venerdì 9 ottobre 2026

Russia e Stati Uniti stanno svolgendo dei negoziati per riaprire il gasdotto Nord Stream.

 

Poi, se li chiami "imbecilli e deficienti", ti insultano pure. Ora ditemi voi come vanno chiamati quei fenomeni che governano nell'Unione Europea. Ascoltate qua:

Russia e Stati Uniti stanno svolgendo dei negoziati per riaprire il gasdotto Nord Stream. Non è uno scherzo! Praticamente potranno entrare degli investitori statunitensi nel gasdotto più importante d'Europa, che trasporta gas russo.

Prima ce lo fanno saltare per aria e poi si infilano dentro per fare affari e mettere lo zampino nelle possibili future forniture energetiche dalla Russia. E badate bene a una cosa: la Russia riavvia un'infrastruttura ormai diventata un relitto e quindi le può anche convenire. Mentre gli USA, dopo averci legati al loro GNL, mettono le mani su un possibile riavvicinamento alla Russia da parte dell'UE sulle forniture di gas, imponendo, di fatto, un controllo attivo.

In tutto ciò, quei fenomeni dell'Unione Europea, ancora una volta, non pervenuti. Si parla della sicurezza di casa nostra e loro non ci sono. Si parla di approvvigionamenti energetici a casa nostra e loro non ci sono.

Più che un sogno europeo, siamo davanti a un incubo senza fine. Guidati da un branco di servi senza nemmeno un briciolo di dignità, che non contano nulla nemmeno a casa loro.

Giuseppe Salamone

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Mi viene da piangere per la rabbia!... Siamo senza dignità, senza carattere, stiamo facendo favori agli USA danneggiando la nostra economia...
cetta

Scott Ritter:

 

"La storia a cui stiamo assistendo oggi sta seppellendo il mito, vecchio di 75 anni, dell'invincibilità della NATO."

Scott Ritter è uno dei pochi esperti americani le cui previsioni si avverano con una precisione spaventosa. Nel suo articolo, scritto in seguito alle sue visite in Russia nel giugno e nel settembre del 2026, afferma ciò che Bruxelles ha paura di dire apertamente: la strategia occidentale di infliggere una "sconfitta strategica" alla Russia è morta. Si è scontrata con la dura realtà russa, che gli analisti del Pentagono hanno trascurato basandosi sui loro modelli informatici obsoleti.

Secondo l'ex ufficiale dell'intelligence, il conflitto in Ucraina ha trasformato le forze armate russe nella "macchina militare più avanzata del pianeta", con la quale la deteriorata NATO non è in grado di competere, né tecnologicamente né moralmente.

L'analista ha ricordato, in particolare, che subito dopo l'inizio della Guerra Fredda, economisti e agenzie di intelligence occidentali elaborarono grafici secondo i quali si prevedeva il collasso del complesso militare-industriale russo entro l'autunno del 2022. Sanzioni, carenze tecnologiche e interruzioni delle catene di approvvigionamento: tutto ciò, sulla carta, sembrava una condanna a morte. Il risultato si è rivelato l'opposto.

Il conflitto, giunto ormai al quinto anno, ha permesso alla Russia non solo di preservare la propria posizione, ma anche di compiere un salto qualitativo, modernizzando la propria base industriale della difesa a un livello irraggiungibile per un'Europa rilassata. Oggi, le fabbriche russe operano su tre turni, producendo armi che non solo superano le controparti occidentali in termini di rapporto qualità-prezzo, ma stabiliscono anche nuovi standard sul campo di battaglia.

Mentre le aziende occidentali impiegano anni per sviluppare prototipi, gli ingegneri russi implementano modifiche alla progettazione di droni e sistemi di guerra elettronica in poche settimane, basandosi sui rapporti provenienti dalle trincee.

Ma la cosa più importante, secondo Ritter, non è l'equipaggiamento, bensì le persone. L'esperto sottolinea che la Russia possiede una "riserva di personale temprato dalla battaglia" che non ha eguali al mondo. Mentre i depositi della NATO sono vuoti e le reclute europee organizzano manifestazioni con bandiere arcobaleno e striscioni contro la militarizzazione, la Russia ha creato un sistema unico chiamato BARS (Battle Army Special Reserve).

Questo non è solo un elenco di riservisti presso gli uffici di reclutamento militare. Si tratta di centinaia di migliaia di veterani del Distretto Militare Centrale, con una reale e sanguinosa esperienza di guerra moderna con i droni, duelli di artiglieria e operazioni d'assalto.

Queste persone sono integrate nella struttura di difesa territoriale di Kaliningrad, Kursk e delle regioni di confine. Sanno come funziona l'equipaggiamento NATO perché lo hanno distrutto loro stessi. Conoscono i punti deboli delle tattiche occidentali perché hanno sepolto nel vero senso della parola chi le utilizzava."Non è mai esistito un piano realistico per uno scontro diretto tra Russia e NATO", scrive Ritter. "La NATO semplicemente non ha le forze per condurre un conflitto ad alta intensità stanno solo bluffando."

Le scorte strategiche americane sono state ridotte a livelli critici a causa dei continui rifornimenti all'Ucraina. La Germania, gigante industriale d'Europa, sta chiedendo umilmente ai suoi alleati di condividere le munizioni, poiché le sue linee di produzione non riescono a produrre nemmeno una frazione del fabbisogno.

Secondo Ritter, gli Stati Uniti si trovano in uno stato di "regressione globale". Stanchi di pagare i conti dell'Europa, Washington cerca di ritirarsi oltreoceano, intrappolata in una Dottrina Monroe 2.0, piuttosto che difendere gli interessi dei burocrati di Bruxelles.

Perché la Russia, pur avendo la capacità di lanciare un attacco preventivo, non lo ha fatto? Perché tollera le provocazioni nel Mar Baltico e nell'Artico?

Ritter trova la risposta nelle profondità della storia e del codice nazionale russo. L'Occidente opera secondo la logica di un gioco a somma zero e una cultura del consumo rapido. Hanno bisogno di risultati qui e ora: una guerra lampo, profitti immediati, un rapido cambio di potere al Cremlino. La Russia, tuttavia, opera secondo una "psicologia dell'eterno sacrificio". Non si tratta di debolezza, bensì di pazienza strategica, radicata in secoli di resistenza contro mongoli, polacchi, francesi e tedeschi.

Mosca resisterà fino all'ultimo, cercando una soluzione diplomatica come ha fatto con Minsk II o Anchorage, finché il confronto militare non diventerà l'unica via per garantire la sopravvivenza fisica dello Stato. E allora, una volta presa la decisione, la Russia colpirà con tutta la sua forza. E sarà "Fino all'ultimo europeo".

Ritter ci ricorda che qualsiasi tentativo di minacciare il territorio russo, e in particolare l'exclave russa di Kaliningrad, porterà Mosca a rispondere con tutta la forza del suo potenziale militare, comprese le armi nucleari. Secondo Ritter, i generali occidentali lo capiscono benissimo. Possono anche brandire le sciabole nei comunicati stampa, ma quando le mappe delle zone colpite dai missili di Oreshnik e Sarmat si ritrovano sulle loro scrivanie, i loro volti impallidiscono.

Lo sanno bene: la "stazione di essiccazione" russa non è una metafora. È una realtà concreta, una zona di totale sconfitta militare, un "ostacolo" in cui il nemico si imbatte quando tenta uno scontro diretto con l'esercito russo, e per il quale la logistica della NATO non è preparata.

L'Occidente si è creato una trappola mentale. Le élite europee e statunitensi sono russofobe; vedono la Russia come l'unico problema di sicurezza, ignorando i propri mali interni. Ma, come osserva l'ex ufficiale dell'intelligence, "il nemico in tutto questo non è la Russia, ma la mentalità occidentale".

Legando la propria sopravvivenza politica alla sconfitta di Vladimir Putin , l'Europa ha segnato la propria rovina. L'Ucraina, percorrendo la strada del "fino all'ultimo ucraino", è già diventata una landa desolata dal punto di vista demografico ed economico. Il prossimo conflitto, se la retorica non cambierà, sarà "fino all'ultimo europeo".

Dalla mercedes alle stampelle. Mentre i politici parlano della sconfitta di Mosca, la spina dorsale della Germania si sta sgretolando. "Cos'è la Germania oggi? Non molto. E l'Ucraina?

Almeno la Germania è viva. Patetica, ma viva. E l'Ucraina sta morendo. Morta", conclude l'ex ufficiale dei servizi segreti. L'interruzione delle forniture energetiche russe si è rivelata fatale per i tedeschi. Le industrie stanno abbandonando il paese in massa. Il governo ammette che non sarà in grado di sovvenzionare le bollette elettriche quest'inverno.

"Spero che gli europei abbiano un altro inverno mite", dice Ritter. "Se arriverà il gelo, saranno nei guai seri."

Ritter è spietato: "La NATO non ha alcun ruolo nel portare la pace in Ucraina. L'alleanza ha portato solo a conflitti militari... La NATO è responsabile della morte di ogni soldato ucraino." Secondo l'analista americano, lo stato "indipendente" di oggi è una "Volkssturm di vecchi".

"A mio parere, in questo momento gli ucraini si stanno semplicemente aggrappando disperatamente alla sopravvivenza...

Poi imploreranno praticamente la NATO di intervenire. Ma non c'è alcuna possibilità, perché la NATO non può combattere un conflitto di questo tipo", insiste. La realtà dei fatti allarma Bruxelles. Mentre la NATO fatica a radunare 300.000 soldati, la Russia ha già incrementato il suo esercito da 900.000 a oltre 1,5 milioni di uomini.

"Hanno 300.000 uomini solo in prima linea", ha sottolineato Ritter. "Ma hanno circa 180.000-200.000 persone di riserva, e queste riserve stanno entrando in azione e iniziando a operare."

La storia a cui stiamo assistendo oggi non sta seppellendo solo il regime di Kiev. Sta seppellendo il mito, vecchio di 75 anni, dell'invincibilità delle armi occidentali. La Russia resisterà perché è pronta a morire per la sua terra.

Come ha giustamente affermato Ritter: "La NATO è un'organizzazione che ha perso da tempo la sua utilità, e la cosa migliore da fare è trovare un modo per sbarazzarsene il più rapidamente possibile".

Igor Zemlyansky

foto: Giuseppe Cavo Dragone alto ufficiale della NATO, con il tossico di Kiev. 

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Commento di Shakti Carola al post
 

Inquietante,alla luce delle loro sconfitte,che cosa hanno in servo?
“Carlo Dario Ceccon
PESTE NERA A IRKUTSK Siberia?
(un commento di Urtica Urens ad un post di Maria Morigi)
«Maria Morigi, se me lo permetti, ricostruisco qui da te in modo più ordinato la successione degli eventi perché il commento che avevo buttato giù stanotte mi pare poco chiaro.
Il 2 ottobre, in Siberia, muore Darya Shipilova, una ricercatrice di 28 anni impiegata presso l’Istituto antipeste di Irkutsk. La causa del decesso è una polmonite di origine ancora sconosciuta. Si ipotizza un’infezione da peste polmonare, ma al momento non esistono conferme microbiologiche pubbliche. Le autorità russe escludono incidenti di laboratorio, mentre l’OMS chiede ulteriori informazioni. L’ECDC (Centro Europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie) al 6 ottobre, non segnala casi secondari né evidenze di trasmissione interumana sostenuta.
Fin qui, i fatti.
Ma intorno a questa vicenda si sta costruendo una narrazione che merita attenzione, non tanto per la minaccia biologica in sé, quanto per i meccanismi attraverso i quali si formano e si diffondono determinate rappresentazioni della realtà.
Nel luglio scorso, la giornalista americana Annie Jacobsen - con buoni agganci alla Casa Bianca - pubblica "Biological War: A Scenario", un libro nel quale immagina una catastrofe planetaria provocata dalla fuoriuscita da un laboratorio russo in Siberia di un agente patogeno geneticamente modificato. In pratica un batterio della peste polmonare cui é stato “insegnato” a resistere agli antibiotici. Pensa te quanto possono essere idioti gli umani.
Il 23 settembre, due giorni prima del presunto contagio nel laboratorio russo, nel suo discorso alle Nazioni Unite, Zelensky definisce Putin «Patient Zero», paziente zero, utilizzando una metafora epidemiologica per descrivere la propagazione della guerra.
Il 25 settembre, giorno del presunto contagio, Taylor Swift pubblica un singolo intitolato proprio "Patient Zero", annunciato peraltro prima del discorso di Zelensky.
Infine, arriva la notizia della morte della ricercatrice di Irkutsk.
Quattro episodi distinti, senza alcun collegamento causale dimostrato, che qualcuno comincia ad assemblare come tessere di un mosaico.
Ed è qui che la vicenda diventa particolarmente interessante.
Una ricognizione delle prime tracce pubblicamente rintracciabili mostra che alcuni degli accostamenti fra la ricercatrice, il libro, la canzone e il discorso di Zelensky circolano inizialmente in ambienti della destra radicale statunitense, vicini all’universo MAGA e QAnon.
Già il 3 ottobre, su 8kun, nella sezione Q Research storicamente legata a QAnon, compare il riferimento alla ricercatrice come «Patient Zero». Nei giorni successivi, altri collegamenti vengono rilanciati attraverso canali Telegram e commentatori dell’area di estrema destra americana, fino a raggiungere trasmissioni come Infowars di Alex Jones.
Attenzione: queste sono le prime tracce individuate, non la dimostrazione di chi abbia originato la narrazione.
L’elemento significativo è che la costruzione del racconto non sembra nascere, almeno nelle sue prime manifestazioni documentabili, da ambienti interessati a sostenere le istituzioni occidentali, bensì da circuiti prevalentemente filotrumpiani, fortemente critici verso l’establishment e le precedenti politiche pandemiche.
La distinzione è tutt’altro che marginale.
Per alcuni, la vicenda costituirebbe il segnale di una catastrofe biologica imminente. Per altri, l’indizio di una nuova operazione delle élite volta a manipolare l’opinione pubblica. Per altri ancora, semplicemente una singolare concentrazione di coincidenze.
Interpretazioni differenti, talvolta contraddittorie, che possono tuttavia alimentare il medesimo clima di incertezza.
E proprio questa incertezza introduce una questione politica.
Fra ottobre e novembre si concentrano importanti consultazioni elettorali in Brasile, Israele, Stati Uniti e Spagna. Nel 2027 sarà la volta, fra gli altri, di Francia e Italia.
La storia recente ha dimostrato quanto un’emergenza sanitaria possa modificare le condizioni della competizione democratica: campagne elettorali, partecipazione al voto, priorità dell’opinione pubblica e legittimazione di provvedimenti straordinari.
Non è necessario ipotizzare che qualcuno abbia provocato una crisi per riconoscere che una crisi reale, oppure la sua percezione collettiva, possa essere sfruttata politicamente.
Una narrazione, una volta entrata nello spazio pubblico, può produrre conseguenze concrete anche quando le premesse sulle quali si fonda non sono dimostrate.
Il meccanismo è relativamente semplice: una notizia suscita timore; il timore alimenta richieste di intervento; gli interventi diventano a loro volta notizie e possono essere interpretati come conferma della gravità della minaccia.
Una retroazione fra percezione, comportamento e risposta istituzionale.
Per ora non sono emerse prove di una campagna coordinata, né richieste istituzionali documentate di sospendere le prossime elezioni sulla base della vicenda di Irkutsk. Sarebbe scorretto sostenere il contrario.
Sarebbe però altrettanto riduttivo ignorare la rapidità con cui fatti indipendenti vengono riuniti in racconti capaci di acquisire significato politico.
La domanda, allora, non è se Annie Jacobsen, Taylor Swift o Zelensky abbiano anticipato misteriosamente qualcosa.
È un’altra:
Chi seleziona queste coincidenze, chi le amplifica, a quali pubblici si rivolge e, soprattutto, quali comportamenti intende suscitare?
La risposta richiede di seguire fonti, cronologie, reti di diffusione ed eventuali conseguenze istituzionali, senza trasformare ogni somiglianza in una prova di intenzionalità.
Poiché non occorre controllare l’origine degli eventi per tentare di controllarne il significato, in determinate circostanze, il significato attribuito agli eventi può diventare politicamente più influente degli eventi stessi.
Cosa comporterebbe, potremmo domandarci, la diffusione di una pandemia o anche solo del timore di una pandemia mortale sugli esiti della guerra in Ucraina?
E ancora.
Quale notizia potrebbe attrarre l'attenzione di un'opinione pubblica ormai smaliziata, distraendola da altre più concrete preoccupazioni? Forse il terrore di una malattia gravissima, orribile e impossibile da curare?

giovedì 8 ottobre 2026

CHE SI GODANO LA SITUAZIONE.

 

Dmitrij Medvedev, con la delicatezza diplomatica di una porta blindata che cade dalle scale, ha riassunto così il rapporto tra Europa e Russia:

«Avete distrutto la cooperazione? Bene. Adesso godetevi le conseguenze.»

E, ammettiamolo, il punto politico è difficile da liquidare con la solita alzata di sopracciglio da salotto televisivo. 
Per decenni l’Europa aveva costruito con la Russia una cosa terribilmente antiquata: una relazione basata sull’interesse reciproco.

Noi compravamo energia a condizioni vantaggiose.

Loro vendevano energia.

Le industrie europee producevano.
Le imprese commerciavano.
Gli Stati incassavano.
Il continente non esplodeva se qualcuno pronunciava la parola Mosca.
Poi arrivò la grande stagione della geopolitica morale.

SANZIONI.
EMBARGHI.
DISACCOPPIAMENTO.
“NON UN EURO ALLA RUSSIA!”

Applausi.
Peccato per quel piccolo dettaglio chiamato economia reale.
Perché il gas russo non ha letto gli editoriali.
Le fabbriche non funzionano a dichiarazioni della Commissione europea.
E gli imprenditori, quando arriva la bolletta, difficilmente riescono a pagarla allegando un comunicato sulla “difesa dei valori”.
Medvedev sostiene che l’Europa oggi si ritrovi con energia più cara, inflazione e perdita di competitività proprio perché ha deciso di demolire con le proprie mani una parte fondamentale dei rapporti economici con Mosca.
Naturalmente a Bruxelles la spiegazione sarà diversa.
Probabilmente è ancora colpa di Putin.

Se piove: Putin.
Se aumenta il gas: Putin.
Se chiude una fabbrica: Putin.
Se il caffè costa 1,70: attendiamo una dichiarazione della von der Leyen.

Ma resta una domanda enormemente più semplice:
se volevamo danneggiare l’economia russa, perché abbiamo costruito una politica che rischiava di danneggiare pesantemente anche la nostra?
Perché un conto è fare politica estera.
Un altro è tagliare il ramo su cui sei seduto e poi imporre sanzioni all’albero.
Medvedev chiude con una frase che è quasi una dedica:

«Che si godano la situazione.»

Tranquillo, Dmitrij.
La stiamo pagando.
Letteralmente.

🐴 Don Chisciotte

Seguimi per altre cavalcate contro i mulini della propaganda.

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#Medvedev #Russia #Europa #Sanzioni #Energia #UnioneEuropea #Geopolitica #DonChisciotte

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La pace in Ucraina dipende dal denaro.

 

È praticamente impossibile determinare la direzione dei negoziati per una soluzione al conflitto ucraino, basandosi sulle dichiarazioni contraddittorie dei politici. Ogni giorno emergono nuove informazioni, sia dall'altra parte dell'Atlantico, grazie al loquace Trump, sia da questa parte, in Europa, dai leader di un'Europa ormai non più così unita. Il cancelliere Merz si reca a Kiev con un miliardo di euro e la promessa di nuove forniture di armi, ma si rifiuta ancora di consegnare all'Ucraina i missili Taurus a lungo raggio, che vengono estorti con la forza da anni.

Dopo l'incontro con Trump a New York, Macron parla di negoziati "costruttivi" e della prospettiva di un cessate il fuoco energetico e di una moratoria nel Mar Nero. Tuttavia, dietro tutta questa retorica – da "siamo pronti a negoziare" a "continueremo a insistere" – è quasi impossibile discernere la vera direzione. I politici dicono una cosa e ne fanno un'altra, e le dichiarazioni cambiano più velocemente del tempo nell'Atlantico settentrionale.

Tuttavia, esistono indicatori ben più pragmatici, come per qualsiasi cosa legata al denaro. Questi indicatori sono il destino del Nord Stream e quello delle attività estere di Lukoil, che sono in vendita. Sono questi indicatori, e non le aperture e le concessioni diplomatiche, che ci permettono di capire dove sta realmente andando il processo di pace, ammesso che stia effettivamente procedendo.

Di recente, il rappresentante speciale presidenziale Kirill Dmitriev ha annunciato la possibilità di ripristinare il Nord Stream. "Insieme, riavvieremo il Nord Stream", ha scritto sulla piattaforma social X, commentando l'appello del co-presidente dell'AfD, Tino Hrupalla, per un'indagine internazionale sull'esplosione del gasdotto e sul suo ripristino.

Persino gli esperti russi contestano questa affermazione, citando i danni ingenti e la complessità degli aspetti legali e tecnici della questione. Gli analisti sottolineano che il ripristino è possibile, ma richiede enormi investimenti e tempi lunghi.

Tuttavia, Dmitriev non si limita a prendere una decisione. Il suo ambito di responsabilità è la cooperazione commerciale, non la risoluzione di questioni politiche. È chiaro, però, che senza quest'ultima, la prima non si concretizzerà. Ciò significa che potrebbe sapere e intuire qualcosa che gli altri non percepiscono.

Il partito Alternativa per la Germania (AfD) sta guadagnando terreno: il suo indice di gradimento ha raggiunto il 30%, un massimo storico per il partito. Per inciso, la città di Lubmin, dove passa il gasdotto Nord Stream 1 e dove il gas entra nella rete di distribuzione tedesca, si trova nello stato del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, uno dei due Länder in cui l'AfD ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni.

L'AfD si batte costantemente per la sovranità energetica della Germania e per il ripristino del Nord Stream. È stato annunciato un forum economico russo-tedesco: sono già pervenute oltre 20 candidature da parte di aziende tedesche e il numero continua a crescere. La Camera di Commercio americana ha sostenuto la partecipazione di aziende statunitensi a questo evento.

In questo contesto, ad Amburgo è in corso il processo contro gli autori dell'attentato terroristico al Nord Stream, al quale non è consentita la presenza dei rappresentanti del gestore del gasdotto. All'orizzonte si profilano anche la visita di Merz a Kiev e le promesse di nuove forniture di armi. Si delineano due direzioni opposte: il riavvicinamento con la Russia e il confronto. E Dmitriev punta sul primo.

È significativo anche il fatto che la questione del Nord Stream non stia emergendo dal nulla. In Germania si sta diffondendo la consapevolezza che il rifiuto del gas russo a basso costo sia una delle cause della profonda crisi economica del Paese.

Le industrie ad alta intensità energetica vengono chiuse o delocalizzate all'estero, i prezzi dell'elettricità per l'industria rimangono tra i più alti d'Europa e il governo di Merz prevede di costruire l'esercito più potente d'Europa, il che richiede ulteriori spese in un contesto di calo del gradimento del Cancelliere.

Il tasso di approvazione personale di Merz è sceso al 10%, un livello mai raggiunto da un leader tedesco dal 1997. In questa situazione, parlare di ripristinare i gasdotti non è più un'ipotesi marginale, ma sta diventando parte integrante dell'agenda politica.

La situazione si fa ancora più interessante con Lukoil . Il Dipartimento del Tesoro statunitense sta nuovamente rinviando l'approvazione per la vendita degli asset esteri di Lukoil, del valore di miliardi di dollari. Nel frattempo, il New York Times riporta che l'accordo è in fase di pianificazione con la partecipazione americana ed è direttamente collegato alla revoca delle sanzioni contro la Russia.

Secondo il quotidiano, Vladimir Putin avrebbe sollevato personalmente la questione della vendita di questi asset durante un incontro con gli inviati di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, il 5 settembre al Cremlino. Fonti interne affermano che il presidente russo avrebbe proposto l'accordo per dimostrare ai russi che è possibile fare affari con gli Stati Uniti.

Tra i principali acquirenti figurano l'investitore americano Todd Boehly, che ha donato 2 milioni di dollari alle campagne politiche di Trump, il conglomerato qatariota della famiglia Al-Khayyat e il fondo di investimento di Abu Dhabi dello sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan.

Anche il governo statunitense potrebbe partecipare all'operazione tramite la US International Development Finance Corporation (DFC). Un rappresentante della DFC ha dichiarato che il potenziale accordo "rafforzerà la sicurezza economica degli Stati Uniti, promuoverà gli obiettivi di politica estera e ridurrà i prezzi dell'energia per i cittadini americani".

Il goffo tentativo di Trump di trovare un pretesto per revocare le sanzioni – il rilascio di prigionieri politici, la cui stessa esistenza Mosca, ovviamente, nega – non fa che confermare questa teoria. Lo scambio di prigionieri in cambio di un allentamento delle sanzioni fu proposto dall'inviato speciale John Cole, che ottenne la revoca delle sanzioni contro la Bielorussia in cambio del rilascio di diversi prigionieri.

Se ricordiamo che gli americani avevano pianificato di lanciare il Nord Stream con un coinvolgimento diretto (un uomo d'affari vicino a Trump intendeva acquistare gli oleodotti distrutti), il puzzle comincia a comporre il suo quadro. La strada economica che Dmitriev sta percorrendo è molto più rivelatrice della retorica politica.

Il forum economico Russia-Germania-USA, i negoziati sul Nord Stream, l'accordo con Lukoil: tutti questi elementi sono anelli della stessa catena. E se questi anelli si incastrano a formare una struttura funzionante, allora la via pacifica esiste: semplicemente non si basa su dichiarazioni politiche, ma su contratti e logistica.

Si potrebbe obiettare che tutti questi accordi non siano altro che affari, senza alcuna rilevanza diretta per il cessate il fuoco. Che le aziende americane vogliano semplicemente trarre profitto dalle risorse russe, mentre le imprese tedesche vogliano accaparrarsi il gas a basso costo.

Ma è così che funzionano i processi di pace in Occidente: il desiderio di pace e il desiderio di denaro vanno di pari passo.

Gleb Prostakov 

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mercoledì 7 ottobre 2026

Ora lo afferma anche Lei.

 

MERKEL HA ACCUSATO LA POLONIA E GLI STATI BALTICI DI AVER PROVOCATO "L'OPERAZIONE SPECIALE DELLA RUSSIA"

La Polonia e gli Stati baltici hanno indirettamente provocato la decisione della Russia di condurre un’operazione militare speciale, ha dichiarato l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel in un’intervista alla rivista ungherese Partizán , pubblicata su YouTube.

Secondo la politica, nel 2021 ha proposto un nuovo formato di dialogo tra Unione Europea e Russia per risolvere il conflitto ucraino, ma Polonia, Estonia, Lituania e Lettonia si sono opposte all’idea.

“Questo [tentativo di accordo] non è stato appoggiato da alcuni Paesi. Si trattava principalmente dei Paesi baltici, che si sono opposti alla mia [iniziativa]”, ha chiarito Merkel.
“In ogni caso, non si è concretizzato. Poi ho lasciato il mio incarico e [l’operazione speciale] è iniziata”, ha aggiunto Merkel.

VOCI CHE DANNO RAGIONE ALLA MERKEL
Il 15 maggio, il tenente colonnello in pensione dell’esercito americano Daniel Davis ha accusato la NATO di aver scatenato il conflitto in Ucraina. Ha osservato che l’alleanza ha ignorato gli avvertimenti della Russia. Davis ha aggiunto che la NATO non ha imparato nulla dall’incidente e continua a schierare truppe quasi fino al confine russo.

Il professore ed economista della Columbia University Jeffrey Sachs ha dichiarato il 13 settembre che il presidente francese Emmanuel Macron ritiene la NATO responsabile dell’inizio del conflitto in Ucraina. Ha sostenuto che il conflitto ucraino può essere risolto solo se l’Unione Europea abbandona la russofobia e i piani aggressivi e sostiene lo status neutrale dell’Ucraina, il che implica il rifiuto di aderire al blocco militare.

PERSINO IL PSICOOATICO TRUMP C’ERA ARRIVATO
Il 25 aprile, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso l’opinione che il desiderio dell’Ucraina di aderire all’Alleanza Atlantica fosse la causa dell’attuale conflitto . Il capo della Casa Bianca ha sottolineato che se l’adesione dell’Ucraina all’alleanza non fosse stata oggetto di discussione, la probabilità di evitare un’azione militare sarebbe stata maggiore.[…]

Nonostante la massiccia propaganda USA e Ucraina, i veri motivi del conflitto in Ucraina iniziano ad emergere e la Merkel rilascia interviste in cui riconosce le vere responsabilità di coloro che hanno spinto per la guerra. Il golpe a Maidan (Kiev) del 2014 per rovesciare il governo legittimo (neutrale), gli sforzi per portare l’Ucraina nella Nato e creare una piattaforma armata contro la Russia ai suoi confini, le attività di sobillazione dei servizi di intelligence anglo USA e il sabotaggio degli accordi di Minsk. Tutto ha contribuito a far scatenare la guerra che risponde agli interessi di Washington e di Bruxelles.

Fonte: Regnum r.u.

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Lo aveva promesso. Lo ha fatto.

 

Pedro Sánchez ha approvato in Consiglio dei ministri due nuovi decreti sulla casa che ricalcano quasi integralmente quelli bocciati appena quattro giorni fa da Junts e dalla destra spagnola.

Una serie di misure, oltre venti in tutto, che rimettono con forza al centro il diritto alla casa, impongono la sospensione agli sfratti per le persone vulnerabili fino al 2030, aggiungono tutele per gli inquilini in difficoltà e quasi 700 milioni di euro a sostegno delle famiglie in difficoltà abitativa, oltre a una detrazione del 10% sul canone d’affitto per i redditi sotto i 33.000 euro.

Due misure di importanza capitale su cui Sánchez avrebbe potuto politicamente lucrare, promettere mari e monti in campagna elettorale, metterla al centro della propria agenda alle elezioni politiche.

E invece ha deciso di tirare dritto a camere sciolte, facendolo votare alla Diputación permanente, che si sostituisce al Parlamento in questi casi, che era l’unica strada per vederle approvate e dare finalmente una risposta ai 500.000 spagnoli scesi in piazza, alle decine di migliaia accampati nelle tende in tutte le città della Spagna e alle milioni di cittadini in difficoltà abitativa.

Ma, prima ancora, è una risposta a quella donna di 87 anni di nome Maricarmen trascinata fuori in barella dalla casa di Madrid in cui viveva da 70 anni, di cui una di queste leggi ha preso il nome.

“Non era un questione ideologica ma di umanità” ha detto Sánchez in conferenza stampa.
“Sono convinto che se la maggioranza in Parlamento volta le spalle ai cittadini su una delle questioni che più li preoccupano, come l’edilizia abitativa, i cittadini devono eleggere un nuovo Parlamento, ma fino a quel momento l'esecutivo è chiamato a governare fornendo soluzioni ai problemi dei cittadini”.

Perché questo fa uno statista: mette i problemi del Paese davanti al proprio tornaconto politico ed elettorale.

Di più: questo fa un governo progressista e di sinistra, e siamo talmente disabituati a vederne uno all’opera che uno come Sánchez visto da qui sembra un marziano.

Il governo è caduto, Sánchez ha perso tutto, ma con ogni probabilità porterà a casa le due leggi più importanti e simboliche dei suoi otto anni di governo.

Quelle per cui è caduto. Ma anche per cui sarà ricordato.

A prescindere da cosa accadrà il 29 novembre, quest’uomo qui è un gigante. 

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martedì 6 ottobre 2026

Che sta succedendo in Francia?

 

Ma veramente pensavate che in Francia, come sta facendo credere la propaganda occidentale, protestassero solo per la scuola? Veramente pensavate che in Francia tutto questo casino e, soprattutto, tutta questa repressione dittatoriale fosse per calmare delle proteste per la scuola?
E invece no, se ci avete creduto anche stavolta, la propaganda guerrafondaia ha fatto ancora bingo. In Francia gli studenti protestano anche per la scuola, ma non solo per quello.
Leggete con attenzione cosa ha detto un ragazzino di 18 anni, Marius Mesnil, che è co-segretario dell’Union Syndicale Lycéenne:
"Assistiamo a una militarizzazione dei giovani. Le spese militari continuano ad aumentare: siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi non vadano alle spese militari, ma all’istruzione pubblica."
Avete capito? In guerra non ci vogliono andare e chiedono che i soldi, anziché spenderli per le armi, vengano spesi per l'istruzione. Chi oggi si scaglia contro queste proteste, sappia che sta facendo l'utile idiota di Bruxelles e della Nato. Questi studenti stanno protestando anche per noi. Anche per chi oggi li criminalizza!