Mentre quasi tutti i bollettini dell’oligarchia europea, chiamati impropriamente giornali, si dedicano alla demonizzazione delle parole del giornalista e conduttore russo Vladimir Solov’ëv, quello che dopo la Meloni se l’è presa anche con Calenda che è come sparare sulla Croce rossa, ci sono ben altre notizie che arrivano e che testimoniano di come l’evoluzione delle cose stia mettendo all’angolo la Germania bellicista che di fatto governa l’Europa continentale.
Un diario, dove annoto tutto ciò che più mi colpisce. Il mio blocco per gli appunti, il mio mondo.
venerdì 24 aprile 2026
Da Mosca ultimo avvertimento alla Germania.
sabato 6 dicembre 2025
Cosa vuole fare l'Europa degli asset russi. - Luciana Grosso
L'idea di utilizzarli per finanziare lo sforzo bellico ucraino non mette d'accordo tutti, col Belgio in particolare a fare resistenze. Si temono, infatti, le possibili ritorsioni da parte di Mosca.
L’ultima puntata della saga dell’impotenza europea nei confronti della Russia e della sua violenza ha la forma degli asset russi. Si tratta di beni di vario tipo che le istituzioni europee e britanniche (oltre che, in minor parte, statunitensi) hanno congelato nell’ambito della campagna di sanzioni avviata nel 2022 dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Quei beni sono stati sequestrati, non confiscati. Il che significa che restano di proprietà russa, solo che i russi non ne possono godere. Allo stesso modo, sono in custodia europea (o di chi li abbia sequestrati) ma comunque gli europei non ne possono godere. Sono lì, fermi. In attesa che l’evoluzione della guerra ne consenta lo sblocco.
Secondo le stime, il loro valore complessivo è di poco meno di 250 miliardi di euro, una cifra che se confermata equivarrebbe a poco meno dell’intera riserva monetaria della Russia. Ma anche una cifra che potrebbe servire molto all’Ue impegnata, ormai praticamente da sola, dopo il progressivo ritiro degli USA, a sostenere la spesa militare ucraina.
Il nodo del se e del come.
Per questo, da mesi, l’idea di usare gli enormi fondi russi fermi nei forzieri europei ha preso a farsi strada a Bruxelles. Prima usandone, cosa perfettamente legale, gli interessi generati. Poi, più di recente, con la volontà di attingere direttamente da quei fondi espressa dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell'Unione: “Dobbiamo trovare urgentemente una nuova soluzione per finanziare lo sforzo bellico dell'Ucraina usando i beni russi bloccati. Grazie alle disponibilità liquide associate a tali beni, potremo fornire all'Ucraina un prestito di risarcimento (Reparations Loan). [...]. L'Ucraina rimborserà il prestito solo una volta che la Russia avrà pagato i risarcimenti. I fondi aiuteranno l'Ucraina nell'immediato,ma saranno cruciali anche per la sua sicurezza a medio e lungo termine. Ad esempio finanzieranno il rafforzamento delle forze armate come prima linea di garanzie di sicurezza”.
Le minacce della Russia.
Il problema però è che l’uso di questi fondi, che sono stati sequestrati e non confiscati, pone una serie di problemi di legittimità dal punto di vista del diritto internazionale. Non è impossibile, ma è difficile. E soprattutto rischioso.
A questo quadro, gia complesso circa la legittimità di usare o meno i fondi russi per pagare le armi da spedire in Ucraina si unisce infatti un altro tassello: le minacce, tutt’altro che velate di Mosca nel caso in cui una decisione del genere venisse presa. Un articolo di New York Times riporta che il 15 settembre, commentando l’ipotesi che l’Ue potesse usare i fondi russi, Dmitri Medvedev, vicepresidente del Consiglio per la sicurezza nazionale russo, ha dichiarato che la Russia “avrebbe perseguito gli Stati dell'UE e i "degenerati europei di Bruxelles" che hanno tentato di confiscare le proprietà russe "fino alla fine dei tempi" e "con ogni mezzo possibile, anche in via extragiudiziale”.
Ma al di là dele parole minacciose di Medvedev, un personaggio sul cui reale ruolo e peso a Mosca ci sono molti dubbi, lo stesso articolo del New York Times riferisce anche che ci potrebbero essere vari modi con cui la Russia potrebbe rifarsi. “Gli esperti - scrive il giornale - affermano che il Cremlino potrebbe, in risposta, sequestrare i beni europei in Russia. Ciò potrebbe includere i cosiddetti conti di tipo C, in cui Mosca ha sequestrato i guadagni russi di entità e individui stranieri dopo che l'Occidente ha congelato i suoi beni sovrani. Gli stranieri possono prelevare beni dai conti di tipo C solo con l'approvazione del governo russo. Mosca potrebbe anche sequestrare beni e azioni di società straniere in Russia e venderli. Dall'inizio della guerra, Mosca ha rilevato le attività di diverse società europee in Russia, tra cui quelle del produttore di birra danese Carlsberg. Alexander Kolyandr, ricercatore senior non residente presso il Center for European Policy Analysis, afferma che Mosca potrebbe seguire la strategia europea ed emettere un prestito a valere sulle attività presenti nei conti di tipo C per finanziare il suo bilancio statale in difficoltà”.
Uno stallo alla messicana.
Insomma una situazione non semplice, una specie di stallo alla messicana.
Uno stallo che si potrebbe rompere se, almeno, da parte europea ci fosse unità di intenti e decisione sulla linea da seguire. Non è questo il caso. E non per colpa dei ‘soliti’ recalcitranti e filo russi leader di Ungheria e Slovacchia, ma anche per l’esitazione di un Paese come il Belgio, il cui premier, Bart De Wever, nel Consiglio di ieri, ha fermato tutto e fatto rinviare la decisione a dicembre. Il problema sollevato da De Wever non è di poco conto. Perché la stragrande maggioranza dei fondi russi sequestrati si trova nei forzieri della società belga Euroclear, cosa che potrebbe mettere il Belgio nel mirino di Mosca e di eventuali richieste di risarcimento. Secondo Politico, De Wever avrebbe chiesto: "Se la Russia può effettivamente reclamare il denaro per qualsiasi motivo... il denaro deve essere disponibile immediatamente. Chi fornirà questa garanzia? 'Siete voi? Sono gli Stati membri?”. A questa domanda, nota il quotidiano, “non è stata data risposta con uno tsunami di entusiasmo attorno al tavolo”. Così il Consiglio si è chiuso con un generico auspicio a che la Commissione trovi, entro il prossimo dicembre un modo per aiutare l’Ucraina senza esporsi a rischi di natura legale e senza esporre il Belgio a ritorsioni. Un modo che, un po’ come la difesa europea, è ancora tutto da scrivere.
giovedì 20 novembre 2025
Il Primo Ministro, Robert Fico, ha annunciato di voler intentare una causa contro l’Unione Europea che ha deciso di bloccare le importazioni di gas naturale dalla Russia verso l’UE.
La notizia che arriva dalla Slovacchia è dirompente e importantissima. Il Primo Ministro, Robert Fico, ha annunciato di voler intentare una causa contro l’Unione Europea dopo che la stessa ha deciso di bloccare le importazioni di gas naturale dalla Russia verso l’UE. Leggete con attenzione le sue parole, coraggiose:
“Vorrei informarvi, signore e signori, che ho incaricato il vice primo ministro della Repubblica slovacca, il ministro degli Affari esteri e il ministro della Giustizia, di presentare un documento alla prossima riunione del governo, in cui analizzeremo la possibilità di intentare una causa contro l’Unione europea per interrompere la fornitura di gas russo alla Slovacchia. Questa decisione ci sta causando un danno enorme”.
Bisogna dire a Giorgia Meloni di prendere appunti: questa si chiama sovranità, questo è patriottismo. Questo significa difendere i propri interessi nazionali e tutelare i propri cittadini.
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sabato 25 ottobre 2025
Chi paga il prezzo delle sanzioni americane contro la Russia? L’Europa e le sue imprese.
Le ultime sanzioni varate dagli Stati Uniti contro la Russia arrivano in un momento di crescente tensione geopolitica e di grande vulnerabilità economica per l’Europa.
Mentre a Washington la linea ufficiale resta quella della “massima pressione” sul Cremlino, nel Vecchio Continente si moltiplicano le domande su quale sia, in realtà, il prezzo di questa strategia — e su chi stia davvero pagando il costo più alto.
L’impatto reale sul mercato energetico.
Ogni nuova tornata di sanzioni incide indirettamente sul mercato globale dell’energia. Limitare l’export russo di petrolio e gas significa ridurre l’offerta mondiale e, di conseguenza, far salire i prezzi. Per l’Europa — ancora fortemente dipendente da fonti fossili e in una fase di transizione energetica incompleta — ciò si traduce in bollette più alte, inflazione crescente e perdita di competitività industriale.
A pagare il prezzo maggiore non sono i grandi gruppi multinazionali, che riescono ad assorbire l’impatto grazie alla diversificazione e alle rendite speculative, ma le famiglie e le piccole e medie imprese, già provate da anni di crisi e incertezza.
Molti governi europei, costretti a varare nuovi piani di aiuti e sussidi per contenere l’emergenza energetica, si trovano così schiacciati tra due forze opposte: la lealtà verso Washington e la crescente insofferenza delle proprie opinioni pubbliche.
L’Europa tra lealismo atlantico e necessità strategica.
Negli ultimi anni, Bruxelles ha cercato di mantenere un equilibrio tra la fedeltà alla linea americana e la difesa dei propri interessi economici. Tuttavia, le sanzioni successive al 2022 hanno mostrato i limiti di questa posizione.
La realtà è che l’Europa ha molto più da perdere: il costo dell’energia resta più alto rispetto a quello degli Stati Uniti, le industrie energivore del Nord si spostano verso mercati più convenienti, e il consenso popolare verso la politica sanzionatoria comincia a erodersi.
Mentre gli Stati Uniti beneficiano di prezzi energetici più bassi e attraggono nuovi investimenti industriali, molte aziende europee stanno riconsiderando la propria permanenza nel continente. La politica sanzionatoria, pensata per isolare Mosca, rischia così di indebolire la struttura produttiva europea, già fragile dopo la pandemia.
Molti analisti europei sottolineano come le misure restrittive abbiano avuto un impatto limitato sulla capacità russa di sostenere lo sforzo bellico, mentre hanno contribuito a una riorganizzazione economica globale che penalizza l’Occidente stesso.
La Russia, infatti, ha progressivamente consolidato i propri rapporti con Cina, India, Iran e i Paesi del Golfo, spostando verso Est il baricentro della sua economia e creando nuovi canali commerciali e finanziari al di fuori dell’orbita occidentale.
La frattura invisibile nell’alleanza transatlantica.
Dietro la retorica dell’unità, si nasconde una frattura crescente tra gli interessi strategici americani e quelli europei. Per Washington, la priorità resta contenere l’espansione russa e riaffermare la propria leadership globale; per l’Europa, invece, la priorità è sopravvivere a una crisi economica e sociale che rischia di minare la coesione interna dell’Unione.
Non è un caso che in diversi Paesi europei — dalla Germania all’Italia, dalla Francia all’Ungheria — si stiano moltiplicando voci critiche verso un approccio considerato più ideologico che pragmatico. La domanda di fondo è sempre la stessa: può l’Europa continuare a sostenere una politica di sanzioni che la penalizza più del suo avversario?
Una riflessione necessaria.
Non si tratta di mettere in discussione la necessità di risposte politiche e morali di fronte a un conflitto, ma di domandarsi se l’attuale approccio serva davvero gli obiettivi dichiarati.
Le sanzioni dovrebbero indebolire l’aggressore, non colpire indirettamente i cittadini dei Paesi che le impongono.
L’Europa, oggi più che mai, ha bisogno di una politica estera autonoma e pragmatica, capace di conciliare valori e interessi, e di definire un nuovo equilibrio tra sicurezza, energia e sovranità economica.
Questo non significa abbandonare l’alleanza atlantica, ma ridefinirla su basi più paritarie e fondate su un autentico rispetto reciproco.
L'articolo Chi paga il prezzo delle sanzioni americane contro la Russia? L’Europa e le sue imprese proviene da InsideOver.
Chi paga il prezzo delle sanzioni americane contro la Russia? L’Europa e le sue imprese.
giovedì 23 ottobre 2025
Europa, come farsi del male...
lunedì 18 agosto 2025
LE UNICHE PAROLE SENSATE VENGONO DAL GEN. DELLA FOLGORE MARCO BERTOLINI. -
domenica 13 luglio 2025
BULLI E NANI DA GIARDINO MARCO TRAVAGLIO – IL FATTO – 13.07.2025
C'è qualcosa che non quadra...
Quindi, Trump dichiara la guerra dei dazi all'Europa e l'Europa si arma per non essere invasa dalla Russia?
Che cosa mi sfugge?
cetta.
Trump all'Ue: "Dazi al 30% dal 1 agosto". I settori e i Paesi più colpiti
(Adnkronos) – Dal primo agosto, se confermati, i nuovi dazi Usa del 30% sui prodotti europei minacciano di colpire settori strategici dell'economia Ue. Il provvedimento, annunciato da Donald Trump per correggere lo "squilibrio commerciale" a svantaggio degli Usa, rischia di colpire duramente esportazioni per centinaia di miliardi. L'Ue, che nel 2024 ha scambiato beni e servizi con gli Stati Uniti per 1.680 miliardi di euro, teme ripercussioni sistemiche e prepara contromisure. "Rimaniamo pronti a continuare a lavorare per raggiungere un accordo entro il 1 agosto. Allo stesso tempo, adotteremo tutte le misure necessarie per tutelare gli interessi dell'Ue, inclusa l'adozione di contromisure proporzionate se necessario", ha fatto sapere la Commissione europea in un comunicato in cui "prende nota" della lettera inviata dal presidente degli Stati Uniti. I Paesi che risentiranno di più delle nuove misure I dazi del 30 per cento sulle importazioni di prodotti da Paesi Ue negli Stati Uniti sono identici, ma il peso sui diversi Paesi è diverso. L'Irlanda, campione dell'industria farmaceutica europea grazie ai vantaggi fiscali garantiti agli investitori che versano in tasse solo il 15 per cento contro il 21 per cento previsto negli Usa, è il Paese che risentirà di più delle nuove misure, insieme alla Germania che vende agli Stati Uniti automobili, siderurgia e macchinari. L'Italia, come la Francia, è in seconda linea, secondo una analisi di Afp. L'Irlanda quindi ha un surplus commerciale con gli Stati Uniti di 86,7 miliardi di dollari (sul surplus di 235,6 miliardi di dollari complessivo Ue), generato proprio dai prodotti dei grandi gruppi farmaceutici americani che vi si sono stabiliti, come Pfizer, Eli Lilly e Johnson & Johnson, e anche tecnologici, fra cui Apple, Google e Meta. La Germania, come prima economia dell'Ue, è particolarmente sotto pressione, in ragione della sua dipendenza dalle esportazioni, con un surplus commerciale con gli Usa di 84,8 miliardi di dollari. Il cancelliere Friedrich Merz aveva citato esplicitamente come settori che l'Ue avrebbe dovuto proteggere nel corso dei suoi negoziati con gli Usa l'automotive, la chimica, la farmaceutica, i macchinari e l'acciaio. L'Italia e la Francia, con surplus commerciali con gli Usa rispettivamente di 44 miliardi di dollari e 16,4 miliardi, potrebbero essere in seconda linea. In entrambi i Paesi saranno colpiti l'agroalimentare, i prodotti vitivinicoli e l'auto. In Francia sono anche esposti i settori dell'aeronautica – un quinto delle esportazioni verso gli Usa, il lusso, i vini e il cognac. Fra i Paesi europei, anche l'Austria e la Svezia hanno un surplus commerciale, rispettivamente di 13,1 miliardi e 9,8. Farmaceutica: i prodotti farmaceutici rappresentano la principale voce dell’export europeo verso gli Stati Uniti, pari al 22,5% del totale nel 2024. Per ora sono esentati dai dazi annunciati, ma il settore rimane in allerta. Alcune aziende hanno già cominciato a rafforzare la produzione sul suolo americano, mentre chiedono all’Ue una semplificazione delle regole per restare competitive in un contesto globale sempre più instabile. Automotive: il comparto automobilistico europeo è tra i più esposti: nel 2024 l’Ue ha esportato negli Stati Uniti circa 750.000 veicoli per un valore di 38,5 miliardi di euro. A guidare l’export sono soprattutto i marchi tedeschi come Bmw, Mercedes, Porsche e Audi. Il mercato americano rappresenta quasi un quarto del fatturato di Mercedes, che vi produce anche Suv destinati all’export. Intanto, Volkswagen ha già registrato un forte calo delle consegne negli Usa dopo le prime ondate di dazi. Aeronautica: l’industria è già soggetta a dazi del 25% su acciaio e alluminio e del 10% sui prodotti finiti, come gli aerei. Airbus e Boeing avevano chiesto a giugno, al salone di Le Bourget, la rimozione delle barriere doganali per salvaguardare l’equilibrio del mercato globale, ma la nuova stretta rischia di aggravare i costi di produzione e frenare gli ordini transatlantici. Cosmetici: anche i profumi e i cosmetici europei, in particolare francesi e italiani, sono nel mirino. L’Oréal ha realizzato negli Stati Uniti il 38% del suo fatturato 2024 e importa gran parte dei suoi prodotti di lusso (Lancôme, Armani, Yves Saint Laurent). Il gruppo valuta un potenziamento della produzione locale, ma non esclude rincari sui prezzi al consumo per far fronte alla nuova imposizione fiscale. Lusso: per il settore, il rischio è di veder eroso un mercato fondamentale: Lvmh ottiene un quarto del proprio fatturato dagli Usa, il 34% per vini e liquori. Bernard Arnault ha auspicato una soluzione negoziata e proposto persino una zona di libero scambio transatlantica. Hermès aveva assorbito i precedenti dazi del 10% aumentando i prezzi, ma un +30% potrebbe rendere i suoi iconici prodotti inaccessibili per parte della clientela americana. Agroalimentare: potrebbe essere il settore più colpito in assoluto, soprattutto italiano e francese. Coldiretti parla di una "mazzata" per il Made in Italy: con i nuovi dazi, i rincari arriverebbero al 45% per i formaggi, al 35% per i vini e al 42% per conserve e marmellate. Anche la viticoltura francese lancia l’allarme: gli Usa rappresentano il primo mercato estero, con esportazioni per 3,8 miliardi di euro nel 2024. —internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Trump all'Ue: "Dazi al 30% dal 1 agosto". I settori e i Paesi più colpiti
sabato 10 maggio 2025
Oggi sarebbero dovuti essere tutti lì, a Mosca. - Giuseppe Salamone.
Solo dei folli e degli incoscienti potevano regalare il più grande serbatoio di materie prime alla Cina: la Russia! È una roba che grida vendetta quella che hanno combinato i leader dell'Unione Europea perché hanno tradito tutto: cittadini, valori, economia e storia.
Oggi sarebbero dovuti essere tutti lì, a Mosca. Per tanti motivi. In primis perché la Russia ha pagato col sangue di 27/30 milioni di vite umane per la nostra libertà. Si, per la nostra libertà. Noi italiani, in particolare, siamo stati responsabili in prima linea di quelle morti perché, come oggi lecchiamo il deretano a Ursula, Kaja Kallas e Washington, allora lo leccavamo ai nazisti. Se ne faccia una ragione Mattarella che fa paragoni da brividi col Terzo Reich e che oggi non ha trovato un secondo per scrivere due righe ricordando chi ci ha salvati dal baratro nazifascista.
Poi perché la Russia è Europa, la mamma dell'Europa. Regalare Mosca alla Cina è la sconfitta più grande della storia europea. Oltre alla parata oggi è stato ribadito al mondo intero che Russia e Cina stanno dalla stessa parte. Cooperano, commerciano, collaborano alla pari. Quelle orde di benpensanti suprematisti che continuano a ripeterci che oggi c'è stata la parata dei sanguinari farebbero bene a dare un'occhiata a casa loro.
Soprattutto a casa di Macron, quel fenomeno che riceve Al Jolani che sta sterminando sotto il silenzio Cristiani e Alawiti in Siria. Oppure a casa di Mattarella, che riceve il presidente dello Stato terrorista di isrl Isaac Herzog. Quello che firmava le bombe. Quello che presiede uno Stato che si sta macchiando del primo gen*cidio in diretta streaming. Ecco, loro sono sanguinari con tanto di prove. Ma questi non li vedete però. Forse perché non sono funzionali alla vostra propaganda di guerra.
La realtà è che avete perso anche la dignità e lo sapete anche voi. Oggi in Russia c'erano delegazioni che rappresentavano il 52% della popolazione mondiale. Questa cosa non vi va giù pertanto l'unica via che vi è rimasta è la derisione.
Anziché sprecare fiumi di inchiostro e parole per cercare di auto convicervi che siete nel giusto, avreste fatto prima a dire semplicemente una cosa: grazie all'Armata Rossa per averci liberato dai nazisti. Ma non lo potete dire perché oggi i nazisti ucraini per voi sono partigiani mentre quelli israeliani poveri perseguitati che devono difendersi. Oggi come allora, avete deciso ancora una volta la parte sbagliata. Ma il problema non è vostro, è nostro. Perché mentre il mondo cambia e va verso una direzione, voi ci stato portando verso un'altra direzione: il baratro!
T.me/GiuseppeSalamone
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martedì 18 marzo 2025
IL GRANDE GELO E LE CITTÀ SOTTERRANEE.
domenica 1 dicembre 2024
I FATTI NON ESISTONO. - Marco Travaglio
UN' EUROPA DI BURATTINI AL SERVIZIO DELLA NATO. - Elena Basile
(Di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – Il corrispondente eterno da Bruxelles – una cariatide che ci diletta da decenni con articoli in cui si fa portavoce del politichese in grado di seppellire valori e ideali europei, sostenitore dell’austerità e dell’agenda Draghi, di tutti i madornali errori commessi da una organizzazione internazionale piegata dalle logiche di potere – ci spiega ancora una volta quale sia il bene da perseguire. Il commissario Fitto va votato anche se in questo modo si sdogana l’alleanza con la destra e si allarga il perimetro della Von der Leyen perché il vero pericolo è costituito dalla Russia imperialista e dalla politica commerciale di Trump. Naturalmente non offre alcun dato né argomento per spiegare perché la Russia sia una minaccia imperiale. Questi sono dettagli. I progressisti non hanno bisogno di ragionare. Abboccano all’amo. Hanno bisogno di nemici per compattarsi e difendere la giusta via che va dalla Meloni alla Schlein.
La Russia ha un tasso demografico discendente, territori immensi e materie prime. Non ha alcun bisogno di conquiste territoriali. La guerra in Ucraina è stata provocata dall’espansionismo aggressivo della Nato, dal colpo di Stato in piazza Maidan, dalla non applicazione degli accordi di Minsk, dalle provocazioni militari, con spedizioni punitive nel Donbass da parte dell’esercito Ucraino che include il battaglione neonazista Azov. La penetrazione militare ed economica anglosassone, divenuta nel 2014 anche politica, ha pompato il nazionalismo dei seguaci di Bandera, trasformando il Paese in una anti-Russia. Mosca ha inseguito la mediazione, come ha affermato Stoltenberg fino al dicembre 2021, e non ha avuto molte opzioni, volendo conservare la sovranità del Paese. Del resto la Russia nel marzo del 2022 aveva già raggiunto l’accordo con l’Ucraina per il cessate il fuoco e l’avvio di negoziati. Inutile sottolineare questi argomenti, basati su fatti innegabili, per contrastare lo slogan che attribuisce a Putin intenti imperiali. Sono dettagli.
Inutile ragionare. C’è la fede nel Verbo che procura prebende, status, un posto di commentatore dell’Europa che ricorda i privilegi monarchici di origine divina. In effetti, è proprio l’Europa, a cui tiene il Corrispondente eterno, la nemica degli ideali europeisti. L’Europa di “mercato e austerità”, neoliberista, filo-atlantica, in grado di distruggere la libertà di espressione creando un “ufficio contro la disinformazione”, titolo orwelliano che sta per Ufficio Censura. L’Europa che apre ai migranti e non li integra: sceglie alcuni Paesi-vittima come l’Italia, destinata a divenire un campo profughi per l’inettitudine e il privilegio di altri Stati. L’Europa bellicista, che paga gli errori dei neoconservatori statunitensi, trasformandosi in braccio armato della Nato per interessi Usa. L’Europa che rinuncia all’accordo con la Cina per imposizione statunitense e ingoia le politiche commerciali unilaterali con Biden come con Trump. L’Europa classista che toglie lo stato sociale ai deboli per incrementare i finanziamenti alla difesa. L’Europa che ha rinunciato a una reale transizione verde e ha provocato il ritorno al carbone della Germania. L’Europa club elitario. L’Europa senz’anima in cui la cultura è pompata dalla politica e i cosiddetti progressisti eseguono in brutta copia le politiche neofasciste della destra e dei neocon di Washington.
Signor eterno corrispondente da Bruxelles, è questa Europa che la fa mangiare e che lei difende a denti stretti, l’assassino dei valori e degli ideali federalisti, della speranza di un socialismo liberale in grado di coltivare i beni comuni, dall’istruzione alla sanità. Mi domando se anche lei sia andato a vedere con la classe dirigente imbellettata il bel film di Andrea Segre su Berlinguer. Quale trasformazione antropologica ha potuto rendere il potere insensibile al punto da ricordare un uomo politico e il suo slancio etico senza batter ciglio, commemorarlo mentre affossano, in ogni passo quotidiano, gli ideali dell’eurocomunismo, dello sviluppo democratico, della creazione di una società più equa e più libera? È l’Europa che lei incarna, signor eterno corrispondente, a essere la nostra nemica, l’Europa del politichese, degli intrighi, del potere, dell’asservimento a interessi stranieri, l’Europa forte con i deboli e umile con i potenti, l’Europa delle intese comuni e dei campi larghi, dove poca è la differenza tra Meloni, Von der Leyen e Borrell, l’Europa che ha massacrato una generazione di giovani ucraini per non aver voluto accettare un Paese neutrale, l’Europa complice dello sterminio del popolo palestinese, che finge di combattere Trump in nome della neoconservatrice Harris, l’Europa delle menzogne, della più beota e sfrontata propaganda. L’Europa dei lecca-lecca, dei signorsì, di persone prive di coscienza e scrupoli, l’Europa dei potenti psicopatici e dei burattini, dei vuoti opportunisti.
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martedì 22 ottobre 2024
La deriva istituzionale. - Massimo Giannini
Nell’abominio albanese la posta in palio non è “il danno erariale”, ma è il patto costituzionale, la democrazia italiana mai così esposta alle spallate di una coalizione illiberale e irresponsabile.
Era dai tempi del berlusconismo da combattimento che non si vedeva un potere dello Stato colpire al cuore, con tanta virulenza, un altro potere dello Stato. E non vi fate incantare dalla tv di regime, che all’ora di cena serve nel piatto degli italiani la solita sbobba rancida della “guerra tra politica e giustizia”. Non è così: qui, come in Ucraina, non ci sono due combattenti, ma solo un aggressore e un aggredito. Come prevedeva l’ortodossia del rito arcoriano, c’è un governo che si proclama sciolto dal principio di legalità, perché protetto dal voto del popolo che lo ha eletto. E dunque accusa di “golpismo” qualunque magistrato che, nel normale esercizio delle sue funzioni, osi giudicare il suo operato in base ai principi dell’ordinamento giuridico interno e internazionale. Nello stesso giorno succede l’impensabile. La premier Meloni, affiancata dalla “guardia nera” di La Russa e i suoi Fratelli, bastona i giudici di Roma. Il vicepremier Salvini, con ben quattro ministri al seguito, pesta i giudici di Palermo.
Prima ancora del merito, importa questo metodo. Questa sfida a viso aperto agli organi di garanzia previsti dalla Costituzione. Questa deriva ormai davvero “ungherese” della democrazia italiana, mai così esposta alle spallate di una coalizione illiberale e irresponsabile.
Perché deflagri adesso, e con questa furia da junta cilena, è presto detto. Questione troppo complessa per essere lasciata nelle mani ruvide e corrive dei nuovi patrioti, la politica migratoria sancisce il doppio fallimento di una coalizione sfascista e cattivista. Da una parte, crolla il castello di carta del “modello Albania” tanto caro alla Sorella d’Italia. Dall’altra parte, fallisce l’adunata voluta dal Capitano della Lega. Male, per un governo che evidentemente passa troppe ore a “fare la Storia”, non ha tempo per ripassare la geografia e meno che mai per studiare il diritto. La somma di questi fattori — ideologia e xenofobia, arroganza e incompetenza — produce come risultato una Caporetto politica, che fa schiumare di rabbia un ceto politico senza disciplina e senza onore.
Sui migranti perde la premier, che si era illusa di aver trovato l’uovo di Colombo, grazie a un patto scellerato con l’amico Edi Rama, depositando a casa sua i “carichi residui” di carne umana che noi non vogliamo più vedere per le strade delle nostre città (a meno che non ci rimpiazzino in tutto quello che non ci degniamo più di fare, pulire cessi o imbiancare muri, raccogliere pomodori o consegnare pizze, il tutto per un pugno di euro e preferibilmente in nero). L’aveva pensato come un perfetto spot elettorale, da mandare in onda nella settimana del voto europeo di giugno: un bel bastimento carico di profughi, a favore di telecamere del fido Tg1 delle 20, da far partire sulla rotta inversa rispetto a quella che seguirono i 20 mila albanesi della nave Vlora, l’8 agosto ’91. Allora vennero loro da noi, in massa, e li accogliemmo a Bari. Oggi noi gli restituiamo gli “indesiderabili” sbarcati qui, deportandoli nei due lager costruiti a Gjader e Shengjin. Un’ideona, ricalcata sull’immondo esempio inglese di Rishi Suniak, che i suoi migranti voleva spedirli addirittura in Ruanda: noi, più furbi, ci accontentavamo dell’Albania, a un braccio di Mar Adriatico dalle coste tricolori. Gli elettori italici avrebbero apprezzato, gli osservatori stranieri avrebbero copiato. Non è andata così. Sull’esodo niente affatto biblico dei 16 poveri cristi sbarcati dalla Libra, glorioso pattugliatore d’altura da 81 metri, è calata subito l’ovvia mannaia del Tribunale di Roma. L’illegittimità del trattenimento di quei migranti negli hotspot albanesi era chiaro come il sole, come sapeva chiunque, tranne gli astuti Fratelli di Giorgia. Per capirlo, bastava leggere la sentenza della Corte di Giustizia Ue del 4 ottobre, che non riconosce come “sicuri”, ai fini del rimpatrio, almeno 20 dei 22 Paesi che invece lo sarebbero, secondo i giuristi all’amatriciana formati alla sezione di Colle Oppio. Quelle anime perse, ora, hanno “diritto ad essere condotte in Italia”, come scrive nella sua pronuncia Luciana Sangiovanni, presidente della Sezione Immigrazione del collegio capitolino. Dunque, contrordine camerati: tutti a bordo, e si riparte. Anche se non si sa più per dove.
Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. L’operazione Albania è dettata solo da una cieca follia. Un autodafé giuridica, economica, umanitaria. E buon per Meloni se, per avere conforto, le bastano un po’ di von der Leyen, un pizzico di Barnier e le solite cattive compagnie dell’Internazionale Sovranista, riunite in fretta e furia per un pre-vertice a Bruxelles. È noto che nelle vene d’Europa scorre il virus dell’odio e dell’ignavia, dell’intolleranza e del razzismo. Col supporto di Ungheria e Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria, l’Italia meloniana sogna lo stesso inferno. Ma per fortuna c’è un giudice a Strasburgo e un altro giudice a Roma. Ci indicano la strada: le migrazioni vanno gestite, con regole certe e anche rigorose. Ma come ci insegna la civiltà dei Padri, sempre nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Questo fa le democrazie diverse dagli altri regimi. Di questo dovrebbero prendere atto le destre al comando, invece di inveire contro i magistrati, che hanno il solo torto di applicare la legge. Nella Dottrina Meloni, invece, il potere giudiziario ha solo un dovere: aiutare il potere esecutivo. Se non lo fa, è parte dell’ennesimo “complotto”, naturalmente ordito insieme alla sinistra. “Abbiamo contro una parte delle istituzioni” tuona la premier, sovvertendo i ruoli e i principi: qui è l’istituzione-governo che aggredisce l’istituzione-magistratura, non il contrario.
Salvini è una conferma vivente del teorema. Anche lui esce disfatto dal fronte migranti. La sua “chiamata alle armi” a Palermo — a pochi passi dall’altro tribunale, quello che lo sta processando per la vicenda Open Arms — è stato un colossale flop. Non c’era la folla, a sostenere il leader leghista nel suo atto sedizioso contro i giudici, copia sbiadita delle erinni berlusconiane accorse in massa sulla scalinata del Palazzo di Giustizia di Milano per difendere il Cavaliere dalla “persecuzione delle toghe rosse”. A dare manforte al Capitano erano in quattro gatti, Calderoli e Giorgetti, Valditara e Locatelli. Parafrasando Andreotti, ai tempi del famoso viaggio aereo di Bettino Craxi in Cina: davanti al Politeama c’erano giusto Matteo e i suoi cari. Ma a prescindere dal numero dei partecipanti, il fatto in sé resta gravissimo, e fa il paio con il misfatto di Meloni. Un vicepresidente del Consiglio e capo del secondo partito della maggioranza, insieme alla sua delegazione ministeriale, scende in piazza contro l’ordine giudiziario. Come nella peggiore tradizione populista, siamo alla “secessione delle classi dirigenti”: la politica che, per sottrarsi al controllo di legalità, fa saltare il banco. Un’enormità, di fronte alla quale ci permettiamo di suonare la sveglia a Elly Schlein: cara segretaria del Pd, nell’abominio albanese la posta in palio non è “il danno erariale”, ma è il patto costituzionale. Una sfida molto più impegnativa, che richiede un’opposizione all’altezza. Questo film dell’orrore l’abbiamo già visto negli anni di fango del Caimano. Non credevamo di rivederlo oggi, negli anni di palta dell’Underdog.
(Vignetta di Gianlorenzo Ingrami)
Articolo pubblicato su Repubblica
Massimo Giannini, 19 Ott 2024
https://www.libertaegiustizia.it/2024/10/20/la-deriva-istituzionale/
