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lunedì 10 agosto 2026

Ubi maior, minor cessat...

 

Ciò che avevo da dire su Ceuta si era sostanzialmente esaurito coi migranti. Della querelle successiva tra la ducetta della Garbatella — copyright dell’immenso Roberto D’Agostino, perché a ciascuno va riconosciuto il proprio genio — e il belloccio di Madrid mi fregava il giusto.
Cioè molto poco.
Non tifo in modo particolare per Pedro Sánchez, non vogliatemene. Mentre di Giorgia Meloni, come sapete, penso più o meno tutto il male politicamente consentito dal codice penale, ma non è nemmeno questo il punto.
Il punto è molto più semplice.
Lei è fesså.
E no, non perché sia fåscista. Quello, eventualmente, è un problema suo, dei suoi elettori e degli storici del futuro, che avranno parecchio materiale con cui divertirsi.
È fesså perché è proterva, perspicace come un piccione e dotata della capacità di valutazione del rischio di un opossum sotto acidi.
Perché Giorgia Meloni, a quanto si apprende, non si aspettava l’ultimatum di Madrid e soprattutto non si aspettava l’immediata ritorsione spagnola dopo la decisione italiana di sospendere Schengen in seguito agli arrivi di migranti a Ceuta.
E qui bisogna fermarsi un momento ad ammirare l’opera.
Perché tre giorni prima Madrid aveva già chiesto informalmente di togliere quelle restrizioni, considerate inutili anche perché da Ceuta non si esce verso il continente europeo come dalla porta girevole della Rinascente: esistono già controlli specifici alla frontiera. E pare che persino alla Farnesina avessero qualche dubbio sulla brillante idea di trasformare un problema spagnolo in una coda italiana al check-in.
Tant’è che il governo aveva già individuato una possibile via d’uscita: aspettare Ferragosto, vedere che succede, controllare se davvero dal Marocco parte una seconda ondata verso Ceuta e poi, eventualmente, togliere il blocco prima del primo settembre.
Una cosa quasi ragionevole.
Poi però arriva Sánchez e dice: cari italiani, se continuate così, noi facciamo altrettanto.
E improvvisamente la questione internazionale diventa una lite al parcheggio dell’Eurospin.
«AH SÌ? E ALLORA ADESSO NON LA TOLGO PIÙ.»
Perché questo, sfrondato dalle formule diplomatiche, è il capolavoro.
Meloni non vuole anticipare la fine delle restrizioni perché potrebbe sembrare che abbia ceduto a Sánchez.
Capite?
Non: serve ancora questa misura?
Non: protegge davvero l’Italia?
Non: esiste concretamente il rischio che i migranti arrivati a Ceuta raggiungano il nostro Paese?
Non: quali conseguenze avrà sui cittadini italiani, sulle compagnie aeree, sulle crociere, sulle agenzie di viaggio, sui rapporti con uno dei principali Paesi dell’Unione?
No.
CHE FIGURA CI FACCIO IO CON PEDRO?
E qui emerge uno dei problemi più seri di Giorgia Meloni come capo di governo: continua troppo spesso a ragionare come se fosse ancora sul palco di Atreju.
Solo che governare un Paese non è fare un reel.
In politica estera soprattutto esiste una regola piuttosto elementare: prima di tirare un calcio negli stinchi a qualcuno sarebbe opportuno verificare che quello non possa tirartene uno nelle pålle cinque minuti dopo.
Madrid può introdurre controlli sugli italiani.
Può farli molto meno selettivi dei nostri.
Può creare code, ritardi e disagi negli aeroporti spagnoli nel pieno di agosto, quando mezza Italia è in viaggio.
Può soprattutto costruire una risposta politica semplicissima: voi bloccate noi perché avete paura dei migranti arrivati a Ceuta? Benissimo. Noi blocchiamo voi ricordando che gli sbarchi in Italia sono aumentati e che esistono movimenti irregolari provenienti proprio dal territorio italiano.
Tana libera tutti.
E infatti a Roma la cosa pare abbiano cominciato a capirla.
Non perché sia improvvisamente apparso Metternich a Palazzo Chigi.
Sono arrivati quelli che, nella politica italiana, possiedono una capacità persuasiva infinitamente superiore a qualsiasi ambasciatore: gli operatori economici incazzati.
Compagnie crocieristiche.
Agenzie di viaggio.
Settore turistico.
Gente che, tradotto dal diplomatico, avrebbe fatto sapere: ma che cazzo state facendo?
Perché il sovranismo è bellissimo finché lo pratichi su Facebook.
Quando il signor Mario rimane tre ore in fila a Barajas con moglie, bambini e trolley perché Roma ha deciso di mostrare i muscoli a Madrid, il sovranismo comincia ad avere qualche problema di marketing.
Ed è qui che la faccenda diventa quasi irresistibile.
Perché adesso la diplomazia deve trovare il modo di far rientrare una crisi che non aveva nessuna necessità di nascere, mentre Palazzo Chigi deve contemporaneamente fare marcia indietro senza dare l’impressione di fare marcia indietro.
Che è uno dei grandi sport nazionali.
Probabilmente assisteremo quindi alla consueta meraviglia lessicale: non sarà una revoca ma una «rimodulazione», non sarà una retromarcia ma una «valutazione alla luce del mutato quadro», non sarà una resa ma una «decisione assunta autonomamente dal governo italiano».
Magari esattamente quarantasette secondi dopo che Madrid avrà ottenuto ciò che chiedeva.
Ma autonomamente.
Autonomissimamente.
Sovranamente.
Con tanto di tricolore sul cofano mentre inseriamo la retro.
E naturalmente Meloni attribuisce la reazione di Sánchez alle sue difficoltà interne, alle polemiche spagnole, alle vacanze a Lanzarote, alla playlist estiva, forse alla posizione di Saturno rispetto a Mercurio.
Può anche essere.
Sánchez può avere tutti i problemi politici di questo mondo.
Può essere vanitoso, opportunista, calcolatore, socialista, abbronzato e ascoltare pure Vamos a la playa dalla mattina alla sera.
Ma se il tuo avversario è in difficoltà e riesce comunque a metterti con una sola mossa nella posizione di dover scegliere tra danneggiare i tuoi cittadini e fare una figura di mėrda, forse il problema non è soltanto il tuo avversario.
Forse hai giocato male tu.
E qui torniamo all’opossum sotto acidi.
Perché un presidente del Consiglio non viene pagato per avere l’ultima parola.
Viene pagato per prevedere quale sarà la parola successiva dell’altro.
La politica internazionale funziona esattamente così: fai A, l’altro può fare B; quindi prima di fare A devi chiederti quanto ti costerà B.
Non puoi fare A, ricevere B e poi telefonare indignata dicendo:
«È UN RICATTO!»
No, Giorgia.
Si chiama reazione.
Era persino annunciata.
E adesso siamo arrivati al punto meraviglioso in cui una misura che il governo stesso stava pensando di accorciare rischia di essere mantenuta più a lungo per non dare a Sánchez la soddisfazione di pensare di aver vinto.
Questa non è geopolitica.
È Risiko giocato dopo quattro gin tonic.
Ed è proprio qui che Meloni mostra il suo limite più pericoloso: confonde continuamente la fermezza con l’ostinazione.
La fermezza è prendere una decisione difficile sapendo perché la prendi, quali conseguenze avrà e fino a dove sei disposto ad arrivare.
L’ostinazione è accorgerti che la decisione non serve più, che rischia di danneggiarti, che gli stessi interessi italiani suggeriscono di cambiarla, e mantenerla perché dall’altra parte c’è uno che ti sta antipatico.
La prima è leadership.
La seconda è quella cosa che facevamo a sei anni quando dicevamo:
«Adesso non lo voglio più perché me l’hai detto tu.»
Solo che a sei anni sul tavolo c’erano i broccoli.
Qui ci sono due Stati europei.
Ed è per questo che, alla fine, di questa nuova puntata di Ceuta mi interessa pochissimo Sánchez e ancora meno stabilire chi abbia il pisello politico più lungo tra Roma e Madrid.
Mi interessa una cosa sola.
Che quando governi l’Italia non puoi permetterti il lusso di trasformare ogni dossier in una questione personale, ogni critica in un affronto, ogni risposta in un ricatto e ogni retromarcia necessaria in una sconfitta da evitare a qualsiasi costo.
Perché a quel punto non stai più difendendo l’interesse nazionale.
Stai difendendo il tuo ego con l’interesse nazionale degli altri.
E il problema degli opossum sotto acidi non è che prendano decisioni sbagliate.
È che almeno loro, generalmente, non hanno la Farnesina.




D'altronde, agire senza pensare a quali possano essere le conseguenze prodotte dall'azione, è deleterio...
cetta.

sabato 8 agosto 2026

L’ITALIA MANTIENE LA SOSPENSIONE DI SCHENGEN. LA SPAGNA RISPONDE E IMPONE CONTROLLI RECIPROCI AI VIAGGIATORI DALL’ITALIA.

 

Escalation diplomatica dopo il rifiuto italiano dell’ultimatum. Palazzo Chigi: «Non accettiamo imposizioni sulla sicurezza nazionale. Controlli almeno fino al 15 agosto». La Spagna risponde imponendo controlli aleatori in porti e aeroporti a partire dalla mezzanotte di sabato 8 agosto fino al 7 settembre.
Lo scorso 31 luglio il governo italiano ha deciso di sospendere temporaneamente il regime di libera circolazione previsto dall’accordo di Schengen nei collegamenti aerei e marittimi con la Spagna, a partire dal 1° agosto e per un mese (prorogabile). Si tratta di controlli mirati e selettivi solo sui cittadini di Paesi terzi (extra-UE) provenienti dalla Spagna, per verificarne la regolarità. I cittadini italiani, spagnoli e degli altri Paesi UE non sono interessati dalla disposizione. L’Italia ha motivato la misura con esigenze di sicurezza nazionale e prevenzione di possibili rischi (compresi quelli legati al terrorismo) e di movimenti secondari dopo i noti fatti di Ceuta.
La decisione ha provocato forti tensioni diplomatiche con Madrid. Stamani il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha lanciato un ultimatum: l’Italia deve revocare i controlli “senza indugio” entro domenica 9 agosto, altrimenti la Spagna adotterà “misure proporzionali” per tutelare gli interessi e la dignità dei cittadini spagnoli. Madrid considera la misura italiana ingiusta, unilaterale, discriminatoria e contraria agli interessi dell’UE.
In risposta all’ultimatum spagnolo, Palazzo Chigi ha ufficialmente dichiarato che l’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere. Il governo italiano conferma che non intende in nessun caso rivedere la sospensione dell’applicazione dell’accordo di Schengen per i cittadini di Paesi terzi provenienti dalla Spagna, almeno fino al 15 agosto (data in cui, secondo le stesse autorità spagnole, è attesa una possibile nuova ondata migratoria a Ceuta) e, comunque, fino a quando non saranno completamente esclusi rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia.
Dopo la nota di Palazzo Chigi del pomeriggio, il governo di Pedro Sánchez ha reagito imponendo misure reciproche:
Restauro temporaneo di controlli alle frontiere interne (porti e aeroporti) per i viaggiatori in arrivo dall’Italia.
Controlli aleatori di identità (passaporto) e nazionalità; per i cittadini extra-UE anche verifica di visto o permesso di soggiorno.
Decorrenza: dalle 00:00 di sabato 8 agosto 2026 fino alle 00:00 di domenica 7 settembre 2026 (circa un mese), salvo modifiche se cambiano le circostanze.
Motivazione ufficiale: «la persistente pressione migratoria irregolare che subisce il Paese transalpino».
I cittadini UE (inclusi italiani e spagnoli) restano formalmente liberi di circolare, ma i controlli documentali potranno creare ritardi in piena stagione turistica. Non risultano ancora reazioni ufficiali italiane a questa contromisura spagnola nelle ultime ore.

lunedì 11 maggio 2026

MELONI: DEBITI E INCIUCIO. PER UN'ITALIA IN BOLLETTA - Ivo Caizzi

 

Al governo di Meloni, Tajani e Salvini non è bastato aver fallito un primo inciucio con la Commissione europea, che prevedeva di ridurre il deficit eccessivo sotto al 3% del Pil
per uscire dalla relativa procedura d’infrazione Ue e poter aumentare pericolosamente il maxi debito pubblico, verosimilmente per elargire fondi anche a bacini di voti e lobby varie in vista delle prossime elezioni politiche.
Ora Meloni & C. ci riprovano.
Chiedono all’Europa di poter utilizzare da clausole/deroghe fino a revisioni contabili per svicolare le restrizioni imposte ai Paesi membri con difficoltà finanziarie dalle nuove (e pur più blande) regole di controllo sui bilanci nazionali del Patto di stabilità Ue.
Anche questo secondo inciucio servirebbe a sfondare i limiti di spesa pubblica senza subire i richiami della Commissione, politicamente negativi in campagna elettorale. Ma secondo quanto è trapelato informalmente dal negoziato riservato tra Roma e Bruxelles, per superare con un compromesso i “no” dell’Ue all’Italia super-indebitata, verrebbe richiesto al governo di fare concessioni come mantenere l’impegno di acquisti militari multimiliardari e rimangiarsi il “no” al contestatissimo euro-strumento Mes.
Meloni & C. dovrebbero piuttosto attuare con urgenza politiche economiche e di bilancio efficaci, anche per evitare attacchi speculativi sul maxi debito. Non sono scivolati solo sul deficit eccessivo.
Hanno registrato da una crescita rasoterra (nonostante gli aiuti e i prestiti Ue del Pnrr) al rischio di recessione, ammesso dal ministro dell’Economia Giorgetti, fino all’aumento dell’indebitamento a 3.139 miliardi. Un primo allarme di possibili attacchi speculativi è arrivato con il recente deprezzamento dei titoli di Stato.
Clausole/deroghe e inciuci Ue salvano per un po’ dagli euro-richiami sui conti pubblici. Ma non eliminano le pesanti difficoltà di bilancio dell’Italia, peggiorate da effetti delle guerre in corso (non solo energetici), che gravano soprattutto sui meno abbienti.
Spendendo di più e male, il maxi debito sale anche se a Bruxelles concedono più “flessibilità”. Vanno invece investite meglio le ingenti entrate fiscali (incrementabili recuperando tasse evase o eluse e tanto altro) per sostenere adeguatamente l’economia e i cittadini penalizzati da diseguaglianze da Terzo mondo.
In ogni caso, il governo non può sprecare denaro pubblico per mance elettorali.
Né si può chiedere all’Italia con le casse quasi vuote di fare ancora più debito per la difesa da un ipotetico futuro attacco bellico.
La priorità di spesa resta difendere gli italiani nella simil-guerra civile in atto con troppi morti, feriti, devastazioni e impoverimenti.
Già solo l’insufficiente finanziamento e controllo del Servizio sanitario pubblico (spesso penalizzato per favorire la sanità privata) ha contribuito alle molte migliaia di decessi stimati annualmente per presunta “malasanità”.
Si sale nelle centinaia di migliaia contando i pazienti con danni non letali o esclusi dalle cure per lunghe liste di attesa.
Altre migliaia di morti e feriti scaturiscono dal non saper garantire più sicurezza sulle strade, sul lavoro, nelle città, nelle aree in dissesto e nelle carceri. Scontri cruenti si combattono per traffici di droga della criminalità organizzata con tante vittime e menomazioni anche tra i tossicodipendenti e tra incolpevoli abitanti vicini alle piazze di spaccio.
C’è poi la strage lenta tra circa sei milioni di cittadini in condizioni di povertà e di esclusione sociale, che già da bambini scontano carenze alimentari e danni esistenziali destinati a minare salute, equilibrio psico-fisico e aspettative di vita. I bassi salari e i prezzi in salita dei beni necessari stanno decimando la classe media. Un esercito di giovani deve “disertare” – emigrando all’estero – per sfuggire la disoccupazione o compensi vergognosi.
Anziani indifesi finiscono prigionieri in Rsa simili a lager o in balia di bande di truffatori. Gli speculatori immobiliari provocano masse di “gentrificati” e senzatetto paragonabili a sfollati nei conflitti.
Preoccupa vedere Meloni & C., al quarto anno di mandato, mendicare in Europa di poter aumentare l’indebitamento.
Se lo ottenessero e continuassero a mal gestire la spesa pubblica – anche con insostenibili acquisti di armi e sprechi elettorali – moltiplicherebbero i pericoli di morti e feriti in Italia. Potrebbero far esplodere tensioni sociali e avviare verso uno scenario di crollo finanziario (tipo Grecia). Anche perché il governo “sovranista” avrebbe dovuto almeno allargare la quota nazionale del maxi debito, mentre è cresciuta quella in mani estere a oltre mille miliardi:
dilatando gli spazi per attacchi degli speculatori.

giovedì 26 febbraio 2026

Salviamo la Costituzione!



L'art, 104 della Costituzione sancisce che: "La magistratura in Italia è definita dalla Costituzione (Art. 104) come un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, garantendo l'imparzialità dei giudici, soggetti soltanto alla legge. Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è l'organo di autogoverno che gestisce carriere e provvedimenti disciplinari, composto da membri togati, laici e di diritto."

Questi di destra vogliono cambiare ciò che è stabilito in Costituzione e lo stanno facendo con emendamenti e leggi che la vuotano di significato per assumere tutto il potere... non dobbiamo permetterglielo!

cetta,

giovedì 20 novembre 2025

SE LEGGENDO NON VI INCAZZATE, NON STATE CAPENDO. - Il Fatto Quotidiano Da Themis & Metis

 


Avvertite Miranda Priestly, il più elegante dei personaggi interpretati da Maryl Streep: il Diavolo veste ministero delle Riforme istituzionali.

E scrive pure con una ricca dotazione di penne ministeriali, non prima di essersi spalmato le mani con la miglior crema fornita dalla Farnesina.
È ora di capirci qualcosa: da quando si è insediato, il governo Meloni ha investito oltre 3 milioni di euro in gadget di vario tipo da distribuire a fiere ed eventi per promuovere il proprio lavoro. O il proprio brand, in pieno stile Open to Meraviglia. Questa ricca produzione riguarda gli articoli più svariati, dalle penne alle magliette fino alle borse e i cappellini.

Tralasciando l’oggettistica a uso interno e considerando solo i gadget da distribuire, nel 2025 i ministeri hanno finora investito oltre mezzo milione.

Il #Fatto aveva già raccontato le avventure del ministero delle Riforme di Elisabetta Casellati, che ha iniziato con le shopper e ha finito con mille t-shirt personalizzate con scritta e logo del dipartimento.
Quasi 16 mila euro di gadget.

Ma un po’ tutti vogliono la propria parte. La Farnesina, per esempio, ha destinato 9 mila euro per l’acquisto di “gadget celebrativi per il 60esimo anniversario delle relazioni diplomatiche Italia-Singapore”.
Altri 4 mila euro sono serviti per “50 kit vino, 500 quaderni, 100 borse di tela e 50 zaini” da distribuire a un evento, mentre per la Festa della Repubblica il ministero di Antonio Tajani ha pensato a “1.002 creme da mani” da regalare agli ospiti della cerimonia.
Costo: 12 mila euro.

È il fascino dei gadget.

Che colpisce pure il ministero della Cultura, che in solo affidamento ha acquistato 22 mila euro di articoli, il ministero dell’Istruzione (per “prodotti e gadget con il logo del ministero”, 67 mila euro) e persino l’austero Mef di Giancarlo Giorgetti, che si è lasciato andare a un’infornata da 64 mila euro.

Penne, Magliette, borse e quant’altro.
Andando al 2024 il conto per i gadget è ancora più alto, intorno al milione di euro. E qui la voce grossa la fanno in due: il ministero dell’Agricoltura di Francesco Lollobrigida, che si è dato da fare con un affidamento da 77 mila euro per promuovere il suo dicastero; e il vicepremier Matteo Salvini, 119 mila euro per prodotti brandizzati.

Se si aggiungono i quasi 900 mila euro del 2023 e gli scampoli di 2022, si arriva ai 3 milioni di cui sopra nell’arco dei tre anni di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Oltre ai ministeri già citati,
il Viminale non fa mancare oggettistica della Polizia di Stato. Per esempio, nel 2023 ha distribuito ben 40 mila “agendine scolastiche personalizzate”, al costo di 90 mila euro.

Per chi volesse cambiare genere, c’è poi il Dipartimento Casa Italia di Palazzo Chigi, più frugale ma fantasioso.
La scorsa estate, all’interno di un affidamento da 5 mila euro, ha commissionato vari articoli tra cui “shopper in cotone 140 grammi con manici lunghi e soffietto”, “portachiavi a forma di casa”, “salvadanaio in forma di casa, in plastica”,
“mouse pad per sublimazione con superficie in poliestere e gomma sul fondo”.

Messa tutta insieme, ce n’è per mettere su una multinazionale:
dal tessile alla cancelleria. Testimonial, i ministri.

https://www.facebook.com/photo?fbid=3196643663850712&set=a.397017047146735

martedì 22 luglio 2025

Ue: Tagli al sociale e tasse per comprare più armi. - Pasquale Tridico.

 

Ieri sono interventuo in Parlamento europeo per denunciare la gravissima situazione che emerge dal nuovo Bilancio europeo 2028-2034, soprattutto per il Sud Italia.

Infatti, il Sud Italia pagherà un prezzo salatissimo dalla riforma della politica di coesione contenuta nella bozza di bilancio pluriennale della Commissione europea.

Spariscono i POR, PAC, FESR, FSE, acronimi dietro i quali c'erano finanziamenti e opportunità per le Regioni del Mezzogiorno e i suoi cittadini.
La Commissione europea li accorperà in un unico fondo togliendo la possibilità di spesa alle Regioni e tagliando l'assegno per gli Stati membri così da dirottare una parte consistente di quei fondi per il riarmo.

Cancellare la politica di coesione per finanziare una guerra è una vergogna assoluta che combatteremo in ogni sede istituzionale. Sul bilancio pluriennale ci sono le impronte digitali e le responsabilità di Ursula Von der Leyen, del Commissario Raffaele Fitto, che ha la delega proprio alla politica di coesione, e di tutte quelle forze politiche che li sostengono.

Bisogna staccare la spina a questa Commissione di destra che è contro il Sud, contro il sociale e la coesione. 

https://www.facebook.com/photo/?fbid=122216921300129862&set=a.122098529324129862

domenica 22 settembre 2024

Italia, il grande malato d’Europa. - Daniela Padoan

 

di DANIELA PADOAN. L’anomalia italiana è la destra estrema al potere, unico caso tra i paesi fondatori in una Unione Europea dove le forze reazionarie sono forti ma non tanto da salire al governo. In questa unicità, la maggioranza della presidente Meloni procede a tappe forzate nel completare riforme e varare nuove leggi che rendono l’Italia un paese sempre più malato di autoritarismo.

In numerosi Stati membri le destre estreme hanno raggiunto dimensioni preoccupanti per numero di adesioni e legittimazione nel discorso pubblico, ma in nessun Paese, tra quelli fondatori, sono al potere, tranne in Italia, che si configura come un’anomalia nell’Unione. Eppure, mentre in politica estera, pur non avendo votato l’attuale presidente della Commissione, la maggioranza delle forze che compongono la compagine governativa è allineata alla Nato e al sostegno dell’Unione all’Ucraina nel conflitto con la Russia, in politica interna l’esecutivo può procedere a tappe forzate, senza suscitare particolare scandalo, nella realizzazione dei programmi elettorali presentati nel 2020 dalle rispettive componenti: presidenzialismo, autonomia differenziata, riforma della Giustizia. 

Prima ancora che uno scambio tra forze governative, il progetto di riforme si mostra però come un complessivo e ben integrato disegno autoritario, tanto più se si guarda alle politiche che ne stanno definendo la cornice: una progressiva occupazione dei posti di potere istituzionali e mediatici; un’operazione revisionista di riscrittura della storia passata e recente; un atteggiamento insofferente quando non intimidatorio nei confronti di critici e oppositori; una tendenza alla criminalizzazione del conflitto e della disobbedienza anche non violenta, sugellata dal disegno di legge 1660-A approvato il 18 settembre alla Camera dei deputati, recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”. 

Le modifiche apportate nel testo e l’istituzione di nuovi reati evidenziano una concezione della sicurezza vista non come garanzia sociale, lavorativa e umana, ma esclusivamente come sistema di proibizioni e punizioni teso a silenziare la diversità, la difformità di pensiero e persino la ribellione non violenta che spesso accompagna la necessità di essere visti e ascoltati da parte dei più fragili, marginali, deprivati di diritti.

In linea con i progetti di autonomia differenziata, premierato “forte” e depotenziamento della Magistratura, il ddl mostra l’erosione degli spazi democratici che avverrebbe in una società dove cortei, picchetti, manifestazioni, sit-in, scioperi della fame e tutte le molteplici forme di resistenza passiva fossero considerati reati penali punibili con il carcere. Si può facilmente immaginare cosa sarebbe delle proteste degli studenti e degli ecologisti, delle lotte dei lavoratori, delle estreme manifestazione di dolore e impotenza di carcerati e migranti chiusi nei centri per il rimpatrio. A dirlo con chiarezza è stata l’Organizzazione intergovernativa per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) che, dopo aver esaminato la bozza del decreto legge, ha dichiarato che “la maggior parte delle disposizioni ha il potenziale di minare i principi fondamentali della giustizia penale e della rule of law”, ovvero dello stato di diritto.

Abbiamo bisogno di un risveglio democratico che riaffermi una cultura consapevolmente antifascista, e che abbia come centro quell’articolo 3 della Costituzione che ha al centro la solidarietà e che Liliana Segre ha indicato come “stella polare”. Possiamo farlo. Già nel 2006 ci siamo trovati a combattere la riforma costituzionale propugnata da Silvio Berlusconi, che riguardava proprio un premierato forte e un’ulteriore devoluzione dei poteri alle Regioni, assieme alla riduzione dell’autonomia del Consiglio Superiore della Magistratura. Quella riforma fu respinta dal 61% degli italiani.

La straordinaria raccolta di firme, avvenuta in piena estate, per il referendum abrogativo della legge sull’autonomia differenziata è un primo segno che è possibile opporsi a un progetto lesivo della Costituzione, dei poteri di bilanciamento politico-istituzionali e della democrazia. Che è possibile riaffermare il principio della solidarietà tra i cittadini della Repubblica indipendentemente dai territori in cui risiedono, nel Paese europeo maggiormente segnato dalla diseguaglianza interna, in cui l’autonomia differenziata sposterebbe un’enorme quantità di ricchezza dai territori più poveri a quelli più ricchi e destinerebbe sempre maggiori risorse ai privati sottraendoli al servizio pubblico. Che è possibile riaffermare la cultura di chi non vuole un “capo” che decida al suo posto ma un Parlamento rispettabile e rispettato. Di chi sa che il dissenso è prezioso e che la capacità di dialogare con chi confligge è ciò che definisce le democrazie. 

Scrittrice, saggista, si occupa da anni di razzismo e dei totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.


https://www.libertaegiustizia.it/2024/09/22/italia-il-grande-malato-deuropa/

domenica 25 agosto 2024

“Guardare all’Africa permette all’Italia di diventare hub energetico del Mediterraneo”. Parla il prof. Giuliano Frosini (Luiss)

 

La sicurezza energetica nazionale si costruisce attraverso un mix energetico che comprenda fonti tradizionali, rinnovabili e nucleare. Intervista al prof. Giuliano Frosini (Luiss)


La sicurezza energetica nazionale può essere osteggiata da numerosi fattori geopolitici, ambientali ed economici. Il recente conflitto tra Russia e Ucraina ha dimostrato quanto possa essere pericoloso affidare il proprio approvvigionamento energetico a un solo fornitore. Il rischio è quello di dover ricalibrare, in tutta fretta, il proprio mix energetico e di ritrovarsi a pagare un prezzo troppo alto. Delle alternative e delle soluzioni a queste problematiche ne abbiamo parlato, al Meeting di Rimini, con Giuliano Frosini, docente dell’Università Luiss.


La guerra tra Russia e Ucraina ha imposto al nostro paese di rivedere la propria politica di approvvigionamento energetico in generale e di gas in particolare. Quanto è cambiato il quadro dal 2022 a oggi?

Le guerre, così come le tensioni geopolitiche, generano dei problemi nell’approvvigionamento energetico e alla sicurezza energetica. La guerra russo – ucraina e le tensioni mediorientali hanno creato proprio queste difficoltà. In questi casi si corre ai ripari soprattutto per due motivi: tenere la luce accesa nelle case e non caricare troppo la bolletta dei consumatori. Per ottenere questi risultati si usano delle contromisure. Il Governo Draghi nel 2022 inserì un cap al prezzo del gas, che è servito soprattutto come deterrenza per i mercati impazziti. Ricordiamo che, a un certo punto, il prezzo per kilowattora nell’agosto del 2022 era arrivato a 140 euro quando normalmente è meno della metà.

Questo cap non è mai stato utilizzato ma è servito perché i mercati si sono tranquillizzati e siamo tornati a una situazione di normalità. I governi che si sono succeduti, anche quello attuale, hanno pensato di introdurre delle ulteriori contromisure, la più importante delle quali è di natura strategica, cioè trovare delle vie alternative. Oggi possiamo parlare dell’Italia come hub energetico del Mediterraneo perché si guarda molto all’Africa, un grande mercato da cui possiamo acquistare gas ma anche energia elettrica prodotta a costi più bassi sulle coste del Maghreb, della Tunisia e dell’Algeria. Affinché questo avvenga dobbiamo essere noi a realizzare delle grandi infrastrutture cosa che impegna le politiche energetiche dei nostri grandi TSO italiani, Snam e Terna, che fanno un lavoro egregio da tanti anni. Ora, però, sono chiamati a un supplemento di investimento per realizzare queste grandi infrastrutture che possano metterci al sicuro. 

I paesi dell’area del Mediterraneo non sono, però, famosi per la stabilità. La relazione di scambio commerciale con il nostro paese può supportare quelle aree nel raggiungere una maggiore stabilità?

Sì, la realizzazione di grandi investimenti in quelle aree, sulla costa mediterranea ma anche nella fascia a ridosso dell’area sahariana, può aiutare quei paesi a trovare stabilità. Non ho una idea chiara di come sarà realizzato il Piano Mattei ma sono convinto che si possano fare delle sperimentazioni. Per esempio, se parliamo di Terna e di Snam, i costi delle grandi infrastrutture di collegamento possono essere messi a beneficio della tariffa energetica degli italiani. La prospettiva è che l’opera infrastrutturale la pagano i consumatori italiani a patto che, nel tempo, il consumatore paghi meno la risorsa energetica. Questi sono investimenti da centinaia di milioni di euro che possono rappresentare una fonte di sviluppo e di stabilizzazione di alcune aree. Si tratta soprattutto di una stabilità regolatoria.


Le energie rinnovabili permettono di ridurre la dipendenza delle importazioni di fonti fossili. Tuttavia, la diffusione delle rinnovabili è rallentata da diversi problemi, tra questi anche le procedure burocratiche. Crede che siano stati fatti dei passi in avanti?

Penso di sì. Però credo che questa materia sia trasversale rispetto al decisore pubblico espresso dalla rappresentanza politica. Cioè è un dato di fatto che il sistema energetico italiano è un buon sistema, rappresenta un’eccellenza nel panorama europeo e questo grazie anche a un’ottima regolazione. Le questioni burocratiche sono soprattutto le difficoltà autorizzative e le difficoltà nel realizzare i collegamenti. Però, nel corso del tempo abbiamo alloggiato una grande capacità green, il passo in avanti è notevole. Bisogna fare ancora e fare meglio, sburocratizzare ma anche convincere i territori che le strutture che producono energie rinnovabili possono essere relativamente poco impattanti e portare notevoli benefici.

Le energie rinnovabili richiedono tecnologie che necessitano di materie prime critiche e terre rare. Questo è un altro aspetto problematico.

Per realizzare queste strutture intelligenti ci vogliono materie prime critiche e terre rare che non sono nelle nostre immediate disponibilità. Quindi bisogna approvvigionarsi in mercati lontani e costosi. Cosa bisogna fare? Bisogna individuare la prospettiva di approvvigionamento nell’ambito della catena del valore di questi materiali, perché solo i paesi che saranno in grado di agganciare queste novità beneficeranno delle rinnovabili. Viceversa, il rischio è di pagare un costo molto più alto. 

Nel nuovo Pniec trova spazio per la prima volta il nucleare, quale contributo potrà dare alla sicurezza energetica nazionale in futuro? Anche in relazione alle sfide europee di riduzione della CO2.

Gli obiettivi europei sono sfide molto aggressive, se davvero vogliamo pensare di agganciarli al 2030 e al 2050 anche il nucleare può fare la sua parte. La questione è tecnica: abbiamo la possibilità di utilizzare una miscela di fonti tradizionali, come il gas, le rinnovabili e, se il nostro paese deciderà, il nucleare. Quest’ultimo è come un diesel, una volta avviato va per conto suo. Quindi il nucleare può rappresentare una baseline di produzione, le fonti alternative possono rappresentare la riserva. L’esempio arriva dalla Francia che è costretta a venderci energia nucleare a prezzo negativo perché altrimenti non saprebbe cosa farci. Dunque, secondo me può essere una strada. Non siamo più in una situazione in cui possiamo far guidare il nostro agire solo dagli obiettivi di transizione energetico – climatico, che sono importantissimi e vanno perseguiti con forza, dobbiamo però cercare di tenere aperte più strade, in modo che queste, adeguatamente miscelate, possano rappresentare una sicurezza per il nostro sistema di approvvigionamento energetico.


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