martedì 11 agosto 2026

I MISTERI DELLA VITOLA. - Marco Travaglio

 

Immersi più che mai, anche dopo il suo arresto, nei misteri di Valter Lavitola, partiamo da due tra i pochissimi fatti finora accertati.
1) Sigfrido Ranucci e i suoi famigliari sono le vittime dell’attentato mafioso del 16 ottobre a Pomezia che, pur con finalità “dimostrative”, poteva costare loro molto caro.
2) Il gip che ha arrestato Lavitola scrive: “Non è emerso alcun elemento… per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola; anzi le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione da un lato della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro del profondo legame tra i due… tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di… incredulità appena appresa l’incriminazione dell’ amico”.
Ranucci aveva trasformato Lavitola da fonte ad amico e non poteva credere che c’entrasse con la bomba.
Così quello ha continuato a “manipolarlo” e “alimentare in lui il convincimento che la tesi degli inquirenti sia assolutamente inverosimile”.
Ranucci ha seguitato a pensare che l’attentato fosse legato a qualche servizio di Report e Lavitola ne approfittava, “convinto che, finché avrà il sostegno della vittima, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata”.
Le parole del gip confermano la buona fede di Ranucci. Escludono che, come insinua il peggio della politica e della stampa, si sia fatto l’attentato da solo.
E non contengono una sillaba su eventuali servizi di Report condizionati da Lavitola: quindi i diktat Rai sulla sospensione delle repliche estive e i comitati etici, così come centinaia di articoli contro il programma che da anni i peggiori lestofanti sognano di silenziare sono carta straccia.
Tutto il resto, cioè il movente dell’attentato, è un campo minato di domande senza risposte. Lavitola voleva “martirizzare” Ranucci a sua insaputa per spingerlo in politica come premier del centrosinistra e “diventare il suo Gianni Letta”?
Non essendoci limiti alla mitomania e alla follia,
può persino darsi che il faccendiere berlusconiano, massone e pregiudicato pensasse di aiutare Ranucci con una bomba a due anni dalle elezioni e poi con un sondaggio ideato da un ex leghista e vidimato da Mieli e Cappellini.
E già si vedesse con lui a Palazzo Chigi tra gli applausi di Pd, 5Stelle e Avs.
Il tutto mentre Sigfrido negava in Vigilanza di volersi candidare e preparava la nuova stagione di Report proprio nell’anno elettorale. Certamente Ranucci è stato ingenuo, ma forse non al punto di immaginarsi grandi chance nel centrosinistra con un simile consigliere.
Che sarà pure un manipolatore di “raffinata astuzia”, ma come bombarolo s’è rivelato un disastro. S’è fatto subito beccare ed è tornato da dove era venuto:
in galera.

DUE ITALIE, DUE LINGUE - Marco Travaglio

 

La schizofrenia del dibattito pubblico è talmente patologica che pare di vivere in due Italie, ciascuna con i suoi politici e giornalisti. Invece è sempre la stessa Italia, con gli stessi politici e giornalisti. Che cambiano lingua, logica ed etica a seconda delle convenienze.
Una vita umana vale 0,1, o 1, o 100, o 1000 a seconda della nazionalità di chi muore e soprattutto di chi lo ammazza.
Se Israele bombarda una scuola e trucida cento palestinesi in preghiera, fra cui molti bambini, nessuno sdegno: si continua ad annunciare (da nove mesi, dopo 40 mila civili morti) l’imminente tregua a Gaza.
Se un missile russo fa 14 morti ucraini, lo sdegno è unanime. Ma subito si spegne se di morti ne fa molti di più l’“incursione” ucraina in Russia contro obiettivi civili. E guai a parlare di invasione o aggressione, sennò – come nota Michele Ainis – dovremmo togliere le armi all’aggressore Zelensky e inviarle all’aggredito Putin.
Lo stesso metro a fisarmonica viene applicato
alla questione carceri.
Gli stessi politici e commentatori che tuonano contro l’Italia delle “manette facili”, lo Stato di polizia che mette tutti in galera e butta la chiave senza pene alternative, lodano e invocano “riforme” svuotacarceri, amnistie, indulti, depenalizzazioni, limiti alla custodia cautelare, sconti e saldi di fine stagione, si stracciano le vesti appena esce anzitempo o non entra neppure in cella un criminale comune.
Il brigatista condannato nei processi Biagi e D’Antona. L’americano del delitto Cerciello Rega. Il rapitore del bimbo assassinato dal complice.
Gli stalker e gli indiziati di stupro a spasso per la gioia delle vittime. E l’ergastolano Chico Forti che in America avrebbe finito i suoi giorni in cella, ma curiosamente sceglie l’Italia manettara e giustizialista, dove uscirà nel 2025.
Non passa giorno senza che la cronaca ci mostri gli effetti delle leggi-colabrodo fatte dai colletti bianchi per se stessi, ma usate da tutti.
L’anno scorso un tribunale della California ha negato per la sedicesima volta la libertà vigilata a Sirhan Sirhan, 78 anni, da 55 in galera per l’omicidio di Bob Kennedy, perché “ancora pericoloso”.
Da noi il 99% dei terroristi rossi e neri con decine di morti sulla coscienza sono fuori da anni.
Ogni 2 agosto politici e parenti delle vittime si azzuffano sulla strage di Bologna: intanto Giusva Fioravanti, condannato per quegli 85 morti e per altri 10 omicidi a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi, mai pentito, era già semilibero dopo 18 anni di carcere e totalmente libero dopo 31.
Tra la severità del sistema Usa e l’indulgenza plenaria del nostro, si potrebbe trovare una via di mezzo.
Nell’attesa, piantiamola almeno con la leggenda delle “manette facili”: in Italia di facile ci sono solo le scarcerazioni.
Il difficile è metter dentro i criminali e soprattutto tenerceli.

A Lingang, in Cina, è stato realizzato uno dei più grandi progetti di città spugna.

 

E se una città fosse progettata per assorbire la pioggia come una gigantesca spugna?
Nel nuovo quartiere di Lingang, a Shanghai, questa idea è già diventata realtà.
Per decenni, le città sono state costruite seguendo lo stesso principio: far defluire l'acqua piovana il più velocemente possibile attraverso tombini, tubature e canali.
Ma con piogge sempre più intense, questo sistema non basta più. Quando l'acqua cade troppo rapidamente, le fognature possono andare in crisi e il rischio di allagamenti aumenta.
Per questo motivo, a Lingang è stato realizzato uno dei più grandi progetti di città spugna.
Anziché ricoprire il territorio con asfalto e cemento impermeabili, gli urbanisti hanno progettato il quartiere con parchi, laghetti, zone umide, tetti verdi, giardini pluviali e pavimentazioni drenanti, capaci di assorbire l'acqua piovana come farebbe una spugna.
L'acqua viene trattenuta, filtrata naturalmente dal terreno e poi rilasciata lentamente, riducendo il rischio di allagamenti anche durante i temporali più intensi.
I benefici, però, non si fermano qui.
Questi spazi verdi contribuiscono anche a migliorare la qualità dell'aria, ricaricare le falde acquifere, favorire la biodiversità e abbassare la temperatura durante i mesi più caldi, rendendo il quartiere più piacevole da vivere.
L'obiettivo è semplice ma ambizioso: trasformare la pioggia da problema a risorsa.
È un esempio di come la progettazione urbana possa imparare dalla natura, invece di cercare continuamente di contrastarla.
A volte, le soluzioni più intelligenti non sono quelle più complicate.
Sono quelle che esistono da milioni di anni e che la natura ci mostra ogni giorno.

Ennio Conti ha pubblicato qualcosa su Fuori la NATO dall'Italia e dall'Europa ,fuori le basi militari americane.

 

MARCO TRAVAGLIO: “Che gli americani siano in conflitto con gli interessi europei, l'unica novità è che adesso Trump ce lo dice, ma prima gli americani ci venivano addosso e ci danneggiavano brutalmente senza dircelo, questa è l'unica differenza, ma la guerra in Ucraina è stata concepita contro l'Europa, mica contro qualcun altro, mica contro la Russia.
È un danno all'Europa, perché l'Europa con la sua industria e il suo mercato, se si univa e restava unita al gas a basso costo della Russia, creava una superpotenza economica e commerciale euro-asiatica che terrorizzava gli americani; ma non è che è Trump che ci ha fatto questo “inquacchio”, se ci fosse stato Trump la guerra in Ucraina non ci sarebbe stata.
Ce l'hanno fatto i predecessori di Trump, fomentando questa guerra per 30 anni, come ha raccontato Orsini nei suoi libri, con i Clinton, Bush Junior, Obama, Hillary Clinton e Biden, sono loro che ci hanno rovinati; il gasdotto Nord Stream, che era il simbolo di questo legame tra l'energia a basso costo russo e gli interessi economici industriali europei, prima ci hanno detto che non lo dovevamo fare, poi ci hanno detto che lo dovevano far saltare e poi l'hanno fatto saltare.
Nonostante le baggianate che dicono i cosiddetti atlantisti, Putin non vuole prendere tutta l'Ucraina, perché una volta presa l'Ucraina poi deve tenerla, e come lo tiene un paese il cui due terzi odiano i russi? Armato fino ai denti, io voglio vedere, è già difficile far mollare le armi ad Hamas e pensate a far mollare le armi ai battaglioni neonazisti come il battaglione Azov, ecc., che sono totalmente ostili alla pace, quelli si danno immediatamente alla guerriglia e al terrorismo.
Quindi se Putin prendesse l'intera Ucraina poi avrebbe problemi a tenerla, perché non lo puoi occupare un paese che non vuole stare con te, che non vuole essere russo e dato che ai russi non serve territorio, Putin si sta occupando del territorio che gli serve.
È quello abitato in prevalenza da russi o da russofili, quindi Lugansk, Donetsk, Zaporizhia e Kherson, Zaporizhia e Kherson fino a un certo punto, infatti ha detto che potrebbe barattare, l'ha detto in Alaska a Trump, territori che ha preso in sovrappiù a Zaporizhia, Kherson e Kharkiv a nord e a Sumi, con il resto del Donetsk che gli manca ancora, che sono circa il 20-25%.
Ha detto se me lo date subito mi fermo, se non me lo date io me lo prendo e naturalmente ci rivediamo fra qualche mese, voleva dire entro la fine di novembre, perché la fine di novembre poi con l'inverno, con il gelo e con il fango le offensive si arenano e se ne riparla in primavera estate.
Quindi questo è quello che sta succedendo, in questo momento Zelensky è terrorizzato e disperato, perché se cade l'ultima ridotta, quelli dilagano, questa è la situazione che noi sottovalutiamo perché siamo pieni di propaganda, ma è un problema impellente, per questo lui straziato ogni giorno chiede, implora, fermate Putin, il problema è che l'unico che lo può fermare è lui!”.


L'ho pensato anch'io: usando la logica, questo è l'unico motivo plausibile...
cetta.

La fattoria dei "senza speranza"...

 

Soldati russi hanno descritto di aver trovato bambini deboli e malati che ricevevano liquidi per via endovenosa, mentre i loro corpi venivano professionalmente svuotati di sangue e liquidi dai reni per alimentare il commercio globale di adrenocromo.
L'industria dell'adrenocromo in Ucraina è più estesa di quanto si credesse in precedenza, e Putin è determinato a utilizzare i dati raccolti per smantellare la catena di approvvigionamento globale dell'adrenocromo e punire coloro che commettono crimini contro i bambini, inclusi politici e celebrità dipendenti da questa droga che lui definisce "opera del diavolo".
Secondo un membro dell'Adrenochrome Working Group, queste fattorie industriali sono luoghi di abusi sessuali rituali, umiliazioni fisiche e torture psicologiche.
«Sapete, credo di aver visto di tutto. Ho combattuto per anni, ho visto cadere compagni, ho affrontato le peggiori atrocità che gli esseri umani possano infliggere. Ma niente, niente avrebbe potuto prepararmi a ciò che abbiamo trovato a Donetsk.
Ci avevano detto che avremmo liberato dei bambini... Non ho capito la portata di tutto questo finché non siamo arrivati lì.» Stavamo ripulendo questo complesso, un luogo squallido... come un campo di lavoro nazista o un campo di sterminio, ma peggio. Molto peggio. Le pareti erano grigie, fredde e umide. L'aria... odorava di putrefazione e di qualcosa di disgustoso... qualcosa che non saprei descrivere. E poi li abbiamo trovati. I bambini.
«Erano... come fantasmi. Solo pelle e ossa. I loro corpi sembravano così fragili, quasi trasparenti. Riuscivo a vedere il profilo dei loro fianchi, ogni osso nelle loro piccole mani.» C'erano tubi inseriti nei loro corpi, tubi che gocciolavano sangue, un liquido macchiato di sangue... per quale scopo? Per qualche scambio malato, qualche contorto bisogno dell'Occidente.
«C'erano centinaia di bambini, distesi in file di letti di metallo.» Niente coperte, niente calore. Non si sono mossi nemmeno quando siamo entrati, nessuna paura, nessuna speranza... solo il vuoto nei loro occhi. Alcuni erano troppo deboli per guardarci. Erano così abituati al dolore, alla tortura, che non reagivano affatto.
"E la cosa peggiore? I bambini più piccoli... alcuni non avevano nemmeno due anni. Dei veri e propri neonati. In seguito abbiamo scoperto che erano cresciuti per questo scopo... Limitati come animali, solo per essere spogliati di tutto ciò che li rende umani.
Coloro che non potevano essere venduti, coloro che non erano abbastanza "belli" o "obbedienti", venivano trasferiti in queste fattorie. La fattoria... come se fosse quello che chiamano questi coloni sulla terra.


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Spero solo che si tratti di una falsa notizia, troppo atroce per essere vera...

cetta.

lunedì 10 agosto 2026

La prima centrale nucleare galleggiante commerciale al mondo.

 

Per molti anni l'idea di una centrale nucleare che galleggiasse sull'oceano sembrava appartenere più alla fantascienza che all'ingegneria. Eppure oggi esiste davvero e produce energia in una delle aree più estreme del pianeta.
Da diversi anni la Russia gestisce l'Akademik Lomonosov, la prima centrale nucleare galleggiante commerciale al mondo. Ormeggiata nel porto artico di Pevek, questa piattaforma è stata progettata per garantire elettricità e riscaldamento a una delle regioni più isolate e difficili da raggiungere.
Il suo funzionamento si basa su due reattori nucleari derivati dalla tecnologia impiegata nei rompighiaccio a propulsione nucleare. Insieme sono in grado di generare fino a 70 megawatt di energia elettrica, una quantità sufficiente ad alimentare una città di circa 100.000 abitanti.
L'arrivo della centrale ha permesso di sostituire vecchi impianti a carbone e una precedente centrale nucleare ormai giunta alla fine della sua vita operativa, contribuendo a ridurre il ricorso ai combustibili fossili in questa parte dell'Artico.
Il progetto, però, continua a dividere esperti e opinione pubblica. Da una parte viene visto come una soluzione capace di portare energia continua in territori dove costruire infrastrutture tradizionali è estremamente complesso. Dall'altra, restano aperti i dubbi legati alla sicurezza, alla gestione di un impianto nucleare in mare e ai possibili rischi ambientali in caso di incidenti.
Proprio questo equilibrio tra innovazione e prudenza rende l'Akademik Lomonosov un caso unico. Ancora oggi è l'unica centrale nucleare galleggiante commerciale in funzione al mondo, mentre diversi Paesi osservano con attenzione questa esperienza per capire se, in futuro, una tecnologia simile possa fornire energia a isole, comunità costiere e aree remote.
Più che una semplice centrale elettrica, rappresenta un progetto che mostra come la ricerca di nuove soluzioni energetiche continui a spingersi oltre i confini dell'ingegneria tradizionale, aprendo un dibattito destinato a proseguire negli anni.

Ubi maior, minor cessat...

 

Ciò che avevo da dire su Ceuta si era sostanzialmente esaurito coi migranti. Della querelle successiva tra la ducetta della Garbatella — copyright dell’immenso Roberto D’Agostino, perché a ciascuno va riconosciuto il proprio genio — e il belloccio di Madrid mi fregava il giusto.
Cioè molto poco.
Non tifo in modo particolare per Pedro Sánchez, non vogliatemene. Mentre di Giorgia Meloni, come sapete, penso più o meno tutto il male politicamente consentito dal codice penale, ma non è nemmeno questo il punto.
Il punto è molto più semplice.
Lei è fesså.
E no, non perché sia fåscista. Quello, eventualmente, è un problema suo, dei suoi elettori e degli storici del futuro, che avranno parecchio materiale con cui divertirsi.
È fesså perché è proterva, perspicace come un piccione e dotata della capacità di valutazione del rischio di un opossum sotto acidi.
Perché Giorgia Meloni, a quanto si apprende, non si aspettava l’ultimatum di Madrid e soprattutto non si aspettava l’immediata ritorsione spagnola dopo la decisione italiana di sospendere Schengen in seguito agli arrivi di migranti a Ceuta.
E qui bisogna fermarsi un momento ad ammirare l’opera.
Perché tre giorni prima Madrid aveva già chiesto informalmente di togliere quelle restrizioni, considerate inutili anche perché da Ceuta non si esce verso il continente europeo come dalla porta girevole della Rinascente: esistono già controlli specifici alla frontiera. E pare che persino alla Farnesina avessero qualche dubbio sulla brillante idea di trasformare un problema spagnolo in una coda italiana al check-in.
Tant’è che il governo aveva già individuato una possibile via d’uscita: aspettare Ferragosto, vedere che succede, controllare se davvero dal Marocco parte una seconda ondata verso Ceuta e poi, eventualmente, togliere il blocco prima del primo settembre.
Una cosa quasi ragionevole.
Poi però arriva Sánchez e dice: cari italiani, se continuate così, noi facciamo altrettanto.
E improvvisamente la questione internazionale diventa una lite al parcheggio dell’Eurospin.
«AH SÌ? E ALLORA ADESSO NON LA TOLGO PIÙ.»
Perché questo, sfrondato dalle formule diplomatiche, è il capolavoro.
Meloni non vuole anticipare la fine delle restrizioni perché potrebbe sembrare che abbia ceduto a Sánchez.
Capite?
Non: serve ancora questa misura?
Non: protegge davvero l’Italia?
Non: esiste concretamente il rischio che i migranti arrivati a Ceuta raggiungano il nostro Paese?
Non: quali conseguenze avrà sui cittadini italiani, sulle compagnie aeree, sulle crociere, sulle agenzie di viaggio, sui rapporti con uno dei principali Paesi dell’Unione?
No.
CHE FIGURA CI FACCIO IO CON PEDRO?
E qui emerge uno dei problemi più seri di Giorgia Meloni come capo di governo: continua troppo spesso a ragionare come se fosse ancora sul palco di Atreju.
Solo che governare un Paese non è fare un reel.
In politica estera soprattutto esiste una regola piuttosto elementare: prima di tirare un calcio negli stinchi a qualcuno sarebbe opportuno verificare che quello non possa tirartene uno nelle pålle cinque minuti dopo.
Madrid può introdurre controlli sugli italiani.
Può farli molto meno selettivi dei nostri.
Può creare code, ritardi e disagi negli aeroporti spagnoli nel pieno di agosto, quando mezza Italia è in viaggio.
Può soprattutto costruire una risposta politica semplicissima: voi bloccate noi perché avete paura dei migranti arrivati a Ceuta? Benissimo. Noi blocchiamo voi ricordando che gli sbarchi in Italia sono aumentati e che esistono movimenti irregolari provenienti proprio dal territorio italiano.
Tana libera tutti.
E infatti a Roma la cosa pare abbiano cominciato a capirla.
Non perché sia improvvisamente apparso Metternich a Palazzo Chigi.
Sono arrivati quelli che, nella politica italiana, possiedono una capacità persuasiva infinitamente superiore a qualsiasi ambasciatore: gli operatori economici incazzati.
Compagnie crocieristiche.
Agenzie di viaggio.
Settore turistico.
Gente che, tradotto dal diplomatico, avrebbe fatto sapere: ma che cazzo state facendo?
Perché il sovranismo è bellissimo finché lo pratichi su Facebook.
Quando il signor Mario rimane tre ore in fila a Barajas con moglie, bambini e trolley perché Roma ha deciso di mostrare i muscoli a Madrid, il sovranismo comincia ad avere qualche problema di marketing.
Ed è qui che la faccenda diventa quasi irresistibile.
Perché adesso la diplomazia deve trovare il modo di far rientrare una crisi che non aveva nessuna necessità di nascere, mentre Palazzo Chigi deve contemporaneamente fare marcia indietro senza dare l’impressione di fare marcia indietro.
Che è uno dei grandi sport nazionali.
Probabilmente assisteremo quindi alla consueta meraviglia lessicale: non sarà una revoca ma una «rimodulazione», non sarà una retromarcia ma una «valutazione alla luce del mutato quadro», non sarà una resa ma una «decisione assunta autonomamente dal governo italiano».
Magari esattamente quarantasette secondi dopo che Madrid avrà ottenuto ciò che chiedeva.
Ma autonomamente.
Autonomissimamente.
Sovranamente.
Con tanto di tricolore sul cofano mentre inseriamo la retro.
E naturalmente Meloni attribuisce la reazione di Sánchez alle sue difficoltà interne, alle polemiche spagnole, alle vacanze a Lanzarote, alla playlist estiva, forse alla posizione di Saturno rispetto a Mercurio.
Può anche essere.
Sánchez può avere tutti i problemi politici di questo mondo.
Può essere vanitoso, opportunista, calcolatore, socialista, abbronzato e ascoltare pure Vamos a la playa dalla mattina alla sera.
Ma se il tuo avversario è in difficoltà e riesce comunque a metterti con una sola mossa nella posizione di dover scegliere tra danneggiare i tuoi cittadini e fare una figura di mėrda, forse il problema non è soltanto il tuo avversario.
Forse hai giocato male tu.
E qui torniamo all’opossum sotto acidi.
Perché un presidente del Consiglio non viene pagato per avere l’ultima parola.
Viene pagato per prevedere quale sarà la parola successiva dell’altro.
La politica internazionale funziona esattamente così: fai A, l’altro può fare B; quindi prima di fare A devi chiederti quanto ti costerà B.
Non puoi fare A, ricevere B e poi telefonare indignata dicendo:
«È UN RICATTO!»
No, Giorgia.
Si chiama reazione.
Era persino annunciata.
E adesso siamo arrivati al punto meraviglioso in cui una misura che il governo stesso stava pensando di accorciare rischia di essere mantenuta più a lungo per non dare a Sánchez la soddisfazione di pensare di aver vinto.
Questa non è geopolitica.
È Risiko giocato dopo quattro gin tonic.
Ed è proprio qui che Meloni mostra il suo limite più pericoloso: confonde continuamente la fermezza con l’ostinazione.
La fermezza è prendere una decisione difficile sapendo perché la prendi, quali conseguenze avrà e fino a dove sei disposto ad arrivare.
L’ostinazione è accorgerti che la decisione non serve più, che rischia di danneggiarti, che gli stessi interessi italiani suggeriscono di cambiarla, e mantenerla perché dall’altra parte c’è uno che ti sta antipatico.
La prima è leadership.
La seconda è quella cosa che facevamo a sei anni quando dicevamo:
«Adesso non lo voglio più perché me l’hai detto tu.»
Solo che a sei anni sul tavolo c’erano i broccoli.
Qui ci sono due Stati europei.
Ed è per questo che, alla fine, di questa nuova puntata di Ceuta mi interessa pochissimo Sánchez e ancora meno stabilire chi abbia il pisello politico più lungo tra Roma e Madrid.
Mi interessa una cosa sola.
Che quando governi l’Italia non puoi permetterti il lusso di trasformare ogni dossier in una questione personale, ogni critica in un affronto, ogni risposta in un ricatto e ogni retromarcia necessaria in una sconfitta da evitare a qualsiasi costo.
Perché a quel punto non stai più difendendo l’interesse nazionale.
Stai difendendo il tuo ego con l’interesse nazionale degli altri.
E il problema degli opossum sotto acidi non è che prendano decisioni sbagliate.
È che almeno loro, generalmente, non hanno la Farnesina.




D'altronde, agire senza pensare a quali possano essere le conseguenze prodotte dall'azione, è deleterio...
cetta.