mercoledì 17 giugno 2026

Putin.

 


Il suo grande problema è che gli "USA americani" lo odiano e, quindi, obbligano anche il resto del mondo ad odiarlo. Io non so se il tizio sia una brava o una brutta persona, so solo che se ne deve parlare male senza se e senza ma..

Perchè? non lo so, ma loro comandano ed il resto del pianeta obbedisce...

cetta,

Simone Alaimo.

 

Biografia

Dopo aver compiuto gli studi letterari e musicali, tra il 1974 e il 1976 frequentò il biennio presso il Centro di Perfezionamento Artisti Lirici del Teatro Massimo di Palermo. Successivamente vinse il concorso presso l'Accademia di canto del Teatro alla Scala di Milano frequentando quindi il triennio (1977–1980) del Corso di Perfezionamento per Giovani Artisti Lirici sotto la guida di Ettore Campogalliani e Gina Cigna. Debuttò nel 1977 a Pavia quale protagonista di Don Pasquale. Durante gli stessi anni vinse l'AS.LI.CO. di Milano (1977) e cantò in L'oca del Cairo e Bastiano e Bastiana di Mozart, La serva padrona di Pergolesi, Rigoletto di Verdi, Don Pasquale di Donizetti e infine in Le nozze di Figaro di Mozart, sempre in ruoli da protagonista.

Negli stessi anni conseguì il 1º premio assoluto in numerosi concorsi internazionali: "Voci Verdiane" di Busseto (1977); "Achille Peri" di Reggio Emilia (1978); "Beniamino Gigli" di Macerata (1978); "Bel Canto" di Ostenda (1979); "Toti Dal Monte" di Treviso (1979); "Maria Callas" (1980, per la RAI in eurovisione). Quindi con gli altri vincitori tra i quali Cecilia Gasdia, cantò in Luisa Miller di Verdi al Teatro Fraschini di Pavia diretto da Gianandrea Gavazzeni ripreso dalla Rai. Dal 1981 fu seguito negli studi di canto da Rodolfo Celletti. Ebbe così inizio la sua carriera internazionale, che lo vide ospite dei più grandi teatri del mondo.

Aveva in repertorio circa 90 opere con cui spaziò in trent'anni di carriera, dal barocco all'Ottocento italiano, dal verismo al contemporaneo. Fu ospite di teatri internazionali come il Metropolitan di New York, il Covent Garden di Londra, l'Opéra Bastille di Parigi, i Teatri dell'Opera di San Francisco, Chicago, Dallas, Vienna, Berlino, Monaco di Baviera'[1]. Nel 2000 vinse il premio "Gigli D'Oro" alla carriera.

https://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Alaimo


La prima volta lo vidi in televisione, quando gli conferirono un premio, poi ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e di riceverlo anche a casa con sua moglie.

Una splendida persona, gli sono affezionata e posso garantire  che merita tutto ciò che ha: una bella carriera da baritono, una splendida famiglia e un carattere gradevolissimo.

cetta.

CARO TRUMP, INDOVINA CHI VIENE A CENA…

 

Trump incontra Zelensky e lascia cadere sul tavolo una frase che, da sola, vale più di decine di comunicati diplomatici:
«Non ha alcun impatto su di noi, a parte il fatto che vendiamo armi. Siamo a migliaia di chilometri di distanza.»
Una dichiarazione quasi poetica nella sua sincerità.
Siamo lontani. Non ci riguarda. Però vendiamo armi.
Il tutto pronunciato mentre, al vertice delle grandi economie industriali del pianeta, compare ancora una volta Zelensky.
E qui nasce una domanda semplice.
Che ci faceva Zelensky al G7?
Il G7 dovrebbe discutere di competitività, debito, inflazione, energia, dazi, terre rare, declino industriale europeo e sfida cinese.
E invece, come in quelle vecchie commedie dove l’ospite inatteso arriva sempre nel momento meno opportuno, ecco che la porta si apre di nuovo.
«Caro Trump, indovina chi viene a cena…»
L’Ucraina non fa parte del G7.
Non fa parte dell’Unione Europea.
Non fa parte della NATO.
Eppure è diventata la presenza più costante di molti membri effettivi.
Si parla di commercio? Arriva Zelensky .
Si parla di sicurezza? Arriva Zelensky.
Si parla di bilanci? Arriva Zelensky.
Tra poco basterà organizzare un congresso mondiale di apicoltura e qualcuno proporrà una sessione straordinaria sugli aiuti a Kiev.
La parte più interessante, però, è la frase di Trump.
Perché, nel momento stesso in cui afferma che quella guerra è lontana migliaia di chilometri dagli Stati Uniti, aggiunge l’unica attività che sembra davvero collegare Washington al conflitto: la vendita di armi.
Un dettaglio non trascurabile.
Soprattutto dopo anni in cui il conflitto è stato raccontato come una questione vitale, esistenziale e imprescindibile per l’intero Occidente.
Alla fine il paradosso è tutto qui.
Zelensky continua a presentarsi ai vertici che non gli appartengono.
Trump ammette che il suo Paese è lontano dal campo di battaglia.
E il G7, nato per governare l’economia mondiale, assomiglia sempre più a una fiera dove il prodotto principale non è la crescita economica ma la gestione permanente della guerra.
Forse Zelensky non era fuori posto.
Forse era semplicemente nel reparto giusto.

Con le mani alzate

 

Oggi la cosa più significativa viene riassunta bene da una foto, quella in apertura del post: si tratta di ucraini che si arrendono a Konstantinovka, una delle tante città trasformate in fortezza dalla Nato e che adesso sta per cadere, praticamente circondata.

Si tratta di un piccolo gruppo che alza le mani, ma la resa riguarda centinaia di uomini, che non vogliono essere e mani alzate, fatti a pezzi dai cannoni russi per la bella faccia degli ufficiali britannici che li comandano. Costoro pensano ancora di poter fermare l’avanzata russa intorno a Zaporozhie, mentre l’Ucraina intera viene privata giorno dopo giorno delle sue infrastrutture e di ciò che rimane delle industrie.

Si avvicina un crollo ed è per questo che i piccoli despoti europei in conto terzi, stanno cominciando a parlare di trattative.
La stessa cosa che del resto accade con l’Iran la cui capacità di resistenza all’aggressione ha superato ogni più stupida previsione dei pianificatori. Tuttavia non siamo affatto vicini alla pace, perché la guerra che si sta combattendo su diversi fronti, non riguarda territori o questioni particolari,
ma è il tentativo occidentale di logorare gli avversari che minacciano la sua supremazia, è qualcosa di diretto a indebolire i sistemi critici, le infrastrutture, le reti di comando, le capacità tecnologiche, le risorse spaziali, la sicurezza biologica e il dominio dell’informazione.

Andrey Bezrukov, professore all’Università di Mosca ed ex ufficiale dei servizi segreti russi (Svr) dice:
” La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: evitare una collisione nucleare con noi, dalla quale uscirebbero sconfitti. Perciò, stanno facendo bollire la rana a fuoco lento”.

Per questo in Russia si va affermando – si pensi solo alle analoghe prese di posizione di Sergei Karaganov – una visione della guerra come un conflitto di lunga durata che potrebbe arrivare anche a 20 o 30 anni con la necessità di un cambiamento delle politiche economiche in maniera da poter reggere sia le esigenze della difesa che dello sviluppo economico: occorrerà interrare o proteggere fortemente le infrastrutture, i data center, i depositi di petrolio, i nodi di comunicazione.
Insomma “la Russia non può aspettarsi un rapido ritorno alle condizioni di pace e deve quindi riorganizzare di conseguenza la società, l’economia e la strategia”.

Del resto l’Iran sta combattendo da oltre 40 anni contro i tentativi egemonici degli Usa e si è dovuto adattare a questa continua aggressione fino a che ha mostrato a tutti il crollo della potenza americana.

Molti hanno l’idea della guerra come qualcosa che si risolve in un breve giro di anni, ma in realtà gli scontri più importanti durano assai più a lungo: quindi dobbiamo prepararci ad essere implicati in una militarizzazione della società o a cacciare chi ci sta mettendo in questa situazione di vuoto radicale nella quale ci aggiriamo quasi increduli, mentre va in scena la sceneggiata del G7 con i suoi baci e le strette di mano, le prese per il sedere, come ad esempio, la canzonetta fatta suonare all’arrivo della Meloni, a Évian-les-Bains.

Altro che Felicità: saremo infelici fino a che tutti questi attori di un declino inarrestabile non avranno le mani alzate.

Il Simplicissimus 

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IL REDDITO PIÙ IMBARAZZANTE D’ITALIA ODE A RICCARDO BOSSI.

 

Per anni si organizzano convegni, comizi e campagne elettorali per spiegare agli italiani che il Reddito di Cittadinanza è il rifugio dei furbi, dei nullafacenti, degli assistiti cronici.
Si disegna una geografia morale del Paese: da una parte chi produce ricchezza, dall’altra chi la consuma.
Da una parte il sacrificio, dall’altra il divano.
Poi il sipario si apre e sul palco compare Riccardo Bossi.
Non un militante qualsiasi. Non un elettore distratto.
Il figlio del fondatore della Lega.
Il Tribunale di Busto Arsizio lo ha condannato a due anni e sei mesi per aver ottenuto indebitamente il Reddito di Cittadinanza attraverso false attestazioni, percependo circa 12.800 euro.
Dodicimilaottocento euro.
Non milioni.
Non tangenti.
Non paradisi fiscali.
Poco più di duecento euro al mese.
Ed è proprio questo il dettaglio che rende la vicenda quasi surreale.
Per una famiglia in difficoltà quella cifra può significare la spesa, le bollette, i libri per i figli.
Per il figlio del leader che ha cambiato la storia politica del Nord Italia dovrebbe rappresentare poco più di una mancia.
E invece sarebbe bastata a rischiare una condanna penale.
La vera notizia non è economica.
È antropologica.
Perché dimostra che il sussidio pubblico è scandaloso soltanto quando finisce nelle tasche della categoria sbagliata.
Quando invece bussa alla porta di casa propria, improvvisamente perde gran parte della sua carica ideologica.
Alla fine, più che una vicenda giudiziaria, sembra una favola morale.
Quelle in cui il predicatore viene sorpreso dietro l’osteria mentre assaggia con entusiasmo proprio il vino che aveva proibito agli altri.

mercoledì 10 giugno 2026

La NATO culturale funziona così: quando non riesce a vincere la storia, prova a bruciarla. Don Chisciotte

 

A Sebastopoli un drone ucraino ha colpito il museo-panorama “Difesa di Sebastopoli 1854–1855”. Secondo il governatore Razvozhaev, l’incendio ha raggiunto il quarto livello di complessità e il capolavoro di Franz Roubaud sarebbe “praticamente distrutto”. Reuters conferma l’attacco al museo e l’incendio al tetto; i dettagli sul danno alla tela arrivano invece dalle autorità russe.

La storia ha un’ironia macabra: nel 1942 furono i nazisti a incendiare quell’edificio durante l’assedio di Sebastopoli. Alcuni frammenti furono salvati, poi restaurati con pazienza quasi religiosa.

Ottant’anni dopo, qualcuno ha pensato bene di aggiornare il lavoro.

Non bastano più i monumenti abbattuti, le statue rimosse, i libri riscritti, i nomi cancellati dalle strade.

Ora si bombarda direttamente la MEMORIA.

Poi naturalmente ci spiegheranno che era un obiettivo militare.
Un quadro.
Una tela.
Un museo.

La NATO culturale funziona così: quando non riesce a vincere la storia, prova a bruciarla.

Don Chisciotte

#Sebastopoli #Ucraina #Russia #MemoriaStorica #DonChisciotte


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