martedì 25 agosto 2026

Oggi, a causa di un drone ucraino, 3 bambini sono morti e 6 sono rimasti feriti in un asilo a Krasnodar, in Russia. Ma non sembra che questi bambini facciano indignare.

 

Oggi, a causa di un drone ucraino, 3 bambini sono morti e 6 sono rimasti feriti in un asilo a Krasnodar, in Russia. Ma non sembra che questi bambini facciano indignare. Come premio, l'Unione Europea ha sganciato altri 6,1 miliardi di euro belli freschi per Zelensky.
Come premio, quei servi e guerrafondai che si fanno chiamare volenterosi si sono appena riuniti e hanno deciso di aumentare le sanzioni alla Russia, quindi contro di noi cittadini, visto che le sanzioni le paghiamo noi. Basta guardare carburanti e bollette.
Come premio, hanno deciso che manderanno altri soldi e armi a Zelensky e, cosa gravissima, tra ottobre e novembre i volenterosi terranno esercitazioni congiunte in ottica anti-Russia.
Giorgia Meloni ha sottoscritto tutto e poi, nel comunicato emanato da Palazzo Chigi, ha rinnovato: "Fermo sostegno all'Ucraina e a Zelensky".
Voi, cari italiani che pagate carburanti e bollette a peso d'oro, non riuscite a comprare il materiale scolastico per i vostri figli o aspettate un paio di anni per una visita specialistica, mettetevi in coda e non rompete i co*lioni. Perché Zelensky viene prima di ogni cosa!

Giuseppe Salamone.



Ecco come ringraziamo la Russia per averci salvato dal nazismo... ma ossequiamo i dictat di Trump, autodichiaratosi Dio supremo, padrone del cielo e delle terre...
Com'è che siamo caduti così in basso?
cetta.

I NOSTRI SOLDI AI CORROTTI DI KIEV.

 

Dopo aver appreso dell’ennesima retata di fedelissimi di Zelensky, colti con le mani nelle tangenti dall’Anticorruzione ucraina (“contanti in sacchi e scatole”), ho chiesto a un amico informato sui fatti, di cui scrive da anni, se per caso dovessi sentirmi turlupinato come contribuente che versa all’erario fino all’ultimo centesimo. Per caso, ho detto, in quella montagna di mazzette che gli amici degli amici di Kiev si spartiscono allegramente da quando è iniziata la guerra con Mosca, non è che ci sono anche i miei soldi? Non è che contribuisco alla dolce vita di quei signori che, mentre la meglio gioventù ucraina viene spazzata via dalla guerra (come del resto quella russa), non fanno altro che rubare a man bassa? Acquistando panfili e villoni, anche qui da noi, in Versilia, all’Argentario o sulla Costa Smeralda? Esiste una qualche relazione tra i fondi dilapidati e l’inerme armamentario ucraino che, malgrado i costanti rifornimenti da parte dei cosiddetti Volenterosi, non riesce a impedire il costante massacro della popolazione civile sotto il tallone della potenza di fuoco russa? Dimmi che non è così, preferisco che i miei soldi finiscano per finanziare un qualche inutile ponte sullo Stretto ma non nelle fauci di criminali che fanno baldoria con il sangue dei loro fratelli. Certo non potrai dirmi che si tratta di calunnie alimentate dalla propaganda tossica di Putin, ma cerca almeno di rassicurarmi sull’entità di questi furti, diciamo così, a mano armata. Il mio amico informato sui fatti, soprattutto quando si tratta di smontare i miei pochi punti fermi, ha snocciolato quanto segue. Che l’Ucraina è, da anni, il 2° Stato più povero d’Europa dopo la Moldavia. E uno dei più corrotti. Nel 2021 Trasparency lo metteva in fondo alla classifica dei meno corrotti: 122° su 180 (fra Leshoto e Gabon: la Russia è 136°). Che prima della guerra il fabbisogno ucraino ammontava a circa 50 miliardi di euro l’anno. Che, scoppiata la guerra, per tenere in piedi il Paese e la struttura militare occorrono dai 15 ai 20 miliardi di euro al mese. Anche perché le conseguenze del conflitto hanno quasi azzerato il contributo all’economia nazionale delle due voci principali: l’esportazione di cereali e l’industria metallurgica. Ragion per cui, in quattro anni e mezzo di sostegno a Zelensky, l’Italia ha immesso nelle vene di Kiev qualcosina come 19 miliardi di euro, sotto forma di fondi diretti o attivati dalla Ue. Dunque, mi ha consigliato, mettiti l’animo in pace: indubbiamente anche tu come milioni di italiani hai contribuito a finanziare quella parte della nomenklatura che si riempie le tasche di quattrini, nella speranza che la pacchia continui. “Finché c’è guerra c’è speranza”, potrebbero ben dire questi forchettoni matricolati citando il titolo di un famoso film di Alberto Sordi mercante d’armi. Alla mia obiezione: però, almeno, da quelle parti c’è un’Anticorruzione che funziona mentre chi prospera sulla guerra all’ombra del Cremlino dorme sonni tranquilli. Vero, ha risposto, ma il problema è che non riescono a processare i ladri. Senza contare che Zelensky aveva tentato di mettere sotto il controllo del governo proprio le due autorità indipendenti anticorruzione che indagano sulle ruberie, stoppato fortunatamente da una rivolta di piazza. Se a ciò si aggiunge l’allegro girotondo dei rimpasti con i quali il presidente fa ruotare la sua famelica corte, in modo che nessuno resti escluso dalla tavola imbandita, ecco che il sistema è imbullonato quanto basta per perpetuarne il potere. E che i ladri di Stato non siano le solite poche mele marce è documentato dalla interminabile lista di ladroni ucraini con il cesso d’oro che il “Fatto” è costretto ad aggiornare continuamente. Quando poi l’amico informato sui fatti ha cominciato a spiegarmi dove finiscono molte delle armi che noi paghiamo lautamente per la difesa del popolo ucraino (rivendute al mercato nero, per poi magari vedercele puntare contro in qualche conflitto locale), mi sono arreso. E mi chiedo come sia possibile che nell’eterna, stucchevole discussione tra pacifisti e non, mai nessuno invochi un minimo di trasparenza sui nostri soldi versati con tanta opaca generosità. Quando perfino l’ex ministro degli Esteri ucraino Kuleba afferma che la corruzione “non è solo un problema morale, ma un problema politico e di sopravvivenza nazionale”(“Corriere della Sera”).

Articolo di Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano del 23.08.2026

https://www.facebook.com/photo/?fbid=1486145986893120&set=a.489274533246942

mercoledì 19 agosto 2026

È gravissimo quello che è appena accaduto.

 

Leggete con attenzione cosa ha scritto a caratteri cubitali The Times: "Droni britannici utilizzati per la prima volta in attacchi in profondità nella Russia continentale".
Ogni santo giorno creano un caso di drone russo che attacca l'Europa, salvo poi rivelarsi puntualmente ucraino. Lo fanno per mettere paura, ovviamente, mentendo in continuazione.
Poi i droni europei, in questo specifico caso quelli britannici, vengono lanciati per colpire all'interno della Russia. Ora cosa dovrebbe fare la Russia, bombardare la Gran Bretagna, un Paese NATO?
Cosa succederebbe, secondo voi, se droni russi attaccassero magazzini o infrastrutture energetiche a Londra, a Roma, a Parigi, a Berlino o a Bruxelles, uccidendo civili europei? Provate ad immaginare.
Qualche settimana fa, quando degli hacker russi avevano pubblicato dei documenti che mostravano il coinvolgimento della NATO negli attacchi contro la Russia, gli atlantisti per la guerra ad oltranza fino all'ultimo ucraino dicevano che fosse propaganda del Cremlino. Adesso è il The Times a confermarlo.
Qua siamo davanti a una verità: i droni russi non hanno mai colpito un Paese della NATO, mentre i droni della NATO hanno colpito la Russia. Però vi raccontano che ad essere pericolosi sono i russi. Miserabili!

Domanda di un giornalista a Putin: "Perché, dopo 4 anni di guerra, l'Ucraina esiste ancora? Molti ci vedono la prova che le vostre minacce sono solo aria fritta"

Risposta di Putin:
"È una domanda tipicamente occidentale.
Pensano che vincere significhi distruggere tutto ciò che si muove.
"Se avessi voluto che Kiev non esistesse più, non mi sarebbero serviti 4 anni, 20 minuti sarebbero bastati.
Ma non è il nostro obiettivo. Non abbiamo mai voluto radere al suolo l'Ucraina.
Vogliamo strapparla alla NATO senza distruggere un popolo fratello.
L'Occidente ha trasformato questo conflitto in un campo di sperimentazione militare. Forniscono le armi, i satelliti, i bersagli.
In altre parole, la Russia non sta combattendo contro l'Ucraina ma contro l'intero sistema militare occidentale.
Eppure, resistiamo.
Ancora meglio, adattiamo il nostro esercito, le nostre tecnologie, la nostra economia.
Mentre loro si esauriscono, noi impariamo.
Coloro che credono che la lentezza sia una debolezza non hanno mai condotto una guerra moderna.
Abbiamo scelto la pazienza strategica, non il caos perché sappiamo che quando la polvere si sarà posata, non ci sarà più un'Ucraina ma una Russia più unita che mai.
Per rispondere alla tua domanda:
No, non è aria fritta, è una tempesta e sta ancora soffiando."

«PIOVONO PIETRE. CAPITALISMO VORACE. ACQUA, ENERGIA E CO2: PROFITTI PER POCHI, COSTI PER TUTTI» - Alessandro Robecchi

 

«C’è un barbatrucco che non delude mai, che uccide più gente della malaria e che si chiama “capitalismo”, avvolge il pianeta senza apparente possibilità di cambiamento e consiste in una cosa piuttosto semplice: privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Tipo una scommessa, per intenderci, che se vinci incassi tu, e se perdi perdono tutti: nel Paese della Fiat non è il caso di fare un disegnino esplicativo, ci siamo capiti.
Esistono migliaia di casi di scuola, naturalmente, alcuni nascosti e alcuni conosciuti e studiati in tutto il mondo. Uno per tutti, la triste faccenda della Coca-Cola in Chiapas (Messico), dove l’acqua potabile è un grosso problema e le guide turistiche sconsigliano persino di lavarsi i denti con quella del rubinetto, ma la famosa multinazionale delle bollicine ne usa milioni e milioni di litri pagati una sciocchezza, sottraendola di fatto alla popolazione locale, che infatti beve Coca-Cola (consumo più alto del mondo, due litri pro capite al giorno) perché costa meno dell’acqua potabile. Risultato: immensi guadagni per pochi, record di morti per diabete per molti. Il capitalismo (e le complicità della politica), spiegato bene.
Se non vi piace questa storia e il Chiapas vi sembra lontano lontano, potete dilettarvi con qualcosa che succede qui e ora: i data-center, cioè quei capannoni che contengono enormi server (semplifico) che assicurano una mostruosa potenza di calcolo al web, e soprattutto all’Intelligenza artificiale.
Sono “aziende” che danno lavoro a poche persone, al massimo un centinaio di tecnici, hanno rendimenti spaventosi, quasi tutti destinati alle cinque o sei enormi aziende del settore (quella decina di miliardari americani che fanno il bello e il cattivo tempo), inquinano spaventosamente e consumano una quantità inimmaginabile di acqua.
Secondo il Financial Times, che non è esattamente una fanzine ecologista, i sessanta data-center in costruzione attualmente negli Stati Uniti inquineranno come 27 centrali a carbone, oppure come 24 milioni di auto a benzina: niente male.
Per quanto riguarda il consumo di acqua, invece, si stima che nel 2030, praticamente domani mattina, i data-center del mondo basati sull’Intelligenza artificiale, consumeranno 9.300 miliardi di litri d’acqua ogni anno, il che significa il fabbisogno idrico di un miliardo e trecento milioni di esseri umani.
Calcolando che già oggi almeno quattro miliardi di persone soffrono di disagio idrico, non è male nemmeno questo, ed esistono sul pianeta decine e decine di comunità “assetate” perché bisogna raffreddare i server.
E poi ci sarebbe la questioncella dell’energia, non un dettaglio. In Irlanda, per dirne una, i data-center utilizzano il 23% di tutta l’energia del Paese.
Qui da noi, invece, dove il settore è in pieno sviluppo e giacciono in attesa più di 500 pratiche di costruzione e installazione, la domanda di energia dedicata solo a queste “fabbriche di dati” raggiungerebbe i 95 GigaWatt.
Per avere un’idea delle grandezze, il picco di consumo nazionale è del luglio 2025, quando tutta l’Italia consumò 60,5 GigaWatt: ne serviranno il 150% in più. Quando andrà adeguata la rete (una cosuccia che costa), naturalmente, non la pagheranno i grandi attori dell’Intelligenza artificiale, che già godono di agevolazioni fiscali, favori e incentivi in tutto il mondo, ma noi, con le nostre bollette.
Ed ecco privatizzati i profitti e socializzate le perdite, proprio come sta scritto nelle prime pagine del manuale mondiale del capitalismo.»

martedì 18 agosto 2026

PERCHE’ PUTIN NON SFONDA IL FRONTE E TERMINA IL CONFLITTO ANNETTENDO PARTE DELL’UCRAINA?

 

A parte i “giulivi” che seguendo le favole di alcuni quotidiani italiani asseriscono che la Russia stia perdendo la guerra la domanda elementare ad ogni mente pensante è per quale motivo Putin non sfonda il fronte e pone fine al conflitto. Uno dei motivi principali è che non vuole mettere a repentaglio le vite di tanti soldati russi per cui prosegue certo che il tempo gli darà ragione. E’ la tattica in chiave moderna usata contro Napoleone e contro la Germania di Hitler che condusse alla loro caduta. Basterebbe una bomba nucleare tattica su Kyev e la guerra terminerebbe il giorno seguente. Ma l’Ucraina, al di la dei nazisti di Bandera e dei battaglioni neo-nazisti di Zelensky, è sempre stata sentita come una parte importante della Russia ed una scelta del genere sarebbe impopolare ed inimicherebbe ulteriormente larga parte della popolazione inclusa quella russofona. Credo anche che Putin tema la reazione dei paesi europei e della UK che, nel nome di una non ben chiara democrazia, stanno finanziando anche non troppo sotterraneamente l’Ucraina. Per quanto tattica una bomba atomica crea una radioattività che andrebbe a propagarsi su un’area più ampia magari travalicando il confine e coinvolgendo paesi europei limitrofi. Credo sia però evidente che se il conflitto continuerà questa sia una soluzione che Putin prenderà in considerazione. Chi non si rende conto dello squilibrio delle forze in gioco fa finta di disconoscere che la Russia ha 6000 testate nucleari!! Ma Putin deve anche rendere conto all’opinione pubblica in patria che certamente non vede di buon occhio le migliaia di morti tra i giovani russi al fronte e gli attacchi con i droni che si sono spinti anche molto all’interno della Russia facendo danni non trascurabili. Insomma Zelesky stà “stuzzicando il can che dorme” e che da un momento all’altro potrebbe “incazzarsi” veramente.

GUERRA. ZELENSKY CHIEDE IL CESSATE IL FUOCO PERCHÉ SA CHE STA PERDENDO.
ALESSANDRO ORSINI – IL FATTO – 18.08.2026
Il dibattito su chi sia in vantaggio tra Putin e Zelensky nella guerra in Ucraina ha ormai assunto una dimensione morbosa, direi addirittura malata nella sua dimensione paranoica, che mostra tutti i limiti dell’informazione in Italia sulla politica internazionale. La risposta alla domanda è agevole. Basta usare il metodo della comparazione, che, almeno nella sua impostazione elementare, può essere usato da qualunque lettore. Occorre prendere carta e penna e appuntare le dichiarazioni rese da Zelensky nel periodo tra il 24 febbraio 2022, il giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, e il 20 novembre 2024, il giorno in cui Zelensky, in un’intervista a Fox News, dichiarò che l’esercito ucraino non aveva la forza di recuperare i territori occupati dai russi: “Comprendiamo di non avere ancora la forza di respingere (Putin) fino alla linea del 1991 con le armi in pugno”. Nel mezzo, c’era stata la controffensiva ucraina, iniziata il 5 giugno 2023, che aveva semi-devastato l’esercito ucraino, costretto a invocare 500 mila nuove reclute per bocca di Valery Zaluzhny, e semi-demilitarizzato l’Unione europea e il Regno Unito, costretti a un riarmo drammatico in un clima psicologico non molto diverso dall’evacuazione di Dunkerque. Ebbene, nella prima fase, Zelensky rifiutava qualunque dialogo diplomatico con Putin; equiparava la parola “pace” a una bestemmia e insolentiva chiunque proponesse una soluzione diplomatica, incluso Papa Francesco. Nella prima fase, Zelensky assicurava che avrebbe vinto la guerra; che avrebbe liberato i territori armi in pugno (pure la Crimea!); che avrebbe costretto la Russia a inginocchiarsi al suo cospetto infliggendole un’umiliazione smisurata. Questa perdita totale di contatto con la realtà, pericolosissima per la vita di noi tutti, è stata sostenuta e alimentata da Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Libero, il Giornale,il Foglio, Radio Rai, il salotto di Porta a Porta, la quasi totalità dei partiti politici italiani e il Quirinale. È stato uno dei più grandi fallimenti della classe dirigente italiana. Il 22 novembre 2023, al G20 presieduto dall’India, Giorgia Meloni disse a Putin che avrebbe dovuto ritirarsi da tutti i territori, senza chiedere niente in cambio ovviamente, dopo avere assicurato, nelle sue comunicazioni ufficiali, che l’Ucraina avrebbe vinto la guerra. Il Giornale scrisse che Meloni aveva “schiaffeggiato” Putin, reo di avere chiesto di trovare una soluzione diplomatica alla guerra. E poi è arrivata la seconda fase, in cui Zelensky invoca il cessate il fuoco e Putin lo rifiuta. Questa è la prova che Zelensky sta perdendo la guerra e la Russia la sta vincendo. Gli Stati iniziano a chiedere il cessate il fuoco con largo anticipo sul loro cedimento. Non chiedono il cessate il fuoco il giorno prima di terminare le munizioni: lo chiedono il giorno dopo avere calcolato che le finiranno. Gli Stati sono inclini alla diplomazia quando prevedono che la prosecuzione del conflitto produrrà un deterioramento della loro posizione negoziale. La previsione di questa rubrica era corretta: “Quanto maggiore sarà il volume di fuoco dell ’Ucraina contro la Russia, tanto più grande sarà il volume di fuoco della Russia contro l’Ucraina”. I droni contro Mosca non ribalteranno gli equilibri del conflitto. L’esaurimento progressivo dei missili Patriot e dei soldati è un nodo scorsoio per Zelensky. Quanto tempo ci vorrà? Questa rubrica non può mostrare un calcolo. Ma Zelensky deve averlo fatto, se è passato dalla certezza assoluta di vincere alla richiesta quotidiana del cessate il fuoco. Sta perdendo chi chiede di congelare il conflitto. Sta vincendo chi rifiuta.

ROBERTO ZACCARIA EX PRESIDENTE RAI.

 

C'è una domanda che dovrebbe far riflettere tutti, non solo chi si occupa di informazione: siamo arrivati davvero a Tele Meloni? Roberto Zaccaria, che la Rai l'ha guidata per anni e conosce le pressioni politiche "anche di altissimo livello", non usa mezzi termini quando parla di Sigfrido Ranucci: un giornalista non è un magistrato, non deve rendere conto delle persone che frequenta per fare il proprio mestiere. È la parte offesa, non l'imputato.
Eppure lo stiamo trattando come un colpevole da isolare. E mentre lo si mette sotto processo mediatico, si smonta pezzo dopo pezzo tutto ciò che ancora somiglia a giornalismo d'inchiesta: Report da una parte, Caterpillar dall'altra. Un "indebolimento obiettivo", lo chiama Zaccaria. Io lo chiamerei con un'altra parola: paura. Paura di chi racconta la verità e dà fastidio al potere.
Un'azienda pubblica ha il dovere di proteggere chi lavora per informare i cittadini, non di consegnarlo alle pressioni di chi vorrebbe silenzio. La libertà di stampa non è un dettaglio tecnico: è la misura della salute di una democrazia.