venerdì 1 gennaio 2021

Crateri, pianure, colli e scarpate: Venere, l’unico pianeta a misura di donna. - Angelo Molica Franco

 

Dista 41 milioni di chilometri da noi, ma ogni elemento riporta il nome di un'eccellenza femminile: dalle divinità come Pandia o Molpe, alle scrittrici Jane Asuten o Simone de Beauvoir, alle scienziate Sophia Jex-Blake o Caterina Scarpellini. Dobbiamo solo aspettare che la Nasa lo renda vivibile.

Sembrerà provocatorio (ma è vero): per trovare un mondo – nel senso più geofisico del termine – a misura di donna bisogna andare a 41 milioni di chilometri da noi. Così lontano? Eh già! Bisogna arrivare fino al pianeta Venere. Per chi infatti non vuole attendere che la nostra civiltà ricucia le maglie sdrucite del gender gap, diminuendo le discriminazioni ai danni dell’universo femminile, può invece sempre aspettare che il pianeta Venere – definito dagli studiosi “il pianeta gemello della terra” – divenga abitabile… basta solo risolvere il problema dell’aria incredibilmente gassosa e densa, le frequenti scariche elettriche di notevole potenza, i venti violenti, la pressione atmosferica di 90 atmosfere e il trascurabile dato del clima: si stima che la temperatura al suolo sia di circa 437-467°C (e chi lo sa se la Nasa, o chi per essa, ci stia lavorando dato il problema di sovrappopolamento che la Terra sta affrontando nell’ultimo decennio).

Infatti, per una convenzione stabilita dall’Unione Astronomica Internazionale (fondata nel 1919), chiamata “Nomenclatura di Venere”, tutte le strutture sulla superficie del pianeta hanno nomi femminili, in memoria della parte muliebre del mondo, tra passato e presente, tra mito e realtà. Da questo – e da altri motivi tra cui il nome – deriva l’adagio secondo cui le donne verrebbero da Venere. Dunque basta tergiversare, e partiamo con la fantasticheria: in questi giorni di immobilità, nessuno ci vieta, seduti sulla poltrona più comoda del salotto, di fare una bella passeggiata immaginaria – questa non la preclude nessun Dpcm – per le strade, i viottoli, i percorsi astrali di Venere. Il consiglio è di farla a piedi, per non perdersi nulla.

Ecco qui, allora, un’agile guida di cosa s’incontra sul pianeta, la cui visita corrisponde a una specie di enciclopedia tribale al femminile.

Mentre camminiamo, potrà capitare di rischiare di cadere in un avvallamento particolarmente scosceso, una specie di canyon. Quello è un Chasma, ognuno dei quali si chiama con il nome di divinità lunari, della caccia o dei boschi nelle diverse culture. Così, sui cartelli che ne attestano la presenza, si possono leggere i nomi di Selene, Artemide, Pandia; e Giunone, Febe, Ecate. Risaliti da un chasma, possiamo inerpicarci su di un leggero rilievo o una collina di piccole dimensioni. Cercando indicazioni nella segnaletica, se leggiamo nomi di divinità marine o della pesca – come per esempio Molpe, Mena, Akkruva, Olosa, Urutonga –, allora siamo su un Colles. Dall’altezza di questo promontorietto, si possono notare delle buche a forma di uovo (quasi fossero delle impronte di esplosioni): queste sono le Coronae, intitolate alle dee della fertilità.

Tuttavia, l’aspetto per cui è più famosa la superficie di Venere sono i crateri. Per quelli con diametro inferiore a 20 km, si utilizzano i nomi propri provenienti da tutte le lingue del mondo (dunque Abigail, ma anche Alima, Cynthia, Dyasya, Eini, Maria, Nomeda, Oivit, Pamela e giù fino a Zurka, che è d’origine gitana). I crateri più grandi recano il nome di donne celebri nella Storia. E qui inizia un viaggio nel viaggio: soprattutto, alla scoperta.

Tra i primi, incrociamo con la A il cratere intitolato alla poetessa russa Anna Achmatova, lei che cantava “Il miele selvatico/sa di libertà”. Accanto, proprio subito dopo, le scrittrici Louisa May Alcott e Jane Asuten. Mentre l’autrice di Orgoglio e pregiudizio non ha mai fatto riferimenti astronomici nei suoi romanzi, Jo di Piccole donne – una volta, mentre è su in soffitta con le sue sorelle – parla di galassie, cieli e altri mondi. Non appena incrociamo un cratere che vagamente ricorda la gonna arricciata di un abito da charleston, è quello di Joséphine Baker, la danzatrice americana naturalizzata francese, nota anche per essere stata una spia durante la seconda Guerra mondiale a favore della Francia Libera. Rimanendo sul palcoscenico, non lontano da lì, possiamo scorgere la cavità dedicata alla divina Maria Callas. Se si accosta l’orecchio a terra, si possono ascoltare i melismi di “A noi volgi/a noi volgi/ il bel sembiante” direttamente dall’aria Casta Diva. E se parliamo di Francia come non citare, a 1° di longitudine, 96,1 ° di latitudine il craterone (ben 52 km) dedicato a Simone de Beauvoir, accanto a quello più piccolo di Madame de Staёl, scrittrice e detentrice – nel ’700 – di uno dei salotti politici più importanti d’Europa.

A due passi da lì, troviamo una formazione rocciosa dall’aspetto ondulato. È un Fluctus: sono intitolati a divinità secondarie e alcuni possono arrivare a una lunghezza di 1000 chilometri. Attorno al cratere dedicato a Sophia Jex-Blake, una delle prime mediche (parola medievale ormai in disuso ma esistente) del Regno Unito, creatrice di due scuole di medicina per donne a Londra e Edinburgo a fine ’800, possiamo invece scorgere quelli che si chiamano Labyrinthi, vaste pianure attraversate da canyon orientati a diverse angolazioni e che si intersecano a vicenda.

Ma la superficie di Venere è anche nota per le variazioni cromatiche, che la rende – in esogeologia – divisibile in Regiones. Consacrate alle gigantesse e alle titanidi della mitologia come Dione (figlia di Urano, amante di Zeus e madre di Afrodite) o Eistla (eroina dalla forza sovrumana della tradizione norrena), si caratterizzano per il diverso colore o per la maggiore o minore riflettività della luce.

Bisogna, però, fare sempre attenzione tra un cratere e l’altro – dunque tra un Selma Lagerlöf (prima scrittrice a vincere il Nobel), un Caterina Scarpellini (prima astronoma italiana a osservare una cometa), un Mary Wallstonecraft (prima filosofa femminista) e un Maria Montessori (la pedagogista più importante della Storia) – alle scarpate in cui inciampare e ruzzolare: si chiamano Rupes e portano il nome delle divinità del focolare. E dopo aver attraversato un cratere a forma di grande psiche (specchiera oscillante di forma volare molto in voga tra i secoli XVIII e XIX) intitolato alla pittrice impressionista Berthe Morisot perché somiglia al suo celebre dipinto Dévant la Psyche, passando per l’irosa moglie di Socrate Santippe, si giunge alla fine della passeggiata con la Z di Lidiya Zvereva, la prima donna russa a diventare aviatrice e a solcare (guarda un po’) i cieli.

La passeggiata è finita. Possiamo ridestarci sulla nostra poltrona e svegliarci dall’incantesimo. Marina Cvetaeva – anche a lei è dedicato un cratere – scriveva a Boris Pasternak: “Credo soltanto agli incantesimi”. Tuttavia, la magia più affatturante e seduttiva è quello della memoria. E certo fa riflettere – dopo aver esperito il piacere – che per ricordare, eternare e magnificare le donne serva arrivare fino al pianeta Venere, con il telescopio, la sonda spaziale o l’immaginazione, come se qui, da noi sulla Terra, non ci fosse… lo spazio.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/12/30/crateri-pianure-colli-e-scarpate-venere-lunico-pianeta-a-misura-di-donna/6047984/

Trenta pagine di critiche e tredici righe di proposte. È il piano Recovery di Italia Viva, annunciato da Renzi come alternativa a quello “senza ambizione” di Conte.

 

Per Renzi il piano del governo è "senza ambizione e senz'anima", ma il testo presentato a Gualtieri è dedicato quasi per intero alle "criticità": poche le proposte. Il "piano Ciao" annunciato due giorni fa? Tredici righe. Per il resto tornano gli attacchi su riforma della giustizia, del titolo V del reddito di cittadinanza e le polemiche sui fondi dedicati a progetti "vecchi". Non manca l'affondo sulla delega ai servizi (ma Conte ha ricordato che è sua prerogativa). In compenso il Ponte sullo Stretto è "irrinunciabile".

L’attacco alla “stanca retorica del modello italiano”, i chiodi fissi della riforma della prescrizione, del titolo V e del bicameralismo perfetto, le critiche al reddito di cittadinanza (che con il recovery plan non c’entra nulla) e il Ponte sullo Stretto definito “irrinunciabile“. Nel documento consegnato dalla delegazione di Italia viva al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e al titolare degli Affari europei Enzo Amendola ci sono tutti gli slogan snocciolati da Matteo Renzi nell’anticipare la presentazione dei sessanta “punti su cui non siamo d’accordo” tra quelli elencati nella bozza di piano di ripresa per accedere al Next generation Eu preparata dal governo. Ma il grande assente – o quasi – è il “piano Ciao” che l’ex premier aveva presentato come una visione di futuro alternativa rispetto a quella del premier Giuseppe Conte, definita “collage raffazzonato” di proposte di diversi ministeri “senza ambizione e senz’anima“. Ecco, sulle 33 pagine consegnate dai renziani a Gualtieri il piano Ciao ne occupa mezza13 righe in tutto su culturainfrastruttureambiente e opportunità.

Le altre 30 (tolto il frontespizio e una breve presentazione rivolta al ministro) sono dedicate alle 62 “criticità” rilevate nella bozza governativa. Osservazioni in gran parte politiche e “di forma“, più che tecniche e nel merito dei contenuti. Si tirano in ballo tra il resto la giustizia, le misure anti povertà e i servizi segreti, che poco hanno a che vedere con i finanziamenti in arrivo da Bruxelles. Qua e là spuntano alcune idee e suggestioni che spesso però corrispondono a contenuti già presenti nel Recovery plan di Palazzo Chigi: vedi il potenziamento degli Istituti tecnici superiori, le partnership pubblico-private per la ricerca e il trasferimento tecnologico, gli interventi per la disabilità.

Ecco il documento portato a Gualtieri da Italia Viva.

Anche sulla task force il problema è di “forma” – La prima rimostranza è che “progetti di questo tipo solitamente hanno un Executive Summary e poi un’analisi dettagliata. Così ad esempio France Relance” (che non è il Recovery plan francese: comprende anche risorse nazionali). Ma la bozza arrivata in cdm il 7 dicembre – comunque tutt’altro che definitiva, come si è visto dai successivi aggiornamenti – conteneva in realtà una prima parte dedicata agli obiettivi generali del piano con tanto di tabella riassuntiva degli stanziamenti immaginati per ogni voce. “Non servono progetti nascosti nei cassetti e tirati fuori all’ultimo minuto. Occorre trasparenza”, ribadisce poi il partito dell’ex premier, sorvolando sui numerosi incontri del Comitato tecnico di Valutazione costituito presso il Comitato affari europei a cui hanno partecipato rappresentanti dei ministeri. “Non possiamo accettare un documento senza una visione, non possiamo essere complici del più grande spreco di denaro pubblico“. E ancora: “Il documento è chiaramente un collage di testi diversi. Per noi serve una penna sola per tutto il testo, non una collazione di diversi brani”. Quanto alla prevista e tanto criticata task force per la gestione dei progetti, “non pensiamo che si possa fare a meno di unità di missione e di commissari“. Sempre questione di forma, insomma: “Clamoroso errore partire dalla Governance senza avere una visione chiara: è burocratismo creare missioni senza aver chiarito prima che cosa si vuol fare”.

No all’Italia come modello: “Approccio provinciale” – Non vanno bene le critiche alle politiche del passato – “serve a garantire il consenso interno ma getta una pessima luce sulla capacità di fare squadra del nostro Paese” – e nemmeno citare l’Italia come modello nella gestione del coronavirus: “non siamo un modello, anzi! Nella gestione dell’emergenza il nostro personale sanitario è stato eroico ma abbiamo numeri peggiori degli altri, siamo tra i peggiori al mondo per numero di morti nonostante un lockdown più duro degli altri con conseguenze economiche devastanti, la Germania ha nei primi due giorni vaccinato un numero di persone superiore di cinque volte ai nostri vaccinati: cosa ci fa pensare che possiamo ergerci a modelli per gli altri?”. Il giudizio finale è che si tratta di “un approccio provinciale” che “funziona per sondaggi e talkshow ma purtroppo non corrisponde al vero”.

Sbagliato anche “parlare di una “ampia consultazione di stakeholder”: “Vero che si è fatta la commissione Colao ma definire questa una consultazione non ha senso: (…) Forse vale la pena aprirsi per due settimane a un dibattito vero con il Paese, con le associazioni di categoria, con il mondo produttivo, con il terzo settore anziché definire ampia consultazione di stakeholder ciò che è accaduto in questi mesi, a cominciare dagli Stati Generali“.

Nel mirino pure la riforma della prescrizione e il titolo V – Nel mirino finisce poi la riforma della prescrizione, citata nella bozza del Recovery solo per ricordarne i motivi e sottolineare che ora occorre fare passi avanti anche nella riduzione della durata dei processi, cosa che la Commissione Ue ci chiede da anni. “Il nodo della riforma della prescrizione è tutt’altro che risolto, visto che è oggetto della riforma del processo penale ed è attualmente in fase di stallo. Non avendo condiviso il compromesso individuato, per noi resta un problema prioritario da affrontare”, scrive Iv. Così come la riforma del Csm “che non sarà in grado di eliminare la degenerazione correntizia e nemmeno di consentire una vera valorizzazione del merito”. In generale, per i renziani è fondamentale “riaffermare senza tentennamenti una cultura giuridica e politica garantista in linea con la nostra Costituzione, troppo spesso messa in discussione con le parole e coi fatti dal governo oltre che da alcune forze politiche”. Tutte notazioni che sembrano fatte apposta per rinfocolare le tensioni tra anime della maggioranza.

Poi si tira in mezzo anche la “scarsa attenzione alle riforme istituzionali” perché “che il titolo V non funzioni lo ha dimostrato questa terribile pandemia. Che il bicameralismo paritario non stia in piedi lo ha dimostrato la gestione parlamentare di questo 2020. Che il Cnel non sia utile lo dimostra il fatto che il Governo crea task force ma non coinvolge mai quella che in teoria dovrebbe essere allo stesso tempo la task force e la casa degli Stati Generali. Finché non si avrà il coraggio di dire che servono riforme costituzionali vere non si risolveranno i problemi strutturali di questo Paese”.

Superbonus “moralmente ingiusto” – Sembra un attacco diretto ai 5 Stelle anche la critica al superbonus 110% che la manovra votata anche da Italia viva ha appena prorogato fino alla fine del 2022. “A nostro giudizio la quantità di denari per il superbonus 110% è eccessiva e immotivata. Spendere per il superbonus più di quanto si spenda per ospedali, carceri, case popolari, scuole è moralmente ingiusto e politicamente sbagliato”.

“Ponte sullo Stretto irrinunciabile” – Venendo alla parte sulle infrastrutture, per Italia viva è increscioso che nella bozza si citi “tutta l’alta velocità escludendo il Ponte sullo stretto di Messina (viene scritto che si arriva a Reggio Calabria e si riparte a Messina). Sappiamo che il Ponte in quanto tale non è opera finanziabile con il Recovery ma sappiamo anche che i soldi che arriveranno sulle infrastrutture rendono il ponte irrinunciabile logicamente e più facile da realizzarsi”. La grande opera sognata da Silvio Berlusconi e definitivamente archiviata dal governo Monti, va detto, era stata riportata alla ribalta l’estate scorsa pure da un gruppo di deputati Pd.

Torna la polemica sui fondi per progetti “vecchi” – Il documento torna anche sulla polemica riguardo al fatto che una parte troppo piccola di prestiti europei sarebbe utilizzata per progetti “nuovi” mentre “il 70% dei prestiti” andrebbe a “finanziare a condizioni migliori spese già previste in bilancio”. L’osservazione non tiene conto del fatto che nelle nuove bozze quella quota è già stata aumentata, oltre al fatto che lo stesso Mario Draghi – citato da Iv per sostenere la propria tesi – ha in realtà affermato che l’importante è che i progetti abbiano “rendimento sociale elevato”: non importa se nuovi o vecchi, devono essere utili. I renziani non la vedono così: “Stiamo forse dicendo che abbiamo a disposizione progetti del genere solo per poco più della metà delle risorse? Mentre per il resto non abbiamo migliore utilizzo che il finanziamento di spese “vecchie”, al solo scopo di risparmiare spesa per interessi (una finalità nobile ma che tuttavia si nega per il Mes sanitario)?”.

Reddito di cittadinanza? “Impiegare meglio quei soldi” – Il reddito di cittadinanza non verrà ovviamente rifinanziato con risorse europee. Ma la delegazione di Iv non perde occasione per criticarlo e proporre di spendere quei soldi in altro modo: “A pagina 74 si dice che ha contribuito a ridurre la povertà assoluta dal 7 al 6.4%. Se questi sono i numeri possiamo ben dire che il reddito ha fallito. Per sostenere che questa misura abbia abolito la povertà, bisogna prima abolire la matematica. Vale la pena capire come meglio impiegare quei soldi, a cominciare dai progetti per l’occupazione giovanile, per la lotta alla povertà, per l’abbassamento del costo del lavoro“.

“Occupazione giovanile grande assente”. Ma c’è – Occupazione giovanile, appunto: stando al documento è “il grande assente. Si chiama Next Generation Eu ma questo piano prende ai giovani i soldi con il debito e non restituisce quanto dovrebbe”. In realtà la bozza la cita, proponendo una “revisione strutturale delle politiche attive del lavoro e dei servizi sociali e modernizzazione del mercato del lavoro al fine di migliorare l’occupazione e l’occupabilità, soprattutto giovanile, e in particolare dei Neet, delle donne e dei gruppi vulnerabili“. Non entra nel dettaglio, perché come è noto i singoli progetti sono ancora in fase di selezione. I renziani propongano un’idea copiata dal regno Unito, una specie di garanzia giovani potenziata per i Neet.

L’affondo su cyber security e servizi – Infine non poteva mancare un capitolo sulla Cyber security: “Non ci convince l’ipotesi di istituire un centro di sviluppo e ricerca sulla cyber security che opererà con partenariati pubblici e privati dal momento che non ne sono stati discussi i confini e i contenuti. Peraltro, occorrerebbe capire in che modo opererà questo centro alla luce della annunciata (e allo stato attuale non condivisa) costituzione di una fondazione per la cyber security che dovrebbe rispondere unicamente al governo. La preoccupazione è acuita anche dalla ribadita intenzione che ha espresso il Presidente del Consiglio di non attribuire la delega ai servizi, la cui gestione è accentrata nelle sue mani ormai da 2 anni e mezzo. Su questa scelta Italia Viva esprime un radicale dissenso”. Conte nella conferenza di fine anno ha ricordato che “la legge del 2007 attribuisce al presidente del Consiglio la responsabilità politica e giuridica sulla sicurezza nazionale, ne rispondo comunque, che mi avvalga o meno della facoltà, non è obbligatorio. Queste funzioni non sono delegabili”. In ogni caso “abbiamo un organismo, il Copasir, che ha funzioni di vigilanza e controllo sull’operato del presidente del Consiglio e le Agenzie di intelligence, che garantisce rispetto dell’interesse generale. Chi chiede al Presidente del Consiglio di dover delegare deve spiegare perché, non si fida del presidente del Consiglio? Allora bisogna cambiare la legge”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/30/trenta-pagine-di-critiche-e-tredici-righe-di-proposte-e-il-piano-recovery-di-italia-viva-annunciato-da-renzi-come-alternativa-a-quello-senza-ambizione-di-conte/6051676/

Il ruolo dello Stato torna centrale. A fare i soldi però sono i soliti…

 

Christine Lagarde Tiene in piedi la baracca, va capito per quanto.

Magari non sta a Francoforte “per chiudere gli spread”, come ebbe a dire a marzo scatenando il panico sui mercati, ma alla fine la Bce “francese” – di cui Christine Lagarde è il volto, ma non l’autrice – ha fatto quel che doveva per salvare la baracca e mettere la mordacchia ai tedeschi e ai loro alleati anseatici. La Bce, per la prima volta nella sua storia, fa davvero la banca centrale e dimostra una volta di più su quale sciarada di falsità si sia retta l’Ue finora: il deficit esplode e Paesi come l’Italia si finanziano praticamente a zero. Come già accadde col Qe di Draghi, la sua azione ha reso inutili strumenti di tortura medievali tipo Mes. Il problema vero è il tempo: il programma di acquisti anti-Covid (Peep) è stato ampliato e prolungato fino a marzo 2022: l’Italia ha ancora un anno tranquillo, la partita del dopo pandemia – regole di bilancio comprese – si gioca tra un anno.

Marco Palombi

Ursula Von der Leyen Ottenuto il Recovery, ora serve difenderlo.

Il giornale Politico.eu l’ha inserita tra i politici “dreamers” (sognatori). La presidente della Commissione Ue ha annunciato piani ambiziosi (salute, ambiente, sociale), ma spesso in settori di competenza nazionale e con grossi caveat, a partire dal “green new deal”. L’unica certezza è che la sua sarà una presidenza cruciale: supervisionerà il primo debito congiunto europeo, il Next Generation Eu (o Recovery fund) e la revisione delle regole fiscali Ue (oggi sospese per la pandemia). Il primo è politicamente il risultato più ambizioso. I caveat però, anche qui, sono molti: rispetto alla proposta franco-tedesca la quota di “sussidi” è scesa da 500 a 360 miliardi; i meccanismi di erogazione sono complessi; il blocco nordico lo considera irripetibile e non un embrione di politica fiscale comune. Il secondo disegnerà il futuro dell’Unione: ritornare al vecchio armamentario del Fiscal Compact la farebbe esplodere. Il vero giudizio verrà da lì.

Cdf

Carlo Bonomi Tutto sommato è bravo: più urla, più incassa.

Nel 2020 Confindustria si è data una nuova leadership con il presidente Carlo Bonomi, desideroso di alzare la voce e di bacchettare, con un “populismo” dall’alto, partiti e Parlamento. Bonomi ha azzannato il governo gridando al “sussidistan” e ha preso di mira i sindacati. Dopo l’estate, anche grazie alle profferte del governo, i toni si sono smorzati e ora con Landini sembra andare d’accordo. Restano però le solite ossessioni: allarmismo contro “statalismo” e “nazionalizzazioni”, lamentela contro l’eccessiva tassazione, senza mai fare cenno all’evasione fiscale, richiesta assillante di “politiche industriali”. Ma quando tra decreti, legge di Bilancio e Recovery, le imprese si trovano, tra Industria 4.0, sgravi contributivi, super-bonus edilizi, a essere le vere sussidiate, Bonomi si fa di lato e resta zitto. Dal suo punto di vista, e solo da quello, è anche bravo.

Salvatore Cannavò

Jeff Bezos Mr Amazon, cioè quelli che col covid ridono.

Durante i primi sei mesi della pandemia circa 50 milioni di persone hanno perso il lavoro; nello stesso periodo 643 persone si sono arricchite per 850 miliardi di dollari. Jeff Bezos, il patron di quel sogno totalitario noto come Amazon, è il loro simbolo: è l’uomo più ricco al mondo e l’unico nella storia il cui patrimonio personale abbia superato i 200 miliardi. È successo quest’anno visto che le restrizioni dovute al Covid hanno dato un’ulteriore spinta al commercio online, cioè alla sua azienda. La cosa non sembra, comunque, aver migliorato salari e condizioni di vita dei lavoratori del colosso Usa: siamo sempre in zona Sorry, we missed you (il film di Ken Loach su un corriere inglese del 2019). Particolare di colore. Nella lista dei mega-ricchi c’è pure la ex moglie di Bezos, MacKenzie Scott, con 60 miliardi di patrimonio: lui ha donato 100 milioni in beneficenza, lei oltre 4 miliardi. Così, per dire.
Ma. Pa.

Albert Bourla Il profitto non spiega il caso vaccini.

I tempi assai brevi per sviluppare un vaccino considerato efficace hanno prodotto, per così dire, anche una strana reazione avversa: l’ossessione anti-Stato. Gli aedi del libero mercato come unico incentivo del progresso sociale ne hanno fatto una battaglia: è la ricerca del profitto ad aver spinto i colossi a investire su un vaccino. L’ad di Pfizer Albert Bourla si è pure vantato di non aver voluto fondi pubblici per non subire condizionamenti politici. Sarà, eppure ha concluso un accordo da 2 miliardi col governo Usa che ha prenotato le fiale e il partner Biontech ha preso centinaia di milioni pubblici per le sue ricerche. Dopo l’annuncio, Bourla ha venduto azioni Pfizer (schizzate alle stelle) incassando 5 milioni di dollari. Anche il Ceo di Moderna (quasi 2 miliardi di fondi pubblici presi) ha fatto lo stesso. La ricerca ha bisogno dello Stato. Qualcuno finge di scordarselo.

Carlo Di Foggia

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/12/31/il-ruolo-dello-stato-torna-centrale-a-fare-i-soldi-pero-sono-i-soliti/6052053/

Crisi, chiude la profumeria Arena Barranco „Palermo perde un altro pezzo della sua storia: chiude la profumeria Arena Barranco“.

 

Crisi, chiude la profumeria Arena Barranco

Crisi, chiude la profumeria Arena Barranco

Crisi, chiude la profumeria Arena Barranco
Nata nel 1880, era la più antica in città e ha visto alternarsi alla sua guida quattro generazioni. Sui social l'annuncio: "Gli addii non contano, conta solo quello che c'è stato". La Confederazione italiana degli esercenti commercianti: "Ci chiediamo cosa rimanga, ormai, del tessuto commerciale un tempo florido".

Palermo perde un'altra insegna storica: la profumeria Arena Barranco di via Notarbartolo. Nata nel 1880, ha visto alternarsi alla sua guida quattro generazioni, ma lo scorso 11 dicembre è arrivato l'annuncio sui social della chiusura dell'attività. "Dopo più di cento anni Arena Barranco chiude. Gli addii non contano, conta solo quello che c'è stato. Grazie a tutti", poche ma inequivocabili parole che segnano la fine di un'era.

Si tratta solo dell'ultimo di un lungo elenco di nomi che hanno fatto la storia di Palermo e che hanno chiuso i battenti, uno dopo l'altro. Le prime ad arrendersi alla crisi, alla concorrenza delle nuove catene, al cambiamento del tessuto sociale ed economico erano state - nel 2009 - le sorelle Hugony, titolari dell'omonima profumeria di via Ruggero Settimo. 

Non sono solamente le profumerie a pagare il conto della crisi. Uno dopo l'altro hanno abbassato la sarcinesca anche il bar Mazzara di via Magliocco, che ha spento le luci nel 2014 dopo una storia lunga 105 anni. Il bar Caflisch di Mondello non esiste più e adesso al suo posto c'è un altro bar, della libreria Dante è rimasto solo l'esterno e adesso ospita un bistrot. 

Sono ormai un ricordo anche i fratelli Gulì, che dagli anni '20 in piazzale Ungheria, vendevano biancheria e tessuti e indumenti da lavoro. In tempi più recenti ha abbassato la saracinesca anche Torregrossa, primo negozio di intimo di lusso a fare capolino in città con una storia iniziata nel 1934. La boutique Alongi lo scorso anno ha lasciato il suo posto di via Ruggero Settimo a un Lego Store. Ed è storia recente la vicenda del colosso Rinascente, che ha rischiato di salutare Palermo, stavolta per il caro affitti. 

130982594_1478341039037717_5965050078754570781_o-2-2A esprimere preoccupazione per la scomparsa delle insegne storiche è la Cidec (Confederazione italiana degli esercenti commercianti), "Abbiamo appreso con dispiacere dell'ormai prossima chiusura di Arena Barranco, la più antica profumeria in città", dice il presidente Salvatore Bivona. "Ci chiediamo - prosegue - cosa rimanga, ormai, del tessuto commerciale, un tempo florido, della Palermo dei decenni passati". La Cidec spiega di avere chiesto l'apertura di un tavolo di crisi al governo regionale nei mesi scorsi. "Senza Arena Barranco - conclude Bivona - via Notarbartolo non sarà più la stessa: viene meno un luogo che ha unito, a partire dal 1880, tante generazioni nel nome dell'eleganza e della bellezza".



https://www.palermotoday.it/cronaca/profumeria-arena-barranco-via-notarbartolo-chiude-commercio-crisi.html