martedì 18 agosto 2026

PERCHE’ PUTIN NON SFONDA IL FRONTE E TERMINA IL CONFLITTO ANNETTENDO PARTE DELL’UCRAINA?

 

A parte i “giulivi” che seguendo le favole di alcuni quotidiani italiani asseriscono che la Russia stia perdendo la guerra la domanda elementare ad ogni mente pensante è per quale motivo Putin non sfonda il fronte e pone fine al conflitto. Uno dei motivi principali è che non vuole mettere a repentaglio le vite di tanti soldati russi per cui prosegue certo che il tempo gli darà ragione. E’ la tattica in chiave moderna usata contro Napoleone e contro la Germania di Hitler che condusse alla loro caduta. Basterebbe una bomba nucleare tattica su Kyev e la guerra terminerebbe il giorno seguente. Ma l’Ucraina, al di la dei nazisti di Bandera e dei battaglioni neo-nazisti di Zelensky, è sempre stata sentita come una parte importante della Russia ed una scelta del genere sarebbe impopolare ed inimicherebbe ulteriormente larga parte della popolazione inclusa quella russofona. Credo anche che Putin tema la reazione dei paesi europei e della UK che, nel nome di una non ben chiara democrazia, stanno finanziando anche non troppo sotterraneamente l’Ucraina. Per quanto tattica una bomba atomica crea una radioattività che andrebbe a propagarsi su un’area più ampia magari travalicando il confine e coinvolgendo paesi europei limitrofi. Credo sia però evidente che se il conflitto continuerà questa sia una soluzione che Putin prenderà in considerazione. Chi non si rende conto dello squilibrio delle forze in gioco fa finta di disconoscere che la Russia ha 6000 testate nucleari!! Ma Putin deve anche rendere conto all’opinione pubblica in patria che certamente non vede di buon occhio le migliaia di morti tra i giovani russi al fronte e gli attacchi con i droni che si sono spinti anche molto all’interno della Russia facendo danni non trascurabili. Insomma Zelesky stà “stuzzicando il can che dorme” e che da un momento all’altro potrebbe “incazzarsi” veramente.

GUERRA. ZELENSKY CHIEDE IL CESSATE IL FUOCO PERCHÉ SA CHE STA PERDENDO.
ALESSANDRO ORSINI – IL FATTO – 18.08.2026
Il dibattito su chi sia in vantaggio tra Putin e Zelensky nella guerra in Ucraina ha ormai assunto una dimensione morbosa, direi addirittura malata nella sua dimensione paranoica, che mostra tutti i limiti dell’informazione in Italia sulla politica internazionale. La risposta alla domanda è agevole. Basta usare il metodo della comparazione, che, almeno nella sua impostazione elementare, può essere usato da qualunque lettore. Occorre prendere carta e penna e appuntare le dichiarazioni rese da Zelensky nel periodo tra il 24 febbraio 2022, il giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, e il 20 novembre 2024, il giorno in cui Zelensky, in un’intervista a Fox News, dichiarò che l’esercito ucraino non aveva la forza di recuperare i territori occupati dai russi: “Comprendiamo di non avere ancora la forza di respingere (Putin) fino alla linea del 1991 con le armi in pugno”. Nel mezzo, c’era stata la controffensiva ucraina, iniziata il 5 giugno 2023, che aveva semi-devastato l’esercito ucraino, costretto a invocare 500 mila nuove reclute per bocca di Valery Zaluzhny, e semi-demilitarizzato l’Unione europea e il Regno Unito, costretti a un riarmo drammatico in un clima psicologico non molto diverso dall’evacuazione di Dunkerque. Ebbene, nella prima fase, Zelensky rifiutava qualunque dialogo diplomatico con Putin; equiparava la parola “pace” a una bestemmia e insolentiva chiunque proponesse una soluzione diplomatica, incluso Papa Francesco. Nella prima fase, Zelensky assicurava che avrebbe vinto la guerra; che avrebbe liberato i territori armi in pugno (pure la Crimea!); che avrebbe costretto la Russia a inginocchiarsi al suo cospetto infliggendole un’umiliazione smisurata. Questa perdita totale di contatto con la realtà, pericolosissima per la vita di noi tutti, è stata sostenuta e alimentata da Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Libero, il Giornale,il Foglio, Radio Rai, il salotto di Porta a Porta, la quasi totalità dei partiti politici italiani e il Quirinale. È stato uno dei più grandi fallimenti della classe dirigente italiana. Il 22 novembre 2023, al G20 presieduto dall’India, Giorgia Meloni disse a Putin che avrebbe dovuto ritirarsi da tutti i territori, senza chiedere niente in cambio ovviamente, dopo avere assicurato, nelle sue comunicazioni ufficiali, che l’Ucraina avrebbe vinto la guerra. Il Giornale scrisse che Meloni aveva “schiaffeggiato” Putin, reo di avere chiesto di trovare una soluzione diplomatica alla guerra. E poi è arrivata la seconda fase, in cui Zelensky invoca il cessate il fuoco e Putin lo rifiuta. Questa è la prova che Zelensky sta perdendo la guerra e la Russia la sta vincendo. Gli Stati iniziano a chiedere il cessate il fuoco con largo anticipo sul loro cedimento. Non chiedono il cessate il fuoco il giorno prima di terminare le munizioni: lo chiedono il giorno dopo avere calcolato che le finiranno. Gli Stati sono inclini alla diplomazia quando prevedono che la prosecuzione del conflitto produrrà un deterioramento della loro posizione negoziale. La previsione di questa rubrica era corretta: “Quanto maggiore sarà il volume di fuoco dell ’Ucraina contro la Russia, tanto più grande sarà il volume di fuoco della Russia contro l’Ucraina”. I droni contro Mosca non ribalteranno gli equilibri del conflitto. L’esaurimento progressivo dei missili Patriot e dei soldati è un nodo scorsoio per Zelensky. Quanto tempo ci vorrà? Questa rubrica non può mostrare un calcolo. Ma Zelensky deve averlo fatto, se è passato dalla certezza assoluta di vincere alla richiesta quotidiana del cessate il fuoco. Sta perdendo chi chiede di congelare il conflitto. Sta vincendo chi rifiuta.

ROBERTO ZACCARIA EX PRESIDENTE RAI.

 

C'è una domanda che dovrebbe far riflettere tutti, non solo chi si occupa di informazione: siamo arrivati davvero a Tele Meloni? Roberto Zaccaria, che la Rai l'ha guidata per anni e conosce le pressioni politiche "anche di altissimo livello", non usa mezzi termini quando parla di Sigfrido Ranucci: un giornalista non è un magistrato, non deve rendere conto delle persone che frequenta per fare il proprio mestiere. È la parte offesa, non l'imputato.
Eppure lo stiamo trattando come un colpevole da isolare. E mentre lo si mette sotto processo mediatico, si smonta pezzo dopo pezzo tutto ciò che ancora somiglia a giornalismo d'inchiesta: Report da una parte, Caterpillar dall'altra. Un "indebolimento obiettivo", lo chiama Zaccaria. Io lo chiamerei con un'altra parola: paura. Paura di chi racconta la verità e dà fastidio al potere.
Un'azienda pubblica ha il dovere di proteggere chi lavora per informare i cittadini, non di consegnarlo alle pressioni di chi vorrebbe silenzio. La libertà di stampa non è un dettaglio tecnico: è la misura della salute di una democrazia.

Verso Mosca sono volati dei droni infarciti di pallini metallici e pezzetti di chiodi.

 

Verso Mosca sono volati dei droni infarciti di pallini metallici e pezzetti di chiodi. Ma questo i pennivendoli italiani non lo mostrano! Altrimenti rischierebbero di far capire agli italiani che il regime di Kiev, che il governo italiano sostiene e alimenta, è nella sostanza nazista e terrorista, poiché uccide artatamente i civili russi: bambini, donne, anziani.
Scrive il corrispondente di guerra russo SashaKot:
Guardate la foto. Si tratta di pallini metallici – «elementi letali», per usare il linguaggio ufficiale. Questo è stato estratto da una finestra a doppio vetro sulla strada Varšavka, la tangenziale di Mosca, il drone non è riuscito a raggiungere l’abitazione, si è schiantato contro un albero ed è esploso, disseminando ovunque la morte di ferro.
A Ramenskoe, un pensionato di 83 anni è morto nel cortile di casa sua. Forse proprio a causa di un pallino simile. A Podolsk stanno estraendo da un uomo che vive nel condominio «Lesnoj» dei frammenti, tipici del contenuto di una bomba a cassetta. Non si tratta di munizioni destinate a un obiettivo industriale. Non è con queste che si distruggono le fabbriche militari. Con queste si cerca di uccidere il maggior numero possibile di persone. Civili.
Il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin ha fornito i dati in mattinata: da sabato sera fino alle 6:30 di stamattina sono stati avvistati 600 droni diretti verso la regione di Mosca, 201 dei quali abbattuti sopra la periferia di Mosca: Domodedovo, Podolsk, Stupino, Odincovo, Naro-Fominsk, Ramenskoe, Čechov, Kolomna, Kašira, Egorevsk. Dalle tre del mattino gli aeroporti di «Vnukovo», «Domodedovo» e «Žukovskij» sono stati chiusi per tre ore e mezza.
A Podolsk, nel parco industriale di Kaledino, ha preso fuoco un magazzino di Wildberries. A Domodedovo, nel complesso industriale «Severnoe Domodedovo», è stato colpito un magazzino di medicinali. A Voskresensk, un obiettivo industriale. A Čechov è stato spazzato via il tetto della scuola parrocchiale di Jakšino. A Stupino è stata distrutta una sauna di campagna. A «Matveevskoe» sono state spezzate le linee elettriche.
Questa primavera, nella regione di Mosca, i “Luty” trasportavano già sfere di cuscinetti da 4 e 7 millimetri. A luglio, nella regione di Tambov, si è verificata la stessa situazione: dopo l’attacco contro Wildberries a Kotovsk, il governatore ha dichiarato per iscritto che «il nemico ha utilizzato intenzionalmente proiettili sotto forma di sfere metalliche, che hanno causato il massimo danno alla popolazione civile».
Oltre al pensionato ucciso, ci sono tre feriti, tutti nel distretto di Podolsk. Un camionista a Klimovsk ha riportato una scheggia alla mano. Un uomo nel complesso di villette «Lesnoy» ha riportato ferite da schegge. Una residente del villaggio di Zheleznodorozhny ha riportato una ferita alla spalla.
Altri tre feriti si trovano a Mosca, nella zona della MKAD.
Nessun obiettivo militare in questo elenco. Case di campagna, complessi residenziali, insediamenti lungo le strade, un magazzino con bende, una scuola parrocchiale.
I discorsi sulla «moderazione» e sulla «risposta proporzionata» finiscono qui. Quando il nemico riempie consapevolmente le munizioni con proiettili di piombo a sfera contro gli anziani, bisogna rispondere con un’azione sistematica contro le loro infrastrutture. Ancora più potente. Ancora più spietata. Ogni notte. Con l’intero arsenale: «Kinžal», «Iskander», «Zircon», «Gerani». Finché non finiranno ridotti in polvere di cemento.
Ogni pallottola estratta dal nostro chirurgo dal corpo di un anziano a Ramenskoe è un indirizzo sulla carta geografica ucraina. Per ognuno di essi, il conto è a parte.




Già la guerra è una concezione inaccettabile, ma usare questi mezzi per uccidere civili è assurdo! Quale grado di malvagità bisogna raggiungere per concepire un simile massacro?
cetta.

NO GRAZIE: PRIMA VOI!

 

Ah, che meraviglia la nuova ventata di civiltà che soffia sull'Europa: il riarmo!
Ma non quello rozzo e polveroso di una volta, no.
Un riarmo moderno, ecologico, quasi ricreativo.

In Italia il ministro Crosetto ha questa splendida intuizione della “riserva volontaria”.

Quarantamila civili da reclutare nel tempo libero. Funziona così: il giovedì il calcetto, il venerdì la pizza e il sabato mattina tutti in trincea a difendere le infrastrutture.
Come se un cittadino, uscendo dal supermercato con le borse della spesa, avvertisse l'improvviso desiderio di fare il piantone alla cabina elettrica con l'elmetto.

Ma il capolavoro assoluto si consuma in Germania.

Lì hanno mandato trecentomila lettere ai diciottenni con scritto: “Caro ragazzo, ti andrebbe di venire a fare il soldato?”. Risultato? Hanno risposto in cinquecento. Cinquecento! Praticamente i parenti del ministro e quattro appassionati di videogiochi che avevano capito male il modulo.

È confortante.

L’uomo occidentale moderno lo puoi convincere a fare di tutto: la dieta chetogenica, la raccolta differenziata, l'abbonamento alla palestra. Ma quando gli chiedi di arruolarsi per la patria, guarda lo smartphone, sospira e risponde: “Guarda, sarei venuto volentieri, ma sabato c’ho il torneo di padel”.

Forse non sarà solo la coscienza che ci salverà dalla guerra. Sarà la pigrizia. E meno male.

Mauro David 

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I liberisti privi di libertà.

 

Il giacimento di Vaca Meurta, nella Patagonia argentina, è la seconda riserva al mondo per il gas di scisti e la quarta di petrolio non convenzionale.
Scoperto negli anno trenta, a lungo nelle mani della spagnola Repsol, nel 2012 fu nazionalizzato durante la presidenza di Cristina Fernández de Kirchner.
Negli anni successivi, con lo sviluppo della tecnologia estrattiva, è diventato l'oggetto delle mire delle compagnie statunitensi-
Al centro di questa rete si collocano le major del settore come Chevron, che è stata la pioniera degli investimenti esteri nel sito fin dal 2013 attraverso l'accordo con la compagnia statale YPF, seguita a ruota da ExxonMobil e Dow Chemical,
le quali hanno esportato nel bacino neuquino le tecnologie avanzate di fracking già collaudate nel bacino Permiano in Texas.
Tuttavia, la presenza americana non si limita alla gestione operativa dei pozzi, ma si estende profondamente nelle strutture finanziarie che sostengono l'economia argentina; giganti del risparmio gestito come BlackRock, Vanguard e Fidelity detengono partecipazioni significative in YPF
e in altre società di servizi energetici, esercitando una pressione indiretta ma decisiva sulle politiche economiche nazionali affinché si mantenga un clima favorevole agli investitori esteri.
Il coinvolgimento degli Stati Uniti è inoltre sostenuto da organismi governativi come la Development Finance Corporation (DFC) e la EXIM Bank, che hanno erogato prestiti miliardari per lo sviluppo delle infrastrutture necessarie al trasporto degli idrocarburi, con l'obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza energetica dell'emisfero occidentale
e di ridurre la dipendenza globale dal gas russo, specialmente in seguito al conflitto in Ucraina.
In questo scenario, Vaca Muerta non è solo un serbatoio di profitti, ma uno strumento di politica estera: il sostegno americano alla recente deregolamentazione del mercato energetico argentino, culminata con l'introduzione del RIGI (Regime di Incentivo per le Grandi Inversioni)
sotto l'amministrazione Milei, mira a blindare questi capitali contro le fluttuazioni politiche e la cronica instabilità macroeconomica del paese sudamericano.
Il controllo tecnologico e finanziario sulla catena del valore dello scisto permette agli investitori di Wall Street
di influenzare non solo il prezzo globale delle commodity, ma anche di arginare la crescente penetrazione commerciale della Cina nella regione, trasformando la Patagonia in un avamposto della sicurezza energetica nordamericana.
Nonostante le critiche legate all'impatto ambientale e alla sostenibilità del debito estero contratto per finanziare tali opere, la simbiosi tra le necessità di autofinanziamento dell'Argentina e la fame di risorse a basso costo delle multinazionali statunitensi continua a rafforzarsi, rendendo Vaca Muerta il perno di un'alleanza economica che vede il sottosuolo argentino come una riserva strategica vitale per il mantenimento dell'egemonia finanziaria e industriale degli Stati Uniti nel ventunesimo secolo.
La motosega di Milei svolge la sua funzione di togliere agli argentini e di "donare" alla finanza USA.
Ma in Italia Milei ha molti estimatori...


Ora capisco perchè li hanno fotografati assieme: entrambi obbediscono a Trump per mettersi in mostra, non per fare il bene del proprio paese... cetta.

lunedì 17 agosto 2026

Imbecillistan. - Marco Travaglio

 

Su Kabul, l’unica cosa che stupisce è lo stupore.
Possibile – si domanda il Giornalista Unico sul Giornalone Unico dall’alto del suo ventennale “atlantismo” e “riformismo” – che l’Afghanistan, dopo vent’anni di esportazione della democrazia e di lotta al terrorismo a suon di bombe, di morti e di torture, si riconsegni ai Talebani?
Possibile che il popolo non dia il sangue per difendere tal Ghani, il presidente-fantoccio che gli abbiamo regalato noi e che fra l’altro se l’è già data a gambe?
Possibile che l’invincibile armata mercenaria di 300 mila soldati reclutata, equipaggiata e addestrata dagl’invasori (anch’essi fuggiti) si sia squagliata come neve al sole anziché combattere per conto loro, senza neppure quei “tre mesi di resistenza” che i nostri “esperti” prevedevano fino all’altroieri dando per certo l’accordo per un “governo di transizione” gradito all’Occidente?
Da vent’anni le meglio firme del bigoncio che se la tirano da “competenti”, embedded al seguito della destra berlusfascia e della “sinistra” blairiana sbavavano per la “guerra al terrorismo” senza mai azzeccarne una. Più i nostri eroi prendevano legnate moltiplicando in tutto il mondo il terrorismo che dicevano di combattere, più raccontavano che stavamo vincendo noi.
E ora, tomi tomi cacchi cacchi, scoprono quello che chi ha occhi per vedere sa dal 2001:
i Talebani, che 20 anni fa stavano sulle palle ai 3/4 degli afghani, tornano al potere da trionfatori,
con l’aureola degli eroi della resistenza. E ancora una volta ci hanno sconfitti con le nostre armi (da noi fornite al cosiddetto “esercito regolare”, subito arresosi nelle loro mani).
Eppure il direttore di Repubblica Maurizio Molinari spiega come la guerra di Bush-Blair-Berlusconi, tre leader che a stento sapevano dov’era Kabul, fosse giusta.
Cioè che dietro l’attacco alle Torri Gemelle non ci fossero le satrapie petrolifere del Golfo, in testa l’Arabia Saudita (quella del Nuovo Rinascimento renziano), ma i Talebani (che non sono neppure arabi).
“Al-Zawahiri e Bin Laden – scrive Sambuca restando serio – trovarono questo santuario jihadista nell’Afghanistan dei talebani del Mullah Omar - che li ospitò, sostenne e finanziò fino a consentirgli di organizzare l’attacco agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 – ma dopo l’intervento americano la base territoriale svanì”.
Una tesi che nemmeno i suoi amici del Pentagono osano più sostenere.
Quando i Talebani del mullah Omar&C. e il califfo saudita Bin Laden combattevano i sovietici, agli Usa piacevano un sacco:
le armi gliele passavano loro.
L’incontro fra i due capi avvenne allora: Osama foraggiò i mujaheddin contro l’Urss, d’intesa con gli Usa e con tutto l’Occidente. E poi finanziò la ricostruzione dell’Afghanistan: strade, scuole, ospedali. Perciò era amato dagli afghani e quando Omar entrò in Kabul nel ‘96 lo lasciò lì.
Ma nel ‘98 Bin Laden fu sospettato per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. E Bill Clinton prese a bombardare la zona di Khost, pensando che si nascondesse lì: invece morirono centinaia di civili. Partì una trattativa fra talebani e Casa Bianca: Wakij Ahmed, braccio destro del mullah, incontrò Clinton il 28.11 e il 18.12 ’98.
Offrì di indicare il nascondiglio di Bin Laden in cambio della fine dei bombardamenti.
Ma Clinton rifiutò.
I Talebani poi rifiutarono di far costruire il mega-gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan alla compagnia americana Unocal, in cui erano impicciati due fedelissimi del neopresidente Bush jr., Cheney e Rice, oltre al futuro Quisling afghano Karzai.
Nel suo bel libro sul mullah, Massimo Fini racconta anche la trattativa sull’oppio:
nel 2000 il mullah bloccò la coltivazione di papavero, facendo schizzare il prezzo dell’oppio e rovinando gli affari del narcotraffico mondiale. Meno di un anno dopo partì l’attacco e la produzione dell’oppio ricominciò.
L’attacco alle Twin Towers fu un puro pretesto. Non c’era un solo afghano fra gli attentatori né nelle cellule di Al Qaeda. Solo sauditi, egiziani, giordani, tunisini, algerini, marocchini, yemeniti.
Non afghani o iracheni. Infatti furono attaccati Afghanistan e Irak (nel 2003, con la scusa delle armi di distruzione di massa, mai viste, e di un inesistente patto fra Saddam Hussein e Bin Laden, che si erano condannati a morte a vicenda: poi Osama fu ucciso in Pakistan, che nessuno si sognò d’invadere).
A Kabul la guerra al terrorismo, costata 3mila miliardi $ solo agli Usa, ha riabilitato i Talebani.
A Baghdad ha prodotto l’Isis.
Nel febbraio 2003 Gino Strada predisse come sarebbe finita e fu accusato di filo-terrorismo. Francesco Merlo, non ancora passato a deliziare i lettori di Rep, lo additò sul Corriere come un “Signor Né Né”.
Gino rispose così: “Signor Merlo, ho l’impressione che il partito della guerra del petrolio non passi un gran momento…
Gli amici dell’‘amico George’ imbavagliano l’informazione in modo da renderla indistinguibile dalla propaganda – ne sa qualcosa, Signor Merlo? – eppure la gente non li ascolta.
Rendono i telegiornali molto simili al Carosello, eppure le persone continuano a pensare, a porsi domande… Ho la sensazione che non filerà via liscia, che i cittadini si siano stancati di fare da telespettatori, che i padroni delle testate debbano rassegnarsi a non essere anche padroni delle teste…”.
Oggi l’Afghanistan torna a vent’anni fa.
Invece la stampa italiana non s’è mai mossa.
FQ 17 agosto


La coercitiva democrazia statunitense piace a pochissimi... cetta

UCRAINA, IL GRANDE PROBLEMA: E SE NON FOSSE PIÙ COME VINCERE LA GUERRA, MA COME FARLA CONTINUARE?

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel linguaggio che ormai arriva dai vertici politici, militari e industriali occidentali.
Non serve inventare complotti.
Basta ascoltarli.
Mark Rutte, segretario generale della NATO, ha evocato la necessità di essere pronti a una guerra della scala conosciuta dai nostri nonni: mobilitazione, distruzione, sofferenza, perdite estreme.
Donald Tusk ha detto che la Polonia non era mai stata così vicina a un conflitto aperto dalla Seconda guerra mondiale.
Il generale francese Fabien Mandon è andato ancora oltre: bisogna recuperare la forza d’animo necessaria ad accettare di «perdere i propri figli» e a «soffrire economicamente» se le priorità nazionali dovranno essere spostate sulla produzione militare.
Ursula von der Leyen ha rispolverato l’antico adagio:
«Se vogliamo evitare la guerra, dobbiamo prepararci alla guerra».
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare NATO, discutendo della guerra ibrida ha parlato della possibilità di essere «più aggressivi o proattivi», arrivando a ragionare sul concetto di azione preventiva considerata difensiva.
Poi arriva Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo.
E qui manca soltanto il rumore della sirena antiaerea in sottofondo:
«Non sta finendo la guerra, sta iniziando la guerra nuova».
E ancora:
«Se no ci sterminano».
Curiosa coincidenza lessicale: chi dirige una delle principali industrie europee della difesa ci spiega che dobbiamo investire nella difesa perché altrimenti ci sterminano.
È come chiedere al pescivendolo se faccia bene mangiare più pesce.
Ma il punto serio viene adesso.
Perché mentre l’Europa impara a parlare della prossima guerra, l’Ucraina continua a consumarsi dentro quella attuale.
La pressione russa verso l’asse Sloviansk-Kramatorsk cresce. Sono state disposte nuove evacuazioni nelle aree maggiormente minacciate della comunità di Kramatorsk.
La difesa aerea ucraina soffre una drammatica scarsità di intercettori: durante il grande attacco russo del 4-5 agosto, secondo i dati ucraini, nessuno dei 24 missili balistici lanciati venne intercettato.
Sul Mar Nero la guerra ha colpito duramente porti, navigazione commerciale ed esportazioni, costringendo Kiev a cercare sempre più alternative terrestri.
Insomma, mentre sul campo la situazione ucraina diventa sempre più difficile, nelle capitali occidentali non sentiamo quasi più parlare del famoso:
«Come arriviamo alla pace?»
Sentiamo parlare di:
armi,
riarmo,
economia di guerra,
sacrifici,
produzione militare,
attacchi preventivi,
figli da perdere,
popolazioni da preparare psicologicamente.
E allora permettetemi una domanda.
Ma siamo proprio sicuri che il problema dell’Europa sia ancora salvare l’Ucraina?
Perché comincia a sorgere un dubbio molto più scomodo:
che l’Ucraina stia diventando il gigantesco laboratorio nel quale l’Europa sta imparando ad abituare i propri cittadini alla guerra.
Prima ci hanno spiegato che mandare armi serviva per arrivare alla pace.
Poi che bisognava mandarne di più.
Poi che bisognava produrne di più.
Poi che bisognava spendere di più.
Adesso ci spiegano che dobbiamo prepararci a soffrire economicamente.
E qualcuno comincia persino a spiegarci che dobbiamo essere psicologicamente pronti a perdere i nostri figli.
Manca soltanto il dépliant:
“Terza guerra mondiale – prenota prima e risparmia.”
Il paradosso è feroce.
Se davvero la Russia fosse sul punto di travolgere l’Europa, capirei la mobilitazione.
Ma se dopo quattro anni e mezzo di guerra l’esercito russo combatte ancora nel Donbass, allora qualcuno dovrebbe spiegare come possa contemporaneamente essere abbastanza lento da impiegare anni per avanzare in Ucraina e abbastanza irresistibile da minacciare domani Varsavia, Berlino, Parigi e Roma.
Una delle due narrazioni, almeno, avrebbe bisogno di manutenzione.
E soprattutto vorrei sapere quando abbiamo deciso che la missione dell’Europa non fosse più impedire ai nostri figli di conoscere la guerra, ma prepararli educatamente all’eventualità di morirci.
Perché una cosa è la deterrenza.
Un’altra è trasformare lentamente la guerra in orizzonte normale della politica europea.
E quando una società comincia a considerare normale ciò che fino a ieri riteneva impensabile, il problema non è soltanto quanti carri armati possiede.
Il problema è che cosa ha smesso di considerare folle.



Gli USA, guerrafondai per eccellenza, stanno incitando l'Europa alla guerra, per assecondare interessi personali; sanno benissimo che da soli non potrebbero distruggere e vincere la Russia, quindi, ci stanno coinvolgendo a condividere le loro manie persecutorie... costringendoci, con metodi discutibili, a dichiarare guerra alla nazione che ci ha liberato da altri nazisti... 
cetta.