lunedì 17 agosto 2026

Imbecillistan. - Marco Travaglio

 

Su Kabul, l’unica cosa che stupisce è lo stupore.
Possibile – si domanda il Giornalista Unico sul Giornalone Unico dall’alto del suo ventennale “atlantismo” e “riformismo” – che l’Afghanistan, dopo vent’anni di esportazione della democrazia e di lotta al terrorismo a suon di bombe, di morti e di torture, si riconsegni ai Talebani?
Possibile che il popolo non dia il sangue per difendere tal Ghani, il presidente-fantoccio che gli abbiamo regalato noi e che fra l’altro se l’è già data a gambe?
Possibile che l’invincibile armata mercenaria di 300 mila soldati reclutata, equipaggiata e addestrata dagl’invasori (anch’essi fuggiti) si sia squagliata come neve al sole anziché combattere per conto loro, senza neppure quei “tre mesi di resistenza” che i nostri “esperti” prevedevano fino all’altroieri dando per certo l’accordo per un “governo di transizione” gradito all’Occidente?
Da vent’anni le meglio firme del bigoncio che se la tirano da “competenti”, embedded al seguito della destra berlusfascia e della “sinistra” blairiana sbavavano per la “guerra al terrorismo” senza mai azzeccarne una. Più i nostri eroi prendevano legnate moltiplicando in tutto il mondo il terrorismo che dicevano di combattere, più raccontavano che stavamo vincendo noi.
E ora, tomi tomi cacchi cacchi, scoprono quello che chi ha occhi per vedere sa dal 2001:
i Talebani, che 20 anni fa stavano sulle palle ai 3/4 degli afghani, tornano al potere da trionfatori,
con l’aureola degli eroi della resistenza. E ancora una volta ci hanno sconfitti con le nostre armi (da noi fornite al cosiddetto “esercito regolare”, subito arresosi nelle loro mani).
Eppure il direttore di Repubblica Maurizio Molinari spiega come la guerra di Bush-Blair-Berlusconi, tre leader che a stento sapevano dov’era Kabul, fosse giusta.
Cioè che dietro l’attacco alle Torri Gemelle non ci fossero le satrapie petrolifere del Golfo, in testa l’Arabia Saudita (quella del Nuovo Rinascimento renziano), ma i Talebani (che non sono neppure arabi).
“Al-Zawahiri e Bin Laden – scrive Sambuca restando serio – trovarono questo santuario jihadista nell’Afghanistan dei talebani del Mullah Omar - che li ospitò, sostenne e finanziò fino a consentirgli di organizzare l’attacco agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 – ma dopo l’intervento americano la base territoriale svanì”.
Una tesi che nemmeno i suoi amici del Pentagono osano più sostenere.
Quando i Talebani del mullah Omar&C. e il califfo saudita Bin Laden combattevano i sovietici, agli Usa piacevano un sacco:
le armi gliele passavano loro.
L’incontro fra i due capi avvenne allora: Osama foraggiò i mujaheddin contro l’Urss, d’intesa con gli Usa e con tutto l’Occidente. E poi finanziò la ricostruzione dell’Afghanistan: strade, scuole, ospedali. Perciò era amato dagli afghani e quando Omar entrò in Kabul nel ‘96 lo lasciò lì.
Ma nel ‘98 Bin Laden fu sospettato per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. E Bill Clinton prese a bombardare la zona di Khost, pensando che si nascondesse lì: invece morirono centinaia di civili. Partì una trattativa fra talebani e Casa Bianca: Wakij Ahmed, braccio destro del mullah, incontrò Clinton il 28.11 e il 18.12 ’98.
Offrì di indicare il nascondiglio di Bin Laden in cambio della fine dei bombardamenti.
Ma Clinton rifiutò.
I Talebani poi rifiutarono di far costruire il mega-gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan alla compagnia americana Unocal, in cui erano impicciati due fedelissimi del neopresidente Bush jr., Cheney e Rice, oltre al futuro Quisling afghano Karzai.
Nel suo bel libro sul mullah, Massimo Fini racconta anche la trattativa sull’oppio:
nel 2000 il mullah bloccò la coltivazione di papavero, facendo schizzare il prezzo dell’oppio e rovinando gli affari del narcotraffico mondiale. Meno di un anno dopo partì l’attacco e la produzione dell’oppio ricominciò.
L’attacco alle Twin Towers fu un puro pretesto. Non c’era un solo afghano fra gli attentatori né nelle cellule di Al Qaeda. Solo sauditi, egiziani, giordani, tunisini, algerini, marocchini, yemeniti.
Non afghani o iracheni. Infatti furono attaccati Afghanistan e Irak (nel 2003, con la scusa delle armi di distruzione di massa, mai viste, e di un inesistente patto fra Saddam Hussein e Bin Laden, che si erano condannati a morte a vicenda: poi Osama fu ucciso in Pakistan, che nessuno si sognò d’invadere).
A Kabul la guerra al terrorismo, costata 3mila miliardi $ solo agli Usa, ha riabilitato i Talebani.
A Baghdad ha prodotto l’Isis.
Nel febbraio 2003 Gino Strada predisse come sarebbe finita e fu accusato di filo-terrorismo. Francesco Merlo, non ancora passato a deliziare i lettori di Rep, lo additò sul Corriere come un “Signor Né Né”.
Gino rispose così: “Signor Merlo, ho l’impressione che il partito della guerra del petrolio non passi un gran momento…
Gli amici dell’‘amico George’ imbavagliano l’informazione in modo da renderla indistinguibile dalla propaganda – ne sa qualcosa, Signor Merlo? – eppure la gente non li ascolta.
Rendono i telegiornali molto simili al Carosello, eppure le persone continuano a pensare, a porsi domande… Ho la sensazione che non filerà via liscia, che i cittadini si siano stancati di fare da telespettatori, che i padroni delle testate debbano rassegnarsi a non essere anche padroni delle teste…”.
Oggi l’Afghanistan torna a vent’anni fa.
Invece la stampa italiana non s’è mai mossa.
FQ 17 agosto


La coercitiva democrazia statunitense piace a pochissimi... cetta

UCRAINA, IL GRANDE PROBLEMA: E SE NON FOSSE PIÙ COME VINCERE LA GUERRA, MA COME FARLA CONTINUARE?

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel linguaggio che ormai arriva dai vertici politici, militari e industriali occidentali.
Non serve inventare complotti.
Basta ascoltarli.
Mark Rutte, segretario generale della NATO, ha evocato la necessità di essere pronti a una guerra della scala conosciuta dai nostri nonni: mobilitazione, distruzione, sofferenza, perdite estreme.
Donald Tusk ha detto che la Polonia non era mai stata così vicina a un conflitto aperto dalla Seconda guerra mondiale.
Il generale francese Fabien Mandon è andato ancora oltre: bisogna recuperare la forza d’animo necessaria ad accettare di «perdere i propri figli» e a «soffrire economicamente» se le priorità nazionali dovranno essere spostate sulla produzione militare.
Ursula von der Leyen ha rispolverato l’antico adagio:
«Se vogliamo evitare la guerra, dobbiamo prepararci alla guerra».
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare NATO, discutendo della guerra ibrida ha parlato della possibilità di essere «più aggressivi o proattivi», arrivando a ragionare sul concetto di azione preventiva considerata difensiva.
Poi arriva Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo.
E qui manca soltanto il rumore della sirena antiaerea in sottofondo:
«Non sta finendo la guerra, sta iniziando la guerra nuova».
E ancora:
«Se no ci sterminano».
Curiosa coincidenza lessicale: chi dirige una delle principali industrie europee della difesa ci spiega che dobbiamo investire nella difesa perché altrimenti ci sterminano.
È come chiedere al pescivendolo se faccia bene mangiare più pesce.
Ma il punto serio viene adesso.
Perché mentre l’Europa impara a parlare della prossima guerra, l’Ucraina continua a consumarsi dentro quella attuale.
La pressione russa verso l’asse Sloviansk-Kramatorsk cresce. Sono state disposte nuove evacuazioni nelle aree maggiormente minacciate della comunità di Kramatorsk.
La difesa aerea ucraina soffre una drammatica scarsità di intercettori: durante il grande attacco russo del 4-5 agosto, secondo i dati ucraini, nessuno dei 24 missili balistici lanciati venne intercettato.
Sul Mar Nero la guerra ha colpito duramente porti, navigazione commerciale ed esportazioni, costringendo Kiev a cercare sempre più alternative terrestri.
Insomma, mentre sul campo la situazione ucraina diventa sempre più difficile, nelle capitali occidentali non sentiamo quasi più parlare del famoso:
«Come arriviamo alla pace?»
Sentiamo parlare di:
armi,
riarmo,
economia di guerra,
sacrifici,
produzione militare,
attacchi preventivi,
figli da perdere,
popolazioni da preparare psicologicamente.
E allora permettetemi una domanda.
Ma siamo proprio sicuri che il problema dell’Europa sia ancora salvare l’Ucraina?
Perché comincia a sorgere un dubbio molto più scomodo:
che l’Ucraina stia diventando il gigantesco laboratorio nel quale l’Europa sta imparando ad abituare i propri cittadini alla guerra.
Prima ci hanno spiegato che mandare armi serviva per arrivare alla pace.
Poi che bisognava mandarne di più.
Poi che bisognava produrne di più.
Poi che bisognava spendere di più.
Adesso ci spiegano che dobbiamo prepararci a soffrire economicamente.
E qualcuno comincia persino a spiegarci che dobbiamo essere psicologicamente pronti a perdere i nostri figli.
Manca soltanto il dépliant:
“Terza guerra mondiale – prenota prima e risparmia.”
Il paradosso è feroce.
Se davvero la Russia fosse sul punto di travolgere l’Europa, capirei la mobilitazione.
Ma se dopo quattro anni e mezzo di guerra l’esercito russo combatte ancora nel Donbass, allora qualcuno dovrebbe spiegare come possa contemporaneamente essere abbastanza lento da impiegare anni per avanzare in Ucraina e abbastanza irresistibile da minacciare domani Varsavia, Berlino, Parigi e Roma.
Una delle due narrazioni, almeno, avrebbe bisogno di manutenzione.
E soprattutto vorrei sapere quando abbiamo deciso che la missione dell’Europa non fosse più impedire ai nostri figli di conoscere la guerra, ma prepararli educatamente all’eventualità di morirci.
Perché una cosa è la deterrenza.
Un’altra è trasformare lentamente la guerra in orizzonte normale della politica europea.
E quando una società comincia a considerare normale ciò che fino a ieri riteneva impensabile, il problema non è soltanto quanti carri armati possiede.
Il problema è che cosa ha smesso di considerare folle.



Gli USA, guerrafondai per eccellenza, stanno incitando l'Europa alla guerra, per assecondare interessi personali; sanno benissimo che da soli non potrebbero distruggere e vincere la Russia, quindi, ci stanno coinvolgendo a condividere le loro manie persecutorie... costringendoci, con metodi discutibili, a dichiarare guerra alla nazione che ci ha liberato da altri nazisti... 
cetta.

venerdì 14 agosto 2026

Al cittadin non far sapere dove finiscono i soldi che gli sottraggono con le tasse...

 

https://www.facebook.com/photo?fbid=37382395968075421&set=a.780844515324028

L' UOMO NERO, IL RICHELIEU DI CHIGI - Renata Girardi

 

Se scende in campo Fazzolari sono portata a credere che siano determinati ad andare fino in fondo per avere la testa di Ranucci.
Tutti gli apparati mediatici stanno lavorando ventre a terra su questo fronte , perché il nemico va abbattuto ora e subito .
In un' intervista il grand commis di Chigi si scaglia contro le opposizioni, Schlein e Conte ed i relativi partiti dai quali pretende le scuse per averli accostati impunemente ai mandanti dell' attentato a Ranucci ...Ranucci il quale proprio la destra insinuo' si fosse messo la bomba da solo e al quale loro dovrebbero chiedere scusa e invece ne vogliono la testa .
Loro che hanno secretato le chat di Del Mastro , un sottosegretario alla Giustizia messosi in affari nientemeno che con i prestanome del temuto potente clan romano dei Senese .
L' uomo di Gigiorgia, per dirla chiara, che si muove in ambienti che dice di combattere e invece ci fa affari!
Le contraddizioni rabbiose di un governo con molte, troppe opacità, che attua sistemi di Autoprotezione degni di una dittatura sud americana, non certo di una democrazia .
In questo momento stanno facendo a pezzi la vita privata di Ranucci e la sua storia professionale in modo scientifico, e questo si è parte di un disegno, anche un bambino lo capirebbe .
Se Fazzolari non comprende il perché di certe accuse, o finge, guardi le foto che ritraggono il suo amico di partito Del Mastro e consegni le chat .
Vogliamo leggerle.
Mostri un minimo di coraggio.

martedì 11 agosto 2026

I MISTERI DELLA VITOLA. - Marco Travaglio

 

Immersi più che mai, anche dopo il suo arresto, nei misteri di Valter Lavitola, partiamo da due tra i pochissimi fatti finora accertati.
1) Sigfrido Ranucci e i suoi famigliari sono le vittime dell’attentato mafioso del 16 ottobre a Pomezia che, pur con finalità “dimostrative”, poteva costare loro molto caro.
2) Il gip che ha arrestato Lavitola scrive: “Non è emerso alcun elemento… per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola; anzi le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione da un lato della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro del profondo legame tra i due… tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di… incredulità appena appresa l’incriminazione dell’ amico”.
Ranucci aveva trasformato Lavitola da fonte ad amico e non poteva credere che c’entrasse con la bomba.
Così quello ha continuato a “manipolarlo” e “alimentare in lui il convincimento che la tesi degli inquirenti sia assolutamente inverosimile”.
Ranucci ha seguitato a pensare che l’attentato fosse legato a qualche servizio di Report e Lavitola ne approfittava, “convinto che, finché avrà il sostegno della vittima, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata”.
Le parole del gip confermano la buona fede di Ranucci. Escludono che, come insinua il peggio della politica e della stampa, si sia fatto l’attentato da solo.
E non contengono una sillaba su eventuali servizi di Report condizionati da Lavitola: quindi i diktat Rai sulla sospensione delle repliche estive e i comitati etici, così come centinaia di articoli contro il programma che da anni i peggiori lestofanti sognano di silenziare sono carta straccia.
Tutto il resto, cioè il movente dell’attentato, è un campo minato di domande senza risposte. Lavitola voleva “martirizzare” Ranucci a sua insaputa per spingerlo in politica come premier del centrosinistra e “diventare il suo Gianni Letta”?
Non essendoci limiti alla mitomania e alla follia,
può persino darsi che il faccendiere berlusconiano, massone e pregiudicato pensasse di aiutare Ranucci con una bomba a due anni dalle elezioni e poi con un sondaggio ideato da un ex leghista e vidimato da Mieli e Cappellini.
E già si vedesse con lui a Palazzo Chigi tra gli applausi di Pd, 5Stelle e Avs.
Il tutto mentre Sigfrido negava in Vigilanza di volersi candidare e preparava la nuova stagione di Report proprio nell’anno elettorale. Certamente Ranucci è stato ingenuo, ma forse non al punto di immaginarsi grandi chance nel centrosinistra con un simile consigliere.
Che sarà pure un manipolatore di “raffinata astuzia”, ma come bombarolo s’è rivelato un disastro. S’è fatto subito beccare ed è tornato da dove era venuto:
in galera.

DUE ITALIE, DUE LINGUE - Marco Travaglio

 

La schizofrenia del dibattito pubblico è talmente patologica che pare di vivere in due Italie, ciascuna con i suoi politici e giornalisti. Invece è sempre la stessa Italia, con gli stessi politici e giornalisti. Che cambiano lingua, logica ed etica a seconda delle convenienze.
Una vita umana vale 0,1, o 1, o 100, o 1000 a seconda della nazionalità di chi muore e soprattutto di chi lo ammazza.
Se Israele bombarda una scuola e trucida cento palestinesi in preghiera, fra cui molti bambini, nessuno sdegno: si continua ad annunciare (da nove mesi, dopo 40 mila civili morti) l’imminente tregua a Gaza.
Se un missile russo fa 14 morti ucraini, lo sdegno è unanime. Ma subito si spegne se di morti ne fa molti di più l’“incursione” ucraina in Russia contro obiettivi civili. E guai a parlare di invasione o aggressione, sennò – come nota Michele Ainis – dovremmo togliere le armi all’aggressore Zelensky e inviarle all’aggredito Putin.
Lo stesso metro a fisarmonica viene applicato
alla questione carceri.
Gli stessi politici e commentatori che tuonano contro l’Italia delle “manette facili”, lo Stato di polizia che mette tutti in galera e butta la chiave senza pene alternative, lodano e invocano “riforme” svuotacarceri, amnistie, indulti, depenalizzazioni, limiti alla custodia cautelare, sconti e saldi di fine stagione, si stracciano le vesti appena esce anzitempo o non entra neppure in cella un criminale comune.
Il brigatista condannato nei processi Biagi e D’Antona. L’americano del delitto Cerciello Rega. Il rapitore del bimbo assassinato dal complice.
Gli stalker e gli indiziati di stupro a spasso per la gioia delle vittime. E l’ergastolano Chico Forti che in America avrebbe finito i suoi giorni in cella, ma curiosamente sceglie l’Italia manettara e giustizialista, dove uscirà nel 2025.
Non passa giorno senza che la cronaca ci mostri gli effetti delle leggi-colabrodo fatte dai colletti bianchi per se stessi, ma usate da tutti.
L’anno scorso un tribunale della California ha negato per la sedicesima volta la libertà vigilata a Sirhan Sirhan, 78 anni, da 55 in galera per l’omicidio di Bob Kennedy, perché “ancora pericoloso”.
Da noi il 99% dei terroristi rossi e neri con decine di morti sulla coscienza sono fuori da anni.
Ogni 2 agosto politici e parenti delle vittime si azzuffano sulla strage di Bologna: intanto Giusva Fioravanti, condannato per quegli 85 morti e per altri 10 omicidi a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi, mai pentito, era già semilibero dopo 18 anni di carcere e totalmente libero dopo 31.
Tra la severità del sistema Usa e l’indulgenza plenaria del nostro, si potrebbe trovare una via di mezzo.
Nell’attesa, piantiamola almeno con la leggenda delle “manette facili”: in Italia di facile ci sono solo le scarcerazioni.
Il difficile è metter dentro i criminali e soprattutto tenerceli.

A Lingang, in Cina, è stato realizzato uno dei più grandi progetti di città spugna.

 

E se una città fosse progettata per assorbire la pioggia come una gigantesca spugna?
Nel nuovo quartiere di Lingang, a Shanghai, questa idea è già diventata realtà.
Per decenni, le città sono state costruite seguendo lo stesso principio: far defluire l'acqua piovana il più velocemente possibile attraverso tombini, tubature e canali.
Ma con piogge sempre più intense, questo sistema non basta più. Quando l'acqua cade troppo rapidamente, le fognature possono andare in crisi e il rischio di allagamenti aumenta.
Per questo motivo, a Lingang è stato realizzato uno dei più grandi progetti di città spugna.
Anziché ricoprire il territorio con asfalto e cemento impermeabili, gli urbanisti hanno progettato il quartiere con parchi, laghetti, zone umide, tetti verdi, giardini pluviali e pavimentazioni drenanti, capaci di assorbire l'acqua piovana come farebbe una spugna.
L'acqua viene trattenuta, filtrata naturalmente dal terreno e poi rilasciata lentamente, riducendo il rischio di allagamenti anche durante i temporali più intensi.
I benefici, però, non si fermano qui.
Questi spazi verdi contribuiscono anche a migliorare la qualità dell'aria, ricaricare le falde acquifere, favorire la biodiversità e abbassare la temperatura durante i mesi più caldi, rendendo il quartiere più piacevole da vivere.
L'obiettivo è semplice ma ambizioso: trasformare la pioggia da problema a risorsa.
È un esempio di come la progettazione urbana possa imparare dalla natura, invece di cercare continuamente di contrastarla.
A volte, le soluzioni più intelligenti non sono quelle più complicate.
Sono quelle che esistono da milioni di anni e che la natura ci mostra ogni giorno.