domenica 31 ottobre 2021

Fondazione Open, 300mila euro da Onorato alla ‘cassaforte’ renziana. E l’armatore suggerì a Lotti le modifiche alla legge (poi approvata)

 

Nelle carte dell'inchiesta sui presunti finanziamenti illeciti alla cassaforte nata per sostenere le iniziative politiche dell'ex Rottamatore, spuntano il flusso di soldi dell'imprenditore e di Moby e, soprattutto, il carteggio tra con il deputato toscano una ventina di giorni prima dell'approvazione di un decreto legislativo che gli stava a cuore: "Basterebbe riscrivere la legge in questi termini".

Trecentomila euro di donazioni alla Fondazione Open da un lato. Dall’altro le mail a Luca Lotti, tre settimane prima di un decreto legislativo sul riordino degli incentivi fiscali per le imprese marittime. Quindi il post sui social per ringraziare l’esecutivo guidato da Renzi: “Grazie Matteo: il primo governo che si prende a cuore i marittimi italiani”. Nelle carte dell’inchiesta sui presunti finanziamenti illeciti a Open, la fondazione nata per sostenere le iniziative politiche dell’ex Rottamatore, spuntano il flusso di soldi – in parte già noto – di Vincenzo Onorato e della compagnia Moby spa verso la ‘cassaforte’ renziana e, soprattutto, il carteggio tra l’imprenditore e Luca Lotti, ex braccio destro di Renzi. Per questo episodio, è bene chiarirlo, nessuno è finito sotto inchiesta.

I finanzieri che hanno svolto gli accertamenti su delega della procura di Firenze – che ha chiuso le indagini in cui sono coinvolti Renzi, Lotti, Maria Elena Boschi e altre 8 persone, ma non Onorato – hanno ricostruzioni il quantum delle contribuzioni erogate, tra il novembre 2015 e il luglio 2016, alla Fondazione Open da Onorato e dalla società di cui era presidente: 300mila euro. L’ipotesi è che sarebbero state finalizzate a consolidare rapporti con alcuni esponenti politici del Pd, tra cui l’onorevole Lotti, ritenuti potenzialmente utili agli interessi del gruppo. In che modo? Ci sono alcune comunicazioni che gli investigatori sottolineano nell’informativa. E vedono protagonisti proprio Onorato e Lotti. In particolare, Onorato l’8 ottobre 2016 avrebbe inviato una mail all’onorevole Lotti, con oggetto “Lettera a Luca”, in occasione dell’avvicinarsi dell’emissione di un decreto legislativo, poi approvato il 29 ottobre, relativo al riordino degli incentivi fiscali per le imprese marittime. Si tratta di uno dei temi per il quale l’ex numero di Moby si è sempre battuto, divenendone alfiere.

Nella mail – inoltrata per conoscenza anche all’ex deputato renziano Ernesto Carbone – l’imprenditore proponeva di limitare i benefici fiscali del Registro Internazionale Italiano solo alle compagnie che, nelle tratte tra due porti italiani, impiegavano personale italiano o comunitario sulle proprie navi, come poi è stato effettivamente previsto nel decreto legislativo vagliato ventuno giorni dopo. Nel testo della lettera di Onorato a Lotti si legge: “Per porre fine a questa indecenza basterebbe riscrivere la 30/98 in questi termini: usufruiscono dei benefici del registro internazionale italiano quelle compagnie che impiegano esclusivamente marittimi italiani e/o comunitari. Lo Stato risparmierebbe un mare di soldi e metterebbe fine a questa vergogna”. La Guardia di Finanza annota come nel testo si “manifesta la necessità di un intervento normativo di modifica della legge 30/98, indicando anche i “termini” dell’intervento stesso”. Dopo l’approvazione del provvedimento, Onorato scrisse un post su Facebook di ringraziamento dal titolo “Grazie Matteo: il primo Governo che si prende a cuore i marittimi italiani”.

I contatti tra Onorato e Lotti, sottolineano gli investigatori, continuarono negli anni successivi. Nell’informativa vengono riportati messaggi in chat tra i due fino al maggio 2018. Ce ne sono anche di ‘lamentele’ di Onorato per il modus operandi del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio: “Mi sono sentito molto abbandonato dopo la schifezza che ha fatto Delrio”, scrive Onorato. “Da Delrio capisco e immagino. Io ci ho provato fino in fondo”, la risposta del deputato toscano. Onorato replica: “Lo so, come Roberto C.”. Il riferimento con ogni probabilità è al senatore Roberto Cociancich, ora coordinatore di Italia Viva a Milano. Cociancich è il politico che ha dato il nome alla riforma di cui Onorato e Lotti: è stato lui a ‘disegnarla’ rimodulando il regime fiscale per gli armatori italiani. Il decreto legislativo, come detto approvato il 28 ottobre 2016, entrerà in vigore a distanza di 18 mesi, l’11 giugno 2018.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/30/fondazione-open-300mila-euro-da-onorato-alla-cassaforte-renziana-e-larmatore-suggeri-a-lotti-le-modifiche-alla-legge-poi-approvata/6374169/

ECOCARNIVORI O MEDITERRANEI, LE DIETE CONSAPEVOLI SONO IL CIBO CHE CI SALVERÀ. - A.M.

 

La svolta ecologica a tavola è fondamentale per aiutare la terra e la nostra salute e non possiamo più fare finta di nulla sapendo, con studi scientifici lo stato delle cose: esiste un cibo che è allo stesso tempo gentile con il corpo e con il pianeta.

È un cibo intelligente, adatto all’Antropocene, l’epoca geologica in cui sono gli esseri umani a influenzare gli eventi della terra.

Il cibo che ci salverà, come racconta l’autrice best seller Eliana Liotta nel suo nuovo libro edito da La Nave di Teseo.
Si sta cambiando in molti settori: la mobilità slow con il cammino per gli spostamenti, la bicicletta, il monopattino, l'autoibrida è una realtà sotto i nostri occhi. Ma certo non basta. Modificare il sistema alimentare, l'industria degli allevamenti e della pesca intensiva è decisivo perché da quel modo di produrre cibo dipende un terzo delle emissioni di gas serra, responsabili dell’aumento delle temperature e dunque del cambiamento climatico. Dobbiamo ricordare che dare una svolta ecologica alla produzione alimentare per frenare inquinamento e clima impazzito significa anche portare a tavola un cibo più salutare e che potenzia il sistema immunitario. Tendiamo a dimenticarcene: siamo parti del tutto. E oggi il cibo rappresenta una via per riformulare un equilibrio tra l’uomo e il pianeta. Con la consulenza dello European Institute on Economics and the Environment (EIEE, Istituto europeo per l’economia e l’ambiente) e il Progetto EAT della Fondazione Gruppo San Donato, il quadro del cibo che si salverà riporta al centro un concetto fondamentale: Siamo quello che mangiamo e quello che mangiamo cambia il mondo.

Intervenire sul sistema alimentare, ecco perchè su basi scientifiche.

Il riscaldamento globale non potrà arrestarsi se non si provvederà anche a modificare il sistema alimentare, ossia quello che mangiamo, allevamento, agricoltura, lavorazione, imballaggio e spedizione, da cui dipende un terzo delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo (studio su Nature dell’8 marzo 2021). 

Per contenere nei prossimi anni il riscaldamento globale entro un grado e mezzo o due al di sopra dei livelli preindustriali, non è più sufficiente puntare solo sull’energia pulita e sulla riduzione dei combustibili fossili nelle industrie e nei trasporti, ma è indispensabile una food revolution (Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico dell’Onu, 2019).
Le quantità di gas serra che derivano dal bestiame, nel suo insieme, sono pari più o meno alle emissioni di tutti i camion, le auto, i velivoli e le navi del mondo messi insieme (stime Fao).
L’allevamento di mucche, pecore e capre è il responsabile principale delle emissioni di metano, gas prodotto durante la digestione dei ruminanti ed eruttato dagli animali, con un effetto serra superiore, e di molto, all’anidride carbonica prodotta dai trasporti e dalle industrie.
Si devastano immense aree di foreste per lasciare spazio agli allevamenti intensivi e ai terreni agricoli, spesso destinati alla produzione di soia come mangime per gli animali o di palme da olio per l’ingrediente di merendine e altri cibi ultra processati. Almeno tre i pericoli: vengono emesse grandi quantità di carbonio nell’atmosfera quando si abbattono gli alberi delle foreste; si devastano gli habitat naturali aumentando il rischio di insorgenza di nuove epidemie, perché si accorciano le distanze con gli animali selvatici; si eliminano polmoni verdi della terra.
Gli allevamenti intensivi contribuiscono anche alla formazione di polveri sottili, le PM 2,5, le particelle piccolissime in grado di penetrare nei polmoni e di immettersi nel sangue. In Italia, tra il 1990 e il 2018, è diminuito l’inquinamento dovuto ai trasporti su strada, all’industria e alla produzione energetica, ma è aumentata del 10% la quota legata alla zootecnia (indagine Greenpeace).
Se la popolazione dei paesi industrializzati riuscisse a raddoppiare entro il 2050 i consumi di vegetali e dimezzasse quelli di zuccheri, farine raffinate e carni rosse e trasformate, si frenerebbe il riscaldamento globale e si eviterebbero almeno 11 milioni e mezzo di decessi prematuri all’anno dovuti ad abitudini alimentari malsane (Commissione EAT - The Lancet).
La carne rossa fornisce solo l’1% delle calorie alla popolazione della terra, ma rappresenta il 25% di tutte le emissioni che derivano da agricoltura e allevamento (studio su Nature del 27 gennaio 2021). Parallelamente è aumentata la fame nel mondo e tra i fattori chiave ci sono la variabilità climatica e i fenomeni estremi (Fao).
Combattere lo spreco alimentare e puntare sull’innovazione, con un’agricoltura sostenibile o con sperimentazioni come quella sulla carne sintetica, sono tasselli fondamentali di un Antropocene intelligente.

Cinque diete consapevoli.
Il tipo di cibo che si mangia è molto più importante del fatto che sia locale o biologico, così come del tipo di sacchetto che si utilizza per portarlo a casa dal negozio. Secondo le valutazioni dell’Onu, sono cinque le diete più note con un potenziale di mitigazione delle emissioni di gas serra e vantaggiose per la salute. Non bisogna rinunciare del tutto alla carne rossa per fare la differenza: si può scegliere di essere ecocarnivori, riducendone il consumo. Sul portale http://www.allevamento-etico.eu/ si può avere un censimento delle aziende agricole e delle fattorie che fanno allevamento nel pieno rispetto del benessere animale, rispettando i ritmi della natura, evitando loro sofferenze ingiustificate e lo stress che è dannoso anche agli uomini.
Le fonti proteiche vegetali, come legumi, cereali integrali e frutta a guscio, le opzioni più rispettose del clima. In generale, un occidentale medio dovrebbe raddoppiare il consumo di vegetali rispetto ai suoi standard.

DIETA MEDITERRANEA: non esclude alcuna categoria alimentare, prevede vegetali in abbondanza, carne rossa solo una volta alla settimana e un consumo moderato di latticini.
DIETA CARNIVORA CLIMATICA: all’interno di uno stile onnivoro, almeno il 75% del consumo di carne di ruminanti e di prodotti lattiero-caseari viene sostituito da carne di maiale, coniglio, pollo e tacchino. Difatti manzo, capretto, vitello e agnello hanno l’impatto climatico maggiore per grammo di proteine, mentre i vegetali tendono ad averne il minore. Maiale, molti tipi di pesce e pollame stanno nel mezzo, un po’ più su per impatto di carbonio i formaggi.
DIETA PESCETARIANA: prevede il consumo di pesce ma non di carne e in qualche variante nemmeno di latticini.
DIETA VEGETARIANA: esclude carne e pesce ma non uova, latte e latticini.
DIETA VEGANA: ammette solo fonti vegetali.

https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/food/2021/04/26/ecocarnivori-o-mediterranei-le-diete-consapevoli-sono-il-cibo-che-ci-salvera_3bbaabfc-fd73-4f80-9801-b3f6beb08619.html

La «grande fuga» degli avvocati: perché i giovani lasciano la professione. - Patrizia Maciocchi

 



Aumenta il numero di cancellazioni alla Cassa forense degli avvocati trentenni e a dire addio alla professione sono più le donne.

Ogni quattro nuovi iscritti alla Cassa degli avvocati ce ne sono tre che la lasciano. E ad andarsene sono sempre più i trentenni, mentre diminuiscono le uscite degli over 40. A dire addio alla professione sono più le donne, ma in linea generale negli ultimi anni il totale delle cancellazioni dalla Cassa forense raggiunge una quota che oscilla tra il 75 e l’84% delle nuove iscrizioni.

È questo il quadro che emerge dai dati forniti da Cassa forense, su new entry e abbandoni, con un saldo che, secondo il presidente Valter Militi, verosimilmente a fine 2021 sarà pari a zero se non addirittura negativo.

Meno cause e reddito in calo.

Le ragioni dell’emorragia sono evidenziate ancora una volta dai numeri. Che fare l’avvocato non sia più, per la maggior parte dei professionisti, una scelta particolarmente remunerativa è noto. Solo nel 2020 oltre 140mila legali hanno avuto accesso al reddito di ultima istanza, riservato a chi non raggiunge il tetto dei 50mila euro, e molti degli aventi diritto non superavano i 35mila euro. Utile anche sapere che il contenzioso civile negli ultimi 10 anni è diminuito del 36%, e dimezzato dal 2009, anche se c’è in vista una possibile ripresa delle “liti” dovuta all’effetto pandemia.

Verso il posto fisso.

Come ulteriore elemento ai tradizionali motivi di fuga da una professione che non dà più certezze, si aggiunge l’occasione del posto fisso: una garanzia offerta dai concorsi pubblici.
La prima opportunità da sfruttare per restituire il tesserino restando comunque all’interno delle aule giudiziarie è offerta del decreto di reclutamento per 16.826 addetti all’ufficio del processo con una prima tranche di 8.171 posti già assegnati: e quasi la totalità sono stati appannaggio di chi aveva una laurea in legge in tasca.
«Ci sono circa 100mila legali che hanno un reddito inferiore ai 20mila euro – spiega il neo presidente dell’Associazione italiana giovani avvocati, Francesco Paolo Perchinunno – naturalmente sono soprattutto giovani, e naturalmente soprattutto donne e del Sud. La fuga dagli albi – solo a Roma nei primi mesi del 2021 hanno lasciato in 600 – si spiega con l’importantissimo numero di concorsi pubblici messi in atto dallo Stato, al quale hanno partecipato, con successo, migliaia di colleghi».

Come arginare l’esodo

Dal vertice degli under 40 un suggerimento per arginare l’esodo verso il posto fisso: uscire dalla difesa giudiziale per entrare nel mercato extragiudiziale. Soprattutto nelle materie “emergenti” in quelle aree su cui si scommette con il Recovery plan: dalla transizione ecologica al digitale.

Ma a lasciare non sono solo i giovani. «L’inversione di rotta sul lavoro a 30 anni si può considerare quasi fisiologica – sottolinea il presidente dell’Unione camere civili Antonio de Notaristefani – ma dopo i 45 è quasi sempre una scelta drammatica. Sono molti i colleghi non giovanissimi che sono entrati in cancelleria. Per me è la sconfitta di una generazione. Tra le ragioni c’è il costo della giustizia. Per questo cala il contenzioso: non è la pace sociale, sono le spese di accesso al giudice troppo elevate».
E i numeri di chi rinuncia alle arringhe per lo stipendio fisso, sembrano destinati a salire.
«I dati del 2021 sono ancora parziali – dice il presidente di Cassa forense Valter Militi – perché le richiesta di cancellazione ci devono essere comunicate dagli Ordini. Ci aspettiamo però che l’effetto concorsi porti via dall’Albo entro il 2022 verosimilmente circa 15mila avvocati».
La Cassa mette in campo misure di sostegno alla professione:  dagli incentivi per le sinergie ai rimborsi spese del 50% per la formazione specialistica. Diversi i bandi per gli investimenti: dagli strumenti informatici al prestito fino a 15mila euro per l’apertura di uno studio destinato agli under 35.

https://24plus.ilsole24ore.com/art/la-grande-fuga-avvocati-perche-giovani-lasciano-professione-AEgdGor

Certificati anagrafici, addio alla marca da bollo: basterà lo Spid per scaricarli gratis online. - Massimiliano Jattoni Dall’Asén

 

Basterà avere lo Spid o Cie (la carta d’identità elettronica) per potere scaricare gratuitamente 14 certificati anagrafici in formato digitale. Per la prima volta, a partire dal 15 novembre, i cittadini italiani potranno usufruire del nuovo servizio dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR) del Ministero dell’Interno, che attraverso pochi click mette a disposizione un numero consistente di certificati, scaricabili per sé o per un componente della propria famiglia dal proprio computer, senza più bisogno di recarsi agli sportelli.

Burocrazia più snella.

Il MItd (Ministero trasformazione digitale) ufficializza così quanto anticipato dal ministro Vittorio Colao. Questo, oltre a semplificare la vita dei cittadini, permetterà anche alle amministrazioni pubbliche di avere un punto di riferimento unico per i dati e le informazioni anagrafiche, dal quale poter reperire informazioni certe e sicure per poter erogare servizi integrati e più efficienti per i cittadini. Con un’anagrafe nazionale unica, infatti, ogni aggiornamento sarà immediatamente consultabile dagli enti pubblici che accedono alla banca dati, dall’Agenzia delle entrate all’Inps, fino alla Motorizzazione civile.

I 14 certificati esenti dal bollo.

Come detto, i certificati digitali saranno completamente gratuiti: non si dovrà infatti pagare il bollo. Inoltre, per le aree plurilinguistiche saranno disponibili in modalità multilingua. Nel dettaglio, i 14 certificati riguardano quello di nascita, di matrimonio, di cittadinanza, di esistenza in vita, di residenza, di residenza AIRE, di stato di famiglia e di stato civile, di residenza in convivenza, di stato di famiglia AIRE, di stato di famiglia con rapporti di parentela, di stato Libero, anagrafico di unione civile e di contratto di convivenza.

Come ottenere i certificati.

Come spiegano in una nota congiunta MIdt e Sogei, al portale si accede con la propria identità digitale (SPID, Carta d’Identità Elettronica, CNS) e se la richiesta è per un familiare verrà mostrato l’elenco dei componenti della famiglia per cui è possibile richiedere un certificato. Il servizio, inoltre, consente la visione dell’anteprima del documento per verificare la correttezza dei dati e di poterlo scaricare in formato .pdf o riceverlo via mail.



https://www.corriere.it/economia/finanza/21_ottobre_30/certificati-anagrafici-addio-bollo-bastera-spid-scaricarli-online-gratis-25c614cc-3961-11ec-9ccd-c99589413e68.shtml?fbclid=IwAR1Oe0hS68kX4wlw7njEXn8yp6HMGrWU2wDBbi5uNAME5vrxeEza7aHydPI

Tassa sui miliardari: da Musk a Bezos, i 10 Paperoni che pagheranno di più. - Angelo Mincuzzi

Illustrazione di Giorgio De Marinis/Il Sole 24 Ore

 

Se passasse la proposta del senatore Wyden, il proprietario di Tesla verserebbe 50 miliardi, il fondatore di Amazon 44 e Zuckerberg 29 miliardi.

Il conto più salato lo pagherebbe Elon Musk, il proprietario di Tesla. L’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato in 274 miliardi di dollari, dovrebbe versare al Fisco statunitense 50 miliardi tondi tondi. Il salasso colpirebbe anche Jeff Bezos, suo acerrimo rivale nella corsa per la conquista commerciale dello spazio. Il fondatore di Amazon, al secondo posto tra i miliardari più facoltosi della terra con un patrimonio di 196 miliardi di dollari, dovrebbe pagare 44 miliardi. Per Mark Zuckerberg, in questi giorni nell’occhio del ciclone per le rivelazioni della whistleblower ed ex manager di Facebook, Frances Haugen, il conto sarebbe invece di “soli” 29 miliardi. Così come per Larry Page, uno dei fondatori di Google: anche lui verserebbe 29 miliardi nelle casse del governo americano.

I “magnifici quattro.”

Secondo il Bloomberg Billionaires Index, i “magnifici quattro” posseggono complessivamente 735 miliardi di dollari e ne dovrebbero versare 152 al Fisco Usa se dovesse passare la legge proposta dal democratico Ron Wyden, presidente della commissione Finanze del Senato. Conosciuta come la “tassa sui miliardari”, la proposta ha l’appoggio del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che da giorni ormai invade i social network con tweet in cui spiega perché è necessario far pagare le giuste imposte anche agli uomini più ricchi del Paese.

Nell’impostazione attuale la nuova tassa punta a incassare 500 miliardi di dollari in cinque anni, prima di andare a regime. Complessivamente, i 10 americani più ricchi possiedono un patrimonio di circa 1.300 miliardi di dollari e il piano Wyden richiederebbe loro di pagare in totale di 276 miliardi di tasse.

Il peso maggiore ricadrebbe, nell’ordine, su Musk, Bezos, Zuckerberg e Page – come abbiamo visto – seguiti da Sergey Brin (anch’egli fondatore di Google), Larry Ellison (Oracle), Warren Buffett (Berkshire Hathaway), Bill Gates (Microsoft), Steve Ballmer (Microsoft) e Jim Walton (Wal-Mart). I rimanenti 224 miliardi verrebbero pagati da altri 700 miliardari.

Questi calcoli si basano sulla ricchezza rilevata domenica 24 ottobre dal Bloomberg Billionaires Index ma le stime delle entrate si evolveranno insieme al patrimonio dei miliardari. Solo lunedì 25 ottobre, infatti, la ricchezza totale detenuta da Musk è salita di ben 36 miliardi di dollari a causa di un nuovo ordine di Tesla dalla società di noleggio Hertz.

L’insofferenza di Elon Musk.

Come maggiore contribuente della nuova imposta, Musk non l’ha presa affatto bene e alle 2,22 di notte del 26 ottobre ha lanciato un tweet in cui ventila la possibilità che dopo aver tassato i miliardari il governo potrebbe tassare anche gli altri contribuenti: «Alla fine, finiscono i soldi degli altri e poi vengono a prendere i tuoi», ha scritto.

In base alla proposta di Wyden (che non è per nulla sicuro che passerà così come è stata formulata, anche perché ci sarebbero dei profili di costituzionalità), i miliardari inizieranno a pagare le tasse sulla loro maggiore ricchezza ogni anno, proprio come i lavoratori pagano le tasse sui loro stipendi. L’imposta si applicherà solo ai contribuenti la cui ricchezza supera il miliardo di dollari: circa 700 famiglie su 130 milioni di famiglie degli Stati Uniti, ovvero lo 0,00005% del totale. Oppure riguarderà chi ha guadagnato oltre 100 milioni di dollari per tre anni consecutivi.

L’imposta sarà valutata annualmente sui beni negoziabili, come azioni, fondi comuni di investimento e derivati, il cui valore è noto all’inizio e alla fine dell’anno e il proprietario ottiene un rendiconto finanziario al termine dei 12 mesi. Per le attività non negoziabili, come un’impresa non quotata o immobili, le imposte saranno differite fino alla vendita dell’attività.

Gli interessi saranno addebitati per quegli anni in cui le tasse sono state eluse e il bene è aumentato di valore. Se l’asset perderà invece valore, allora saranno riconosciuti dei crediti d’imposta.

L’aliquota fiscale non è stata ancora determinata, ma è probabile che sia almeno l’aliquota massima sulle plusvalenze, che attualmente è del 20% più un’imposta sul reddito da capitale del 3,8%. In totale, dunque, il 23,8%.

Le aliquote basse dei miliardari.

I miliardari pagano aliquote fiscali effettive molto basse anche perché il valore delle loro azioni societarie non è soggetto alle imposte sulle plusvalenze fino a quando non vengono vendute. Il piano di Wyden equivarrebbe a un importante cambiamento nel Codice fiscale degli Stati Uniti istituendo la tassa del 23,8% sull’aumento del valore delle azioni - cioé la “plusvalenza non realizzata” - anche prima che le attività vengano vendute.

Di conseguenza, il piano ricadrebbe principalmente sui miliardari che hanno mantenuto le loro azioni quotate in Borsa, un criterio facilmente misurabile e pubblicamente identificabile. Le loro partecipazioni aziendali private, come SpaceX di Musk o Blue Origin di Bezos, probabilmente non rientrerebbero nella tassa.

«Ci sono due Codici fiscali in America – ha sottolineato il senatore Wyden spiegando come funzionerà la sua proposta -. Il primo è obbligatorio per i lavoratori che pagano le tasse prelevate da ogni busta paga. Il secondo è volontario per i miliardari che rimandano il pagamento delle tasse per anni, se non a tempo indeterminato. Due Codici fiscali consentono ai miliardari di utilizzare il reddito in gran parte non tassato della loro ricchezza per costruire più ricchezza, mentre le famiglie che lavorano lottano per bilanciare il mutuo con le spese e le bollette. Ecco perché è il momento di un’imposta sul reddito dei miliardari».

Il boom durante la pandemia.

Gli oltre 700 miliardari americani hanno visto la loro ricchezza aumentare di 1,8 trilioni di dollari (+62%), durante i primi 17 mesi di pandemia. Sulla base dei dati del Fisco statunitense, il giornale investigativo no-profit ProPublica ha scoperto che Jeff Bezos ha pagato zero tasse federali sul reddito nel 2007 e nel 2011, Elon Musk ne ha pagate zero nel 2018 e Michael Bloomberg ha pagato zero più volte negli ultimi anni.

ProPublica ha anche scoperto che i 25 miliardari più ricchi hanno pagato un’aliquota fiscale effettiva di appena il 3,4% su un incremento di 400 miliardi di dollari della loro ricchezza tra il 2014 e il 2018.

Gli economisti della Casa Bianca, dal canto loro, hanno rilevato che in media le 400 famiglie più ricche degli Stati Uniti hanno pagato un’aliquota effettiva dell’imposta federale sul reddito di poco superiore all’8% negli ultimi anni, se si calcola l’aumento del valore delle loro azioni. Insomma - afferma la Casa Bianca - i miliardari possono pagare aliquote fiscali inferiori rispetto ai lavoratori della classe media, come insegnanti, infermieri e vigili del fuoco.

I miliardari versano aliquote fiscali così basse per due motivi principali. La maggior parte del loro reddito deriva dall’aumento del valore dei loro investimenti come azioni, attività commerciali o immobili, piuttosto che da una busta paga. Inoltre, non devono pagare le tasse su quella maggiore ricchezza se non vendono asset. E non hanno bisogno di venderli perché possono usarli come garanzia per prendere in prestito denaro dalle banche a tassi bassi e vivere esentasse.

Se invece vendono i loro beni, pagano un’aliquota massima dell'imposta sulle plusvalenze del 20% (più l’imposta sul reddito da capitale netto del 3,8%), molto al di sotto dell’attuale tasso massimo del 37% che pagherebbero con uno stipendio da lavoratore dipendente. Questo è il motivo per cui molti ultraricchi pagano un’aliquota fiscale inferiore rispetto alle persone della classe media.

Il dibattito in Europa.

Il problema del doppio regime fiscale non è solo americano. Solo qualche giorno fa l’economista francese Thomas Piketty, autore di due libri diventati pietre miliari per interpretare l’evoluzione della società (“Il capitale nel XXI secolo” e “Capitale e ideologia”), ha scritto su Le Monde un lungo articolo per chiedere l’istituzione di un catasto dei patrimoni finanziari.

Il problema di fondo – sostiene l’economista francese – è che, all’inizio del XXI secolo, si continua a registrare e tassare i patrimoni sulla sola base dei beni immobili, utilizzando i catasti realizzati all'inizio del XIX secolo. Il possesso di un patrimonio – è il ragionamento di Piketty – è un indicatore della capacità contributiva delle persone, il che spiega perché la tassazione dei patrimoni ha sempre avuto un ruolo centrale nei moderni sistemi fiscali, oltre alla tassazione che grava sul flusso del reddito.

«Istituendo un catasto centralizzato per tutti i beni immobili, sia abitativi che professionali (terreni agricoli, negozi, fabbriche), la Rivoluzione francese istituì nello stesso tempo un sistema fiscale basato sulle transazioni (diritti di trasferimento ancora in vigore oggi) e soprattutto sulla proprietà (con imposta fondiaria) – sottolinea Piketty -. In Francia come negli Stati Uniti e in quasi tutti i paesi ricchi, l'imposta sulla proprietà continua a rappresentare la principale imposta sul patrimonio».

Un sistema ormai vecchio.

Il problema è che questo sistema di registrazione e tassazione dei beni è rimasto pressoché invariato da due secoli, anche se le attività finanziarie hanno assunto un’importanza preponderante.
«Il risultato è un sistema estremamente ingiusto e diseguale - sostiene Piketty -. Se possiedi una casa o un immobile professionale del valore di 300.000 euro e sei indebitato fino a 290.000 euro, pagherai la stessa tassa di proprietà di una persona che ha ereditato la stessa proprietà e possiede inoltre un portafoglio finanziario di 3 milioni di euro. Nessun principio, nessun ragionamento economico può giustificare un sistema fiscale così violentemente regressivo».

In molti affermano che sarebbe impossibile registrare i patrimoni finanziari. Secondo Piketty, però, non si tratta di un’impossibilità tecnica ma di una scelta politica: «Abbiamo scelto di privatizzare la registrazione dei titoli finanziari (presso depositari centrali di diritto privato, come Clearstream o Eurostream) e poi di istituire la libera circolazione dei capitali garantita dagli Stati, senza alcun coordinamento fiscale preventivo».

Il catasto finanziario.

Cosa fare allora? La priorità dovrebbe essere l'istituzione di un registro pubblico dei patrimoni finanziari e la tassazione minima di tutti i beni, anche solo per produrre informazioni oggettive su di essi. Ogni Paese può muoversi immediatamente in questa direzione, richiedendo a tutte le società che detengono o gestiscono dei beni nel suo territorio di rivelare l'identità dei loro titolari e tassandoli di conseguenza, in modo trasparente e alla stregua dei normali contribuenti, né più né meno. Rinunciando a qualsiasi ambizione in termini di sovranità fiscale e giustizia sociale, conclude Piketty, si incoraggia solo il separatismo dei più ricchi e il ripiegamento su se stessi.

Da una parte all'altra dell’Atlantico il tema della tassazione dei miliardari comincia a dettare l'agenda politica. È una delle conseguenze del nuovo mondo scaturito dalla pandemia.

https://24plus.ilsole24ore.com/art/tassa-miliardari-musk-bezos-10-paperoni-che-pagheranno-piu-AErOhAt?s=hpf

Ddl Zan contro omofobia affossato al Senato con 154 voti contro 131. Sì alla tagliola, stop all’esame. - Nicoletta Cottone

 

Erano tre gli articoli contestati, su identità di genere, pluralismo delle idee e giornata contro l’omofobia da celebrare anche nelle scuole

Salta l’esame di articoli ed emendamenti del ddl Zan e l’iter si blocca. L’aula del Senato ha votato a favore della cosiddetta “tagliola”, chiesta da Lega e FdI. A favore, 154 senatori, 131 i contrari e due astenuti. La votazione a scrutinio segreto, è stata accolta da un applauso. Il disegno di legge contro l’omotransfobia era stato approvato dalla Camera il 4 novembre 2020. La seduta dell’Assemblea è stata sospesa ed è stata convocata la Conferenza dei capigruppo.

Chi ha affossato il ddl.

Immediate le accuse incrociate su chi ha affossato il ddl. Per Goffredo Bettini, membro della Direzione del Pd, il ddl è stato affossato «dalle giravolte di sovranisti e riformisti». C’è chi come il pentastellato Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera, attacca Italia viva, che «corresponsabile di questo esito rovinoso, addossa ad altri le responsabilità». Maria Elena Boschi di Italia viva punta l’obiettivo «sull’arroganza del Pd e del M5s che ha prodotto una sconfitta incredibile», assistita da Teresa Bellanova che accusa della disfatta 23 franchi tiratori fra Pd, M5S e Leu. C’è chi esulta come ill leghista Roberto Calderoli, vice presidente del Senato: «Evviva, vittoria! Grazie alla mia richiesta di non passaggio all’esame degli articoli e di voto segreto si è posto fine, definitivamente, al ddl Zan, affossato con ben 23 voti di scarto! Quando i professionisti scendono in campo è meglio che i dilettanti che restino in panchina». Fedez, il rapper che aveva difeso il 1° maggio il ddl Zan, su Twitter attacca Renzi: «Ma il Renzi che si proclamava paladino dei diritti civili è lo stesso che oggi pare sia volato in Arabia Saudita mentre si affossava il Ddl Zan? Per celebrare la libertà di parola organizziamo una partitella a scarabeo con Kim Jong-un? Gran tempismo. Comunque bravi tutti».

La conta in aula.

La conta in aula al Senato sul ddl Zan era arrivata nonostante le riunioni che si erano susseguite a palazzo Madama. Non era stata trovata la quadra sulle modifiche chieste da Lega e Fratelli d’Italia, caldeggiate anche da Italia viva. Tre gli articoli contestati: su identità di genere, pluralismo delle idee e giornata contro l’omofobia da celebrare anche nelle scuole. Inascoltato l’appello del segretario del Pd Enrico Letta alla Lega di dimostrare la buona fede ritirando la “tagliola” (i due voti sul non passaggio all’esame degli articoli chiesti da Lega e Fdi).

Casellati: «Ammissibile il voto segreto chiesto da Lega-FdI».

«Il presidente ritiene ammissibili queste due richieste di votazione segreta in base al regolamento e in base ai precedenti», aveva detto la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, nell’Aula di Palazzo Madama dove era in corso l’esame del ddl Zan. «La mia decisione, per quanto legittimo contestare, perché si tratta di interpretazione, ha delle solide fondamenta di carattere giuridico», aveva poi precisato la presidente del Senato sulla decisione di accogliere la richiesta di voto a scrutinio segreto sulla cosiddetta tagliola che prevede il non passaggio agli articoli al ddl Zan. Alessandro Zan ai microfoni di ’Radio anch’io’ su Radiouno Rai aveva auspicato che Casellati non ammettesse il voto segreto sui due voti sul non passaggio all’esame degli articoli chiesti da Lega e Fdi. Salvini: «Sconfitta l’arroganza Pd-M5s, ripartire da proposta Lega» 

«Sconfitta l’arroganza di Letta e dei 5Stelle: hanno detto di no a tutte le proposte di mediazione, comprese quelle formulate dal Santo Padre, dalle associazioni e da molte famiglie, e hanno affossato il Ddl Zan. Ora ripartiamo dalla proposta della Lega: combattere le discriminazioni lasciando fuori i bambini, la libertà di educazione, la teoria gender e i reati di opinione», ha commentato il leader della Lega Matteo Salvini. 

Meloni: «Stop al pessimo ddl Zan, è vittoria Fdi»

«Cala il sipario sul ddl Zan, una pessima proposta di legge che Fratelli d’Italia ha contrastato con coerenza e nel merito fin dall’inizio. Non abbiamo mai cambiato idea e lo abbiamo dimostrato oggi in Senato: siamo stati l’unico gruppo interamente presente e unito nel voto», ha scritto su Fb Giorgia Meloni. «Patetiche le accuse di Letta, Conte e della sinistra: i primi - avverte Meloni - ad aver affossato la legge sono i suoi stessi firmatari, Zan in testa, che in questa proposta hanno scritto e difeso fino alla fine norme e principi surreali (dal self-id al gender nelle scuole) che nulla avevano a che fare con la lotta alle discriminazioni».

Conte: «Qualcuno non ci ha messo la faccia, questo la dice lunga»

«Purtroppo c’è anche qualcuno che non ci ha messo la faccia, questo evidentemente la dice lunga sulla sensibilità per i diritti civili», ha detto il leader M5S Giuseppe Conte, commentando con i giornalisti il voto del Senato sul ddl Zan.

Rossomando: «Fin dall’inizio obiettivo era affossare ddl Zan»

«Il Pd si è battuto compatto per mesi affinché il Senato potesse discutere e poi approvare il ddl Zan, liberando il testo dalle secche in cui veniva bloccato in commissione Giustizia. Con gli emendamenti già depositati per l’aula e all’apertura del dialogo, invece di iniziare la discussione nel merito del testo, si è concretizzata l’alleanza di chi fin dall’inizio ha avuto come unico obiettivo affossare la legge», ha detto la vicepresidente del Senato e responsabile Giustizia e diritti del Pd, Anna Rossomando.

Alfieri (Pd): «C’è chi si è nascosto dietro voto segreto»

«Grande rammarico per l’affossamento del Ddl Zan. Ci abbiamo creduto e ci siamo impegnati fino all’ultimo secondo. Era davvero l’occasione per fare un passo in avanti su temi che dovrebbero unire come rispetto, inclusione e libertà. Finisce con un voto segreto dietro il quale si sono nascosti coloro che a parole erano con noi e nei fatti hanno invece lavorato per fermare il ddl», ha scritto in un post su Facebook il senatore del Pd Alessandro Alfieri, portavoce di Base riformista.

De Petris (Leu): «La destra non voleva alcun dialogo»

«Il voto di oggi affossa una legge che mirava ad ampliare i diritti senza toglierne a nessuno. Una legge contro la discriminazione, l’intolleranza e l’odio che sin dall’inizio la destra ha voluto solo abbattere nascondendosi dietro una bugiarda disponibilità al dialogo che si è dimostrata oggi inesistente. Ma i numeri dicono chiaramente che questo risultato negativo è stato reso possibile solo dalle defezioni di alcuni che a parole hanno detto di voler discutere la legge in aula, come sarebbe stato non solo giusto ma anche doveroso fare, e nel voto hanno invece fatto la scelta opposta», ha dichiarato la capogruppo di Leu al Senato Loredana De Petris.

Carfagna: «Un braccio di ferro sui diritti non premia nessuno»

«Potevamo avere una buona legge contro la discriminazione di gay e trans, non l’abbiamo per la rigidità ideologica di due minoranze: chi voleva una legge-manifesto e chi non voleva nessuna legge. Il braccio di ferro sui diritti non premia nessuno», ha scritto su Twitter Mara Carfagna, ministro per il Sud e la Coesione territoriale.

Proteste in aula, il pentastellato Santangelo ammonito.

Casellati ha dovuto richiamare più volte il senatore del M5S, Vincenzo Santangelo, reo di aver fatto alcuni gesti all’indirizzo della presidente. «Senatore Santangelo lei è un gran maleducato. Non si fanno gesti alla presidenza, lei è ammonito. È censurato, e tra un po’ la allontano dall’Aula», ha detto Casellati. «Non mi costringa a farlo, a impedirle di votare, la smetta con il suo comportamento irrispettoso. Non ammetto che si facciano gesti di questo tipo, lo può fare da altre parti, non qua dentro».

Lo scontro sul ddl.

Sul testo lo scontro è andato avanti per mesi. Per il Pd andava approvato a ogni costo, per la Lega, Fratelli d’Italia e per Italia viva bisognava mettere mano almeno a tre articoli per portarlo avanti. Superata l’estate e le elezioni amministrative nelle grandi città era continuato il tira e molla sul Ddl Zan. Un testo al centro di rimpalli, resistenze, pressing e inviti a fare presto, che ha visto la maggioranza di governo spaccata fra chi parlava di mediazione e chi di decapitazione. Approvato il 4 novembre 2020 dalla Camera, il ddl Zan aveva avuto subito un atterraggio difficile al Senato, dove è rimasto in stallo per mesi ed è poi stato riesumato dai cassetti della commissione Giustizia di palazzo Madama e calendarizzato il 28 aprile 2021 - con 13 sì e 11 no - dopo cinque mesi di discussioni, rinvii e frenate. Che sono continuati anche nei mesi successivi.

Ostellari: «Uscire dal dualismo buoni-cattivi»

«Dobbiamo uscire dal dualismo buoni-cattivi. Io da presidente della commissione ho assistito al verificarsi di una maggioranza ampia che era assolutamente disponibile a trovare una sintesi sull’articolo 1, 4 e 7. Quella maggioranza non è riuscita a trovare l’accordo a causa di chi vuole polarizzare, anziché tutelare le libertà di tutti e cercare le soluzioni per migliorare un testo che qualcuno invece non vuole assolutamente toccare», ha detto il presidente della Commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari (Lega), parlando in aula nel corso del dibattito sul ddl Zan.

Vito a Berlusconi: «Mi dimetto dal ruolo in Forza Italia»

«La mia lettera di dimissioni al Presidente Berlusconi da responsabile del dipartimento Difesa e sicurezza di Forza Italia, dopo che è stato annunciato al Senato il nostro voto favorevole al non passaggio agli articoli del #DDLZan», ha scritto sui social il deputato di FI, Elio Vito, allegando anche la foto del testo inviato al Cavaliere. «La cronaca di questi mesi -aveva detto Vito - è purtroppo piena di episodi di violenza ai danni di persone Lgbt, picchiate perché camminavano mano nella mano, si baciavano, portavano una borsa arcobaleno. Per questo, se FI dovesse votare il non passaggio agli articoli del Ddl Zan, una legge che contrasta proprio odio, discriminazioni e violenze, a malincuore, ma per coerenza, non potrei più mantenere l’incarico affidatomi da Berlusconi».

Testo da modificare per il Vaticano.

In campo era sceso anche il Vaticano che a giugno aveva chiesto formalmente al governo di modificare il Ddl Zan che, secondo la Segreteria di Stato, violava «l'accordo di revisione del Concordato». La quadra su un nuovo testo però non era stata trovata e il ddl, sotterrato da una pioggia di emendamenti, era finito direttamente in aula. Dove il 27 ottobre è stato affossato dal voto a scrutinio segreto sui due voti chiesti da Lega e Fdi per non passare alla discussione sugli articoli.

L’apertura di Letta.

Alla trasmissione “Che tempo che fa” era arrivata l’apertura del leader del Pd Enrico Letta. Sulla legge Zan, aveva detto, «abbiamo un dovere nei confronti della nostra società, dobbiamo portarla avanti e approvarla». Letta aveva chiesto ad Alessandro Zan «di fare un’esplorazione con le altre forze politiche per capire le condizioni che possano portare a un’approvazione del testo rapida». E aveva aperto a modifiche «purché non siano cose sostanziali, ma mi fido di Zan. Sulla base di quello che dirà, sono sicuro si potrà approvare il testo in tempi rapidi»

Fallito l’ultimo tentativo di mediazione.

Fallito il tentativo di accordo in extremis tra i partiti di maggioranza. «É complicata, ma sono fiducioso», aveva detto Zan, ricordando che «la legislatura non dura all’infinito» e che c’è la necessità di chiudere perché nei prossimi mesi il Parlamento sarà occupato con la Legge di bilancio e con l’elezione del Capo dello Stato. I voti sul non passaggio all’esame degli articoli chiesti da Lega e FdI per Zan sono «una tagliola. Se dovesse passare la legge morirebbe visto si impedisce di continuare l’iter. Noi ci batteremo perché non accada». Parallelamente al mandato esplorativo affidato a Zan, si è riunito senza esito il tavolo politico in cui i capigruppo di maggioranza disertato dal M5S e Leu che chiedevano al presidente della commissione Andrea Ostellari di ritirare di ritirare la tagliola.

Mirabelli: «No a stravolgimenti».

Per Franco Mirabelli, vice presidente dei senatori del Pd «modifiche non sostanziali sì, stravolgimenti no. Questa è al posizione del Pd che vuole approvare una legge di civiltà. Per questo mercoledì (il 27 ottobre, ndr) è importante concludere la discussione generale e votare contro la richiesta della destra di non passare alla discussione sugli articoli. L'iter deve proseguire per arrivare in fretta all'approvazione di una legge che c'è in tutti gli altri paesi europei. Chi voterà a favore del non passaggio agli articoli vuole affossare la legge, chi la ritiene importante e vuole approvarla, magari con modifiche, voterà contro la richiesta della destra».

Renzi: «Senza un compromesso non si sarebbero fatte neppure le unioni civili»

In aula i 18 i voti di Italia viva sono stati ago della bilancia. «Ci sono punti del ddl Zan - aveva detto Matteo Renzi - in cui non c’è consenso, non solo da parte dei cattolici, ma anche di parte della Cgil e delle femministe. Se si modifica il testo in 15 minuti si porta a casa il risultato, ci si mette d’accordo sui tempi alla Camera». Per chiudere, aveva detto ancora Renzi, «bisogna accettare un principio di civiltà: sui diritti non si fa campagna elettorale. Si devono trovare gli accordi per fare le leggi, non i proclami per sventolare le bandierine». Ricordando che «senza un compromesso non si sarebbero fatte neppure le unioni civili».

Salvini: ddl Zan non ha alcuna speranza di passare.

«Ius soli e ddl Zan non hanno alcuna speranza di passare in Parlamento ed Enrico Letta lo sa benissimo», è stata la risposta a distanza del segretario della Lega Matteo Salvini. «Le priorita’ per gli italiani - ha aggiunto il leader del Carroccio - sono salute, lavoro e pensioni. Ius soli e ddl Zan sono tra le ultime preoccupazioni dei cittadini italiani e stranieri regolarmente presenti nel nostro Paese».

Ostellari: «Correggere gli articoli 1-4-7 e la Lega c’è»

«Al Senato la discussione in Aula sul Ddl Zan terminerà mercoledì, poi si apre tutta la vicenda sugli eventuali emendamenti. Prima di arrivare a quello però riprendiamo il lavoro già intrapreso, che era stato apprezzato e che era stato interrotto proprio perché qualcuno voleva forzare. Andiamo avanti quindi senza forzature. La Lega c’è con quelle modifiche secondo noi necessarie per migliorare questa legge», ha detto il presidente leghista della Commissione Giustizia del Senato e relatore Andrea Ostellari. I nodi principali riguardano gli articoli 1-4-7 del testo. «Bisogna metterci mano, sono nodi giuridici che erano stati segnalati anche dalle altre forze». Per Ostellari la rapida approvazione del testo dipende da quello che emerge dal tavolo con la capigruppo. Altrimenti, come già aveva annunciato a luglio, salterà tutto.

I punti contestati del ddl Zan.

Sono tre gli articoli contestati: 1, 4 e 7. Nell’articolo 1 viene definita l’identità di genere come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso biologico», «indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Si punta a stralciare queste definizioni e riportare il ddl Zan alla definizione contenuta nel testo Scalfarotto, o aggiungendo le parole «o fondati sull’omofobia o sulla transfobia», oltre al tema della disabilità. Altro articolo contestato è il numero 4 sul pluralismo delle idee: «Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Si vede qui un rischio per la libertà di espressione, tutelata dalla Costituzione, che non può essere degradata a legge ordinaria. L’articolo 7, che istituisce la giornata nazionale contro l’omofobia da celebrare anche nelle scuole. Una giornata criticata dal Vaticano e avversata da Renzi, che vuole aggiungere la frase «nel rispetto della piena autonomia scolastica».

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