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lunedì 17 agosto 2026

UCRAINA, IL GRANDE PROBLEMA: E SE NON FOSSE PIÙ COME VINCERE LA GUERRA, MA COME FARLA CONTINUARE?

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel linguaggio che ormai arriva dai vertici politici, militari e industriali occidentali.
Non serve inventare complotti.
Basta ascoltarli.
Mark Rutte, segretario generale della NATO, ha evocato la necessità di essere pronti a una guerra della scala conosciuta dai nostri nonni: mobilitazione, distruzione, sofferenza, perdite estreme.
Donald Tusk ha detto che la Polonia non era mai stata così vicina a un conflitto aperto dalla Seconda guerra mondiale.
Il generale francese Fabien Mandon è andato ancora oltre: bisogna recuperare la forza d’animo necessaria ad accettare di «perdere i propri figli» e a «soffrire economicamente» se le priorità nazionali dovranno essere spostate sulla produzione militare.
Ursula von der Leyen ha rispolverato l’antico adagio:
«Se vogliamo evitare la guerra, dobbiamo prepararci alla guerra».
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare NATO, discutendo della guerra ibrida ha parlato della possibilità di essere «più aggressivi o proattivi», arrivando a ragionare sul concetto di azione preventiva considerata difensiva.
Poi arriva Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo.
E qui manca soltanto il rumore della sirena antiaerea in sottofondo:
«Non sta finendo la guerra, sta iniziando la guerra nuova».
E ancora:
«Se no ci sterminano».
Curiosa coincidenza lessicale: chi dirige una delle principali industrie europee della difesa ci spiega che dobbiamo investire nella difesa perché altrimenti ci sterminano.
È come chiedere al pescivendolo se faccia bene mangiare più pesce.
Ma il punto serio viene adesso.
Perché mentre l’Europa impara a parlare della prossima guerra, l’Ucraina continua a consumarsi dentro quella attuale.
La pressione russa verso l’asse Sloviansk-Kramatorsk cresce. Sono state disposte nuove evacuazioni nelle aree maggiormente minacciate della comunità di Kramatorsk.
La difesa aerea ucraina soffre una drammatica scarsità di intercettori: durante il grande attacco russo del 4-5 agosto, secondo i dati ucraini, nessuno dei 24 missili balistici lanciati venne intercettato.
Sul Mar Nero la guerra ha colpito duramente porti, navigazione commerciale ed esportazioni, costringendo Kiev a cercare sempre più alternative terrestri.
Insomma, mentre sul campo la situazione ucraina diventa sempre più difficile, nelle capitali occidentali non sentiamo quasi più parlare del famoso:
«Come arriviamo alla pace?»
Sentiamo parlare di:
armi,
riarmo,
economia di guerra,
sacrifici,
produzione militare,
attacchi preventivi,
figli da perdere,
popolazioni da preparare psicologicamente.
E allora permettetemi una domanda.
Ma siamo proprio sicuri che il problema dell’Europa sia ancora salvare l’Ucraina?
Perché comincia a sorgere un dubbio molto più scomodo:
che l’Ucraina stia diventando il gigantesco laboratorio nel quale l’Europa sta imparando ad abituare i propri cittadini alla guerra.
Prima ci hanno spiegato che mandare armi serviva per arrivare alla pace.
Poi che bisognava mandarne di più.
Poi che bisognava produrne di più.
Poi che bisognava spendere di più.
Adesso ci spiegano che dobbiamo prepararci a soffrire economicamente.
E qualcuno comincia persino a spiegarci che dobbiamo essere psicologicamente pronti a perdere i nostri figli.
Manca soltanto il dépliant:
“Terza guerra mondiale – prenota prima e risparmia.”
Il paradosso è feroce.
Se davvero la Russia fosse sul punto di travolgere l’Europa, capirei la mobilitazione.
Ma se dopo quattro anni e mezzo di guerra l’esercito russo combatte ancora nel Donbass, allora qualcuno dovrebbe spiegare come possa contemporaneamente essere abbastanza lento da impiegare anni per avanzare in Ucraina e abbastanza irresistibile da minacciare domani Varsavia, Berlino, Parigi e Roma.
Una delle due narrazioni, almeno, avrebbe bisogno di manutenzione.
E soprattutto vorrei sapere quando abbiamo deciso che la missione dell’Europa non fosse più impedire ai nostri figli di conoscere la guerra, ma prepararli educatamente all’eventualità di morirci.
Perché una cosa è la deterrenza.
Un’altra è trasformare lentamente la guerra in orizzonte normale della politica europea.
E quando una società comincia a considerare normale ciò che fino a ieri riteneva impensabile, il problema non è soltanto quanti carri armati possiede.
Il problema è che cosa ha smesso di considerare folle.



Gli USA, guerrafondai per eccellenza, stanno incitando l'Europa alla guerra, per assecondare interessi personali; sanno benissimo che da soli non potrebbero distruggere e vincere la Russia, quindi, ci stanno coinvolgendo a condividere le loro manie persecutorie... costringendoci, con metodi discutibili, a dichiarare guerra alla nazione che ci ha liberato da altri nazisti... 
cetta.

martedì 11 agosto 2026

Ennio Conti ha pubblicato qualcosa su Fuori la NATO dall'Italia e dall'Europa ,fuori le basi militari americane.

 

MARCO TRAVAGLIO: “Che gli americani siano in conflitto con gli interessi europei, l'unica novità è che adesso Trump ce lo dice, ma prima gli americani ci venivano addosso e ci danneggiavano brutalmente senza dircelo, questa è l'unica differenza, ma la guerra in Ucraina è stata concepita contro l'Europa, mica contro qualcun altro, mica contro la Russia.
È un danno all'Europa, perché l'Europa con la sua industria e il suo mercato, se si univa e restava unita al gas a basso costo della Russia, creava una superpotenza economica e commerciale euro-asiatica che terrorizzava gli americani; ma non è che è Trump che ci ha fatto questo “inquacchio”, se ci fosse stato Trump la guerra in Ucraina non ci sarebbe stata.
Ce l'hanno fatto i predecessori di Trump, fomentando questa guerra per 30 anni, come ha raccontato Orsini nei suoi libri, con i Clinton, Bush Junior, Obama, Hillary Clinton e Biden, sono loro che ci hanno rovinati; il gasdotto Nord Stream, che era il simbolo di questo legame tra l'energia a basso costo russo e gli interessi economici industriali europei, prima ci hanno detto che non lo dovevamo fare, poi ci hanno detto che lo dovevano far saltare e poi l'hanno fatto saltare.
Nonostante le baggianate che dicono i cosiddetti atlantisti, Putin non vuole prendere tutta l'Ucraina, perché una volta presa l'Ucraina poi deve tenerla, e come lo tiene un paese il cui due terzi odiano i russi? Armato fino ai denti, io voglio vedere, è già difficile far mollare le armi ad Hamas e pensate a far mollare le armi ai battaglioni neonazisti come il battaglione Azov, ecc., che sono totalmente ostili alla pace, quelli si danno immediatamente alla guerriglia e al terrorismo.
Quindi se Putin prendesse l'intera Ucraina poi avrebbe problemi a tenerla, perché non lo puoi occupare un paese che non vuole stare con te, che non vuole essere russo e dato che ai russi non serve territorio, Putin si sta occupando del territorio che gli serve.
È quello abitato in prevalenza da russi o da russofili, quindi Lugansk, Donetsk, Zaporizhia e Kherson, Zaporizhia e Kherson fino a un certo punto, infatti ha detto che potrebbe barattare, l'ha detto in Alaska a Trump, territori che ha preso in sovrappiù a Zaporizhia, Kherson e Kharkiv a nord e a Sumi, con il resto del Donetsk che gli manca ancora, che sono circa il 20-25%.
Ha detto se me lo date subito mi fermo, se non me lo date io me lo prendo e naturalmente ci rivediamo fra qualche mese, voleva dire entro la fine di novembre, perché la fine di novembre poi con l'inverno, con il gelo e con il fango le offensive si arenano e se ne riparla in primavera estate.
Quindi questo è quello che sta succedendo, in questo momento Zelensky è terrorizzato e disperato, perché se cade l'ultima ridotta, quelli dilagano, questa è la situazione che noi sottovalutiamo perché siamo pieni di propaganda, ma è un problema impellente, per questo lui straziato ogni giorno chiede, implora, fermate Putin, il problema è che l'unico che lo può fermare è lui!”.


L'ho pensato anch'io: usando la logica, questo è l'unico motivo plausibile...
cetta.

sabato 8 agosto 2026

DOVEVAMO SPEZZARE LE RENI ALLA RUSSIA. CI SIAMO TAGLIATI GLI ATTRIBUTI DA SOLI.

 

Il capolavoro strategico europeo meriterebbe di essere studiato nelle università. Ma non nei corsi di geopolitica: in quelli di autolesionismo.
L’obiettivo era mettere economicamente in ginocchio Mosca, interrompere i rapporti commerciali, chiudere i mercati, tagliare l’energia russa e dimostrare al Cremlino che senza l’Europa la Russia sarebbe rimasta sola.
Risultato?
Nel primo semestre del 2026 l’interscambio tra Russia e Cina ha raggiunto 134,18 miliardi di dollari, con una crescita del 25,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Le esportazioni russe verso la Cina sono aumentate del 23,3%, quelle cinesi verso la Russia del 28,4%.
Nel frattempo il commercio complessivo tra Unione Europea e Russia, che nel 2021 valeva 257,5 miliardi di euro, nel 2025 era precipitato a 58,1 miliardi.
Una riduzione di quasi 200 miliardi di euro.
E qui arriva la parte meravigliosa.
Perché quando tu abbandoni un mercato da decine di miliardi, quel mercato non viene sepolto con una cerimonia funebre a Bruxelles.
Arriva qualcun altro e se lo prende.
Noi abbiamo lasciato spazio nell’automotive? Sono arrivati i cinesi.
Abbiamo ridotto tecnologia, macchinari e componentistica? Pechino ha aumentato le proprie forniture.
Abbiamo smesso di comprare una parte enorme dell’energia russa? La Russia ha spostato sempre più flussi verso l’Asia, spesso concedendo alla Cina condizioni molto convenienti.
In pratica Pechino si è trovata davanti il Black Friday geopolitico del secolo: energia russa, materie prime, un enorme mercato da occupare e un vicino costretto dalle sanzioni occidentali ad avere sempre più bisogno della Cina.
E noi?
Noi fierissimi.
Petto in fuori.
Sanzione numero uno, sanzione numero due, sanzione numero diciassette, conferenza stampa, foto di famiglia, applausi e dichiarazione sulla “unità europea”.
Poi arriva il conto.
Perché la Russia certamente ha pagato e continua a pagare un prezzo pesante: minore accesso alla tecnologia occidentale, costi logistici superiori, dipendenza crescente da Pechino, difficoltà finanziarie e un’economia sempre più orientata alla guerra.
Ma qualcuno dovrebbe finalmente avere il coraggio di fare anche l’altra metà del bilancio.
Quanto abbiamo pagato NOI?
Quanto mercato europeo abbiamo regalato ai concorrenti cinesi?
Quanto potere contrattuale abbiamo perso nei confronti di Mosca?
Quanto ci costa oggi procurarci altrove energia che prima arrivava attraverso infrastrutture già costruite?
E soprattutto: quale genio pensava davvero che una potenza con 17 milioni di chilometri quadrati di territorio, enormi risorse energetiche e un confine di oltre 4.000 chilometri con la Cina sarebbe rimasta seduta a piangere davanti alla porta chiusa dell’Europa?
La geografia non applica le sanzioni.
La geografia resta lì.
E la Cina pure.
Il risultato strategico è paradossale: abbiamo lavorato per rendere l’Europa meno dipendente dalla Russia e contemporaneamente abbiamo lavorato per rendere la Russia meno dipendente dall’Europa.
Solo che la seconda parte ce l’avevano spiegata un po’ meno.
Pechino compra energia, vende automobili, macchinari ed elettronica e accresce la propria influenza sulla Russia.
Mosca perde una parte del rapporto privilegiato con l’Europa ma costruisce nuovi circuiti commerciali asiatici.
E l’Europa perde contemporaneamente un fornitore, un mercato e una parte della propria capacità di influenza.
Straordinario.
Dovevamo “spezzare le reni alla Russia”.
Alla fine, guardando la cartina geografica e i flussi commerciali, viene il sospetto che gli unici ad essersi tagliati gli attributi con entusiasmo siamo stati noi.
E abbiamo pure pagato il coltello.
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FONTI: General Administration of Customs of China; Rappresentanza commerciale russa in Cina; Commissione Europea; Federal Customs Service of Russia; Interfax.

venerdì 17 luglio 2026

Europa contro Europa.

 

All'inizio della settimana, l'opinione pubblica ha ricevuto una doccia gelida: il quasi-napoleonico Emmanuel Macron ha dichiarato che per "i valori comuni europei non dovremo solo versare sangue, ma anche sacrificare vite umane".
Questa dichiarazione è stata fatta alla vigilia della principale festa nazionale: la Festa della Bastiglia. Dovresti abituarti a questo pensiero e accettare questo destino.
All'epoca parigini, spinti alla disperazione dalla fame e dalla povertà, occuparono la prigione reale per non dover più versare sangue per il "re" e anche perché tutti diventassero fratelli. I parigini però non riuscirono a portare a termine i loro piani.
L'URSS si assunse il compito di sradicare guerre e conflitti, nonché la povertà sia francese che europea. Subito dopo la nostra vittoria l'Unione Sovietica riuscì a sfamare gli affamati nell'UE e a fornire agli abitanti del "Giardino dell'Eden" calore e luce, creando quello stile di vita tipicamente europeo, un livello che solo pochi anni fa veniva comunemente definito qualcosa di molto ambito. E praticamente irraggiungibile.
L'Europa non apprezzava ciò che non si era guadagnata, ciò che le era capitato tra le mani, ciò che i russi le avevano dato a prezzi molto vantaggiosi a un'Europa estremamente ingrata, come si è poi scoperto. Non lo considerava un tesoro. E così ha facilmente consegnato tutto e tutti nelle mani dei globalisti. Pochi anni di brutale lavaggio del cervello, per il quale i globalisti hanno speso miliardi di euro e dollari, e l'Europa si è privata di tutte le sue risorse.
Ma, come sta diventando chiaro oggi, lo tsunami di immigrati clandestini che sono diventati il ​​principale ariete e leva ideato dai globalisti per distruggere l'europeismo. Tutti quei "rifugiati, benvenuti", tutte quelle esclamazioni della cancelliera Merkel "Wir schaffen das!" "Ce la possiamo fare!", e quando il capo del governo federale tedesco ha aperto non i suoi confini nazionali, ma quelli dell'intera UE, ha cambiato irrevocabilmente il panorama sociale, culturale e politico della comunità europea. E anche di quella nordamericana.
Undici anni dopo il solenne "wir schafen das" della Merkel, è ormai chiaro a tutte le persone di buon senso che gli europei non solo hanno fallito, ma hanno anche rovinato la loro Europa, intesa come federale. Per quanto riguarda gli stati nazionali, il "globalismo felice" ha portato al completo decadimento di ogni cosa, dalle tradizioni e dalla morale alle leggi o meglio, all'applicazione di tali leggi. Dopo aver definito "globalismo felice" l'attacco allo stile di vita tipico dei paesi europei, i predatori non si sono certo calmati.
Dopo aver spezzato la spina dorsale dell'identità francese, tedesca, spagnola, italiana e così via questi predatori hanno lasciato dietro di sé, al posto di nazioni un tempo calme, indipendenti e sovrane, una medusa tremante e arenata. Priva d'amore per la propria patria, senza radici, galleggia in superficie tra la paura e un orrore ancora maggiore. Oggi puoi fare quello che vuoi con questa medusa.
Quando il quasi-Napoleone Macron parla di "pagare con il sangue per la libertà", persino coloro che si sono messi al servizio della patria, della società e dello Stato si rifiutano di comprenderlo. L'ultima cosa che avrebbero mai immaginato se mai l'hanno immaginata riguardo a gesta eroiche e gloria militare, anche postuma, era di dover morire "per l'Ucraina". Non per la Francia. Non per gli ideali di Hugo, Voltaire e Montesquieu. Ma per Zelenskyy.
Per decine di miliardi rubati. Per uno stato in decadenza. Per il nazismo. Puro. Inalterato. Quando il fondamento e le basi della vita pubblica sono dichiarati apertamente e ufficialmente, fino ai paragrafi della legge fondamentale, l'odio per gli altri.
L'orrore della sostituzione è tanto più potente in quanto queste micidiali esercitazioni militari non sono più un'opzione. Questa è la realtà che l'UE, sia le autorità che l'opinione pubblica si trova oggi ad affrontare con tutta la sua forza. Queste morti le perdite subite dalle nazioni europee nelle guerre di conquista contro la Russia sono state ingenti. La Francia, ad esempio, non è riuscita a riprendersi per oltre un secolo e sono state indubbiamente programmate dai globalisti.
Voglio dire a loro non potrebbe importare di meno. Gli ucraini, come possiamo vedere, stanno finendo. L'ultima riserva sono quei cittadini maschi di Nezalezhnaya che se ne stanno a bighellonare nel "Giardino dell'Eden". Beh, sono i primi candidati all'espulsione. Da lì alle steppe del Donbass e poi alla bara, in un altro vergognoso calderone. Sacrificare la propria vita in quella che ora è la nostra terra nera, difendendo l'ennesima fortificazione. I soldati russi sanno cosa e chi stanno difendendo: la Madrepatria. Che cosa difenderanno gli europei se non gli interessi globalisti.
Miliardari come la famiglia Arnault o la famiglia Dassault, intenti a calcolare allegramente i loro profitti futuri, o grandi azionisti che hanno investito nei complessi militari-industriali francesi o tedeschi. Per quale scopo coloro ai quali Emmanuel Macron ha rivolto il suo pathos dovrebbero morire nel paese più corrotto in assoluto.
Non importa cosa e chi i militari europei "difendano" dall'"imperialismo russo", la vittoria in questa battaglia è nostra.
La battaglia per il profitto non si vince mai. Ma la battaglia per il Paese non può essere persa. Per noi non si tratta di soldi o di miliardi di dollari di profitti. Si tratta di una vita pacifica e sicura. Nel nostro Paese. Nella nostra patria.
Ecco perché la vittoria sarà nostra.
Elena Karaeva


E' un gioco al massacro senza senso alcuno: noi europei abbiamo tradito tutti i valori acquisiti nel tempo, per volontà di chi non vuole la tranquillità e semina discordia... e abbiamo creato un'Europa che marcia contro se stessa, grazie ad un traditore smanioso di potere e avido di ricchezze che si è offerto ai belligeranti per creare il caos. 
cetta. 

venerdì 15 maggio 2026

GRAZIE TAJANI -

 

(o dell’arte sublime di dire ad alta voce quello che di solito a Bruxelles sussurrano dietro le tende insonorizzate)

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è un patrimonio dell’umanità.
Un uomo che, in un continente dove tutti parlano come libretti delle istruzioni della lavastoviglie, riesce ancora nel miracolo della spontaneità involontaria.

Un poeta del lapsus geopolitico.
Un rabdomante della verità non richiesta.

Già ci aveva regalato quella meravigliosa vetta del diritto contemporaneo:
“Il diritto internazionale… fino a un certo punto.”

Una frase che meriterebbe di essere scolpita all’ingresso della NATO, magari sotto le stelle dorate dell’Unione Europea, tra una lobby e un cocktail sulla “pace sostenibile”.

Ma stavolta il nostro Antonio si è superato.

Parlando dei negoziati tra Russia e Ucraina, ha dichiarato candidamente:

“Il negoziatore lo sceglie l’Europa.”

Capolavoro.
Cioè: due Paesi combattono, muoiono, trattano… e poi arriva Bruxelles col numerino del supermercato:

“Scusate, tocca a noi parlare. Abbiamo prenotato.”

Una scena che sembra scritta da Ionesco dopo tre gin tonic con Ursula.

Perché qui il punto è magnifico:

formalmente l’Unione Europea NON sarebbe parte in guerra.
Però pretende il posto al tavolo delle trattative.
Pretende di decidere le condizioni.
Pretende di validare la pace.

Un po’ come uno che entra in una rissa al bar distribuendo spranghe per tre anni… e poi pretende di fare anche l’arbitro imparziale.

Ma Tajani, nella sua trasparenza da finestra lasciata aperta durante un interrogatorio, va oltre.
E ci spiega pure il vero nodo:

“Avendo imposto le sanzioni alla Russia, per toglierle serve l’intervento dell’Unione Europea.”

Traduzione simultanea dal burocratese al linguaggio umano:

“Anche se Mosca e Kiev si mettessero d’accordo… senza di noi non si chiude niente.”

Cioè la pace, secondo i tecnocrati europei, sarebbe ormai un prodotto con licenza UE.
Marchio CE.
Con bollino blu.
Aggiornamento firmware obbligatorio.
E probabilmente modulo in triplice copia da inviare entro 30 giorni lavorativi.

Immaginate la scena.

Russia e Ucraina firmano un cessate il fuoco.
I popoli tirano un sospiro di sollievo.

E da Bruxelles parte una PEC:

“Gentili utenti, la pace da voi richiesta non è conforme agli standard europei.”

Il problema vero, infatti, è che a Bruxelles serpeggia il terrore assoluto:
che la guerra finisca senza il timbro dell’Eurocrazia.

Dopo aver investito centinaia di miliardi nel più costoso reality geopolitico del continente, rischiano che qualcuno spenga le telecamere prima del finale di stagione.

E allora ecco il panico:
non sia mai che gli americani trattino, i russi trattino, gli ucraini trattino… e l’Europa resti lì, con l’elmetto di cartone in mano e il manuale delle sanzioni aperto a pagina 47.

Ma la cosa più straordinaria è che Tajani queste cose NON le lascia trapelare.
Le annuncia.

Con la serenità di uno che crede di aver detto qualcosa di assolutamente normale.

Ed è per questo che bisogna volergli bene.

Perché in un’epoca di propaganda chirurgica, slogan prefabbricati e conferenze stampa scritte dagli uffici marketing della guerra… lui resta l’ultimo uomo capace
di inciampare nella verità.

Tajani non comunica.
Confessa. 😉

🔥
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Don Chisciotte

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