mercoledì 15 luglio 2020

Lettera di Di Maio al Fatto Quotidiano: “Letta, Draghi, Mion: è lavoro, parlo con chi non la pensa come me”. - Luigi Di Maio

Lettera di Di Maio al Fatto Quotidiano: “Letta, Draghi, Mion: è lavoro, parlo con chi non la pensa come me”

Di Maio risponde al “Fatto”.
Gentile Direttore, la seguente perché da qualche giorno ho notato che sta facendo notizia la mia agenda di appuntamenti, con ricostruzioni fuorvianti che con dispiacere ho letto – in parte – anche dalla sua penna.
Sia ben chiaro, la stampa fa il proprio mestiere. Diceva qualcuno che il dovere dei giornalisti fosse quello di “girare la penna nella piaga”. E quindi il mio non vuole essere un attacco a chi dà le notizie. Come prima cosa voglio dire che confermo gli incontri che ho avuto e personalmente da Ministro degli Esteri credo proprio che ne avrò tanti altri. Perché da quando sono Ministro ho sempre tenuto un contatto diretto con membri di maggioranza e opposizione, come ho sempre tenuto incontri con coloro che rappresentavano e rappresentano istituzioni internazionali e nazionali. Ognuna di queste persone si rivela preziosa per uno scambio di opinioni, soprattutto quando finiamo a discutere con forza perché non la pensiamo allo stesso modo.
Ciò che sta diventando insopportabile invece è il livello di retropensiero che in questi giorni si cela dietro ad ognuno dei miei incontri. Come ad esempio l’ipotesi che sarebbe stato il mio staff a far trapelare la notizia. I giornalisti che hanno firmato gli articoli e i loro direttori possono facilmente testimoniare il contrario.
Sia con l’ex presidente della Bce Mario Draghi, sia con Gianni Letta non ci eravamo mai incontrati prima e il tutto rientra in un sano e tradizionale spirito dialogante. Nella fattispecie, peraltro, come lei ben sa, l’Italia si appresta ad affrontare una delle più importanti partite mai giocate sui tavoli europei e la Farnesina lavora in prima linea sul negoziato Ue.
In questa cornice, e in virtù del particolare momento che stiamo attraversando, non trovo sconvolgente che io veda l’ex presidente della Banca Centrale Europea, visto anche il ruolo svolto dall’Eurotower negli ultimi anni a sostegno della zona euro. Per quanto riguarda il dottor Letta, invece, smentisco categoricamente i contenuti riportati nel retroscena pubblicato su La Stampa. D’altronde, Direttore, lei stesso nel suo editoriale ha parlato di numerose “chiacchiere politichesi dei retroscenisti”…
Riguardo ad Autostrade, colgo l’occasione per riferirle che corrisponde al vero anche il mio incontro con il manager Gianni Mion, al quale ho ribadito la posizione espressa dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, secondo cui “le autostrade non possono più essere gestite dalla famiglia Benetton”. Posizione, questa, che non viene espressa o improvvisata oggi, ma che io per primo ho portato sui tavoli governativi e in Parlamento.
Nell’ambito dell’esperienza di governo, io per primo, infatti, ho combattuto contro la famiglia Benetton. Io per primo sono finito nel mirino della speculazione mediatica per portare avanti una battaglia che nessun altro aveva il coraggio di intraprendere. Sono stato accusato di aver fatto crollare il titolo in borsa di Atlantia, il M5S è stato deriso e colpito solo per aver difeso un principio fondamentale che, dopo la tragica morte di 43 persone, a nostro avviso equivale al senso di giustizia.
L’encefalogramma, mi permetta, non è stato piatto. E lo dimostra anche la mia uscita pubblica in serata sui miei profili social a supporto delle parole del Presidente Conte. Ho forse peccato per non essermi palesato prima delle 21? Me ne dispiaccio, ma ero a Trieste con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al rientro ho effettuato un punto sull’incontro tenuto ieri pomeriggio con il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, e il giorno prima ero a Bruxelles per un mini vertice a 4 con i colleghi Le Drian, Mass e l’Alto rappresentante Borrell sempre sulla Libia. Insomma, possiamo dire che non ci si annoia mai.
Infine, e concludo, lei ha anche scritto che io due anni fa mi giocai la premiership per non stringere la mano pubblicamente a Silvio Berlusconi. Devo ringraziarla, perché indirettamente mi riconosce lo sforzo di aver contribuito a costruire due governi. Le confesso tuttavia che la mia rinuncia fu motivata dalla convinzione che non sono i volti a cambiare un Paese, bensì i fatti e le idee (ed è per questo motivo che per ben due volte ho rinunciato al ruolo di premier e una terza a quello di vicepremier). Non le so dire se oggi ci stiamo riuscendo. Le posso dire però che stiamo facendo il massimo e qualche risultato, me lo conceda, a casa lo abbiamo portato.

La balla dei 5 Stelle contro Conte. - Gaetano Pedullà

Conte Di Maio

Probabilmente seguo i Cinque Stelle in modo non così attento quanto gli illustri direttori dei giornali di destra e dei sedicenti poteri forti (Fiat, Confindustria, banche) secondo cui il Movimento è tutto uno schifo, e nemmeno quanto il bravissimo direttore dell’unico giornale insieme a questo che non li attacca a prescindere, a costo di inventarsi di sana pianta velenosi retroscena quando non ci sono altre cartucce per sparargli addosso. Seguo però la politica italiana da così tanti anni da poter affermare con certezza che prima dell’arrivo di questa forza nel governo del Paese mai si era fatto tanto per ridurre le disuguaglianze, aiutare chi è rimasto indietro, togliere privilegi e ruberie tanto delle destre che delle sinistre.
Poi gli errori li fanno tutti, le battaglie si vincono e si perdono, e se ancora brucia la sconfitta sull’inutile Tav tra Torino e Lione, o le concessioni fatte alla Lega in cambio di un percorso di riforme tradito da Salvini, non si può non riconoscere una montagna di meriti, con al primo posto aver risparmiato all’Italia di tornare al Medioevo con le follie isolazioniste del più becero Centrodestra di sempre, e al secondo posto di aver tirato fuori da chissà quale cilindro un Presidente del Consiglio equilibrato, di lunghe visioni, onesto e coraggioso come Giuseppe Conte. Per ottenere solo questi due risultati, senza parlare di tutto il resto, dal Reddito di cittadinanza al taglio dei parlamentari alla battaglia sui vitalizi e mille altre cose, il Movimento si è dissanguato elettoralmente.
Un sacrificio necessario per onorare la promessa di fare sempre quello che serve di più ai cittadini e non a se stesso, come fanno gli altri partiti. Questo però è fare Politica, con la P maiuscola, e di conseguenza trattare e discutere con tutti per centrare gli obiettivi nell’interesse del Paese. Quindi non dovrebbe stupire nessuno tanto Conte che incontra il premier olandese oggi arcinemico dell’Italia per bloccare i fondi europei, quanto Di Maio che sente Draghi, cioè chi conosce meglio di chiunque le dinamiche economiche internazionali per aver fatto il presidente della Bce, oppure Gianni Letta che è l’unico soggetto dialogante in quella gabbia di matti dell’attuale Centrodestra, che con Conte non parla e se parla è solo per insultarlo.
Certo Feltri, Belpietro, Sallusti e compagnia cantando non avranno difficoltà a spiegare i faccia a faccia di Di Maio come le chiare avvisaglie di un governissimo che avanza, e l’ex capo politico dei Cinque Stelle che tratta in proprio per cacciare Conte e fare il ministro con un altro premier, anche se tutta questa teoria fa acqua da ogni parte, se non altro perché Di Maio il ministro lo fa già. Siamo dunque nel campo delle balle messe in circolo per avvelenare il clima, come fa da sempre un giornalismo cinico fomentato da una politica intenta solo a farsi i cazzi suoi.
Ma da Travaglio non te l’aspetti proprio che cada nel tranello, e descriva i comportamenti di uno degli esponenti più visibili del Movimento esattamente come quelli di un qualunque politico della Prima Repubblica, mettendo così i Cinque Stelle in uno stesso frullatore con tutto il resto, scodellando un intruglio dal quale non si salverebbe neppure Conte. Esattamente il gioco di chi vuole proprio l’attuale premier fuori da Palazzo Chigi, possibilmente facendo compiere un omicidio-suicidio proprio ai Cinque Stelle.

Nel 63% pro Conte c’è molta gente che vota a destra. - Antonio Padellaro

Festa della Repubblica, Conte: "Nessuna tempesta può piegarci"
Il 10 luglio scorso, il 63% di popolarità record del premier Giuseppe Conte ha ispirato a Liberoquotidiano.it questo titolo: “Il sondaggio Ipsos dà ‘pieni poteri’ al premier: il report sulla scrivania prima dello stato d’emergenza?”. Parliamo di un testata assolutamente critica nei confronti del governo ma proviamo a considerare non infondata l’ipotesi che il presidente del Consiglio abbia deciso di protrarre fino al 31 dicembre lo stato d’emergenza Covid anche perché forte del consenso degli italiani. Che del resto hanno sostenuto la sua scelta del lockdown, fin all’inizio e in tutte le fasi successive.
A questo punto però un organo apertamente schierato con l’opposizione che va da Matteo Salvini a Giorgia Meloni potrebbe porsi una domanda e darsi una risposta: quanti elettori di destra contiene quel 63% favorevole a Conte, visto e considerato che nei sondaggi il centrosinistra non tocca neppure il 50%? Se la matematica non è un’opinione, avremmo dunque una percentuale consistente di italiani orientati a destra ai quali i “pieni poteri” del premier nella guerra alla pandemia non dispiacciano affatto. Come notizia, in fondo, è il cane che morde l’uomo poiché la presenza a palazzo Chigi di un “uomo forte” non potrebbe certo dispiacere a chi chiede “legge e ordine”, tanto più dopo lo choc dei mesi scorsi e quando “nel doman non v’è certezza”. Suscita quindi una certa ilarità assistere allo spettacolo della destra politica, giornalistica e televisiva che si straccia le vesti, disperata per il “rischio democratico” e l’“attentato alla costituzione” di cui si starebbe macchiando il premier, con una scelta di salute pubblica, condivisa nel paese a sinistra ma anche a destra. Siamo alla comica finale dove un turbogiurista come Sabino Cassese paragona Conte a Orbán senza strozzarsi dalle risate. Dove Giorgia Meloni si trasforma in Michela Murgia, pronta per l’iscrizione all’Anpi. Dove la presidente del Senato Elisabetta Casellati si erge a sentinella della democrazia, del mausoleo di Arcore e delle nipotine di Mubarak. E dove Matteo Salvini, tornato al Papeete Beach giura che impedirà all’usurpatore di assumere quegli stessi pieni poteri che giusto un anno fa egli trionfalmente annunciava da una consolle smutandata.

Ecco i testimoni di Palamara: ex ministri e uomini del Colle. - Antonio Massari

Ecco i testimoni di Palamara: ex ministri e uomini del Colle

L’offensiva. Il pm presenta una lista di 133 nomi.
Un documento di 34 pagine e un elenco di 133 testimoni. Luca Palamara chiede al Csm di accettare la lunghissima lista testi con una duplice conseguenza. Se il Csm accetta sfilerà mezza giustizia italiana – dall’ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino agli ex ministri Andrea Orlando e Giovanni Maria Flick, passando per gli ex presidenti dell’Anm Francesco Minisci ed Eugenio Albamonte e all’attuale procuratore capo di Milano Francesco Greco – correndo il rischio di dimostrare che la gestione Palamara non era l’eccezione nella procedura delle nomine. Se rifiuterà, darà l’impressione di non volersi sottoporre a una operazione verità. Palamara chiama a testimoniare anche Guido Lo Forte, tra i favoriti per la Procura di Palermo fino allo stop inferto, nei fatti, dalla richiesta del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di procedere seguendo un inedito ordine cronologico. Intervento che portò la consiliatura successiva a nominare a Palermo Francesco Lo Voi (anch’egli nella lista testi). Lo Forte potrebbe dover spiegare perché, in seguito, revocò la candidatura alla Procura generale del capoluogo siciliano. Ma c’è di più. Palamara chiama a testimoniare due consiglieri del presidente della Repubblica Sergio Mattarella – Francesco Garofani e Stefano Erbani – per due distinte vicende. La prima: le interlocuzioni con Luca Lotti relative alla nomina – poi saltata – del procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, alla Procura di Roma. Tra le accuse rivolte a Palamara c’è quella di aver discusso della nomina di Viola alla presenza di Lotti il 9 maggio 2019. Palamara sostiene che Lotti fosse estraneo “agli orientamenti maturati dai gruppi di Unicost e Magistratura Indipendente”. Resterebbe indigeribile che ne discutesse alla sua presenza. Ma Palamara va oltre e vuole che Garofani riferisca “sulla posizione processuale” di Lotti al 9 maggio 2019 e “sui rapporti e colloqui intrattenuti” con il Parlamentare del Pd “in ambito istituzionale” e “anche con riferimento alle vicende relative al Csm”. Con il Fatto, lo scorso anno, Garofani ha smentito qualsiasi interessamento alle vicende in questione.
Palamara chiede che altri testimoni – per esempio l’ex vice presidente del Csm Giovanni Legnini e l’ex consigliere laico Paola Balducci – confermino che la sua frequentazione con Lotti (indagato dalla Procura di Roma nell’inchiesta Consip e poi imputato per rivelazione del segreto e favoreggiamento) era iniziata a livello istituzionale con incontri avvenuti anche alla presenza dell’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.
Erbani è invece chiamato a testimonare sul procedimento disciplinare su Woodcock (è stato assolto il mese scorso) iniziato con la consiliatura guidata da Legnini e rinviato a quella successiva. Fonti del Quirinale precisano al Fatto che Erbani non sa nulla sull’argomento. Diversa la posizione di Legnini, che Palamara cita come testimone, affinché racconti il “contenuto di una conversazione avuta con l’onorevole Paolo Cirino Pomicino”, proprio su Woodcock, “nel periodo di svolgimento” del suo “procedimento disciplinare”. Conversazione che fu poi “oggetto di un’intercettazione ambientale nell’ambito del procedimento Consip”. In sostanza Pomicino, in un’intercettazione ambientale, racconta di aver incontrato Legnini e di aver parlato con lui di Woodcock. E questa intercettazione – secondo la ricostruzione di Palamara – finisce proprio nel fascicolo Consip gestito inizialmente da Woodcock. Palamara vuole che Legnini spieghi le “ragioni del rinvio del procedimento disciplinare” nei confronti di Woodcock. In effetti, intercettato mentre parla con Legnini, già nel maggio 2019 Palamara gli dice che vuol riferire alla stampa le reali ragioni del rinvio. “Non lo puoi dire” gli risponde Legnini. Palamara lo rassicura: “Senza mettere in mezzo te”. Legnini spiega al Fatto che Palamara si riferiva a un’intercettazione – che non ha mai letto – nella quale Pomicino raccontava di averlo incontrato e nella quale avrebbe sostenuto, sempre a detta di Palamara, che lo stesso Legnini avrebbe parlato in termini non lusinghieri di Woodcock. Legnini era in quel momento giudice in sede disciplinare e avrebbe potuto rischiare una ricusazione. Ricusazione mai avvenuta. E intercettazione al momento sconosciuta. Legnini conferma al Fatto di aver incontrato Pomicino, che gli parlò di Woodcock, lamentandosene, ma spiega: “Gli dissi che non potevo far nulla”. Versione confernata da Pomicino. “Non mi sono lasciato condizionare – conclude Legnini – dalle parole di Palamara né dall’esistenza di questa presunta intercettazione. Il rinvio è stato giusto, fisiologico, richiesto dalla stessa difesa di Woodcock”.
Sullo stesso argomento Palamara chiama a testimoniare anche il procuratore capo di Napoli Giovanni Melillo. Poi passa ai finanzieri che hanno indagato su di lui, a partire dall’ex ufficiale del Gico Gerardo Mastrodomenico, al quale vorrebbe chiedere di alcune intercettazioni non riportate nelle informative, il perché non sia stata fermata la registrazione di Lotti e Cosimo Ferri, nonostante il divieto espresso dalla Procura di intercettare parlamentari e, infine, quali incarichi rivestisse dal maggio 2018 al giugno 2019. Mastrodomenico, al quale era stata delegata l’inchiesta, da settembre 2018, e fino al successivo incarico come comandante provinciale della Gdf di Messina, è stato alla Scuola di Perfezionamento per le forze di Polizia: è da lì – è la domanda sottintesa – che ha condotto le indagini? Tra i testimoni citati anche Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo ai quali vuol chiedere cosa sappiano dell’esposto presentato dal pm di Roma Stefano Fava su Pignatone e dei colloqui intrattenuti con il magistrato Erminio Amelio (Amelio era tra i candidati di Palamara a Perugia come procuratore aggiunto).
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/07/14/ecco-i-testimoni-di-palamara-ex-ministri-e-uomini-del-colle/5867204/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=oggi-in-edicola&utm_term=2020-07-14

L’ultimo testimone. Lo “sbirro” centenario che indagava sul bandito Salvatore Giuliano. - Nando dalla Chiesa

IL BANDITO GIULIANO E LA SUA BANDA – Misteri d'Italia

Ricordate il leggendario film di Francesco Rosi Il bandito Giuliano? Arrivò nelle sale cinematografiche nel 1962 a mostrare all’Italia del boom economico il sangue e i misteri su cui era nata la Repubblica. Fece rivedere con crudezza quel giovanotto di Montelepre, metà brigante metà giovane leader criminale, tenere in scacco lo Stato. Grazie a una rete occulta di alleanze e protezioni (il separatismo degli agrari, ma non solo) e a un’omertà popolare fatta di cemento. Raccontò la strage di Portella della Ginestra e la “cattura” del bandito. E il processo di Viterbo con l’avvelenamento in carcere di Gaspare Pisciotta, il cugino di Giuliano che aveva annunciato rivelazioni sui mandanti politici di Portella. Mostrò plotoni di carabinieri dare la caccia al ribelle. Infagottati nelle storiche divise cachi con la bandoliera a tracolla, su grandi camion pronti a diventare facili bersagli per le bombe e le fucilerie dei banditi.

Ecco, nelle immagini del film colpisce quella presenza costante di centinaia di uomini in divisa finiti nel punto più drammatico dell’Italia a lottare contro un nemico feroce e inimmaginabile nell’Europa di allora. Con relativi eccidi, al punto che gli appelli del governo in cerca di volontari per la Sicilia cadevano nel vuoto. Tutto maestosamente in bianco e nero. Film consigliatissimo.

Un’epopea lontana, oltre settant’anni fa. Senza più testimoni. Né il colonnello Ugo Luca, che guidò il Comando forze repressione banditismo, né il ministro dell’Interno Mario Scelba, né i sindacalisti andati a festeggiare il primo maggio del ’47 sui prati di Portella della Ginestra. E nemmeno i cronisti che indagarono sulla messinscena della morte di Giuliano. Nessuno. Nessuno tranne un carabiniere. Che l’altro giorno ha compiuto cento anni. Eccezionale fonte orale, unica memoria vivente di quel periodo.

Si chiama Mario Furnari. Siciliano, nato a Enna nel 1920 da famiglia contadina nelle campagne in cui la terra era un sogno proibito, ancora ragazzo cercò uno stipendio e nuovi orizzonti arruolandosi nell’Arma. Gennaio ’39, poco prima dello scoppio della guerra. I nuovi orizzonti si rivelarono però subito di morte e di stenti. “Ero in Montenegro. L’8 settembre mi diedi alla macchia, dopo un po’ di mesi in fuga sui monti i tedeschi mi catturarono e mi internarono in un campo in Germania. Durò un anno, fino alla fine della guerra”. Al ritorno Mario venne rimandato nell’isola dove fu impegnato nei reparti incaricati di fronteggiare la banda Giuliano. Ancora oggi ricorda spesso, mostrando una sua foto con divisa d’ordinanza e cappello “sulle 23”, come si diceva, quegli anni di rischio e di avventura. “Mi creda, uscivamo con pattuglie di sei e rientravamo in caserma in tre o quattro. E se catturavamo qualcuno i giudici lo mettevano fuori”. Ai figli e ai nipoti che lo ascoltano racconta con qualche piccola variazione – ma tanti particolari inchiodati nella mente – i due conflitti a fuoco con la banda.

Nel 1956, quando la Sicilia sembrò acquetarsi, e fu finita anche la strage dei sindacalisti contadini, venne trasferito in Abruzzo. Prima vicino l’Aquila, poi a Popoli, in provincia di Pescara. Restò nell’Arma fino al ’75. Oggi abita all’Aquila, dove ha festeggiato il suo secolo di vita, con Elia, la moglie, i figli Sabatino e Rosa Maria e le due adorate nipoti Eleonora e Stella. Attestato d’onore del sindaco di Popoli.

“Della Sicilia”, dice, “ricordo in particolare due grandi uomini, tutti e due miei coetanei, tutti e due uccisi dalla mafia: il capitano Carlo Alberto dalla Chiesa di cui fui agli ordini a Corleone per un anno, e Giuseppe Fava. Fava lo conobbi a Siracusa, giocavamo insieme a carte, eravamo due scapoloni. Qualche anno fa ho incontrato a Pescara il figlio Claudio, e gli ho ricordato suo padre che viaggiava in motorino. Indimenticabili quegli anni”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/07/13/lultimo-testimone-lo-sbirro-centenario-che-indagava-sul-bandito-salvatore-giuliano/5866057/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=ore-19&utm_term=2020-07-13#

Grazie, Ingegnere. - Marco Travaglio


Carlo De Benedetti:

Detto senz’alcuna ironia, dobbiamo immensa gratitudine a Carlo De Benedetti. Quando c’è nell’aria qualcosa di torbido e losco, di cui si sente la puzza ma non si vedono i contorni e non si conoscono i dettagli, puntualmente arriva lui e lo racconta per filo e per segno, anzi lo rivendica e se ne vanta. Era accaduto nel gennaio 2018, quando la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche scoprì che due anni prima l’Innominabile gli aveva spifferato l’imminente decreto Banche popolari, facendogli guadagnare 600 mila euro sull’unghia in Borsa con un insider trading che solo la Procura di Roma riuscì a non vedere (se non a carico del suo povero broker). Nei palazzi del potere anche le pietre sapevano che il Genio Rignanese era un prodotto creato in laboratorio dalla premiata ditta DeBenedetti-Repubblica, allevato e leccato fin da quand’era sindaco di Firenze e poi, scalati il Pd e il governo, coperto di saliva dai giornali del gruppo e di cattivi consigli dal padrone. Ma nessuno poteva dimostrarlo. Poi l’Ingegnere fu ascoltato dalla Consob. E, anziché negare tutto, non solo confessò di aver saputo in anteprima del decreto dal fido premier e di averci investito 5 milioni con 600 mila euro di plusvalenze (parole definite sul Fatto “un’ammissione dell’assenza di ogni vincolo etico” dall’attuale direttore del suo futuro giornale Domani); ma aggiunse pure che il suo Matteo era spesso “un cazzone”, “di economia capisce onestamente poco”, il suo “non è un governo, sono quattro persone”, inclusi Padoan e la Boschi, teleguidate da lui “advisor gratuito” a pranzo e cena, tant’è che “il Jobs Act gliel’ho suggerito io”.
Così tutto fu chiaro a tutti, fuorché ai lettori di Repubblica che, essendo un giornale libero e indipendente, il primo giorno non scrisse una riga e nei seguenti non pubblicò una sillaba del verbale del padrone. Ora la scena si ripete. Da mesi avvertiamo un gran fetore di poteri marci dietro gli attacchi concentrici al governo giallorosa, dietro il risiko editoriale degli Agnelli-Elkann che hanno prima ingoiato e poi snaturato il gruppo Stampubblica, dietro i traffici per liberarsi di Conte e mettere le zampe sui miliardi in arrivo dall’Europa con un’ammucchiata di larghe imprese & intese guidata da Draghi (peraltro ignaro di tutto), previa riabilitazione del Caimano. Perfino Andrea Orlando, non proprio un tupamaro, ha denunciato la manovra. E tutti si sono affrettati a smentire tutto. Poi ieri ha provveduto un’altra volta De Benedetti a confermare tutto al Foglio, per non dare troppo nell’occhio. Sentite che delizia: pur di dare “il benservito a Conte”, “trangugio anche Berlusconi al governo con la sinistra”.
In realtà l’aveva già trangugiato nei governi Monti e Letta, ma a 85 anni un po’ di rincoglionimento ci sta. Infatti aggiunge: “Mai avrei immaginato di dire che al mondo esiste qualcosa di peggiore di Berlusconi” (dimenticando che nel 2005 l’aveva invitato a cena e a diventare socio del suo nuovo fondo “private equity” salva-imprese). E chi sarebbe peggio di B.? Conte, “il vuoto pneumatico”, “l’unico che ha beneficiato del Covid”, “basta il caso Autostrade per qualificare la sua nullità” (a CdB piange il cuore che chi ha lasciato crollare il Ponte Morandi con 43 morti sotto perda la concessione, con i cui guadagni Autostrade sponsorizzava le feste della sua Repubblica). E attenzione: per lui B. rimane “un grande imbroglione” che ha segnato “un periodo nero” con la sua “corruzione morale”, oltre ad avergli fregato la Mondadori comprandosi un giudice. Però dài, in fondo resta “un grande”, “sempre sul pezzo, non perde mai un’occasione, non si ferma mai. E questo è straordinario”. Quindi i 40 anni di battaglie della sua Repubblica sula questione morale, la legalità, la Costituzione, Libertà e Giustizia, le 10 domande di D’Avanzo, gli appelli di Saviano, le invettive di Cordero sul Caimano e l’Egoarca, le tirate dei moralisti repubblichini erano esche per gonzi. Saranno contenti gl’interessati, almeno quelli vivi, oltre ai lettori rimasti a Repubblica e quelli eventuali di Domani. Casomai qualcuno non avesse ancora capito, l’Ingegnere invoca una nuova “un presidente del Consiglio finalmente capace di fare il suo mestiere” (tipo spifferargli i decreti in anteprima o farsi scrivere le leggi da lui). E completa la confessione con il movente: “È in arrivo nel nostro paese una quantità di denaro da investire che non si vedeva dal primo dopoguerra”, “un’occasione storica: ora o mai più”, “denaro pubblico da non sprecare” per “modernizzare il Paese” (magari con le telescriventi Olivetti obsolete rifilate alle Poste in cambio di mazzette). E vorrete mica far gestire tutto quel bendidio a un premier che non ruba, non fa insider trading, non si fila i Benetton o i De Benedetti e, quando gli mandano emissari per agganciarlo, li spedisce a quel paese? Per chi era uso fare e disfare governi nel salotto di casa sua o dei suoi direttori, è dura ritrovarsi a Palazzo Chigi uno che non ti chiama, non ti richiama, anzi non ti si calcola proprio. Molto meglio il “vecchio imbroglione”: fra colleghi ci s’intende sempre.
Ps. Massima solidarietà ai giornalisti di Domani. Avevano capito da una sua precedente intervista di essere un giornale di sinistra, ora che Molinari ed Elkann “portano Repubblica a destra”. E si ritrovano un padrone che riabilita B. senza neppure il brivido dell’esclusiva.

Autostrade, passo indietro dei Benetton. Entra Cdp, sarà una public company. - Serenella Mattera e Michele Esposito

L'esterno della sede di 'Autostrade per l'Italia', Roma.


Ingresso di Cdp con il 51%. Alla famiglia veneta resta il 10%, non saranno neanche in Cda. Balzo in Borsa di Atlantia, +21%.

Arriva il passo indietro dei Benetton che apre all'accordo su Autostrade per l'Italia. L'intesa passa dall'ingresso di Cdp con il 51%, che renderà di fatto Aspi una public company. E da una revisione complessiva della concessione, dai risarcimenti alle tariffe. E' l'alba quando, dopo sei ore di riunione assai tesa e dure discussioni, il Consiglio dei ministri dà mandato a Cassa depositi e prestiti per avviare, entro il 27 luglio, il percorso che dovrebbe portare all'uscita progressiva dei Benetton, prima scendendo al 10-12% dell'azionariato, poi con un'ulteriore diluizione in coincidenza con la quotazione in borsa di Aspi. Tra i punti della proposta transattiva di Aspi arrivata in Cdm c'è la "rinuncia a tutti i giudizi promossi in relazione alle attività di ricostruzione del ponte Morandi, al sistema tariffario, compresi i giudizi promossi avverso le delibere dell'Autorità di regolazione dei trasporti (ART) e i ricorsi per contestare la legittimità dell'art. 35 del decreto-legge "Milleproroghe"". Inoltre è prevista la "riscrittura delle clausole della convenzione al fine di adeguarle all'articolo 35 del dl "Milleproroghe"", che ha ridotto l'indennizzo in caso di revoca da 23 a 7 miliardi.
Balzo in Borsa di Atlantia.  Non riesce a fare prezzo Atlantia in Piazza Affari dopo l'intesa in Cdm raggiunta nella notte. Ammessa agli scambi, il titolo guadagna il 21% a 13,9 euro. 
Nel comunicato del Cdm si legge che per l'ingresso di Cassa depositi e prestiti in Aspi, la proposta transattiva prevede un aumento di capitale per l'acquisizione del controllo da parte di Cdp e l'uscita di Aspi dal perimetro di Atlantia. "In alternativa Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l'intera partecipazione in Aspi, pari all'88%, a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento". Lo si legge nel comunicato stampa del Cdm.
Nella proposta transattiva sono previste anche - secondo quanto si legge nel comunicato del Cdm - "misure compensative ad esclusivo carico di Aspi per il complessivo importo di 3,4 miliardi di euro" e "accettazione della disciplina tariffaria introdotta dall'ART (Autorità di regolazione dei trasporti, ndr) con una significativa moderazione della dinamica tariffaria" è uno degli altri punti.
Ai ministri Roberto Gualtieri, che ha portato sul tavolo del Cdm la proposta finale dell'azienda, e Paola De Micheli viene dato il mandato a definire gli altri aspetti dell'accordo. Sul tavolo il premier Giuseppe Conte fino all'ultimo tiene l'arma della revoca: "Se gli impegni assunti questa notte non vengono rispettati, sarà revoca", spiega un ministro.
L'ultima trattativa tra il premier e i Benetton si consuma nella notte, nel corso di un Consiglio dei ministri infuocato che vede il capo del governo stretto tra sospetti interni alla maggioranza, l'irritazione di Iv e un M5S che assomiglia ogni giorno di più a un vulcano pronto a ribollire. In Cdm Gualtieri, che descrivono non contrario in principio alla revoca ma convinto di poter trovare una soluzione migliore, porta una nuova proposta di Aspi. Ma non basta, e parte così una lunga e durissima negoziazione, che porta l'azienda a inviare al governo quattro diverse lettere nel corso della notte per perfezionare una bozza di intesa.
Conte e anche i Cinque stelle, per la parte dell'assetto societario, si dichiarano subito insoddisfatti: l'uscita graduale di Benetton richiederà una negoziazione dai tempi troppo lunghi, secondo fonti pentastellate. "Nessuna divisione", fa sapere una fonte di governo Pd. Ma tra gli stessi Dem il dossier porta tensioni. E il clima a Palazzo Chigi si fa pesante. Salta una riunione dei capi delegazione che era stata convocata prima del Cdm: raccontano sia stato Dario Franceschini a chiedere di confrontarsi direttamente in Consiglio, dove siedono anche De Micheli e Gualtieri.
Il Cdm viene aperto intorno alle 23 e sospeso poco dopo. La cosa non va giù a Teresa Bellanova, che ne fa una questione di metodo: quando Conte e Gualtieri si riuniscono per decidere come condurre la trattativa finale, la capo delegazione di Iv, l'unico partito apertamente contro la revoca, fa trapelare la sua irritazione. Ma è soprattutto l'irritazione nel Movimento a emergere durante la lunga notte di Chigi: è rivolta anche - forse soprattutto - al premier, in un crescendo che fa ipotizzare a qualche esponente di maggioranza come possibile addirittura lo scenario un ribaltone estivo. Al di là di trame e suggestioni, Conte sul dossier Autostrade si gioca molto.
L'intervista al Fatto Quotidiano ha segnato un cambio di passo nella sua strategia. E, prima del Cdm, il premier non cambia linea. "O Aspi accetta le condizioni che il governo le ha già sottoposto o ci sarà la revoca", è l'ultimo avvertimento con cui Conte entra alla riunione di Palazzo Chigi. Anche perché, dice ai suoi, "non si può tergiversare". Il premier non è disposto a fare passi indietro sul taglio delle tariffe autostradali, sulla modifica dell'articolo 35 del decreto Milleproroghe che riduce da 23 a 7 miliardi l'indennizzo in caso di revoca, sulla manleva per sollevare lo Stato dalle richieste risarcitorie legate al ponte Morandi e sul diritto di recesso, per il futuro, in caso di gravi inadempienze del concessionario risarcendo solo gli investimenti non ammortizzati. Ma la novità che permette alla trattativa di sbloccarsi riguarda l'azionariato: i Benetton danno la disponibilità allo scorporo di Autostrade rispetto ad Atlantia, al contemporaneo ingresso di Cdp in Aspi e alla successiva quotazione in Borsa.
Il processo, che secondo fonti di governo si consumerebbe nel giro di sei mesi o un anno, avverrebbe in due fasi: nella prima Cdp entrerebbe con il 51% e ci sarebbe lo scorporo che porterebbe il peso della famiglia Benetton tra il 10 e il 12%, soglia sotto la quale non si entra in Cda; nella seconda ci sarebbe la quotazione in che dovrebbe portare a una società con un azionariato diffuso alto, fino al 50%, in cui potrebbero entrare nuovi soci, con un'operazione di mercato, abbassando ulteriormente il peso della famiglia Benetton. Ma sul range temporale dell'uscita dei Benetton il M5S mostra subito un evidente scetticismo.
"E' un tempo troppo lungo", spiega una fonte autorevole del Movimento. Che, già nel pomeriggio, non nascondeva l'irritazione per la gestione di De Micheli, inserita - nelle ipotesi pentastellate - nella casella degli addii in un eventuale rimpasto a settembre. Trapela in giornata una lettera di marzo in cui la ministra spingeva per un accordo e chiedeva a Conte di agire ma la cosa non piace ad alcuni tra i Dem: "Non è iniziativa del Pd", dicono dal partito, mentre tra le fila parlamentari emergono diverse anime. Attorno alla mezzanotte, quando il Cdm viene sospeso, la proposta dell'azienda non convince ancora il governo: "Non è abbastanza", osserva il premier. Ma si decide di trattare, fino in fondo, per evitare la revoca: il negoziato con gli "sherpa" dei Benetton continua in parallelo. All'alba in Consiglio dei ministri, dopo un cornetto offerto a tutti i colleghi da Vincenzo Spadafora, si legge l'ultima lettera inviata dall'azienda: "Accoglie tutte le richieste del governo", dice un ministro. Il M5s chiede fino all'ultimo garanzie che Benetton esca davvero dall'azienda. La revoca della concessione non viene tolta dal tavolo, visto che gli aspetti tecnici del negoziato dovranno essere perfezionati, ma appare ormai molto lontana.