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martedì 12 maggio 2026

LA PACE DURATURA CHIAMA LE OPPOSIZIONI A SCEGLIERE - Elena Basile

 

Una delle caratteristiche comuni al Sud globale, alle potenze del surplus attaccate dalla belva ferita del capitalismo finanziario, è rappresentata dalla pazienza strategica. La Russia, la Cina non rispondono alle provocazioni, a volte non esercitano la deterrenza attesa dai molti e confidano che il tempo giochi a loro favore.
La Russia ha tuttavia avvertito attraverso il suo ministro della Difesa che un attacco terroristico, condotto da ucraini e alleati Nato, contro la parata militare in programma a Mosca il 9 maggio, avrebbe come conseguenza una rappresaglia durissima anche contro gli alleati di Kiev. Una dichiarazione che qualora le linee rosse non vengano rispettate vincolerebbe Mosca all’azione.
Fino ad oggi tuttavia, nonostante le critiche aperte del politologo Karaganov e del direttore del Valdai Club Bordachev, la Russia ha incassato gli attacchi alla leadership, allo stesso Putin e alle infrastrutture civili, reagendo con una mano legata dietro la schiena. La superiorità militare aerea permetterebbe bombardamenti a tappeto, decapitazione della leadership di Kiev, rappresaglie sugli alleati.
Sulla stampa occidentale non è riconosciuta la cautela russa che si astiene dai massacri del popolo fratello ucraino. Allo stesso modo se Mosca reagisse, i falchi ne approfitterebbero per descriverne la rappresaglia come “non provocata” ed essa fornirebbe il pretesto a scandinavi, baltici e polacchi per sostenere l’attacco diretto alla Russia, per quanto folle questo possa sembrare. Putin preferisce quindi lasciare che il tempo e le sanzioni destabilizzino l’Europa e il fronte occidentale e indeboliscano ulteriormente l’Ucraina.
La Cina è riluttante a esercitare una vera e propria deterrenza. Teme l’imprevedibilità dell’impero in declino e spera che il lento passaggio alla egemonia di Pechino, iscritto nella tendenza storica attuale, si compia senza bagni di sangue.
Interviene tuttavia nel conflitto di cui è vittima l’Iran per mitigare gli obiettivi di Teheran e sostenere una mediazione basata sull’apertura dello stretto di Hormuz e la sospensione delle sanzioni occidentali. Rimanda tuttavia al mittente le pressioni mafiose di Trump e non accetta di sottostare alle sanzioni unilaterali. Insieme alla Russia difende l’accordo sul nucleare che permetta all’Iran l’arricchimento dell’uranio a fini civili e il deposito dell’uranio arricchito presso Paesi amici. Si rende disponibile, con mille paletti e senza lasciarsi trascinare in guerra, a garantire con l’Onu la non aggressione dell’Iran.
I comportamenti ondivaghi degli Usa, al netto dell’instabilità mentale del presidente e delle dichiarazioni funzionali all’arricchimento delle lobby finanziarie, sono dovuti ai messaggi che anche attraverso l’intelligence pervengono a Washington da Mosca e Pechino.
La libera circolazione dello stretto di Hormuz è un interesse essenziale cinese. Le conseguenze sull’economia mondiale sono tali da portare alla depressione economica.
Gli Stati uniti del resto hanno posto fine al blocco delle navi iraniane dopo le prime rappresaglie sulle navi americane e sulle raffinerie emiratine. L’uscita di Abu Dhabi dall’Opec al fine di superare, data la crisi economica, la quota di 3,5 milioni di barili è la conferma dal punto di vista geopolitico della progressiva distanza degli Emirati, ormai pedina israeliana, dall’Arabia Saudita.
L’obiettivo massimalista iraniano di attaccare la struttura dei petrodollari e di ottenere il ritiro degli Usa dal Golfo Persico viene mitigato dagli alleati di Teheran al fine di pervenire alla mediazione. Trump potrebbe, nel mondo della post verità, pur non avendo conseguito nessun obiettivo (regime change, arricchimento zero di uranio, drastica riduzione della difesa missilistica, fine delle alleanze con Hamas, Hezbollah e Yemen), descrivere la sua effettiva ritirata come una vittoria, vantando le concessioni iraniane sul trasferimento dell’uranio arricchito e la rinuncia al nucleare bellico, in realtà già fatte l’anno scorso nei negoziati di Ginevra.
L’apertura dell’economia iraniana in un mondo sano rappresenterebbe un beneficio per tutti. Si tratterebbe per una pace duratura nel mondo, di rinunciare alle politiche neocon di controllo dei flussi energetici per continuare il dominio unipolare e colpire il rivale sistemico. La dipendenza di ucraini e europei e il loro utilizzo in una proxy war contro la Russia è replicata nell’interruzione di flussi energetici verso il Giappone, il Vietnam, le Filippine, i nuovi proxy nella guerra contro la Cina.
Rinunciare a questa strategia e al condizionamento della lobby americana di Israele, (variabile impazzita che vuole la guerra permanente) è la strada per uscire dalla minaccia nucleare e accettare la cooperazione nel mondo multipolare. L’opposizione al governo Meloni e la diplomazia europea sono in grado di sostenere questa scelta cruciale?

venerdì 10 aprile 2026

LA RESA DI TRUMP FIRMATA DALLA CINA, CHE HA SPINTO L'IRAN A RIAPRIRE HORMUZ - Giorgio Cattaneo

 

Centomila soldati cinesi pronti all'impiego, fuori dai confini nazionali per la prima volta nella storia, nel caso in cui Teheran fosse stata davvero in pericolo.
Poi i ceceni del reggimento Achmat, agli ordini di Putin, già schierati lungo il confine afghano e motivati a loro volta a intervenire dalla parte degli iraniani.
Senza contare vari sommergibili russi, dotati di missili ipersonici, appena dislocati a poche miglia da Hormuz. Queste, secondo il generale Cesare Dorliguzzo, intervistato da Francesco Toscano su Visione TV, sono le “solide ragioni” che avrebbero spinto Donald Trump all'ingloriosa ritirata dal teatro bellico iraniano, dopo aver fallito tutti gli obiettivi. Tranne forse uno: la colossale distrazione di massa.
Quest'ultima è la tesi dell'avvocato Alessandro Fusillo, già strenuo difensore dei cittadini italiani durante la psico-pandemia:
«Gli Usa, che sono un regime sanguinario e genocida, con la missione Artemis sono pronti a inventarsi persino un secondo finto sbarco sulla Luna».
Per Fusillo, interpellato da Fabio Frabetti su Border Nights, la stessa devastante guerra di aggressione contro Teheran, assolutamente criminale e banditesca, sarebbe stata scatenata come gigantesco diversivo politico-mediatico «vista la gravità del quadro emerso dagli Epstein Files», che dipingono Trump come un docile burattino di Israele, completamente compromesso dal Deep State sionista.
Più articolata l'analisi che l'esperto statunitense Scott Ritter, già ispettore Onu per il nucleare, fornisce al popolare video-blogger Judge Andrew Napolitano: se a far capitolare gli Usa è stata l'inattesa resistenza dell'Iran, a regalare al disperato Trump una via d'uscita, finalmente, è stata la Cina, che ha convinto gli iraniani a fermarsi, riaprendo lo Stretto di Hormuz (vitale per l'economia di Pechino).
Per Ritter, ormai giganteggia la statura mondiale di Xi Jinping: attraverso il Pakistan e con l'avallo dei russi, il leader cinese ha di fatto sbloccato una crisi energetica drammatica, che stava iniziando a paralizzare il mondo. Crisi innescata dalla folle aggressione israelo-statunitense: l'attacco a tradimento contro l'Iran era scattato senza che vi fosse un vero allarme e
per giunta a negoziati in corso.
Vista l'impossibilità di piegare Teheran,
non restava che il terrorismo: bombardamenti a tappeto sulle città e, magari, il ricorso all'arma atomica.
Clamorosamente, l'ex trumpiano di ferro Tucker Carlson è arrivato a invitare i generali americani a disobbedire agli ordini. Per la verità, sia il Pentagono che la Cia avevano tentato di dissuadere la Casa Bianca dall'attaccare l'Iran, avvertendo che sarebbe stato impossibile batterlo. Sicuramente, dice Ritter, gli alti comandi hanno opposto resistenza anche a campagna in corso.
Pesantissimo, poi, il fallimento della catastrofica missione per impossessarsi dell'uranio iraniano: mascherata da recupero del pilota di un caccia abbattuto, l'operazione –
che avrebbe coinvolto oltre 150 velivoli – è stata annullata dalla prontezza della difesa iraniana.
«Gli Usa hanno fallito tutti gli obiettivi e non hanno acquisito alcun risultato, né politico né militare», sintetizza Ritter: «Il governo iraniano non è cambiato e il suo nucleare (civile) non è stato toccato». Idem il vasto arsenale dei missili balistici, che hanno raso al suolo tutte le basi Usa nel Golfo Persico.
Le portaerei? Tenute lontanissime dai missili iraniani. Impensabile poi uno sbarco dei marines: sarebbe stato un suicidio.
Tuttora, lo Stretto di Hormuz resta sotto il pieno controllo di Teheran. «Per gli Stati Uniti, questa è una sconfitta schiacciante. È anche l'inizio di un declino ormai vistoso. Per Trump, significa il quasi sicuro disastro alle imminenti elezioni di medio termine, a prescindere dalle esilaranti storielle che si inventerà, per tentare di raccontare che il vincitore sarebbe lui».
A pesare è la fortissima delegittimazione della Casa Bianca:
il presidente è stato abbandonato dai trumpiani della prima ora, quelli del movimento Maga, delusi e traditi dalla censura imposta agli Epstein Files. Un super-trumpiano come Joe Kent, capo dell'antiterrorismo, si è dimesso in modo rumoroso: accusa il presidente di aver aggredito l'Iran senza motivo, solo per assecondare Netanyahu.
Francesco Toscano è fra quanti si domandano se Trump, oltre a essere “compromesso” e forse ricattato, non sia anche spaventato:
«È stato verosimilmente il Mossad a uccidergli sotto il naso un fedelissimo come Charlie Kirk, leader dei giovani Maga: si era permesso di accusare Netanyahu di tacita complicità nella strage del 7 Ottobre».