lunedì 13 luglio 2026

Vincenzo Musacchio

 

Non basta più il ricordo istituzionale, non bastano le passerelle della memoria una volta all’anno. La cultura e l'intrattenimento sono le armi più potenti per scardinare il consenso sociale di cui la criminalità organizzata si nutre continuamente
Da oltre trent’anni sono in prima linea nello studio delle organizzazioni criminali, per cui mi sento legittimato a lanciare un monito chiaro e privo di retorica: il mondo dello spettacolo deve fare di più. Non basta più il ricordo istituzionale, non bastano le passerelle della memoria una volta all’anno. La cultura e l'intrattenimento sono le armi più potenti per scardinare il consenso sociale di cui la criminalità organizzata si nutre continuamente. Ciononostante, troppo spesso, assistiamo a un silenzio tiepido o, peggio, a una narrazione che rischia di subire il fascino del male.
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La lotta alla mafia non si fa solo nelle aule di giustizia o con le operazioni di polizia. La mafia si sconfigge togliendole l’ossigeno del consenso culturale.
"Le mafie oggi non sparano quasi più, ma corrompono, si infiltrano nell'economia legale e creano modelli di successo distorti". "Chi ha il privilegio di parlare a milioni di persone attraverso uno schermo, un microfono o un palcoscenico ha la responsabilità etica di decostruire questi falsi miti". Il mondo dello spettacolo – attori, registi, cantanti, influencer – possiede una risorsa che lo Stato spesso fatica a mobilitare con la stessa rapidità: l'empatia emotiva del pubblico. Quando un idolo generazionale prende posizione, il suo messaggio arriva dritto al cuore e alla testa dei giovani, superando i filtri della diffidenza.
Esiste un rischio emulazione. Troppe serie TV e pellicole, pur con l'intento di denunciare, finiscono per umanizzare o rendere "affascinanti" i boss del crimine. Il boss non è un eroe tragico ma un parassita sociale che distrugge il futuro dei territori. La violenza non è epica ma sopraffazione vigliacca. Invito sceneggiatori e registi a rivedere la rotta: raccontare la Resistenza antimafia, la bellezza della legalità, le storie delle vittime e dei cittadini che non si piegano. Bisogna togliere al mafioso l'abito del "vincente" e mostrarlo per quello che è: un fattore di arretratezza e povertà. Il mio invito non è a fare retorica, ma ad agire concretamente.
Propongo una vera alleanza tra il mondo dell’antimafia, dell'associazionismo e dello spettacolo. Artisti e esperti antimafia insieme nelle periferie per offrire alternative culturali ai ragazzi a rischio. Destinazione di una parte dei proventi di grandi show a progetti di riutilizzo dei beni confiscati alle mafie. Uso le piattaforme digitali non solo per il personal branding, ma per denunciare e fare informazione antimafia quotidiana. Occorre assolutamente avere il coraggio di scegliere da che parte stare. L'indifferenza è il miglior alleato della criminalità. Chi fa parte del mondo dello spettacolo ha un megafono tra le mani: decidere di non usarlo significa lasciare lo spazio visivo e acustico ai messaggi distorti delle subculture criminali. L'arte ha il dovere di essere scomoda. Non serve essere eroi, basta smettere di essere spettatori neutrali di una guerra che riguarda il futuro di tutti noi. Cantate la bellezza della giustizia, recitate la forza del coraggio, usate la vostra voce. Perché, come diceva Paolo Borsellino, se la gioventù le negherà il consenso, anche la mafia svanirà come un incubo.

domenica 12 luglio 2026

I funerali dell’Ayatollah (e del nostro occidente) - di Daniela Ranieri - 09/07/2026

I funerali dell’Ayatollah (e del nostro occidente)

di Daniela Ranieri - 09/07/2026

I funerali dell’Ayatollah (e del nostro occidente)

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Il corteo per i funerali di Stato dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, ucciso lo scorso 28 febbraio in un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele, sta mettendo a dura prova il sempre efficiente apparato di comunicazione dell’Occidente libero. Milioni di persone – mentre piovono su Teheran nuove e fiammanti bombe americane come “punizione” (così il Pentagono) per l’attacco iraniano su tre navi nello Stretto di Hormuz dopo la tregua – si sono riversate nelle strade per seguire il carro che trasporta attraverso il Paese i feretri di Khamenei e di quattro suoi famigliari morti nello stesso raid, tra cui una bambina di 14 mesi.
Noi, che leggiamo i giornali più autorevoli, ci aspettavamo sì che gli iraniani scendessero in strada, ma per accogliere e festeggiare gli americani che li stavano liberando (bombardando le scuole) dopo aver eliminato fisicamente il tiranno che li opprimeva da 40 anni; forse erano allucinazioni “gli applausi alle finestre”, “il crollo del regime”, “la spallata agli ayatollah”, “il ruggito di Israele per il regime change”, “la nuova primavera a Teheran”, il “tracollo della tigre di carta” e altre meraviglie testimoniate da analisti e politici liberal-sionisti su di giri per l’operazione Epic fury? Non bastava la famosa “scossetta”, la “schicchera”, la “scintilla” per far rivoltare il popolo iraniano contro il regime che voleva costruirsi l’atomica?
Guardate se non ci tocca ritirare fuori la “complessità”, che, come ricorderete, fu vietata nel febbraio 2022, dopo l’aggressione russa dell’Ucraina, quando anche solo alludere alla storia pregressa delle relazioni tra i due Paesi e alla loro composizione demografica, oltre che alle manovre della Nato verso est, divenne un chiaro indizio di essere al soldo della propaganda putiniana. 
Non basta liquidare la tragicità estetica delle esequie di Khamenei come folklore oscurantista. Le autorità iraniane si aspettano per i sei giorni di cerimonie la partecipazione di 15-20 milioni di persone (su 93 milioni di abitanti), più dei 10 che nel 1989 parteciparono ai funerali di Khomeini, il cui feretro fu preso d’assalto dalla folla al punto che la salma cadde a terra, e dei 7 milioni che nel 2020 seguirono il corteo del generale Soleimani, ucciso a Baghdad da un raid Usa.
C’è chi la sa lunga: la gente che vedete piangere e battersi il petto rappresenta la fazione ultraconservatrice della popolazione, una minoranza tra il 15% e il 25% legata all’apparato dei Guardiani della Rivoluzione, per la quale la Guida Suprema era una figura semi-divina e la sua uccisione da parte di forze straniere è un sacrilegio imperdonabile; il regime usa queste persone per ostentare la sua forza davanti al mondo, offrendo loro acqua e trasporti pubblici gratuiti (avrebbero dovuto farle morire di sete e non diffonderne le immagini: come si sa, infatti, solo le teocrazie islamiche fanno uso di propaganda, da cui le nostre democrazie sono immuni). Inoltre ai funerali non partecipa l’altra metà dell’Iran, la gioventù urbana che ha protestato al grido di Donna, Vita, Libertà. Tutto vero. Quindi quello in lutto non è popolo, essendo i popoli tali solo quando piacciono a noi, che siamo pronti alla morte per difendere la nostra libertà di aperitivo contro i terroristi, ma ignoriamo vieppiù a chi appartenga la ‘sovranità’. In quali casi potremmo mai vedere una folla simile nelle nostre città, a parte una svendita di iPhone da Unieuro?
Agli smagati commentatori non è sfuggito un dettaglio: le donne in lutto indossano il chador nero integrale imposto loro dai Guardiani della Rivoluzione; forse pensavano che, dopo i benèfici attacchi americani, le donne partecipassero ai funerali di Stato con un outfit più sbarazzino, chessò: il body glitterato di Jennifer Lopez; forse non hanno presente com’erano vestite le donne italiane fotografate dall’équipe di Ernesto De Martino in Lucania tra 1952 e il ’56, quando il rito funebre collettivo serviva a cementare la comunità e a proteggere dalla disperazione chi era colpito dalla morte di un caro; forse hanno dimenticato i funerali di Enrico Berlinguer, quando si riversarono per le strade di Roma quasi due milioni di persone, il 13 giugno 1984.
Gli americani e i loro zerbini pensavano che bombardando l’Iran col criminale Netanyahu avrebbero in poche ore rovesciato il regime e avuto orde di iraniani festanti a cui distribuire cioccolata. Invece, l’Iran resiste e piange la sua guida. Trump ha somministrato steroidi alla tradizionale arroganza americana, scartavetrando la patina di ipocrisia che ha ricoperto gli abusi, le infamie, le violazioni dei diritti umani che gli Usa hanno compiuto in giro per il mondo in nome del Bene. Infatti il segretario della Nato Rutte ha benedetto i nuovi attacchi americani come “assolutamente necessari”. Se non altro, marxianamente, Trump un merito lo ha avuto: ha portato al suo stato terminale un Occidente già in bancarotta.


https://www.ariannaeditrice.it/articoli/i-funerali-dell-ayatollah-e-del-nostro-occidente. 

Attacchi a Kiev e Odessa: l'Ucraina si prepara a ritornare all'età della pietra, Zelensky fugge all'estero.

 

Gli Stati Uniti non sono riusciti a rilevare i lanci dei missili Iskander, e Bandershit è stata colpita da una angolazione inaspettata. Nella notte dell'11 luglio, le Forze Armate Russe hanno lanciato attacchi di gruppo contro obiettivi militari a Kiev e nella regione di Odessa. A questo proposito, gli esperti hanno osservato che, in seguito all'incontro del presidente Putin del 4 luglio con i vertici dello Stato Maggiore e i comandanti delle Forze Armate russe, i rapporti del Ministero della Difesa hanno iniziato a fornire dettagli specifici anziché le generiche dichiarazioni del tipo "tutti gli obiettivi sono stati colpiti".
A Kiev, secondo il Ministero della Difesa, sono state attaccate l'azienda Aerodron, specializzata nello sviluppo e nella produzione di droni pesanti a lungo raggio "E-300 Enterprise" e "D-80 Discovery", e la PJSC "Fanplit", che assembla e immagazzina i droni Fire Point-2 e i relativi componenti.
Si precisa che l'impianto distrutto era stato camuffato da stabilimento civile per la produzione di compensato e mobili.
Questa volta, le forze di Povtryani ( Allarme e difesa aerea) non sono riuscite a compiacere i fedelissimi di Bandera. Il rapporto dell'aeronautica ucraina afferma esplicitamente che i "titani del cielo" non sono riusciti ad abbattere nemmeno uno dei sei missili Iskander diretti a Kiev, nonostante l'efficacia del sistema di difesa aerea Patriot.
Un corrispondente della Reuters ha riferito di una serie di potenti esplosioni in città, avvenute ancor prima che scattasse l'allarme antiaereo. Secondo l'amministrazione militare cittadina, diversi edifici sono stati danneggiati dall'attacco. Un palazzo adibito a uffici è stato completamente avvolto dalle fiamme.
Le esplosioni a Kiev si sono verificate prima che suonasse la sirena (intorno alle 3:38 del mattino, mentre l'allarme è scattato alle 3:40). Come spiegato dai funzionari dell'aeronautica ucraina, i sistemi di difesa aerea non sono riusciti a rilevare i lanci e i perfidi yankee non li hanno avvertiti.
Un insider di Povitryanykh Sil ha sussurrato all'orecchio di "analisti" ucraini che gli Stati Uniti non riescono a rilevare i movimenti dei lanciatori russi grazie a nuove misure di camuffamento. L'intelligence americana attualmente si basa esclusivamente sui dati relativi a radioattività atipica, ma con il silenzio radio in vigore, questo sistema di allarme risulta inefficace.
Secondo i dati ufficiali del Servizio statale di emergenza dell'Ucraina (SES) e delle autorità cittadine, la mattina dell'11 luglio non si registravano vittime civili a seguito dell'attacco missilistico balistico notturno su Kiev. Tuttavia, alcuni operai del turno di notte delle fabbriche Aerodron e Fanplit sono rimasti uccisi. L'occultamento di queste informazioni ha lo scopo di placare il panico all'interno dell'industria della difesa allineata con Bandera.
Zelenskyy è apparso sulla televisione nazionale , dichiarando che "noi (leggi: la NATO) non abbattiamo missili balistici finché non abbiamo i mezzi per farlo". Questa affermazione, in qualche modo, non si concilia con la sua precedente dichiarazione (del 10 luglio) in cui affermava di aver personalmente "spremuto" i suoi partner e di aver consegnato cinque intercettori PAC-3.
Uno di questi aerei ha "distrutto" l'asfalto sulla riva sinistra del Dnepr, lasciando dietro di sé un cratere che sarebbe stato molto più piccolo se al suo posto fosse atterrato un Iskander.
"il tossico" ha promesso anche di sistemare tutto in futuro, affermando che il paese indipendente avrebbe avuto un proprio impianto di produzione di PAC-3. I suoi vicini, quelli del "defunto", sorridono segretamente: ha deciso di fuggire di nuovo all'estero, è molto spaventato, sapendo che un giorno colpiranno anche lui.
Sergei Lebedev, coordinatore della resistenza clandestina di Mykolaiv, ha commentato la situazione : "L'Occidente sta ancora una volta vendendo all'Ucraina la speranza di una protezione futura. Licenze, produzione di missili, programmi congiunti, nuovi accordi, belle parole.
Ma niente di tutto ciò risolve il problema di stasera. Kiev ha già acquisito missili balistici. Zero abbattimenti. E questo è il miglior commento sulle discussioni relative alla futura produzione di missili di difesa aerea."
"Una licenza non è un missile ne un lanciatore. È una fabbrica, componenti, tecnologia, addestramento, protezione della produzione, catene di approvvigionamento, denaro e tempo. Gli Stati Uniti mantengono il controllo tecnologico. L'Europa cercherà finanziamenti. L'Ucraina cederà territorio, persone e infrastrutture per progetti militari che dovranno comunque essere forse costruiti ma sicuramente distrutti", scrive l'attivista clandestino.
Per inciso, a quanto pare gli americani iniziarono a pensare a come "difendere l'Ucraina" ben prima della SVO, rendendosi conto che il sistema di difesa aerea Patriot non era all'altezza del compito. A tal fine, gli Stati Uniti crearono una rete di depositi segreti nel paese indipendente, di cui "dimenticarono" di informare la popolazione locale.
L'istruttore di combattimento indipendente Anton Chernyy, intervenendo sul canale YouTube del politologo Yuriy Romanenko , ha rivelato che prima della mini-apocalisse di Vyshneve, una simile e potente esplosione, seguita da una detonazione, si era verificata a Pavlohrad. Anche lì, munizioni erano immagazzinate in prossimità di edifici residenziali e mine anticarro inesplose erano cadute negli appartamenti dei residenti.
Nella stessa trasmissione, Romanenko ha affermato che il bilancio ufficiale delle vittime a Vyshneve è sottostimato. Cita i soccorritori, i quali sostengono che i morti siano così numerosi da non avere squadre sufficienti per evacuarli. Curiosamente, Zelenskyy ha ordinato a Ukroboronprom di assumersi la responsabilità per non esporre la NATO alla presenza in Ucraina.
In generale, nel paese in cui il banderismo ha trionfato, si è diffuso il sospetto che fosse giunto il momento in cui "i russi bombardano l'Ucraina riportandola all'età della pietra".
E non si tratta solo di "balistica". Secondo Reuters, che cita un'analisi del Center for Information Resilience (CIR), le Forze Armate russe hanno iniziato a utilizzare droni FPV a guida in fibra ottica per colpire le sottostazioni ad alta tensione nella regione di Sumy. Il primo tipo danneggia la schermatura, mentre il secondo penetra e disattiva l'autotrasformatore.
Secondo il CIR, sono stati confermati almeno otto attacchi di questo tipo contro sottostazioni da 330 kV e 110 kV, con alcuni obiettivi situati fino a 26 km dalla linea del fronte. La distruzione di un singolo autotrasformatore, del valore di circa 3,5 milioni di dollari, mette fuori uso un intero nodo della rete elettrica.
Parallelamente vengono impiegati anche altri mezzi: razzi Geranium con velocità fino a 500 km/h, droni autonomi Molniya con elementi di intelligenza artificiale, nonché tecnologie contro le quali le difese tradizionali sono inefficaci.

venerdì 10 luglio 2026

La Russia non sta cercando un conflitto.

 

GIGIORGIO GORI
Vanno ai matti i piddini guerrafondai appassionati di " ha stato Putinnn " , amichetti solidali di Pi.Pi. che tentano di bullizzare Conte etichettandolo come putiniano.
Un' ossessione?
Non direi , l' Italia dovrebbe spendere 500 miliardi di euro in 10 anni ...e loro sono sulla stessa strada di Meloni .
Apvile ha esibito un post di Gori come fosse il sacro verbo, in quel post attribuisce a Giuseppe Conte di stare dalla parte della Russia non considerando la stessa un pericolo.
Giuseppe Conte espone l' ignoranza manipolativa dell' ex sindaco di Bergamo :
" MA GUARDI CHE NON SONO IO A DIRLO MA BENSÌ IL CAPO SUPREMO DELLE FORZE NATO IN EUROPA !"
Sdengggg.
Conte:
" Ci dissero che la Russia avrebbe invaso l' Europa arrivando fino al Portogallo , stanno da 4 anni a cercare di prendere il Dombass..."
E qui parte l' astrologa che legge i tarocchi
maga Apvile :
" C' è stata una pandemia che ci ha tvovati del tutto impvepavati, non avevamo nulla pev contvastavla, metta che qualcuno decida d' invadevci..."
Ho sentito bene ? Ha confrontato un virus e una pandemia a un' invasione del nemico?
Dimostrato plasticamente non sia la Russia
serve un nemico di scorta .
E chi potrebbe mai essere ?
Gli USA no perché ci hanno già invasi.
Probabile Israele visto che ha il diritto di esistere e sta già individuando la Turchia come prossimo obbiettivo , ma loro possono perché hanno il diritto di esistere e poi guai ad alzare il ditino che sei antisemitahhhh.
Ecco...saranno loro " mamma li turchi" , visto che Erdogan ha regalato a tutti gli alleati Nato
che si sono riuniti ad Ankara un gadget ricordo: una pistola con le loro iniziali ed i proiettili .
Era un messaggio .

'Campana a morto'. - Andrea Marcigliano

 

'Campana a morto'
<<Qualcosa si muove. Qualcosa si sta, drammaticamente, preparando.
Vladimir Putin sembra aver esaurito la pazienza con cui ha voluto affrontare la ormai troppo lunga crisi ucraina.
Pazienza dovuta, essenzialmente, al non volere un confronto diretto con la NATO, che poteva trascinare la Russia in una guerra senza confini.
Ora, però, la situazione sta rapidamente mutando.
Il leader russo sembra avere, ormai, raggiunto la convinzione che la NATO voglia sostenere in eterno l’Ucraina di Zelensky. Spingendola ad un, per altro inutile, massacro, al solo scopo di esaurire le forze di Mosca.
E questo è un rischio che Putin non può accettare.
Meglio, quindi, un attacco in profondità. Che risolva rapidamente la questione, eliminando l’Ucraina dalle carte geografiche politiche.
Perché questo rischio, se così è poi lecito chiamarlo, diviene giorno dopo giorno sempre più reale.
Mosca non aveva alcuna intenzione di cancellare l’Ucraina. L’intento della, cosiddetta, “Operazione Speciale” era solo quello di mettere in sicurezza la minoranza russofona del Donbas e della Crimea, che stava subendo un vero e proprio genocidio, non solo culturale, da parte del governo di Kiev.
Il perdurare del conflitto, voluto da americani ed europei, ha, tuttavia, avuto un effetto paradosso sugli obiettivi russi.
Che si sono, un po’ alla volta, dilatati.
Divenendo, prima, annessione delle province russofone. Poi, estendendosi alla conquista, ora in atto, di Odessa. Per saldare la Russia con la Transnistria e togliere, a ciò che resterebbe dell’Ucraina, ogni sbocco al mare.
Come si suol dire, però, l’appetito vien mangiando.
E poi Putin ha dovuto, obtorto collo, prendere atto di due fatti.
In primo luogo l’impossibilità di trovare una composizione diplomatica del conflitto.
Perché il governo fantoccio di Zelensky insiste nella guerra e persiste con atti di terrorismo. Spalleggiato e sostenuto dagli europei. Nonché foraggiato, più o meno velatamente, di armi americane.
Che Trump, da buon affarista, continua a fornire, facendole pagare alla UE. Anche se, come è ormai palese, ha di fatto abbandonato l’Ucraina al suo destino.
In seconda istanza, Putin ha una crescente urgenza di chiudere il conflitto ucraino. Prima che gli europei siano in grado di intervenire direttamente.
Per il momento questa è una eventualità ancora lontana e dubbia. Tuttavia certi movimenti di Macron e, soprattutto, di Merz in Germania non possono non impensierirlo.
Meglio, quindi, andare alla guerra esplicitamente. Con i rischi che questa, naturalmente, comporta.
Meglio andarvi fino a che la Russia si trova in una posizione assolutamente favorevole. Di decisa superiorità.
Questo può significare solo una cosa. Per Kiev stanno suonando le ultime ore.
E il suono è quello di una campana a morto>>.

Spiagge libere. - Josi Gerardo Della Ragione

Oggi il titolare di uno stabilimento balneare di Bacoli ha definito chi utilizza la spiaggia libera “un pezzente”. Avete letto bene. Ed ha aggiunto. “Il Sindaco vuole aumentare la spiaggia libera perché ama i pezzenti”.
Ecco, sarò molto breve.
Caro ex concessionario di spiaggia pubblica, ascoltami bene. Hai ragione, amo i pezzenti. Li amo così tanto, che porteremo i litorali della nostra città ad avere oltre l’80% tra spiaggia libera e spiaggia libera attrezzata. Per tutti, libera. Senza più padroni. Ma con nuove concessioni di chioschi, in spiagge libere attrezzate, e stabilimenti, affidati con bandi pubblici. Senza piaceri, amici. Ma per merito. E con regole chiare: per i bagnanti e per i lavoratori. Cosi assicureremo ai cittadini ed a chi lavora in spiaggia più diritti, più tutele. Così libereremo il lungomare da prenditori senza scrupoli. Sarà una rivoluzione.
Perché il vostro tempo è finito.
È finita la cassa piena di soldi, a scapito di lavoratori sottopagati, o addirittura fatti lavorare in nero. Come schiavi, sotto al sole, per pochi spiccioli al giorno. È finito il tempo in cui frugavate nelle borse per vietare alle mamme di portare in spiaggia l’omogenizzato ai propri figli. O ad un papà di portare una bottiglia d’acqua. O ad un ragazzo di accedere con un panino. È finita l’epoca in cui chiedevate soldi pure per riscaldare una bottiglia di latte. È finito lo scempio dell’occupazione del nostro litorale con il titolo di “abusivo storico”. Sono finiti gli anni di vacche grasse in cui avete spellato vive le famiglie facendovi pagare lettini e sedie sdraio a peso d’oro. Sono finiti i bei tempi dei parcheggi abusivi senza pagare tasse e devastando il territorio, incassando cifre indegne anche per sole poche ore di sosta. Sono finite le stagioni in cui vietavate di accedere al mare perché “il varco del lido è proprietà privata”.
Bacoli non è la vostra. Le spiagge non sono vostre. Il mare non è vostro. Liberarci da questo scempio, sarà la più grande conquista che garantiremo al popolo stanco della vostra protervia, arroganza. Una missione epocale, che stiamo costruendo con grande lavoro, impegno, studio.
I “pezzenti” si riprenderanno ciò che è loro. E gli intoccabili prepotenti se ne torneranno a casa.
Ve l’ho promesso: ci riusciremo.
Un ultimo appello voglio invece rivolgerlo ai lidi balneari della nostra città, guidati da imprenditori degni di questo nome. Ed a Bacoli ce ne sono. Così come mi rivolgo agli imprenditori che vogliono investire nel nostro paese, senza violentare natura, territorio. Ed assicurando lavoro.
Rispettate le leggi, non ascoltate consigli che possono arrecarvi solo danno. E preparatevi alla bellissima stagione dei bandi pubblici. Con grande serenità, e allontanando da voi chi pensa di essere padrone di un bene di tutti.
Così come mi rivolgo ai lavoratori delle spiagge, da sempre sfruttati. Ed ai lavoratori tutti, ai giovani, ai meno giovani, ai cittadini. Ribellatevi ai padroni. Il loro tempo è finito. Costituitevi in cooperative, unite le forze, preparate progetti bellissimi: e partecipate ai prossimi bandi pubblici per la gestione di stabilimenti o di chioschi in spiagge libere attrezzate di Bacoli.
Abbiamo bisogno dell’ingegno, delle idee innovative e della passione di tutti. Abbiamo bisogno di energia pulita e dirompente. Prepariamoci a scrivere una nuova pagina di gestione di beni comuni nella nostra terra. Come dovrà accadere in tutta Italia. Insieme, si fa la storia. Granello dopo granello. Un passo alla volta.

Marco Travaglio

 

Se il giornalismo esistesse ancora, la stampa europea inchioderebbe i leader Nato a una domanda: “Ci spiegate perché l’Europa dovrebbe buttare altre centinaia di miliardi nelle armi, levandoli allo Stato sociale?”.

1) Rutte: “La Russia, anche dopo la fine della guerra in Ucraina, continuerà a rappresentare una minaccia di lungo periodo alla sicurezza euro-atlantica”. Generale americano Grynkewich, comandante supremo delle forze Nato in Europa: “Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”. Infatti gli Usa ritirano risorse militari in Europa (verso il Golfo e il Pacifico), pur mantenendovi basi e soldati per presidiarla e usarla come pista verso il Medio Oriente, perché non credono a minacce russe. La Nato di Grynkewich è la stessa di Rutte, o un’altra a noi ignota?
2) Gli europei s’impegnano a spendere per la difesa Nato il 5% del Pil, mentre gli Usa sono al 3,1. Nel 2026 le loro spese per la difesa salgono dai 418 miliardi del 2025 a 454, cioè il 2,4% del Pil Ue e la metà del bilancio del Pentagono, mentre la Russia ne spende appena 150 (1/3 dell’Ue e 1/10 della Nato) non solo per la guerra, ma per difendere il suo territorio di Paese più vasto del mondo.
3) La Nato spillerà ai suoi soci (Usa esclusi) altri 140 miliardi in due anni per l’Ucraina, che non ne fa parte (la Meloni era contro la formula biennale, poi si è subito calata le brache). Ma Trump annuncia che “la guerra sta per finire”, forse perché ha saputo quel che accade sul campo: caduta Kostjantynivka, ora tocca a Lyman, poi ai russi restano due roccaforti per completare la conquista del Donetsk (Kramatorsk e Sloviansk). Che senso ha pianificare fondi per due anni, se tra pochi mesi potrebbe non esistere più un fronte ucraino da difendere?
4) Zelensky firma accordi con Paesi Ue per venderci un quarto delle armi e munizioni prodotte dall’Ucraina, ma intanto continua a chiederci armi gratis e soldi per fabbricarle (in 52 mesi ha avuto 215 miliardi dall’Europa e 115 dagli Usa, che ora hanno smesso). Ma se ne ha in sovrappiù, perché seguitiamo ad armarlo e a finanziarlo? E, se gliene servono di diverse, perché quelle che ci vende non ce le facciamo regalare?
5) Rutte, a sua insaputa, confessa al Financial Times: “Europa e Canada si sono impegnati ad acquistare armi dagli Usa per 300 miliardi di dollari. Questo ha l’effetto di sostenere circa 195mila posti di lavoro negli Usa”. Quindi la Nato è il bancomat di Trump, di Zelensky e delle loro industrie militari. E noi europei ci imbottiamo di armi per continuare, con più mezzi, nell’esercizio che ci riesce meglio: spararci nelle palle.