sabato 12 settembre 2020

“Anche in Costituente c’era chi chiedeva meno parlamentari”. - Silvia Truzzi

 “Anche in Costituente c’era chi chiedeva meno parlamentari”

Nell’ultimo commento che ha scritto per il Fatto Quotidiano, Lorenza Carlassare, costituzionalista e professore emerito a Padova, ha motivato così la scelta al prossimo referendum sul taglio del numero dei parlamentari: “Se vince il No nulla verrà più cambiato. Se vince il Sì c’è almeno la speranza che, fra le modifiche rese indispensabili dal taglio, ci sia anche la modifica della legge elettorale”.

Professoressa Carlassare, prima di arrivare alla legge elettorale una premessa di metodo: l’altra volta si diceva che la riforma era troppo vasta, ora si obietta che la modifica, puntuale, non si porta dietro una riforma di sistema. La battaglia per il referendum è squisitamente politica?

La Costituzione non prevede in nessun modo riforme di sistema: al bisogno, si possono apportare modifiche puntuali. I costituzionalisti lo hanno più volte sottolineato, in particolare Alessandro Pace, che ha scritto tantissimo su questo tema. La mia impressione è che alcuni tra gli oppositori, non avendo argomenti validi, vadano a caccia di pretesti anche a costo di contraddirsi.

Perché si vuole riproporre oggi l’automatismo del 2016, quando la sorte del governo era legata all’esito del referendum?

Questo dimostra la vacuità dei discorsi. Renzi si doveva ritirare dalla politica: è ancora in Senato e parla tutti i giorni. Ribadisco quello che ho appena detto: quando mancano ragioni forti, si tenta di suggestionare gli elettori.

Come lei ha ricordato, la riforma del taglio dei parlamentari in ultima lettura è stata approvata con una maggioranza bulgara dalla Camera. A questo proposito Valerio Onida ha detto: “Votare No aggraverebbe il sentimento di sfiducia che già esiste nei cittadini verso le istituzioni”.

Sono d’accordissimo con Onida. Basta ricordare i numeri, che sono impressionanti: 553 deputati a favore, 14 contrari, 2 astenuti. È incredibile che nonostante questa totale adesione si abbia il coraggio di affermare che si tratta di una riforma che va contro il Parlamento! La verità è che a discapito della Costituzione si fanno piccoli giochi politici, in assenza di progetti da proporre. C’è una totale mancanza di convinzione perfino sulle regole democratiche. Mi pare che questi ripensamenti siano dettati da questioni di opportunità politica: aprire una crisi, far cadere il governo… Il risultato è che i cittadini sono sconcertati perché capiscono che non c’è nessuna serietà, nessun reale convincimento, e non si fidano più. Per questo, oltre a una nuova legge elettorale, è necessario riprendere in mano la legge del 2016 che prevedeva l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione.

Quello sul ruolo dei partiti?

La Costituzione dice che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. I protagonisti sono i cittadini, i partiti uno strumento. La legge del 2016 prevedeva che i partiti pubblicassero il curriculum dei candidati e il certificato del casellario giudiziale.

Sulle maggioranze da modificare dopo il taglio, il punto principale riguarda il peso dei delegati delle Regioni nella platea elettorale che sceglie il presidente della Repubblica. Lei che ne pensa?

Si può ridurre, dimensionandolo alla nuova composizione del Parlamento in seduta comune. Ci vorrà una legge costituzionale, però è una questione davvero da poco. I Costituenti hanno immaginato una platea più vasta per l’elezione del capo dello Stato perché è colui che per sette anni rappresenta l’unità nazionale, quindi la voce delle Regioni deve avere un peso.

I Costituenti non hanno inserito il numero dei parlamentari nella Carta: perché?

Alla Costituente è stata fatta una scelta variabile, in proporzione alla popolazione. Sul numero si discusse: nelle sedute del 16 e 19 settembre 1947 l’onorevole Nitti ricordò quanto siano pochi, al confronto, i parlamentari di una delle più antiche democrazie, gli Stati Uniti, e l’onorevole Conti, relatore, disse: “Bisogna ridurre il numero dei deputati. Avremo così una Assemblea più snella e, se vogliamo davvero la Costituzione di uno Stato in cui tutti gli organi rappresentativi abbiano vigore e una grande autorità, dobbiamo tendere a fare della Camera dei deputati un’Assemblea nella quale la dignità, la coltura, se possibile, la sapienza siano immediatamente riconosciute dal Paese il giorno successivo alle elezioni. Non si deve dire: quanta gente che non vale nulla! Si deve riconoscere l’esistenza di un’Assemblea legislativa composta di uomini degni della loro funzione”. Ma continuiamo a discutere dei dettagli: ciò che influisce sulla rappresentanza è la legge elettorale. Per questa bisogna fare una battaglia.

Nell’articolo per il nostro giornale, lei ha scritto la sua “ricetta”: proporzionale con soglia di sbarramento non superiore al 3 e senza liste bloccate. L’obiezione che alcuni le muovono è che questo sistema pende troppo verso la rappresentanza e troppo poco verso la governabilità.

L’obiezione sulla governabilità risente del clima verticistico che a lungo ha dominato il nostro dibattito pubblico, facendo danni indescrivibili. La Consulta, nelle sentenze che hanno annullato Porcellum e Italicum, ha riconosciuto che la governabilità è un principio di cui tener conto, ma mai a discapito della rappresentanza che è un valore costituzionale. Credo però che l’ubriacatura maggioritaria sia scemata. Aggiungo che nella legge elettorale va anche inserito il divieto di pluricandidature! Il fatto che un candidato possa presentarsi in vari collegi consente al partito di far eleggere chi vuole.

Quali sono le riforme costituzionali assolutamente necessarie, cui si potrebbe lavorare dopo il referendum?

Quando sarà stata fatta la legge elettorale nel senso che abbiamo detto, io non cambierei nulla. Lascerei un po’ in pace la Carta: le Costituzioni sono fatte per durare.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/09/12/anche-in-costituente-cera-chi-chiedeva-meno-parlamentari/5929029/

Va bene il diritto di cronaca, non quello di maleducazione. - Massimo Fini

Nei giorni scorsi, Beppe Grillo è stato coprotagonista di uno scontro con un giornalista della trasmissione Diritto e Rovescio, Rete4, Francesco Selvi. Le cose sono andate così. Grillo se ne stava spaparanzato sulla spiaggia di Marina di Bibbona dove ha una delle sue due normalissime case (l’altra è a Sant’Ilario sopra Genova), non le “tante ville” di cui parla Alessandro Sallusti, quelle ce le ha Berlusconi che solo in Sardegna ne possiede sette impestando quella che una volta era la splendida Gallura.

Dunque Selvi si avvicina a Grillo e gli chiede un’intervista. Fin qui tutto lecito. Solo che Selvi contemporaneamente accende il cellulare. Da questo momento l’intervista è già cominciata e qualsiasi cosa dica o faccia Grillo fa da già parte di un’intervista non autorizzata. Grillo reagisce alla Grillo, cerca di strappare il cellulare allo scorretto intervistatore, lo spinge e lo manda a ruzzolar giù per le terre. Certo avrebbe potuto comportarsi diversamente, come Enrico Cuccia, già ottantenne, che tampinato da un rompiscatole delle Iene per tutto il percorso che andava dalla sua abitazione agli uffici di Mediobanca, un chilometro circa, proseguì dritto, non accelerando né diminuendo la sua camminata, senza degnare l’importuno di una parola e nemmeno di uno sguardo. O come Indro Montanelli che, settantenne, assillato da un giornalista di questo genere, gli disse paro paro: “Non mi rompa i coglioni!”.

Io rimpiango i tempi in cui per incontrare una persona bisognava fargli avere prima il proprio biglietto da visita, come fece Nietzsche con Wagner e dando così inizio alla più feconda amicizia che il solitario filosofo tedesco abbia avuto. Del resto allora funzionava così. Per tutti. I giornalisti devono capire che, a parte situazioni limite, guerre, scontri di strada e simili, non hanno acquisito un particolare diritto alla maleducazione. E credo che la prima, vera, urgente e forse unica riforma da fare in Italia sia quella del ritorno alla buona educazione. Anche sul gossip politico e giudiziario cui si è ridotto il nostro giornalismo, ammesso che possa definirsi ancora tale, ci sarebbe poi molto da dire. L’insinuazione politico-giornalistica è diventata l’arma preferita da usare contro gli avversari. Nell’editoriale dedicato da Alessandro Sallusti all’episodio Grillo (Il Giornale, 9.9), che gira tutto intorno al fatto che il giornalista di Rete4 non è stato difeso dalla Federazione Nazionale della Stampa perché presunto di destra (il che non è nemmeno vero, la Fnsi si è dichiarata “indignata”) mentre se la stessa cosa fosse capitata a un giornalista cosiddetto di sinistra ci sarebbe stata un’insurrezione mediatica (ma non ti sei ancora accorto, Sandro, che Destra e Sinistra non esistono più, esistono semmai fazioni contrapposte?). Lo stesso direttore del Giornale si lamenta come sia “possibile che a oltre un anno dai fatti ancora la magistratura non abbia deciso se suo figlio (di Grillo, ndr) ha violentato o no una giovane ragazza finita nel suo letto?”. Sallusti deve essere diventato bipolare. Dov’è finito l’ipergarantista a 24 carati che non considera definitiva nemmeno una sentenza di condanna della Cassazione, naturalmente se riguarda Berlusconi, e vorrebbe già al gabbio il figlio di Grillo per il quale non si è ancora arrivati nemmeno a una decisione del Gip? Del resto è il concetto espresso da Madama Santanchè, un’altra del giro, per certi reati e soprattutto per certi presunti autori di questi reati: “In galera subito e buttare via la chiave”. Il processo? In questi casi è un optional. Sallusti, senza rendersene conto, è finito nella filiera iperforcaiola del “siamo tutti colpevoli fino a prova contraria” attribuita a Piercamillo Davigo. Non credo tu possa essere contento di questa comunanza, anche se molto presunta. Alessandro so che scrivi ciò che non pensi, ma pensa almeno a ciò che scrivi.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/09/12/va-bene-il-diritto-di-cronaca-non-quello-di-maleducazione/5929046/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=commenti&utm_term=2020-09-12

Il Genio del Giorno. - Marco Travaglio

Anche oggi, molti candidati al premio speciale “Genio del Giorno”.

Giorgio Gori, il padre Alberto Gori è morto a 91 anni: il lutto

Giorgio Gori, sindaco Pd di Bergamo: “Io e tutta la mia giunta per il No. Il taglio dei parlamentari riduce di molto la rappresentanza ai territori”, che a Bergamo ne perderebbe 7-8 su 20 e questo “produce diversi danni”. Se chi difende la Costituzione l’avesse letta almeno una volta, conoscerebbe l’art. 67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione…”. Non gli interessi dei bergamaschi o dei crotonesi, ma tutti gl’italiani: il che distingue la rappresentanza dal clientelismo. È il sindaco che dovrebbe rappresentare i bergamaschi: magari proteggendoli dal Covid anziché aiutarlo a suon di “Bergamo non ti fermare!” e facili ottimismi contro “un clima di preoccupazione molto al di là del necessario” il 26 febbraio, in pieno dramma in val Seriana.

Roberto Saviano spiega perché voterà no al taglio dei parlamentari (poi fa  a pezzi il Pd)

Roberto Saviano: “Dopo la scelta della direzione del Pd, voterò convintamente No. E il mio sarà un voto contro questa classe dirigente”. Cioè: per andare contro questa classe dirigente, vota per lasciarla tutta intera al suo posto. Non è meraviglioso?

Sandro Veronesi insulta Giorgia Meloni: "Vigliacca e traditrice, te e tua  sorella". Lei: "Commento all'altezza dei tuoi libri" – Libero Quotidiano

Sandro Veronesi: “Non c’è nessun disegno dietro questo taglio dei parlamentari”. A parte il taglio dei parlamentari, si capisce. “Il problema non è il taglio dei parlamentari ma l’antipolitica… un capriccio pericoloso dei 5Stelle”. La famosa antipolitica di Einaudi, Nitti, Bozzi, Iotti, Rodotà, tutti convinti che i parlamentari fossero troppi quando Di Maio non era nato. L’antipolitica del 98% della Camera che un anno fa votò il taglio all’insaputa di Veronesi. L’antipolitica del Pd che propose 400 deputati e 200 senatori già nel 2008, senza che nessun Veronesi strillasse. “Le persone vengono reclutate in base all’obbedienza a un capobastone, perciò emergono i meno dotati. E sarà anche peggio dopo il referendum”. No, sarà uguale finché non cambierà la legge elettorale (che col No nessuno toccherà e col Sì dovrà mutare per forza): i nominati non dipendono dal numero dei parlamentari, ma dalle liste bloccate del Rosatellum. Contro cui non si ricordano gli alti lai di Veronesi. Si ricorda invece ciò che disse due anni fa: “Se mi chiedete di firmare per far tornare Berlusconi e il suo governo domani, io firmo col sangue”. Ecco, appunto.

Mattia Santori, parla un'ex sardina: "Ci controllavano anche i social, liti  e tensioni. Era una guerra civile" – Libero Quotidiano

Mattia Santori rifiuta la tessera della “Sinistra per Salvini”: “È una critica da fuori di testa. Viene da chi arrampica sugli specchi e nega la genesi di questo referendum, che nasce nell’accordo giallo-verde”. No, gioia: il taglio dei parlamentari è da 40 anni nei programmi del centrosinistra. E questo referendum nasce dalla raccolta di 71 firme fra senatori, quasi tutti leghisti e forzisti (che avevano votato Sì). Se il 20-21 settembre vai a votare No, è grazie alla Lega. Studia, ogni tanto.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/09/12/il-genio-del-giorno/5928992/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=commenti&utm_term=2020-09-12

Willy, l'ultimo saluto. Conte alla famiglia: 'L'Italia è con voi, vi vuole bene.

 

Per i quattro arrestati ora l'accusa è di omicidio volontario.

Si sono svolti nel campo sportivo di Paliano i funerali di Willy Monteiro Duarte, il giovane assassinato a calci e pugni a Colleferro. Ad assistere alla cerimonia anche il premier Giuseppe Conte, arrivato in camicia bianca per rispettare la richiesta della famiglia. A Capoverde, dove è originaria la famiglia di Willy, il bianco è anche simbolo di lutto quando si riferisce a un giovane.  Nel campo sportivo erano presenti moltissimi ragazzi sulle sedie in plastica disposte sul manto erboso con maglie bianche e la scritta 'Ciao Willy'.

Il premier al termine del rito funebre ha confortato la famiglia di Willy. Commosso, si è avvicinato al padre, alla madre e alla sorella di e ha detto: "L'Italia è con voi, vi vuole bene". Poi ha aggiunto:  "Ora ci aspettiamo condanne severe e certe". "Abbiamo seguito tutti questa vicenda di efferata violenza. Non possiamo minimizzarla né sottovalutarla. Non possiamo degradarla a singolo episodio. Dobbiamo guardarci in faccia e capire che ci sono alcune frange, alcune sacche sociali che coltivano la mitologia della violenza".

"Mio figlio non è morto invano se è vero che ha tentato di salvare un'altra vita". E' quanto avrebbe detto il padre di Willy, Armando, all'ambasciatore di Capo Verde Jorge José de Figueiredo Goncalves, che ha reso visita alla famiglia nel pomeriggio a Paliano. A riferirlo è il diplomatico lasciando l'abitazione della famiglia.

L'omelia - "Perché la morte barbara e ingiusta di Willy non cada nell'oblio impegnamoci tutti, istituzioni, forze dell'ordine, uomini e donne della politica, della scuola, dello sport e del tempo libero, Chiesa, famiglie e quanti detengono le chiavi di un potere enorme, quello dei media e in particolare dei media digitali, a comprometterci insieme, al di là di ogni interesse personale‎ e senza volgere lo sguardo altrove fingendo di non vedere, a riallacciare un patto educativo a 360 gradi". Così il vescovo di Tivoli e Palestrina monsignor Mauro Parmeggiani, nell'omelia.

"Chiediamo a Dio anche la forza per saper un giorno perdonare chi ha compiuto l'irreparabile. Perdonare ma anche chiedendo che essi percorrano un cammino di rieducazione secondo quanto la giustizia vorrà disporre e in luoghi, come ad esempio le carceri, che devono essere sempre più ambienti di autentica riabilitazione dell'umano", ha proseguito il vescovo. "Questo giovane ci lascia un grande insegnamento che non vorrei che trascorsi questi giorni pieni di coinvolgimento emotivo, di giusta compassione per Willy e la sua famiglia, di sdegno verso coloro che hanno compiuto un gesto inumano, cadesse come troppo spesso accade nell'oblio o nel fermarsi a qualche targa, monumento commemorativo, intitolazione di qualche torneo di calcio o cose del genere". 

"Un fatto esecrabile che stamane ci vede riuniti insieme e per il quale il nostro cuore è profondamente scosso e colpito". Così il vescovo di Tivoli e Palestrina monsignor Mauro Parmeggiani, nell'omelia ai funerali di Willy. ‎Il giovane nel ricordo del vescovo aveva "passione per lo sport ma senza fanatismi, nel rispetto per gli altri e nell'impegno per loro che, lungi da quegli atteggiamenti di indifferenza che spesso chi si dice adulto assume, ha portato Willy nella notte tra sabato e domenica scorsa a intervenire a favore di un amico per sedare una lite e perdere la vita in quella forma grande che Gesù ci ha insegnato nel Vangelo: 'non c'è amore più grande di questo, dare la vita per gli amici'". Gesù, ha detto ancora, "non ci ha liberati con la forza dei muscoli ma donando la propria vita sulla croce per amore e assicurando a tutti coloro che come Willy tentano di praticare il suo Vangelo, la vita eterna".

Le offerte raccolte nel corso della messa per i funerali di Willy saranno devolute, per volere della famiglia del giovane, alla Caritas. Lo ha detto durante la cerimonia il vescovo di Tivoli e Palestrina monsignor Mauro Parmeggiani.‎ La celebrazione è accompagnata da musica e cori.

"Il nostro pensiero è rivolto a Willy. Alla sua famiglia, a tutte le persone che lo hanno amato e che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Non si può morire così, non è giusto. È un dolore troppo grande. Oggi preghiamo ancora per lui. Per quel sorriso giovane e sincero. Ciao ragazzo, sei entrato nel cuore di tutti. Ci hai insegnato il coraggio. Noi ti daremo giustizia. È una promessa". Lo scrive su Facebook il ministro Luigi Di Maio.

"Ora bisogna solo far sentire alla famiglia la vicinanza di tutti e pretendere presto giustizia. La Regione pagherà e sosterrà la famiglia per le spese legali e uno degli istituti alberghieri della nostra regione sarà dedicato al nome di Willy". Lo ha detto il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti a margine del funerale di Willy Monteiro Duarte, il giovane ucciso a Colleferro.

"Da italiano e da papà chiedo giustizia e preghiera per Willy, galera a vita per gli infami assassini". Lo scrive su facebook il leader della Lega Matteo Salvini nel giorno dei funerali di Willy.

Intanto, ieri, la procura di Velletri, sulla base degli accertamenti autoptici, ha cambiato capo imputazione per i 4 arrestati per l'omicidio di Willy: da omicidio preterintenzionale in omicidio volontario aggravato dai futili motivi.

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/09/10/omicidio-di-willy-sabato-i-funerali-a-paliano-nuovi-indagati_86b4bbdb-efc1-4c30-86c6-d21a52a132ac.html

Quella cena romana a maggio tra Salvini, Calderoli e Manzoni. - Davide Milosa

 Quella cena romana a maggio tra Salvini, Calderoli e Manzoni

Cena romana tra i vertici della Lega e uno dei commercialisti arrestati giovedì a Milano. Tavolo per quattro. Si discute di soldi e di un direttore di banca amico sulla via del licenziamento. L’annotazione della Guardia di finanza è del 29 maggio ed è agli atti dell’inchiesta Film Commission coordinata dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi. Al tavolo è presente il professionista Andrea Manzoni, amico di università del tesoriere del Carroccio Giulio Centemero. Siedono poi il capo del partito Matteo Salvini, il vicepresidente del Senato nonché coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Roberto Calderoli e il senatore bresciano Stefano Borghesi, eletto nel 2018, commercialista di professione e già socio di studio con Manzoni, Alberto Di Rubba, altro indagato nell’indagine, e lo stesso Centemero.

La cena, stando alle indagini, si svolge tra il 24 e il 26 maggio. Al centro dell’incontro il futuro di Marco Ghilardi, amico di Di Rubba (che in passato aveva lavorato in banca e proprio alle dipendenze di Ghilardi). Ghilardi, dopo una contestazione disciplinare da parte dell’istituto bancario dove lavora, rischia il licenziamento da direttore della filiale di Ubi Banca di Seriate, Bergamo. La sua cacciata è legata al fatto di non aver segnalato alcune operazioni sospette relative a conti di società riconducibili a Di Rubba e Manzoni presso la stessa banca di Seriate. Operazioni anomale che erano state oggetto di alert da parte dell’Uif di Bankitalia già nel 2019. Su quei conti, secondo le indagini, in sei anni sarebbero passati circa 2 milioni di euro. Sempre Ghilardi (che non è indagato), subito dopo il 2015 era stato contattato dagli stessi commercialisti per aprire nella sua filiale conti dedicati alle articolazioni regionali della nuova Lega di Salvini il cui primo indirizzo è risultato identico a quello dello studio di Michele Scillieri, altro commercialista coinvolto nell’indagine. L’operazione dei conti associati alle leghe regionali, si ragiona in Procura, sarebbe stato un modo per creare casse esterne e così sottrarre i soldi del partito al rischio di sequestro collegato all’inchiesta della procura di Genova sui 49 milioni di rimborsi elettorali spariti. Quell’operazione però non andò in porto perché bloccata dai vertici di Ubi.

I soldi, dunque, sono il piatto forte della cena romana alla quale partecipa anche Salvini che, come Calderoli e Borghesi, non è al momento indagato. Il racconto della cena emerge, a quanto risulta al Fatto, dalle intercettazioni e dall’analisi dei tabulati. I brogliacci colgono la preoccupazione – riferita dagli indagati, intercettati anche col trojan – dei vertici del partito per le vicende della filiale Ubi di Seriate. L’affare è tanto delicato da scomodare per questo incontro riservato e lontano da luoghi istituzionali lo stesso Salvini.

Marco Ghilardi, dopo quella cena, sarà licenziato e i commercialisti della Lega si adopereranno per fargli avere un avvocato importante. L’episodio della cena sposta l’indagine oltre il recinto tracciato della vicenda Film Commission. Tra una portata e l’altra, infatti, il tema non sono solo i soldi, ma quel flusso di denaro che la stessa Unità di informazione finanziaria (Uif) presso la Banca d’Italia aveva segnalato un anno prima. Del resto, già Andrea Manzoni nelle sue spontanee dichiarazioni del 3 settembre aveva spiegato come era stato il tesoriere della Lega Giulio Centemero (non indagato, ma imputato per finanziamento illecito in un’altra inchiesta milanese, relativa all’associazione Più Voci) a coordinare la nomina di Di Rubba alla presidenza della fondazione regionale Lombardia Film Commission. Particolare confermato in un verbale dall’ex assessore regionale alla Cultura Cristina Cappellini. La vicenda che riguarda l’acquisto di un immobile da 800mila euro con soldi pubblici, amministrati allora da vertici regionali leghisti, è solo un capitolo di una romanzo più ampio. Che si svolge tra Roma, Milano, Bergamo e la Svizzera, dove la Procura sta tentando di tracciare i soldi riferibili al prestanome Luca Sostegni, arrestato a luglio. Per Sostegni, parte di quel denaro sarebbe servito per la campagna elettorale del partito. Particolare non confermato dai pm. Bisogna dunque continuare a cercare. Di certo tutto il risiko, Film Commission e presunte casse esterne, non era sconosciuto a Salvini durante quella cena romana.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/09/12/quella-cena-romana-a-maggio-tra-salvini-calderoli-e-manzoni/5928999/