(o dell’arte sublime di dire ad alta voce quello che di solito a Bruxelles sussurrano dietro le tende insonorizzate)
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è un patrimonio dell’umanità.
Un uomo che, in un continente dove tutti parlano come libretti delle istruzioni della lavastoviglie, riesce ancora nel miracolo della spontaneità involontaria.
Un poeta del lapsus geopolitico.
Un rabdomante della verità non richiesta.
Già ci aveva regalato quella meravigliosa vetta del diritto contemporaneo:
“Il diritto internazionale… fino a un certo punto.”
Una frase che meriterebbe di essere scolpita all’ingresso della NATO, magari sotto le stelle dorate dell’Unione Europea, tra una lobby e un cocktail sulla “pace sostenibile”.
Ma stavolta il nostro Antonio si è superato.
Parlando dei negoziati tra Russia e Ucraina, ha dichiarato candidamente:
“Il negoziatore lo sceglie l’Europa.”
Capolavoro.
Cioè: due Paesi combattono, muoiono, trattano… e poi arriva Bruxelles col numerino del supermercato:
“Scusate, tocca a noi parlare. Abbiamo prenotato.”
Una scena che sembra scritta da Ionesco dopo tre gin tonic con Ursula.
Perché qui il punto è magnifico:
formalmente l’Unione Europea NON sarebbe parte in guerra.
Però pretende il posto al tavolo delle trattative.
Pretende di decidere le condizioni.
Pretende di validare la pace.
Un po’ come uno che entra in una rissa al bar distribuendo spranghe per tre anni… e poi pretende di fare anche l’arbitro imparziale.
Ma Tajani, nella sua trasparenza da finestra lasciata aperta durante un interrogatorio, va oltre.
E ci spiega pure il vero nodo:
“Avendo imposto le sanzioni alla Russia, per toglierle serve l’intervento dell’Unione Europea.”
Traduzione simultanea dal burocratese al linguaggio umano:
“Anche se Mosca e Kiev si mettessero d’accordo… senza di noi non si chiude niente.”
Cioè la pace, secondo i tecnocrati europei, sarebbe ormai un prodotto con licenza UE.
Marchio CE.
Con bollino blu.
Aggiornamento firmware obbligatorio.
E probabilmente modulo in triplice copia da inviare entro 30 giorni lavorativi.
Immaginate la scena.
Russia e Ucraina firmano un cessate il fuoco.
I popoli tirano un sospiro di sollievo.
E da Bruxelles parte una PEC:
“Gentili utenti, la pace da voi richiesta non è conforme agli standard europei.”
Il problema vero, infatti, è che a Bruxelles serpeggia il terrore assoluto:
che la guerra finisca senza il timbro dell’Eurocrazia.
Dopo aver investito centinaia di miliardi nel più costoso reality geopolitico del continente, rischiano che qualcuno spenga le telecamere prima del finale di stagione.
E allora ecco il panico:
non sia mai che gli americani trattino, i russi trattino, gli ucraini trattino… e l’Europa resti lì, con l’elmetto di cartone in mano e il manuale delle sanzioni aperto a pagina 47.
Ma la cosa più straordinaria è che Tajani queste cose NON le lascia trapelare.
Le annuncia.
Con la serenità di uno che crede di aver detto qualcosa di assolutamente normale.
Ed è per questo che bisogna volergli bene.
Perché in un’epoca di propaganda chirurgica, slogan prefabbricati e conferenze stampa scritte dagli uffici marketing della guerra… lui resta l’ultimo uomo capace
di inciampare nella verità.
Tajani non comunica.
Confessa. ![]()
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Don Chisciotte
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