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martedì 11 agosto 2026

A Lingang, in Cina, è stato realizzato uno dei più grandi progetti di città spugna.

 

E se una città fosse progettata per assorbire la pioggia come una gigantesca spugna?
Nel nuovo quartiere di Lingang, a Shanghai, questa idea è già diventata realtà.
Per decenni, le città sono state costruite seguendo lo stesso principio: far defluire l'acqua piovana il più velocemente possibile attraverso tombini, tubature e canali.
Ma con piogge sempre più intense, questo sistema non basta più. Quando l'acqua cade troppo rapidamente, le fognature possono andare in crisi e il rischio di allagamenti aumenta.
Per questo motivo, a Lingang è stato realizzato uno dei più grandi progetti di città spugna.
Anziché ricoprire il territorio con asfalto e cemento impermeabili, gli urbanisti hanno progettato il quartiere con parchi, laghetti, zone umide, tetti verdi, giardini pluviali e pavimentazioni drenanti, capaci di assorbire l'acqua piovana come farebbe una spugna.
L'acqua viene trattenuta, filtrata naturalmente dal terreno e poi rilasciata lentamente, riducendo il rischio di allagamenti anche durante i temporali più intensi.
I benefici, però, non si fermano qui.
Questi spazi verdi contribuiscono anche a migliorare la qualità dell'aria, ricaricare le falde acquifere, favorire la biodiversità e abbassare la temperatura durante i mesi più caldi, rendendo il quartiere più piacevole da vivere.
L'obiettivo è semplice ma ambizioso: trasformare la pioggia da problema a risorsa.
È un esempio di come la progettazione urbana possa imparare dalla natura, invece di cercare continuamente di contrastarla.
A volte, le soluzioni più intelligenti non sono quelle più complicate.
Sono quelle che esistono da milioni di anni e che la natura ci mostra ogni giorno.

sabato 8 agosto 2026

DOVEVAMO SPEZZARE LE RENI ALLA RUSSIA. CI SIAMO TAGLIATI GLI ATTRIBUTI DA SOLI.

 

Il capolavoro strategico europeo meriterebbe di essere studiato nelle università. Ma non nei corsi di geopolitica: in quelli di autolesionismo.
L’obiettivo era mettere economicamente in ginocchio Mosca, interrompere i rapporti commerciali, chiudere i mercati, tagliare l’energia russa e dimostrare al Cremlino che senza l’Europa la Russia sarebbe rimasta sola.
Risultato?
Nel primo semestre del 2026 l’interscambio tra Russia e Cina ha raggiunto 134,18 miliardi di dollari, con una crescita del 25,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Le esportazioni russe verso la Cina sono aumentate del 23,3%, quelle cinesi verso la Russia del 28,4%.
Nel frattempo il commercio complessivo tra Unione Europea e Russia, che nel 2021 valeva 257,5 miliardi di euro, nel 2025 era precipitato a 58,1 miliardi.
Una riduzione di quasi 200 miliardi di euro.
E qui arriva la parte meravigliosa.
Perché quando tu abbandoni un mercato da decine di miliardi, quel mercato non viene sepolto con una cerimonia funebre a Bruxelles.
Arriva qualcun altro e se lo prende.
Noi abbiamo lasciato spazio nell’automotive? Sono arrivati i cinesi.
Abbiamo ridotto tecnologia, macchinari e componentistica? Pechino ha aumentato le proprie forniture.
Abbiamo smesso di comprare una parte enorme dell’energia russa? La Russia ha spostato sempre più flussi verso l’Asia, spesso concedendo alla Cina condizioni molto convenienti.
In pratica Pechino si è trovata davanti il Black Friday geopolitico del secolo: energia russa, materie prime, un enorme mercato da occupare e un vicino costretto dalle sanzioni occidentali ad avere sempre più bisogno della Cina.
E noi?
Noi fierissimi.
Petto in fuori.
Sanzione numero uno, sanzione numero due, sanzione numero diciassette, conferenza stampa, foto di famiglia, applausi e dichiarazione sulla “unità europea”.
Poi arriva il conto.
Perché la Russia certamente ha pagato e continua a pagare un prezzo pesante: minore accesso alla tecnologia occidentale, costi logistici superiori, dipendenza crescente da Pechino, difficoltà finanziarie e un’economia sempre più orientata alla guerra.
Ma qualcuno dovrebbe finalmente avere il coraggio di fare anche l’altra metà del bilancio.
Quanto abbiamo pagato NOI?
Quanto mercato europeo abbiamo regalato ai concorrenti cinesi?
Quanto potere contrattuale abbiamo perso nei confronti di Mosca?
Quanto ci costa oggi procurarci altrove energia che prima arrivava attraverso infrastrutture già costruite?
E soprattutto: quale genio pensava davvero che una potenza con 17 milioni di chilometri quadrati di territorio, enormi risorse energetiche e un confine di oltre 4.000 chilometri con la Cina sarebbe rimasta seduta a piangere davanti alla porta chiusa dell’Europa?
La geografia non applica le sanzioni.
La geografia resta lì.
E la Cina pure.
Il risultato strategico è paradossale: abbiamo lavorato per rendere l’Europa meno dipendente dalla Russia e contemporaneamente abbiamo lavorato per rendere la Russia meno dipendente dall’Europa.
Solo che la seconda parte ce l’avevano spiegata un po’ meno.
Pechino compra energia, vende automobili, macchinari ed elettronica e accresce la propria influenza sulla Russia.
Mosca perde una parte del rapporto privilegiato con l’Europa ma costruisce nuovi circuiti commerciali asiatici.
E l’Europa perde contemporaneamente un fornitore, un mercato e una parte della propria capacità di influenza.
Straordinario.
Dovevamo “spezzare le reni alla Russia”.
Alla fine, guardando la cartina geografica e i flussi commerciali, viene il sospetto che gli unici ad essersi tagliati gli attributi con entusiasmo siamo stati noi.
E abbiamo pure pagato il coltello.
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FONTI: General Administration of Customs of China; Rappresentanza commerciale russa in Cina; Commissione Europea; Federal Customs Service of Russia; Interfax.

domenica 26 luglio 2026

𝗕𝗥𝗨𝗫𝗘𝗟𝗟𝗘𝗦 𝗛𝗔 𝗩𝗢𝗟𝗨𝗧𝗢 𝗙𝗔𝗥𝗘 𝗜𝗟 𝗚𝗜𝗚𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗖𝗢𝗡 𝗟𝗔 𝗖𝗜𝗡𝗔. 𝗣𝗘𝗖𝗛𝗜𝗡𝗢 𝗟𝗘 𝗛𝗔 𝗠𝗢𝗦𝗧𝗥𝗔𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗜 𝗧𝗜𝗘𝗡𝗘 𝗟𝗘 𝗖𝗛𝗜𝗔𝗩𝗜 𝗗𝗘𝗟 𝗠𝗔𝗚𝗔𝗭𝗭𝗜𝗡𝗢.

 

Il 23 luglio l’Unione europea ha approvato il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, inserendo anche 14 imprese della Cina continentale e di Hong Kong tra quelle accusate di sostenere l’apparato industriale russo o di favorire l’aggiramento delle restrizioni occidentali. (Consiglio Europeo)
Pechino non ha organizzato una conferenza sulla “resilienza”, non ha convocato un tavolo tecnico e non ha annunciato una strategia da completare entro il 2040.
Il giorno successivo ha semplicemente risposto.
𝗤𝘂𝗮𝘁𝘁𝗼𝗿𝗱𝗶𝗰𝗶 𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗲 sono state inserite nella lista cinese di controllo delle esportazioni. Tra queste figurano Rheinmetall, l’italiana Lafert, Cavok UAS, Tatra Trucks, Vigo Photonics, IHC Merwede e perfino l’Università tecnologica di Breslavia. (Ministero del Commercio)
Da quel momento gli esportatori non possono più fornire loro beni a duplice uso. Il divieto riguarda anche organizzazioni straniere che volessero trasferire alle aziende colpite materiali o componenti di origine cinese. Eventuali deroghe dovranno essere autorizzate direttamente dal Ministero del Commercio di Pechino. (Ministero del Commercio)
In altre parole: Bruxelles firma una lista.
Pechino chiude il rubinetto.
E dentro quel rubinetto possono passare materiali strategici, componenti elettronici e alcune terre rare indispensabili per droni, sistemi ottici, motori, radar, missili, aerospazio e tecnologie militari avanzate. (Reuters)
Qui comincia la parte comica.
L’Europa parla quotidianamente di “autonomia strategica”, ma la stessa Commissione europea riconosce che la Cina fornisce praticamente il 100% delle terre rare pesanti utilizzate nell’Unione. (Mercato Interno e PMI)
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, Pechino controlla circa il 60% dell’estrazione mondiale delle terre rare magnetiche, il 91% della raffinazione e il 94% della produzione dei magneti permanenti sinterizzati. (IEA)
Sono i magneti che servono per automobili, turbine, robot, droni, aerei, apparati elettronici e sistemi d’arma.
𝗟𝗮 “𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗮”, 𝗱𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗶𝗻𝗰𝗶𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗴𝗮𝗻𝗮 𝗰𝗶𝗻𝗲𝘀𝗲.
Nel 2025 le restrizioni di Pechino provocarono già rallentamenti e sospensioni temporanee nella produzione di alcune case automobilistiche occidentali. L’IEA calcola che un’applicazione completa dei controlli cinesi potrebbe esporre a rischio fino a 6.500 miliardi di dollari di produzione annuale fuori dalla Cina, con Europa e Stati Uniti tra le aree più vulnerabili. (IEA)
Non significa che domani tutte le fabbriche europee si fermeranno.
Significa qualcosa di politicamente ancora più grave: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗵𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗳𝗶𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝗲𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗶𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗶𝗻 𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗶 𝗯𝗿𝗲𝘃𝗶.
È la diplomazia europea del nuovo millennio:
dichiarare guerra economica con le materie prime dell’avversario,
riarmarsi con i suoi componenti,
fare la transizione verde con i suoi magneti
e poi stupirsi quando quello presenta il conto.
Bruxelles pensava di avere in mano una frusta.
Ha scoperto che era il cavo di alimentazione della propria industria e che la spina si trova a Pechino.
𝗟’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼.
Ma ha dimostrato ancora una volta di praticare una politica estera molto più grande della propria capacità industriale.
E la Cina ha risposto con una frase che non aveva bisogno di essere pronunciata:
𝗣𝗢𝗧𝗘𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗥𝗖𝗜.
𝗠𝗔 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢𝗟𝗟𝗔𝗧𝗘 𝗖𝗛𝗜 𝗩𝗜 𝗙𝗢𝗥𝗡𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗜 𝗣𝗘𝗭𝗭𝗜.

Don Chisciotte
Fonti: Consiglio dell’Unione europea; Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese; Reuters; Agenzia internazionale dell’energia.

martedì 12 maggio 2026

LA PACE DURATURA CHIAMA LE OPPOSIZIONI A SCEGLIERE - Elena Basile

 

Una delle caratteristiche comuni al Sud globale, alle potenze del surplus attaccate dalla belva ferita del capitalismo finanziario, è rappresentata dalla pazienza strategica. La Russia, la Cina non rispondono alle provocazioni, a volte non esercitano la deterrenza attesa dai molti e confidano che il tempo giochi a loro favore.
La Russia ha tuttavia avvertito attraverso il suo ministro della Difesa che un attacco terroristico, condotto da ucraini e alleati Nato, contro la parata militare in programma a Mosca il 9 maggio, avrebbe come conseguenza una rappresaglia durissima anche contro gli alleati di Kiev. Una dichiarazione che qualora le linee rosse non vengano rispettate vincolerebbe Mosca all’azione.
Fino ad oggi tuttavia, nonostante le critiche aperte del politologo Karaganov e del direttore del Valdai Club Bordachev, la Russia ha incassato gli attacchi alla leadership, allo stesso Putin e alle infrastrutture civili, reagendo con una mano legata dietro la schiena. La superiorità militare aerea permetterebbe bombardamenti a tappeto, decapitazione della leadership di Kiev, rappresaglie sugli alleati.
Sulla stampa occidentale non è riconosciuta la cautela russa che si astiene dai massacri del popolo fratello ucraino. Allo stesso modo se Mosca reagisse, i falchi ne approfitterebbero per descriverne la rappresaglia come “non provocata” ed essa fornirebbe il pretesto a scandinavi, baltici e polacchi per sostenere l’attacco diretto alla Russia, per quanto folle questo possa sembrare. Putin preferisce quindi lasciare che il tempo e le sanzioni destabilizzino l’Europa e il fronte occidentale e indeboliscano ulteriormente l’Ucraina.
La Cina è riluttante a esercitare una vera e propria deterrenza. Teme l’imprevedibilità dell’impero in declino e spera che il lento passaggio alla egemonia di Pechino, iscritto nella tendenza storica attuale, si compia senza bagni di sangue.
Interviene tuttavia nel conflitto di cui è vittima l’Iran per mitigare gli obiettivi di Teheran e sostenere una mediazione basata sull’apertura dello stretto di Hormuz e la sospensione delle sanzioni occidentali. Rimanda tuttavia al mittente le pressioni mafiose di Trump e non accetta di sottostare alle sanzioni unilaterali. Insieme alla Russia difende l’accordo sul nucleare che permetta all’Iran l’arricchimento dell’uranio a fini civili e il deposito dell’uranio arricchito presso Paesi amici. Si rende disponibile, con mille paletti e senza lasciarsi trascinare in guerra, a garantire con l’Onu la non aggressione dell’Iran.
I comportamenti ondivaghi degli Usa, al netto dell’instabilità mentale del presidente e delle dichiarazioni funzionali all’arricchimento delle lobby finanziarie, sono dovuti ai messaggi che anche attraverso l’intelligence pervengono a Washington da Mosca e Pechino.
La libera circolazione dello stretto di Hormuz è un interesse essenziale cinese. Le conseguenze sull’economia mondiale sono tali da portare alla depressione economica.
Gli Stati uniti del resto hanno posto fine al blocco delle navi iraniane dopo le prime rappresaglie sulle navi americane e sulle raffinerie emiratine. L’uscita di Abu Dhabi dall’Opec al fine di superare, data la crisi economica, la quota di 3,5 milioni di barili è la conferma dal punto di vista geopolitico della progressiva distanza degli Emirati, ormai pedina israeliana, dall’Arabia Saudita.
L’obiettivo massimalista iraniano di attaccare la struttura dei petrodollari e di ottenere il ritiro degli Usa dal Golfo Persico viene mitigato dagli alleati di Teheran al fine di pervenire alla mediazione. Trump potrebbe, nel mondo della post verità, pur non avendo conseguito nessun obiettivo (regime change, arricchimento zero di uranio, drastica riduzione della difesa missilistica, fine delle alleanze con Hamas, Hezbollah e Yemen), descrivere la sua effettiva ritirata come una vittoria, vantando le concessioni iraniane sul trasferimento dell’uranio arricchito e la rinuncia al nucleare bellico, in realtà già fatte l’anno scorso nei negoziati di Ginevra.
L’apertura dell’economia iraniana in un mondo sano rappresenterebbe un beneficio per tutti. Si tratterebbe per una pace duratura nel mondo, di rinunciare alle politiche neocon di controllo dei flussi energetici per continuare il dominio unipolare e colpire il rivale sistemico. La dipendenza di ucraini e europei e il loro utilizzo in una proxy war contro la Russia è replicata nell’interruzione di flussi energetici verso il Giappone, il Vietnam, le Filippine, i nuovi proxy nella guerra contro la Cina.
Rinunciare a questa strategia e al condizionamento della lobby americana di Israele, (variabile impazzita che vuole la guerra permanente) è la strada per uscire dalla minaccia nucleare e accettare la cooperazione nel mondo multipolare. L’opposizione al governo Meloni e la diplomazia europea sono in grado di sostenere questa scelta cruciale?

venerdì 10 aprile 2026

LA RESA DI TRUMP FIRMATA DALLA CINA, CHE HA SPINTO L'IRAN A RIAPRIRE HORMUZ - Giorgio Cattaneo

 

Centomila soldati cinesi pronti all'impiego, fuori dai confini nazionali per la prima volta nella storia, nel caso in cui Teheran fosse stata davvero in pericolo.
Poi i ceceni del reggimento Achmat, agli ordini di Putin, già schierati lungo il confine afghano e motivati a loro volta a intervenire dalla parte degli iraniani.
Senza contare vari sommergibili russi, dotati di missili ipersonici, appena dislocati a poche miglia da Hormuz. Queste, secondo il generale Cesare Dorliguzzo, intervistato da Francesco Toscano su Visione TV, sono le “solide ragioni” che avrebbero spinto Donald Trump all'ingloriosa ritirata dal teatro bellico iraniano, dopo aver fallito tutti gli obiettivi. Tranne forse uno: la colossale distrazione di massa.
Quest'ultima è la tesi dell'avvocato Alessandro Fusillo, già strenuo difensore dei cittadini italiani durante la psico-pandemia:
«Gli Usa, che sono un regime sanguinario e genocida, con la missione Artemis sono pronti a inventarsi persino un secondo finto sbarco sulla Luna».
Per Fusillo, interpellato da Fabio Frabetti su Border Nights, la stessa devastante guerra di aggressione contro Teheran, assolutamente criminale e banditesca, sarebbe stata scatenata come gigantesco diversivo politico-mediatico «vista la gravità del quadro emerso dagli Epstein Files», che dipingono Trump come un docile burattino di Israele, completamente compromesso dal Deep State sionista.
Più articolata l'analisi che l'esperto statunitense Scott Ritter, già ispettore Onu per il nucleare, fornisce al popolare video-blogger Judge Andrew Napolitano: se a far capitolare gli Usa è stata l'inattesa resistenza dell'Iran, a regalare al disperato Trump una via d'uscita, finalmente, è stata la Cina, che ha convinto gli iraniani a fermarsi, riaprendo lo Stretto di Hormuz (vitale per l'economia di Pechino).
Per Ritter, ormai giganteggia la statura mondiale di Xi Jinping: attraverso il Pakistan e con l'avallo dei russi, il leader cinese ha di fatto sbloccato una crisi energetica drammatica, che stava iniziando a paralizzare il mondo. Crisi innescata dalla folle aggressione israelo-statunitense: l'attacco a tradimento contro l'Iran era scattato senza che vi fosse un vero allarme e
per giunta a negoziati in corso.
Vista l'impossibilità di piegare Teheran,
non restava che il terrorismo: bombardamenti a tappeto sulle città e, magari, il ricorso all'arma atomica.
Clamorosamente, l'ex trumpiano di ferro Tucker Carlson è arrivato a invitare i generali americani a disobbedire agli ordini. Per la verità, sia il Pentagono che la Cia avevano tentato di dissuadere la Casa Bianca dall'attaccare l'Iran, avvertendo che sarebbe stato impossibile batterlo. Sicuramente, dice Ritter, gli alti comandi hanno opposto resistenza anche a campagna in corso.
Pesantissimo, poi, il fallimento della catastrofica missione per impossessarsi dell'uranio iraniano: mascherata da recupero del pilota di un caccia abbattuto, l'operazione –
che avrebbe coinvolto oltre 150 velivoli – è stata annullata dalla prontezza della difesa iraniana.
«Gli Usa hanno fallito tutti gli obiettivi e non hanno acquisito alcun risultato, né politico né militare», sintetizza Ritter: «Il governo iraniano non è cambiato e il suo nucleare (civile) non è stato toccato». Idem il vasto arsenale dei missili balistici, che hanno raso al suolo tutte le basi Usa nel Golfo Persico.
Le portaerei? Tenute lontanissime dai missili iraniani. Impensabile poi uno sbarco dei marines: sarebbe stato un suicidio.
Tuttora, lo Stretto di Hormuz resta sotto il pieno controllo di Teheran. «Per gli Stati Uniti, questa è una sconfitta schiacciante. È anche l'inizio di un declino ormai vistoso. Per Trump, significa il quasi sicuro disastro alle imminenti elezioni di medio termine, a prescindere dalle esilaranti storielle che si inventerà, per tentare di raccontare che il vincitore sarebbe lui».
A pesare è la fortissima delegittimazione della Casa Bianca:
il presidente è stato abbandonato dai trumpiani della prima ora, quelli del movimento Maga, delusi e traditi dalla censura imposta agli Epstein Files. Un super-trumpiano come Joe Kent, capo dell'antiterrorismo, si è dimesso in modo rumoroso: accusa il presidente di aver aggredito l'Iran senza motivo, solo per assecondare Netanyahu.
Francesco Toscano è fra quanti si domandano se Trump, oltre a essere “compromesso” e forse ricattato, non sia anche spaventato:
«È stato verosimilmente il Mossad a uccidergli sotto il naso un fedelissimo come Charlie Kirk, leader dei giovani Maga: si era permesso di accusare Netanyahu di tacita complicità nella strage del 7 Ottobre».

domenica 22 marzo 2026

Cina: entra in funzione la prima turbina a gas cinese da 550 MW di classe F.

 

Il 21 marzo, la prima turbina a gas da 550 MW di classe F, considerata il "gioiello della corona dell'industria", ovvero l'Unità 1 del progetto della turbina a gas di Tongnan di China Huadian a Chongqing, in Cina, ha completato con successo 168 ore di funzionamento a pieno carico, entrando ufficialmente in produzione. Questo evento segna una nuova svolta per il Paese nell'applicazione di apparecchiature energetiche ad alta capacità, efficienza e pulizia.

Quando funzionerà a piena capacità, la turbina enererà circa 2,1 miliardi di kWh all’anno, consentendo un risparmio annuo di 200.000 tonnellate di carbone standard e una riduzione delle emissioni di anidride carbonica di circa 860.000 tonnellate. Le emissioni di inquinanti come biossido di zolfo e polveri saranno prossime allo zero, offrendo così benefici sia economici che ecologici.

https://www.facebook.com/photo?fbid=1368188478682878&set=a.606455724856161

lunedì 13 ottobre 2025

Grotte di Longmen. - Elly Tran



Le Grotte di Longmen, situate vicino a Luoyang, nella provincia cinese dell'Henan, sono una delle più straordinarie realizzazioni dell'antica arte e devozione buddista.

Scavate nelle pareti calcaree lungo il fiume Yi, il sito contiene oltre 2.300 grotte e nicchie contenenti più di 100.000 statue di Buddha, stele e iscrizioni.

Le prime incisioni iniziarono durante la tarda dinastia Wei Settentrionale, nel IV secolo d.C., quando l'imperatore Xiaowen trasferì la capitale a Luoyang e promosse il buddismo come religione di stato.

L'attività artistica fiorì durante la dinastia Tang (VII-X secolo d.C.), quando il mecenatismo reale e la devozione pubblica diedero vita alle sculture più grandiose del sito.

Il colossale Buddha Vairocana nel tempio di Fengxian, commissionato dall'imperatrice Wu Zetian, si erge come un capolavoro dell'arte Tang, irradiando serenità e maestosità imperiale.

Le grotte rivelano una graduale evoluzione dell'arte buddista cinese, fondendo influenze straniere del Gandhara con stili cinesi autoctoni per creare un'estetica unica e raffinata.

Le iscrizioni scolpite lungo le statue riportano i nomi dei donatori – imperatori, monaci e gente comune – a dimostrazione di quanto profondamente il buddismo permeasse la società.

Secoli di intemperie, saccheggi e guerre hanno danneggiato parti del sito, eppure la maggior parte delle incisioni si erge ancora come silenziosa testimonianza dell'eredità spirituale e artistica della Cina.

Nel 2000, l'UNESCO ha riconosciuto le Grotte di Longmen come Patrimonio dell'Umanità, onorandole come "una straordinaria manifestazione del genio creativo umano".

Oggi, le grotte rimangono un luogo sacro e maestoso, dove pietra, fede e storia si fondono per raccontare la storia senza tempo della civiltà buddista cinese.


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giovedì 2 ottobre 2025

600 km/h: il futuro dei trasporti è qui!

 

600 km/h: il futuro dei trasporti è qui!
Alla Conferenza Mondiale sull’Alta Velocità Ferroviaria è stato presentato il primo treno a levitazione magnetica superconduttiva elettrica sviluppato in Cina.
Perché è speciale?
Tecnologia superconduttiva ad alta temperatura: il treno “galleggia” senza contatto grazie alla forza magnetica tra il suo magnete superconduttivo e le bobine della rotaia.
Velocità operativa massima: 600 km/h.
Può affrontare pendenze, curve strette e accelerazioni con grande flessibilità.
Colma lo spazio tra l’alta velocità ferroviaria e l’aereo, migliorando efficienza e comfort di viaggio.
Il prototipo è già pronto e presto una linea di prova da 300 metri entrerà in funzione. Siamo pronti a un futuro in cui viaggiare sarà sempre più veloce!