare il denaro per qualsiasi motivo... il denaro deve essere disponibile immediatamente. Chi fornirà questa garanzia? 'Siete voi? Sono gli Stati membri?”. A questa domanda, nota il quotidiano, “non è stata data risposta con uno tsunami di entusiasmo attorno al tavolo”. Così il Consiglio si è chiuso con un generico auspicio a che la Commissione trovi, entro il prossimo dicembre un modo per aiutare l’Ucraina senza esporsi a rischi di natura legale e senza esporre il Belgio a ritorsioni. Un modo che, un po’ come la difesa europea, è ancora tutto da scrivere.
giovedì 20 novembre 2025
Il Primo Ministro, Robert Fico, ha annunciato di voler intentare una causa contro l’Unione Europea che ha deciso di bloccare le importazioni di gas naturale dalla Russia verso l’UE.
La notizia che arriva dalla Slovacchia è dirompente e importantissima. Il Primo Ministro, Robert Fico, ha annunciato di voler intentare una causa contro l’Unione Europea dopo che la stessa ha deciso di bloccare le importazioni di gas naturale dalla Russia verso l’UE. Leggete con attenzione le sue parole, coraggiose:
“Vorrei informarvi, signore e signori, che ho incaricato il vice primo ministro della Repubblica slovacca, il ministro degli Affari esteri e il ministro della Giustizia, di presentare un documento alla prossima riunione del governo, in cui analizzeremo la possibilità di intentare una causa contro l’Unione europea per interrompere la fornitura di gas russo alla Slovacchia. Questa decisione ci sta causando un danno enorme”.
Bisogna dire a Giorgia Meloni di prendere appunti: questa si chiama sovranità, questo è patriottismo. Questo significa difendere i propri interessi nazionali e tutelare i propri cittadini.
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sabato 25 ottobre 2025
Chi paga il prezzo delle sanzioni americane contro la Russia? L’Europa e le sue imprese.
Le ultime sanzioni varate dagli Stati Uniti contro la Russia arrivano in un momento di crescente tensione geopolitica e di grande vulnerabilità economica per l’Europa.
Mentre a Washington la linea ufficiale resta quella della “massima pressione” sul Cremlino, nel Vecchio Continente si moltiplicano le domande su quale sia, in realtà, il prezzo di questa strategia — e su chi stia davvero pagando il costo più alto.
L’impatto reale sul mercato energetico.
Ogni nuova tornata di sanzioni incide indirettamente sul mercato globale dell’energia. Limitare l’export russo di petrolio e gas significa ridurre l’offerta mondiale e, di conseguenza, far salire i prezzi. Per l’Europa — ancora fortemente dipendente da fonti fossili e in una fase di transizione energetica incompleta — ciò si traduce in bollette più alte, inflazione crescente e perdita di competitività industriale.
A pagare il prezzo maggiore non sono i grandi gruppi multinazionali, che riescono ad assorbire l’impatto grazie alla diversificazione e alle rendite speculative, ma le famiglie e le piccole e medie imprese, già provate da anni di crisi e incertezza.
Molti governi europei, costretti a varare nuovi piani di aiuti e sussidi per contenere l’emergenza energetica, si trovano così schiacciati tra due forze opposte: la lealtà verso Washington e la crescente insofferenza delle proprie opinioni pubbliche.
L’Europa tra lealismo atlantico e necessità strategica.
Negli ultimi anni, Bruxelles ha cercato di mantenere un equilibrio tra la fedeltà alla linea americana e la difesa dei propri interessi economici. Tuttavia, le sanzioni successive al 2022 hanno mostrato i limiti di questa posizione.
La realtà è che l’Europa ha molto più da perdere: il costo dell’energia resta più alto rispetto a quello degli Stati Uniti, le industrie energivore del Nord si spostano verso mercati più convenienti, e il consenso popolare verso la politica sanzionatoria comincia a erodersi.
Mentre gli Stati Uniti beneficiano di prezzi energetici più bassi e attraggono nuovi investimenti industriali, molte aziende europee stanno riconsiderando la propria permanenza nel continente. La politica sanzionatoria, pensata per isolare Mosca, rischia così di indebolire la struttura produttiva europea, già fragile dopo la pandemia.
Molti analisti europei sottolineano come le misure restrittive abbiano avuto un impatto limitato sulla capacità russa di sostenere lo sforzo bellico, mentre hanno contribuito a una riorganizzazione economica globale che penalizza l’Occidente stesso.
La Russia, infatti, ha progressivamente consolidato i propri rapporti con Cina, India, Iran e i Paesi del Golfo, spostando verso Est il baricentro della sua economia e creando nuovi canali commerciali e finanziari al di fuori dell’orbita occidentale.
La frattura invisibile nell’alleanza transatlantica.
Dietro la retorica dell’unità, si nasconde una frattura crescente tra gli interessi strategici americani e quelli europei. Per Washington, la priorità resta contenere l’espansione russa e riaffermare la propria leadership globale; per l’Europa, invece, la priorità è sopravvivere a una crisi economica e sociale che rischia di minare la coesione interna dell’Unione.
Non è un caso che in diversi Paesi europei — dalla Germania all’Italia, dalla Francia all’Ungheria — si stiano moltiplicando voci critiche verso un approccio considerato più ideologico che pragmatico. La domanda di fondo è sempre la stessa: può l’Europa continuare a sostenere una politica di sanzioni che la penalizza più del suo avversario?
Una riflessione necessaria.
Non si tratta di mettere in discussione la necessità di risposte politiche e morali di fronte a un conflitto, ma di domandarsi se l’attuale approccio serva davvero gli obiettivi dichiarati.
Le sanzioni dovrebbero indebolire l’aggressore, non colpire indirettamente i cittadini dei Paesi che le impongono.
L’Europa, oggi più che mai, ha bisogno di una politica estera autonoma e pragmatica, capace di conciliare valori e interessi, e di definire un nuovo equilibrio tra sicurezza, energia e sovranità economica.
Questo non significa abbandonare l’alleanza atlantica, ma ridefinirla su basi più paritarie e fondate su un autentico rispetto reciproco.
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Chi paga il prezzo delle sanzioni americane contro la Russia? L’Europa e le sue imprese.
