i glicini di cetta
Un diario, dove annoto tutto ciò che più mi colpisce. Il mio blocco per gli appunti, il mio mondo.
lunedì 20 luglio 2026
IL MAGLIONE DI NATALE È FINITO NELL’ARMADIO.
MA ZELENSKY LO LASCIANO ANCORA A FARE DANNI?
Dopo 4 anni di guerra e centinaia di migliaia di soldati ucraini e russi morti ed un tessuto infrastrutturale tutto da ricostruire Zelensky non sa più dove aggrapparsi per continuare ad avere il sostegno del paese. Tantissimi giovani si rifiutano di andare al fronte e fuggono all’estero anche dopo aver saputo della corruzione immane esistente tra le alte sfere comandate da Zelenky. E’ lui che ha i contatti con i vertici della Nato e conosce gli accordi stipulati con Donald Trump. E’ lui che sa che a breve dovrà abbandonare il paese per la protesta crescente contro gli arruolamenti forzati e la corruzione. Zelensky è evidentemente funzionale al sistema e spacciando ogni scelta per forzata contro la cessione delle regioni suborientali alla Russia si ostina a evitare ogni passo verso un accordo che sarà evidentemente negativo per l’Ucraina. In genere non si fanno le guerre per poi ritirarsi su posizioni pre-esistenti. Da che mondo è mondo chi vince acquisisce territori e chi perde li saluta. Il pericolo però è di andare incontro a una realtà ancora peggiore perché è evidente che anche con l’aiuto dei droni l’esercito ucraino manca della più importante necessità: cioè gli uomini. Chi in Italia legge i giornali e tifa per l’eroica resistenza degli ucraini dovrebbe documentarsi e leggere le condizioni a cui erano giunti poco prima del conflitto. Sarebbe bastata una dichiarazione di neutralità e l’abbandono di ogni aspirazione ad entrare nella Nato. La Russia non aveva nessun problema se l’Ucraina intratteneva relazioni commerciali con altri paesi europei ma se fosse entrata nella Nato avrebbe immediatamente giovato della possibilità, in caso di attacco, di un intervento militare Nato che ovviamente la Russia vedeva come il fumo negli occhi!! Immaginate voi se se esisteva ancora il Patto di Varsavia ed il Messico, o semplicemente Cuba, avesse dichiarato di aderirvi. Pensate che gli americani avrebbero acconsentito?
KIEV, DIETRO L’EPURAZIONE UNO ZELENSKY LOGORATO.
MAURIZIO BONI – IL FATTO – 19.07.2026
Al di là della cronaca, la rimozione del giovane ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov, merita una lettura che vada oltre la semplice sequenza degli eventi. Il nodo centrale non è tanto la sostituzione in sé, fisiologica e possibile in qualunque esecutivo in tempo di guerra, quanto il modo in cui è stato allontanato e ciò che questo rivela sui rapporti di forza reali dentro l'apparato ucraino. Fedorov, trentacinque anni, è arrivato al ministero della Difesa dopo un percorso che lo aveva reso il volto più riconoscibile dell'innovazione tecnologica ucraina, prima come ministro della trasformazione digitale, poi come artefice del programma di guerra con i droni, che ha permesso a Kiev di colpire in profondità il territorio russo e di ridurre, in alcuni settori del fronte, l'esposizione della fanteria al fuoco nemico. In sei mesi aveva rivendicato risultati verificabili: dal blocco dell'accesso ai terminali Starlink utilizzati dalle forze russe alla spinta verso una produzione massiccia di droni e sistemi autonomi. Nella sua ultima uscita pubblica da ministro, ha condiviso un'analisi di undici criticità strutturali delle forze armate, documento che la stampa ucraina (Ukrainska Pravda – 16 luglio) ha pubblicato per intero e che va considerato, al netto delle semplificazioni di un addio polemico, come un contributo di merito sullo stato reale dell'esercito. A questa figura dinamica e preparata, capace di parlare il linguaggio della guerra tecnologica, si è opposto il comandante in capo Oleksandr Syrsky, sessant'anni, espressione di una cultura militare opposta, convenzionale e poco permeabile alle riforme su appalti, bilancio e gestione delle unità. Ora è in bilico ma è stato lui, secondo le ricostruzioni circolate a Kiev, a porre a Zelensky la condizione secca, o Fedorov o me, trasformando uno scontro di merito sulla conduzione della guerra in un aut aut personale che il presidente ha risolto scegliendo l'immobilismo del generale contro il dinamismo del ministro, un segnale scoraggiante per chiunque nell'amministrazione provi a innovare contro l'apparato tradizionale. C'è poi un secondo livello di lettura. Fedorov non è la prima figura popolare allontanata da un ruolo di primo piano da quando Zelensky è presidente. Il precedente più evidente resta il generale Valery Zaluzhny, rimosso dal comando delle forze armate nel 2024 proprio quando i sondaggi lo indicavano come il rivale più temibile per Zelensky in un'eventuale corsa presidenziale, e che oggi, dall'ambasciata di Londra, non nasconde più le proprie ambizioni politiche. Lo schema si ripete: un funzionario o un militare guadagna popolarità reale, viene percepito come rivale potenziale e rimosso con motivazioni tecniche. Il segnale più preoccupante riguarda però la tenuta del fronte interno. Le proteste che hanno accompagnato l'uscita di Fedorov, le prime di questa portata dall'inizio dell'invasione dopo quelle contro la legge sulle agenzie anticorruzione di un anno fa, hanno costretto Zelensky a parlare in pubblico dietro uno schermo antiproiettile, per timore delle reazioni dei propri concittadini. Non è un'immagine che trasmette forza, ed è difficile non leggerla come il sintomo di una fiducia popolare in erosione proprio mentre la guerra chiede il massimo di coesione nazionale, tanto più con la caduta di Kostiantynivka, che apre la strada verso Kramatorsk e Sloviansk, con l'operazione dei quaranta giorni che non ha prodotto la svolta promessa contro Mosca, e con l'offensiva russa senza precedenti contro i terminali della Grande Odessa e le navi mercantili, comprese quelle di bandiera occidentale, che riforniscono lo sforzo bellico e l’economia ucraine. Le undici criticità elencate da Fedorov, del resto, non sono difetti procedurali risolvibili con un cambio di organigramma, ma nodi strutturali di dottrina, concezione e condotta delle operazioni, appalti e rapporto tra comando politico e militare, che richiederanno anni per essere affrontati, sempre che in futuro qualcuno a Kiev decida di prenderne atto invece di archiviarli insieme al ministro che li ha formulati. La sua uscita di scena consegna di fatto pieni poteri a Syrsky, lo stesso generale che già prima di succedere a Zaluzhny si era guadagnato, nella difesa a oltranza di Bakhmut, la reputazione di comandante disposto a pagare in vite umane il mantenimento di posizioni di dubbio valore militare. Scenari puntualmente ripetuti anche nei recenti eventi bellici in Donbass dove a intere unità è stato vietato di indietreggiare su nuovi apprestamenti difensivi. Dunque, un logoramento, quello di Kiev, su tre fronti: militare, logistico e di fiducia interna, che rischia di prolungare proprio quella dottrina dei massacri che Fedorov aveva provato, senza riuscirci, a mettere in discussione.
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"Putin precipita nei sondaggi": continua la demenziale propaganda occidentale contro la Russia, colpevole di non piegarsi. - Diego Fusaro
In questi giorni, i più letti e, soprattutto, più venduti quotidiani di provata fede liberal-atlantista stanno ripetendo a tambur battente che Vladimir Putin sta precipitando nei sondaggi e sta subendo una vera e propria emorragia di consensi.
Di questo passo, ci spiegheranno presto, magari, che il popolo russo sogna di avere il guitto Zelensky, attore Nato, come presidente e di passare direttamente sotto il controllo americano o, forse, di entrare a far parte della tecnocrazia depressiva e repressiva di Bruxelles.
Gli stessi che danno la caccia alle fake news e si sono intestati la demenziale battaglia contro la disinformazione, sono i primi a riempire le teste dei cittadini manipolati di disinformazione e di propaganda, buone soltanto a garantire l'ordine simbolico funzionale alla riproduzione del sistema capitalistico americanocentrico, di cui la UE è semplice colonia priva di dignità. L'obiettivo resta sempre il medesimo, descritto da Platone più di duemila anni fa con l'immagine della caverna: fare in modo che gli ottenebrati dell'antro desiderino rimanere là sotto, anziché tentare la difficile via che porta a migliori libertà. Più precisamente, i gruppi dirigenti in occidente spacciano i loro sogni e i loro desiderata per realtà effettuale: l'idiosincrasia occidentale verso Putin e, più in generale, la collaudata russofobia oggi imperante in occidente si spiegano in ragione del fatto che Putin sta da decenni opponendo una fermissima resistenza alla americanizzazione della Russia, tutelando la sovranità della sua nazione e rivelandosi indisponibile a ogni compromesso con il nichilismo della globalizzazione americanocentrica, quella che più volte abbiamo qualificato come anglobalizzazione.
La realtà, non detta perché non dicibile, è che il popolo russo è unito e compatto intorno alla figura del suo presidente, nel quale ravvisa, con ottime ragioni, un baluardo di resistenza e di sovranità contro i barbari che premono alle porte della Russia e che, lo ricordiamo, hanno prodotto la guerra d'Ucraina come casus belli in vista della normalizzazione atlantista della Russia stessa.
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Nanorobot di DNA contro il cancro: colpiscono il tumore e proteggono i tessuti sani.
Un gruppo di ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma ha sviluppato innovativi nanorobot costruiti con il DNA, progettati per riconoscere l’ambiente tumorale e attaccare selettivamente le cellule cancerose.
Attraverso la tecnica del “DNA origami”, gli scienziati hanno realizzato una minuscola struttura capace di trasportare un composto peptidico citotossico. Durante il percorso nell’organismo, questa sostanza rimane nascosta e inattiva, riducendo il rischio di entrare in contatto con i tessuti sani.
Il meccanismo si attiva soltanto in presenza dell’ambiente più acido tipico di molti tumori solidi. Quando il nanorobot rileva un basso livello di pH, modifica la propria struttura ed espone l’agente capace di danneggiare le cellule tumorali. Nei tessuti sani, dove il pH è normalmente vicino a 7,4, il dispositivo rimane invece inattivo.
Nei test condotti su modelli animali di tumore al seno, questo sistema sensibile al pH ha ridotto la crescita tumorale fino al 70% rispetto ai gruppi di controllo.
Si tratta comunque di una ricerca ancora preclinica: saranno necessari ulteriori studi per valutarne sicurezza, tossicità ed efficacia negli esseri umani. I risultati rappresentano però un importante passo avanti verso terapie oncologiche più mirate, capaci di colpire il tumore limitando i danni alle cellule sane.
Fonte: Wang Y. e colleghi, Nature Nanotechnology, 2024.
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domenica 19 luglio 2026
Per riconquistare il rispetto e il timore del mondo, la Russia deve lanciare due attacchi nucleari tattici. Come minimo.
venerdì 17 luglio 2026
IL RIMPASTO DEL RE NUDO: «ZELENSKY HA BISOGNO DEL CAOS»
Non è una dichiarazione del Cremlino. Non è il solito “filorusso” da silenziare con un’etichetta. A scriverlo è Yuliia Mendel, portavoce personale di Volodymyr Zelensky dal 2019 al 2021.
Mentre Kiev viene attraversata dall’ennesimo terremoto politico, con la rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, le dimissioni di alti responsabili militari e più di mille persone scese davanti all’ufficio presidenziale, Mendel ha deciso di togliersi definitivamente i guanti:
«Sotto Zelensky nulla cambierà mai. Lui non vuole cambiamenti. Chi entra nel suo governo per migliorare le cose finisce per andarsene o viene costretto a farlo».
Mendel afferma di essersi dimessa quando comprese di non poter modificare nulla, che Zelensky puntava al caos, aveva chiuso la porta ai negoziati con la Russia e che l’arretramento delle riforme era diventato evidente e intenzionale.
Poi l’affondo più pesante:
«Con Zelensky il cambiamento è impossibile. Ha bisogno della guerra. Ha bisogno della corruzione. Ha bisogno dell’autocrazia. Smettete di ingannare voi stessi pensando che il problema sia qualcun altro. Guardate la realtà: è al potere da oltre sette anni».
Sono accuse politiche gravissime, formulate da una sua ex strettissima collaboratrice e da attribuire interamente a lei. Ma liquidarle come “propaganda russa” sarà più complicato del solito: Mendel quelle stanze le ha frequentate, quella comunicazione l’ha gestita e quel presidente lo ha difeso pubblicamente.
Intanto il “rinnovamento” annunciato da Zelensky ha prodotto il licenziamento di uno dei ministri considerati più innovativi, proteste nelle città ucraine e nuove domande sulla trasparenza della gestione militare. Persino Reuters osserva che i governi europei, dopo aver impegnato centinaia di miliardi, avrebbero qualche ragione per chiedere spiegazioni.
Ma Bruxelles continuerà probabilmente a chiamare tutto questo “democrazia sotto assedio”. Anche quando ad assediare la democrazia, secondo chi conosce bene il palazzo, potrebbe essere proprio chi vi abita.
Don Chisciotte
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PRIMA C’ERANO I VIDEO FAKE. ORA CI SONO LE «PRATICHE VERGOGNOSE».
Il fact-checking più impietoso sulla propaganda ucraina, questa volta, lo ha fatto direttamente Zelensky.
Dopo le proteste scoppiate in numerose città contro la mancata riconferma del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, il presidente ha riconosciuto che i manifestanti avevano pieno diritto di scendere in piazza: «Combattiamo per la libertà e la democrazia… volevano uscire e hanno fatto bene». Ha inoltre affermato di ascoltare le richieste della società e che sulla vicenda «il punto non è ancora stato messo».
Subito dopo ha confermato anche ciò che fino a ieri sembrava materia per la propaganda russa: tra Fedorov e il comandante in capo Syrsky esisteva un conflitto talmente profondo che i due, secondo Zelensky, non riuscivano neppure a risolvere le questioni senza la sua presenza.
In pratica, mentre un Paese combatte una guerra decisiva, il Ministero della Difesa e il vertice delle Forze armate funzionavano come due coniugi separati che comunicano soltanto davanti all’avvocato. Zelensky ha ammesso che le due istituzioni dovrebbero collaborare autonomamente e che, quando non riescono a farlo, è costretto a intervenire personalmente.
Poi è arrivata la frase più interessante.
Parlando dell’eventuale nomina dell’attuale ministro dell’Interno Ihor Klymenko alla Difesa, Zelensky ha indicato come possibile punto di forza la capacità di mettere fine alle «pratiche di mobilitazione vergognose». Reuters ricorda che il fenomeno è conosciuto in Ucraina come busification: uomini fermati per strada e trascinati sui mezzi dagli addetti al reclutamento, una pratica che ha alimentato fortissime tensioni sociali.
Una precisazione è necessaria: alcuni filmati sulla mobilitazione erano realmente prodotti o manipolati mediante intelligenza artificiale, e il Centro ucraino contro la disinformazione ne ha documentati diversi. Sarebbe quindi scorretto affermare che ogni video denunciato da Kiev fosse autentico.
Ma sarebbe ancora più scorretto utilizzare l’esistenza di alcuni falsi per negare un fenomeno reale che oggi lo stesso presidente definisce vergognoso.
La solita magia della comunicazione di guerra: prima chi mostrava certi abusi era un agente del Cremlino; adesso quegli stessi abusi diventano il programma politico del prossimo ministro.
L’intelligenza artificiale, evidentemente, aveva anche la targa del furgone.
Don Chisciotte
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