sabato 28 marzo 2026

GLI STATI UNITI NON VOGLIONO LA PACE. VOGLIONO IL DOMINIO.


Non è una provocazione. È la sintesi brutale di ciò che sta accadendo. Altro che diplomazia, negoziati, tavoli e mediazioni: mentre l’Oman cercava di tenere aperto un canale tra Stati Uniti e Iran, arrivavano i bombardamenti. Non è un incidente. È un metodo.

Secondo Jeffrey Sachs, la logica è semplice e spietata: gli Stati Uniti puntano alla supremazia globale, Israele a quella regionale. Il resto — diritti umani, diritto internazionale, pace — è scenografia. Quando serve, si parla. Quando non serve più, si bombarda.

E c’è un dettaglio che disturba più di tutti: molti Paesi occidentali, anche nei contesti ufficiali come il Consiglio di Sicurezza ONU, non fanno altro che ripetere la linea americana. Non alleati, ma eco. Non diplomazia, ma subordinazione.

La strategia è sempre la stessa: colpire, destabilizzare, eliminare leader scomodi, sperando di installare governi docili. È successo in Iraq, in Libia, in Siria. Sempre con la stessa promessa: porteremo ordine. Sempre con lo stesso risultato: caos, guerre, sangue.

Le radici sono profonde. Nel 1953 la CIA e l’MI6 rovesciarono il governo iraniano democratico, installando uno Stato di polizia. Da allora, l’Iran non è mai stato davvero “perdonato” per essersi ripreso la propria sovranità. Il conflitto non nasce oggi: è una lunga storia di controllo e resistenza.

Intanto, mentre si parla di strategia e geopolitica, muoiono persone. Studentesse, civili, vite reali. Non pedine su una scacchiera.

E qui Sachs tira fuori una lama ancora più affilata, citando Tucidide: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono.” Era l’arroganza di Atene. Dodici anni dopo, Atene cadde.

La storia è chiara. Il potere che si crede senza limiti diventa cieco. E quando il diritto internazionale diventa un fastidio invece che una regola, resta solo la legge del più forte.

Il punto è questo: non siamo davanti a errori. Siamo davanti a una strategia. Una strategia che ha lasciato dietro di sé un arco di instabilità che va dalla Libia all’Iran, passando per Iraq e Siria.

Un fiume di sangue. Non per sbaglio. Per scelta.

E ogni volta la giustificazione cambia. Ma la direzione resta la stessa.

Dominio. Sempre dominio.