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lunedì 3 agosto 2026

NON CI HANNO DICHIARATO LA GUERRA. HANNO DICHIARATO GUERRA AL CONTROLLO DEL PARLAMENTO.

 

In Italia non si entra più in guerra. Si “rimodula”.
Non si spostano soldati, caccia, radar e sistemi antidrone nel cuore di una polveriera mediorientale. Si fa una “riorganizzazione d’area”.
Non si mette l’apparato militare italiano al servizio delle monarchie del Golfo. Si pratica la “flessibilità”.
Non si scavalca il Parlamento. Lo si informa con calma, possibilmente quando gli uomini sono già partiti e gli aerei già decollati.
È il nuovo pacifismo del Governo Meloni: prima manda i caccia, poi cerca il verbale.
Da metà marzo l’Italia ha dispiegato nel Golfo una Task Force Air con circa 400 militari dell’Aeronautica, quattro Eurofighter, radar e sistemi antidrone. Il dispositivo sostiene la difesa aerea di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, dentro un’escalation regionale in cui basta un missile fuori traiettoria per trasformare una “missione difensiva” in un coinvolgimento diretto.
Crosetto assicura che non siamo in guerra.
E ci mancherebbe: secondo la nuova dottrina ministeriale, probabilmente bisogna aspettare che un missile cada sulla scrivania del ministro e presenti domanda in carta bollata.
Il problema non è sostenere che l’Italia abbia formalmente dichiarato guerra.
Il problema è che uomini, caccia e sistemi militari italiani sono stati portati dentro uno scenario di guerra senza un vero dibattito pubblico preventivo e senza un voto parlamentare specifico sulla nuova destinazione e sulla nuova funzione operativa.
Qui entra in scena la Legge 168 del 2024, il capolavoro con cui il Governo ha trasformato la Costituzione in un mobile dell’Ikea: si smonta, si rimonta e, se avanza qualche pezzo, si butta.
La norma introduce la cosiddetta “flessibilità d’area”, cioè la possibilità di impiegare le missioni in modo interoperabile all’interno della stessa area geografica.
Sembra una formula tecnica. È il passe-partout.
Il Parlamento autorizza una missione in Medio Oriente? Bene. Poi il Governo può spostare uomini, mezzi e funzioni da un Paese all’altro, da un teatro relativamente stabile a uno incandescente, sostenendo che non è cambiata la missione: è cambiato soltanto il parcheggio.
Ieri addestramento.

Oggi difesa aerea.

Domani intercettazione.

Dopodomani risposta al fuoco.

Sempre la stessa missione, naturalmente.

È la guerra con il cambio automatico: il Parlamento mette la prima, il Governo arriva fino alla quinta e poi spiega che il motore era già acceso.
La stessa legge consente al Consiglio dei ministri di impiegare forze ad alta e altissima prontezza operativa, lasciando alle Camere cinque giorni per autorizzare o negare.
Cinque giorni.
In una crisi militare bastano per essere attaccati, rispondere al fuoco, subire perdite e ritrovarsi coinvolti in un conflitto prima che il deputato più veloce abbia finito di leggere il dossier.
Il Parlamento interviene dopo.
Può anche dire di no, certo. Come il passeggero può protestare quando l’aereo è già decollato.
Questa non è centralità parlamentare.
È autopsia parlamentare.
Prima decide il Governo, poi le Camere esaminano il cadavere della sovranità popolare e stabiliscono da quanto tempo fosse morto.
C’è poi il capitolo dei finanziamenti anticipati: soldi sbloccati per garantire la prosecuzione delle missioni prima della deliberazione parlamentare annuale.
Anche qui tutto molto democratico.
Prima partono i soldi.
Poi gli uomini.
Poi i caccia.
Alla fine arriva il Parlamento, con la stessa puntualità dell’ambulanza nei film di Totò.
Il disegno è chiarissimo: spostare il baricentro delle missioni militari dalle Camere al Governo, trasformando decisioni politiche enormi in atti tecnici e amministrativi.
Non si cambia la posizione internazionale dell’Italia.
Si aggiorna il foglio Excel.
Non si protegge militarmente l’Arabia Saudita.

Si offre “supporto difensivo”.

Non si coprono le spalle a una monarchia autoritaria coinvolta nella competizione regionale.

Si garantisce la “sicurezza dell’area”.

L’Arabia Saudita non è esattamente la Svizzera con il petrolio.
È una monarchia assoluta accusata di gravissime violazioni dei diritti umani e protagonista di una politica regionale aggressiva.
E noi cosa facciamo?
Mandiamo caccia e sistemi di difesa a protezione delle sue infrastrutture strategiche, così Riad può concentrarsi più serenamente sul resto.
Poi il Governo ci spiega che è tutto difensivo.
Anche il buttafuori fuori dalla discoteca è “difensivo”. Ma intanto consente a chi sta dentro di continuare la festa senza preoccuparsi di chi bussa alla porta.
La distinzione tra difesa passiva e coinvolgimento attivo è sottile già nei manuali. In mezzo a missili, droni e rappresaglie diventa carta velina.
L’Articolo 11 della Costituzione dovrebbe funzionare da argine: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e pretende che l’uso della forza sia sottoposto a un controllo democratico rigoroso.
Il Governo, invece, ha inventato la Costituzione a posteriori.
Prima decide.
Poi schiera.
Poi finanzia.
Poi, se qualcuno insiste, riferisce.
È la democrazia “ad altissima prontezza”: prontissima a mandare i soldati, lentissima a spiegare perché.
Ricordiamoci chi ha approvato questa legge: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. E, nei passaggi decisivi, i soliti centristi in uniforme spirituale: Renzi e Calenda, oppositori inflessibili finché non c’è da votare qualcosa che piace alla NATO.
Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno votato contro, denunciando la perdita di centralità del Parlamento.
Questa volta avevano ragione.
E sarà bene ricordarlo, perché al primo incidente tutti correranno a dichiararsi sorpresi.
Crosetto dirà che era una missione difensiva.
Meloni che l’Italia ha rispettato gli impegni internazionali.
Tajani che bisogna lavorare per la pace, possibilmente mentre firma il comunicato sul prossimo dispiegamento.
Renzi farà una conferenza in inglese.
Calenda pubblicherà sette tweet per spiegare che lui aveva capito tutto e gli altri male.
E il Parlamento verrà convocato per ratificare la realtà.
Questa è la vera mostruosità della Legge 168: non abolisce formalmente il controllo democratico.
Lo svuota, lo ritarda e lo trasforma in una firma apposta sotto una decisione già eseguita.
Una missione cambia natura? Rimodulazione.
Una forza viene spostata? Interoperabilità.
I soldi partono prima? Tempestività.
I soldati arrivano prima del voto? Alta prontezza.
La Costituzione protesta? Problema semantico.
Con questo lessico si può fare tutto.
Anche trascinare un Paese dentro una guerra continuando a giurare che si tratta soltanto di manutenzione ordinaria.
Il Governo deve dire con precisione dove sono i militari italiani, quali sistemi sono stati dispiegati, quali sono le regole d’ingaggio, chi comanda e chi può autorizzare una risposta armata.
Non bastano le rassicurazioni.
Non bastano le smorfie indignate del ministro.
Non basta ripetere che “era tutto nelle carte”.
Le carte vanno discusse prima, non sventolate dopo come il libretto delle istruzioni di un incendio già divampato.
La Costituzione non è un ostacolo burocratico alla rapidità militare.
È l’ostacolo democratico che separa un Governo da un’avventura bellica.
Quando quell’ostacolo viene aggirato con parole come “flessibilità”, “interoperabilità” e “rimodulazione”, non siamo davanti a una modifica tecnica.
Siamo davanti a un trucco.
E quando un Governo deve usare un trucco per mandare uomini e caccia in una zona di guerra, significa che sa perfettamente che, dicendo la verità, gli italiani potrebbero non essere d’accordo.

Fonti: Ministero della Difesa; Legge 31 ottobre 2024, n. 168; atti parlamentari; Corriere della Sera, 1 agosto 2026; Il Manifesto, 1 agosto 2026; Il Foglio, 31 luglio 2026; Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2026.

Don Chisciotte - https://t.me/donchisciotte667

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giovedì 26 febbraio 2026

Salviamo la Costituzione!



L'art, 104 della Costituzione sancisce che: "La magistratura in Italia è definita dalla Costituzione (Art. 104) come un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, garantendo l'imparzialità dei giudici, soggetti soltanto alla legge. Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è l'organo di autogoverno che gestisce carriere e provvedimenti disciplinari, composto da membri togati, laici e di diritto."

Questi di destra vogliono cambiare ciò che è stabilito in Costituzione e lo stanno facendo con emendamenti e leggi che la vuotano di significato per assumere tutto il potere... non dobbiamo permetterglielo!

cetta,

domenica 21 dicembre 2025

L’articolo 32 della Costituzione italiana. - Michele Sodano.

 L’articolo 32 della Costituzione italiana sancisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Non è una frase ornamentale, è un pilastro etico e politico della nostra nazione. Mette nero su bianco che in Italia la salute non è un favore, non è una concessione, non è un premio elargito da chi governa. È un diritto originario e inviolabile, che precede la propaganda, le campagne elettorali e persino il consenso.

Eppure oggi assistiamo a qualcosa di profondamente distorto. Come può, un emendamento che assegna quattro milioni di euro a un ospedale pubblico per acquistare un macchinario di radioterapia, quindi per garantire cure essenziali e salvavita, essere presentato come una “vittoria politica” celebrata con toni trionfalistici. È qui che si tocca il punto più basso, perché ciò che viene raccontato come un successo personale è in realtà la riparazione tardiva di una mancanza strutturale che continuerà a minare il diritto alla salute di chi abita in Sicilia.
C’è poi un ulteriore elemento di merito, che può essere compreso solo leggendo le carte, e che rende questa narrazione ancora più grave. Questi milioni non sono frutto di un nuovo investimento sulla sanità pubblica: le risorse non sono state aggiunte, sono state sottratte, tolte da capitoli già destinati ad altri pazienti, ad altre cure, ad altri bisogni sanitari. Lo dice lo stesso emendamento Pisano: "i 4 milioni di euro vengono reperiti attraverso la riduzione del Fondo previsto dall’articolo 1, comma 200, della legge 190 del 2014", quindi sono risorse trasferite, non aggiunte. Questo non è un giudizio politico, è un fatto. Non si è scelto di aumentare i finanziamenti alla sanità, ma di spostare risorse esistenti, mettendo i malati gli uni contro gli altri, in una inaccettabile guerra fra poveri.
Se un ospedale deve attendere un emendamento parlamentare per poter curare i malati oncologici con strumenti adeguati, il problema non è risolto, è solo momentaneamente tamponato. E se per farlo si sottraggono risorse ad altri pazienti, allora il nodo diventa ancora più politico. Perché non si finanzia la sanità togliendo cure ad altri malati. L’errore non è nell’opera, che è necessaria e va realizzata, ma nella scelta a monte, non investire davvero nella salute pubblica.
A mio parere è una tremenda speculazione sulla salute, è la trasformazione della sofferenza in palcoscenico. Il malato non è più un cittadino titolare di diritti, ma lo sfondo emotivo di una campagna permanente. La cura diventa un post, la radioterapia una conferenza stampa, l’ospedale un trofeo. Segnali di un’Italia in discesa, con la politica che si autocelebra per aver fatto semplicemente il proprio minimo dovere. Si scende ancora più in basso quando quel dovere viene raccontato come un regalo. E si tocca il fondo quando la salute pubblica, che dovrebbe essere sottratta a ogni logica di parte, viene usata come strumento di propaganda personale.
L’articolo 32 della Costituzione non prevede ringraziamenti, pretende responsabilità, continuità, programmazione, una sanità che funzioni sempre, non solo quando conviene raccontarla. Finché non torneremo a considerare normale ciò che oggi viene spacciato come straordinario, la crisi non sarà solo del sistema sanitario, ma della cultura democratica del Paese.

domenica 9 novembre 2025

MARCO TRAVAGLIO - Siamo in Russia - IFQ - 9 novembre 2025

 

Articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Da due giorni non facciamo che rileggerlo, nel timore di aver capito male o di non esserci accorti che è stato abrogato. Invece è sempre lì e dice sempre la stessa cosa: non si possono discriminare cittadini per alcun motivo, ivi comprese le loro opinioni politiche.
Strano, perché quasi ogni giorno viene discriminato qualcuno. Di solito si tratta di russi, ma anche ucraini del Donbass o della Crimea, perlopiù artisti bravi e famosi invitati a esibirsi e poi cacciati a pedate su richiesta di entità straniere (siamo o non siamo governati dai sovranisti?), tipo l’ambasciata di Kiev, o gruppi esteri filoucraini e antirussi. E sempre per opinioni politiche o financo per luogo di nascita, che li trasformano in “putiniani” o “amici” o “complici” o “propagandisti di Putin”. Un’equazione (governo=popolo) che ovviamente non vale su Israele. Si dirà: ma sono stranieri, mentre la Costituzione si riferisce agli italiani anche se non lo specifica (sarebbe bizzarro se gli italiani fossero liberi di discriminare gli stranieri, ma lasciamo andare).

L’altro giorno però è stato discriminato un cittadino italiano: lo storico Angelo D’Orsi, laureato con Bobbio, ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino dove ha insegnato per 46 anni, autore di oltre 50 volumi tradotti all’estero, biografo di Gramsci, Ginzburg e Gobetti, fondatore e direttore di riviste scientifiche e collaboratore dei principali giornali.
Il 12 novembre D’Orsi doveva tenere una conferenza su “Russofobia, russofilia, verità” al Polo del 900 a Torino, fra i consueti strilli preventivi di nazionalisti ucraini e noti “liberali” tipo i radicali, Carlo Calenda e Pina Picierno. Poi l’altroieri ha appreso dai social della Picierno, eurodeputata “riformista” Pd e (che Dio perdoni tutti) vicepresidente del Parlamento Ue, che “l’evento della propaganda putiniana è stato annullato. Ringrazio il sindaco Lo Russo (si chiama proprio così, ndr) per la sensibilità, il Polo del 900 e tutti coloro che si sono mobilitati a livello locale e nazionale”. Nobile mobilitazione finalizzata a tappare la bocca a un prof che minacciava di dire cose sgradite ai mobilitati, anche se nessuno ancora le conosceva: cioè a censurare le sue opinioni politiche, come fanno le autocrazie e come la Costituzione proibisce di fare (mica siamo in Russia).
Si attende ad horas il vibrante monito del capo dello Stato, massimo custode della Carta, e la dissociazione di Elly Schlein dalla sua eurodeputata e dal suo sindaco affinché D’Orsi possa parlare della russofobia. Senza più neppure il fastidio di doverla dimostrare.

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lunedì 14 luglio 2025

Presidenzialismo - imparzialità e Costituzione aggirate. - Roberto Mariani

 

Sono un italiano atipico, e probabilmente utopico ma, se dico che il presidenzialismo in Italia c'è dai tempi di Napolitano, credo che molti possano tranquilamente concordare con me.
La questione è sfacciatamente semplice: viviamo in un presidenzialismo sostanziale.
Che gli ultimi due presidenti della Repubblica non siano stati arbitri imparziali, ma giocatori attivi, credo sia noto a qualsisi essere senziente moderatamente onesto intellettualmente.
Che il potere non appartenga al popolo che viene irriso e sbeffeggiato ripetutamente, credo sia altrettanto chiaro.
Che la Costiituzione più bella del mondo venga villipesa da quelli che si ostinano a definire i suoi custodi, è più che chiaro, è limpido: l'Italia ripudia la guerra. Armare uno dei popoli in guerra significa partecipare alla guerra, anche se questa non ci compete perchè i belligeranti non sono nostri alleati, ne facenti parti della Nato.
Che, al dunque, l'attuale Presidente della Repubblica parli a nome proprio, e di qualche ristretta cerchia "d'élite" a scuorno del popolo italiano, dovrebbe essere oltremodo palese.
Ne consugue che la discussione sul presidenzialismo risulti essere un esercizio del tutto pleonastico: che lo facessero, così quantomeno, si mette fine a questa inutile e odiosa pantomima.

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mercoledì 4 giugno 2025

Lettera aperta a Mattarella del Prof. Avv. Augusto Sinagra.

 

“Egregio Signore, per lungo tempo abbiamo assistito a sue firme di convalida di decreti-legge o di promulgazione di leggi di dubbia costituzionalità a parere di molti. Prescindo dalle sue conoscenze del diritto costituzionale ma molti hanno pure nutrito il dubbio in ordine alla sua consapevolezza.
Ora accade che dopo la gravità delle sue dichiarazioni a Marsiglia lei, pensando di giustificarsi, ha aggravato la situazione affermando a Cettigne (Montenegro) che la Russia deve rispettare la Carta dell’ONU e astenersi per il futuro dall’aggredire altri Stati.
Premesso che la Russia storicamente non ha mai aggredito nessuno e, viceversa, è stata sempre aggredita (anche dall’Italia nel 1941) e premesso anche che la veste da “vecchio saggio” non le si addice quanto alla saggezza, le ricordo che, secondo la Costituzione, non appartiene alle competenze del Capo dello Stato la gestione o l’orientamento della politica estera della Nazione, che è prerogativa del governo e del parlamento.
Conseguentemente si potrebbe opportunamente riflettere sulla possibilità che la sua condotta possa configurare, sul piano tecnico- giuridico, l’ipotesi dell’ ”attentato alla Costituzione della Repubblica” che, in caso di stato di messa di accusa, comporterebbe il giudizio dinanzi alla Corte costituzionale.
Tuttavia, al di là di ogni considerazione tecnico-giuridica, resta il giudizio politico e storico che graverà sulla sua persona. Nel merito lei dovrebbe ben sapere che il diritto internazionale conosce l’Istituto della “legittima difesa preventiva”. Come pure dovrebbe sapere che proprio la Carta dell’ONU da lei evocata consente il legittimo intervento armato di uno Stato contro altro Stato se ciò appare veramente finalizzato a porre fine ad una violazione sistematica e massiccia dei diritti umani fondamentali. A cominciare dal diritto alla vita.
È esattamente ciò che è accaduto nel Donbass, in Ucraina, dal 2014 e fino all’intervento militare russo del 2022. Le sue improvvide dichiarazioni espongono a serio pericolo gli interessi della Nazione e i suoi cittadini. Le sue dichiarazioni sembrano difendere gli interessi dell’Unione europea più rivolta verso un’opzione militare che di pace; una Unione europea ormai in stato di putrescenza morale, politica ed economica, come ben detto dal Vicepresidente USA Vance che questa Unione europea ha “schiaffeggiato” quasi con brutalità in occasione del Vertice di Monaco sulla sicurezza.
Ricordo inoltre che lei era Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa nel governo D’Alema quando l’Italia intraprese un’azione di aggressione bellica sotto comando USA senza alcuna autorizzazione dell’ONU e senza neanche una deliberazione della stessa NATO; aggressione bellica che vide pesanti bombardamenti della Serbia (nostra storica amica) e della sua capitale Belgrado.
E ciò con buona pace dell’art. 11 della Costituzione che consente soltanto la guerra difensiva.
Dunque, egregio Signore, non crede che il suo non richiesto ammonimento alla Russia in Montenegro debba essere rivolto ad altri Stati, a cominciare dalla stessa Italia?
Da ultimo, registro che proprio oggi, con fasti e onori lei ha ricevuto il Signor Isaak Herzog Presidente dello Stato di Israele che ad oggi ha disatteso ben 73 Risoluzioni dell’ONU e che si è consegnato al vituperio delle genti per quel che ha fatto e continua a fare nel preordinato e continuato sterminio del Popolo palestinese.
Lei non ha nulla da dire allo Stato di Israele in tema di rispetto dello Statuto delle Nazioni Unite?
Ancora la invito calorosamente a presentare sue pubbliche scuse al Presidente e al Popolo russo.”
Prof. Avv. Augusto Sinagra. Già Ordinario di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Direttore della Rivista della Cooperazione giuridica internazionale (fascia A) ed avvocato del Foro di Roma)

martedì 22 ottobre 2024

Ben altro che danno erariale: lettera a Elly Schlein. - Roberta De Monticelli

 

La filosofa Roberta De Monticelli, del Consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia, scrive alla segretaria del Partito Democratico.

Sarebbe una scena di comicità irresistibile quella del pugno di senegalesi ed egiziani caricati e scaricati e ricaricati sull’enorme pattugliatore della Marina italiana, avanti e indietro per l’Adriatico, che conversano fra loro rigirandosi reciprocamente lo stupore del non capirci niente. Come sempre ci azzecca la risata del Manifesto: “Rimpatriota”. Da seppellirla, la Sorella d’Italia. Purtroppo però c’è ben poco da ridere. Nel 2023 sono state ben 3041 le persone affogate nel Mediterraneo, e aspettiamo i conti del 2024. Non dovremmo perdere di vista l’enormità del male di cui stiamo parlando, quando cogliamo l’opportunità di sottolineare l’insipienza o la protervia di un governo, il nostro, che intendeva proporsi all’Europa come esempio di politica migratoria, ignorando la sentenza della Corte di Giustizia Ue del 4 ottobre, che non riconosce come sicuri, ai fini del rimpatrio, 20 dei 22 Paesi che per questo governo lo sarebbero.

E quindi i giudici – meno male che ce ne è ancora qualcuno a Lussemburgo e in subordine anche a Roma –  hanno parlato.  Se ora dobbiamo parlare anche noi, we the people, oltre all’enormità del male cui una politica migratoria seria italiana ed europea dovrebbe porre fine, non dovremmo dimenticare, nell’ordine: il testo dell’articolo 605 del nostro codice penale sul sequestro di persona, che prevede da 1 a 10 anni di reclusione se chi priva qualcuno  della libertà personale è un pubblico ufficiale;  il diritto di emigrare, stabilito dagli articoli 13 e 14 della Dichiarazione Universale dei diritti umani; l’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, che ribadisce quel diritto, e l’articolo 35 (quarto comma) della costituzione italiana, che prima di tutti gli altri documenti “Riconosce la libertà di emigrazione (…) e tutela il lavoro italiano all’estero”. Ricordandoci in modo commovente nella frase finale da dove viene, questa povera Italia che ora si vuole inflessibile modello di “difesa dei patri confini” per un’Unione europea non meno dimentica delle ragioni per cui era nata.

Ecco. La donna che dovrebbe farsi portavoce della maggiore forza di opposizione ha alzato una voce che di forte ha solo il volume, perché alla memoria di tutto questo non dà parola, come se lo avesse dimenticato. Parla di “danno erariale”.  E ha ragione, allora, Massimo Giannini (Repubblica 19 ottobre), a ricordare a Elly Schlein che ben altro è in questione. Certo, è in questione “il patto costituzionale”. Ma non soltanto: qui noi dobbiamo dire di più. Lo è, quel patto, ma come anello della rete di patti che tiene il mondo ancora in equilibrio fra l’ideale di una giustizia universale (copyright Chantal Meloni) e la guerra. Perché c’è modo e modo di intendere i “confini della patria”, espressione vagamente ridicola sullo sfondo di 16 persone deportate per difenderli. Ancora una volta, non lasciamoci distrarre dal ridicolo: dove i “confini” esigono si versi sangue umano, non è solo con le guerre, questi omicidi di massa, che li si difendono. E’ anche adottando politiche migratorie criminali, indifferenti alla conseguenza che migliaia e  migliaia di persone ogni anno siano private di libertà e futuro, o  si perdano, rifiuti umani, sul fondo del nostro mare.  

Nata a Pavia il 2 aprile 1952, è una filosofa italiana. Ha studiato alla Normale di Pisa, dove si è laureata nel 1976 con una tesi su Edmund Husserl.


https://www.libertaegiustizia.it/2024/10/19/ben-altro-che-danno-erariale-lettera-a-elly-schlein/

La deriva istituzionale. - Massimo Giannini

Nell’abominio albanese la posta in palio non è “il danno erariale”, ma è il patto costituzionale, la democrazia italiana mai così esposta alle spallate di una coalizione illiberale e irresponsabile.

Era dai tempi del berlusconismo da combattimento che non si vedeva un potere dello Stato colpire al cuore, con tanta virulenza, un altro potere dello Stato. E non vi fate incantare dalla tv di regime, che all’ora di cena serve nel piatto degli italiani la solita sbobba rancida della “guerra tra politica e giustizia”. Non è così: qui, come in Ucraina, non ci sono due combattenti, ma solo un aggressore e un aggredito. Come prevedeva l’ortodossia del rito arcoriano, c’è un governo che si proclama sciolto dal principio di legalità, perché protetto dal voto del popolo che lo ha eletto. E dunque accusa di “golpismo” qualunque magistrato che, nel normale esercizio delle sue funzioni, osi giudicare il suo operato in base ai principi dell’ordinamento giuridico interno e internazionale. Nello stesso giorno succede l’impensabile. La premier Meloni, affiancata dalla “guardia nera” di La Russa e i suoi Fratelli, bastona i giudici di Roma. Il vicepremier Salvini, con ben quattro ministri al seguito, pesta i giudici di Palermo.

Prima ancora del merito, importa questo metodo. Questa sfida a viso aperto agli organi di garanzia previsti dalla Costituzione. Questa deriva ormai davvero “ungherese” della democrazia italiana, mai così esposta alle spallate di una coalizione illiberale e irresponsabile.

Perché deflagri adesso, e con questa furia da junta cilena, è presto detto. Questione troppo complessa per essere lasciata nelle mani ruvide e corrive dei nuovi patrioti, la politica migratoria sancisce il doppio fallimento di una coalizione sfascista e cattivista. Da una parte, crolla il castello di carta del “modello Albania” tanto caro alla Sorella d’Italia. Dall’altra parte, fallisce l’adunata voluta dal Capitano della Lega. Male, per un governo che evidentemente passa troppe ore a “fare la Storia”, non ha tempo per ripassare la geografia e meno che mai per studiare il diritto. La somma di questi fattori — ideologia e xenofobia, arroganza e incompetenza — produce come risultato una Caporetto politica, che fa schiumare di rabbia un ceto politico senza disciplina e senza onore. 

Sui migranti perde la premier, che si era illusa di aver trovato l’uovo di Colombo, grazie a un patto scellerato con l’amico Edi Rama, depositando a casa sua i “carichi residui” di carne umana che noi non vogliamo più vedere per le strade delle nostre città (a meno che non ci rimpiazzino in tutto quello che non ci degniamo più di fare, pulire cessi o imbiancare muri, raccogliere pomodori o consegnare pizze, il tutto per un pugno di euro e preferibilmente in nero). L’aveva pensato come un perfetto spot elettorale, da mandare in onda nella settimana del voto europeo di giugno: un bel bastimento carico di profughi, a favore di telecamere del fido Tg1 delle 20, da far partire sulla rotta inversa rispetto a quella che seguirono i 20 mila albanesi della nave Vlora, l’8 agosto ’91. Allora vennero loro da noi, in massa, e li accogliemmo a Bari. Oggi noi gli restituiamo gli “indesiderabili” sbarcati qui, deportandoli nei due lager costruiti a Gjader e Shengjin. Un’ideona, ricalcata sull’immondo esempio inglese di Rishi Suniak, che i suoi migranti voleva spedirli addirittura in Ruanda: noi, più furbi, ci accontentavamo dell’Albania, a un braccio di Mar Adriatico dalle coste tricolori. Gli elettori italici avrebbero apprezzato, gli osservatori stranieri avrebbero copiato. Non è andata così. Sull’esodo niente affatto biblico dei 16 poveri cristi sbarcati dalla Libra, glorioso pattugliatore d’altura da 81 metri, è calata subito l’ovvia mannaia del Tribunale di Roma. L’illegittimità del trattenimento di quei migranti negli hotspot albanesi era chiaro come il sole, come sapeva chiunque, tranne gli astuti Fratelli di Giorgia. Per capirlo, bastava leggere la sentenza della Corte di Giustizia Ue del 4 ottobre, che non riconosce come “sicuri”, ai fini del rimpatrio, almeno 20 dei 22 Paesi che invece lo sarebbero, secondo i giuristi all’amatriciana formati alla sezione di Colle Oppio. Quelle anime perse, ora, hanno “diritto ad essere condotte in Italia”, come scrive nella sua pronuncia Luciana Sangiovanni, presidente della Sezione Immigrazione del collegio capitolino. Dunque, contrordine camerati: tutti a bordo, e si riparte. Anche se non si sa più per dove. 

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. L’operazione Albania è dettata solo da una cieca follia. Un autodafé giuridica, economica, umanitaria. E buon per Meloni se, per avere conforto, le bastano un po’ di von der Leyen, un pizzico di Barnier e le solite cattive compagnie dell’Internazionale Sovranista, riunite in fretta e furia per un pre-vertice a Bruxelles. È noto che nelle vene d’Europa scorre il virus dell’odio e dell’ignavia, dell’intolleranza e del razzismo. Col supporto di Ungheria e Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria, l’Italia meloniana sogna lo stesso inferno. Ma per fortuna c’è un giudice a Strasburgo e un altro giudice a Roma. Ci indicano la strada: le migrazioni vanno gestite, con regole certe e anche rigorose. Ma come ci insegna la civiltà dei Padri, sempre nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Questo fa le democrazie diverse dagli altri regimi. Di questo dovrebbero prendere atto le destre al comando, invece di inveire contro i magistrati, che hanno il solo torto di applicare la legge. Nella Dottrina Meloni, invece, il potere giudiziario ha solo un dovere: aiutare il potere esecutivo. Se non lo fa, è parte dell’ennesimo “complotto”, naturalmente ordito insieme alla sinistra. “Abbiamo contro una parte delle istituzioni” tuona la premier, sovvertendo i ruoli e i principi: qui è l’istituzione-governo che aggredisce l’istituzione-magistratura, non il contrario. 

Salvini è una conferma vivente del teorema. Anche lui esce disfatto dal fronte migranti. La sua “chiamata alle armi” a Palermo — a pochi passi dall’altro tribunale, quello che lo sta processando per la vicenda Open Arms — è stato un colossale flop. Non c’era la folla, a sostenere il leader leghista nel suo atto sedizioso contro i giudici, copia sbiadita delle erinni berlusconiane accorse in massa sulla scalinata del Palazzo di Giustizia di Milano per difendere il Cavaliere dalla “persecuzione delle toghe rosse”. A dare manforte al Capitano erano in quattro gatti, Calderoli e Giorgetti, Valditara e Locatelli. Parafrasando Andreotti, ai tempi del famoso viaggio aereo di Bettino Craxi in Cina: davanti al Politeama c’erano giusto Matteo e i suoi cari. Ma a prescindere dal numero dei partecipanti, il fatto in sé resta gravissimo, e fa il paio con il misfatto di Meloni. Un vicepresidente del Consiglio e capo del secondo partito della maggioranza, insieme alla sua delegazione ministeriale, scende in piazza contro l’ordine giudiziario. Come nella peggiore tradizione populista, siamo alla “secessione delle classi dirigenti”: la politica che, per sottrarsi al controllo di legalità, fa saltare il banco. Un’enormità, di fronte alla quale ci permettiamo di suonare la sveglia a Elly Schlein: cara segretaria del Pd, nell’abominio albanese la posta in palio non è “il danno erariale”, ma è il patto costituzionale. Una sfida molto più impegnativa, che richiede un’opposizione all’altezza. Questo film dell’orrore l’abbiamo già visto negli anni di fango del Caimano. Non credevamo di rivederlo oggi, negli anni di palta dell’Underdog.


(Vignetta di Gianlorenzo Ingrami)

Articolo pubblicato su Repubblica
Massimo Giannini19 Ott 2024

https://www.libertaegiustizia.it/2024/10/20/la-deriva-istituzionale/

martedì 22 agosto 2023

Avviso agli studenti di diritto costituzionale . - Prof. Guido Saraceni

Chiunque tra di voi avesse pubblicato un post in cui afferma che il generale Vannacci ha il diritto di scrivere ciò che vuole, in ragione dell’art. 21 della Costituzione, è pregato di sostituire il vino con l’acqua, il mojito con il the e gli studi di Giurisprudenza con il corso di laurea triennale in Scienze teoriche dei giochi da spiaggia per persone intellettualmente poco dotate.

La libertà di espressione del pensiero non è un diritto assoluto, deve essere contemperata con altri e altrettanto importanti diritti di pari rango costituzionale - come, ad esempio, la dignità altrui.
Peraltro, la costituzione (ex art. 54) pretende espressamente “disciplina ed onore” da chi svolge una funzione pubblica.
Sperando di essere stato chiaro, vi auguro una buona estate. E buona fortuna con l’esame di “karaoke e balli di gruppo uno” - fondamentale obbligatorio del primo anno, 9 CFU.
20.8.2023

venerdì 24 febbraio 2023

Fascisti nell'animo! - Angelo Rinascente Maragliano

 

Solo la destra nazista di Zelensky li supera, ma perché è in guerra e nessuno lo controlla.

TV ostili chiuse, giornalisti licenziati e oppositori arrestati, elenchi di proscrizioni, minacce, liste nere: chi vuol dire la verità sui reali motivi della guerra in Ucraina, viene tacitato, licenziato e perseguitato.
Ma in Italia? Che succede nel nostro Paese? Il governo tollera le aggressioni fasciste agli studenti fiorentini e il ministro dell'istruzione redarguisce la preside di quella scuola che scrive una lettera agli studenti perché siano attenti alla recrudescenza fascista.
E dire che abbiamo una Costituzione anti fascista ma, purtroppo, abbiamo un presidente della Repubblica "distratto" sul rispetto della Costituzione, ma molto attento a difendere la Meloni quando un paio di anni fa un prof la offendeva.
Forse che la Meloni valga più della COSTITUZIONE? Non saprei.
Forse è un patrimonio americano da tutelare perché esegue gli ordini USA e Nato alla perfezione.
Ma stiamo rischiando, amici miei.
Il ventennio di Mussolini iniziò così, come il nazismo in Germania.

Foto Pixabay

domenica 7 agosto 2022

LA COALIZIONE CONTRO LE DESTRE È UN GIOCO AL RIBASSO. - Alessandra Algostino

 

Elezioni Il rischio di un ulteriore attacco frontale alla Costituzione, dopo lo svuotamento del progetto costituzionale e la sua sostituzione con politiche all’insegna della razionalità neoliberale esiste.

Del pericolo che la destra ottenga, con un sistema elettorale, il Rosatellum, un vulnus alla rappresentanza e alla sovranità popolare, i numeri per una revisione che annienti la Costituzione, hanno scritto in modo chiaro su queste pagine, Floridia, Azzariti, Migone, Gianni. Un no antifascista è il primo a insorgere se si pensa ad un governo Meloni, all’idea che la democrazia parlamentare nata dalla Resistenza sia occupata dalle destre, da partiti razzisti. Il rischio di un ulteriore attacco frontale alla Costituzione, dopo lo svuotamento del progetto costituzionale e la sua sostituzione con politiche all’insegna della razionalità neoliberale esiste.

Che fare? La proposta di assumere come programma l’attuazione della Costituzione, per i principi che essa veicola, potrebbe non solo difendere la carta costituzionale, ma determinare una radicale inversione di rotta: centralità della persona, solidarietà, redistribuzione, controllo e programmazione dell’economia a fini sociali (e ambientali), lavoro come strumento di dignità, partecipazione effettiva, diritti sociali, progressività nella tassazione, diritto di asilo a chiunque sia impedito l’esercizio delle libertà democratiche, ripudio della guerra, perseguimento della pace e disarmo.

Sono i principi, i diritti, la visione del mondo, che sono vissuti nelle lotte del Collettivo di fabbrica della Gkn, nei movimenti territoriali che si oppongono alle grandi opere, nelle proteste degli studenti, nelle azioni non violente di Extinction Rebellion, nella solidarietà di chi aiuta i migranti, nelle reti che collegano associazioni e luoghi di pensiero critico (dalla Società della cura alla Rete dei numeri pari, per limitarsi a due esempi). Da qui occorre ripartire, da una forza politica radicata nei territori, nei conflitti, nella costruzione di alternative, e che senza infingimenti si proponga di traghettare una visione del mondo dalla parte dell’eguaglianza, dell’emancipazione, della giustizia sociale e ambientale nelle istituzioni.

Una utopia, per quanto concreta, che, dato il sistema elettorale e la mancanza di forze ampie che la sostengano, nell’immediato presente può consegnare il paese, e la Costituzione, alle destre? La neutralizzazione della Costituzione è perseguita da anni, con toni differenti, ma senza soluzione di continuità, dalle maggioranze di centrodestra e di centrosinistra, sino al governo di “unità nazionale” dell’agenda Draghi. Un governo di destra fa paura, ma fa paura anche questo scivolamento progressivo e avvitamento in se stesso del sistema in una spirale dantesca in cui, mentre letteralmente il caldo infernale ci avvolge, la guerra si normalizza, le diseguaglianze crescono, la democrazia si riduce a strumento dell’egemonia neoliberista.

Un fronte unico per l’attuazione effettiva della Costituzione, contro la guerra, alternativo al dominio della competitività in nome del profitto, non si vede; un mero apparentamento elettorale per far fronte alle costrizioni del Rosatellum (che abbiamo non per punizione divina ma per ignavia politica) rischia di fornire la sponda ad un altro passo nella rivoluzione passiva, di partecipare ad un gioco al ribasso che nel voler tutelare un livello essenziale di democrazia ne mantiene unicamente la parvenza, di occultare la necessità di alternative radicali. Occorre un po’ di speranza ribelle, il coraggio di dire no alla china mistificatoria del male minore, immaginare un futuro radicalmente diverso e iniziare a costruirlo, con chi, e da chi, lo sta praticando, nei conflitti sociali e ambientali, nella solidarietà, nella ricerca della pace.

La Costituzione si difende con chi la vive e attua, il nesso fra democrazia politica, economica e sociale richiede di preservare la democrazia parlamentare e insieme perseguire il progetto di emancipazione dell’art. 3, comma 2, ad evitare che la democrazia si riduca a maschera del potere; la sinistra si costruisce con un progetto chiaro di giustizia sociale e ambientale, con una fantasia della realtà che la dialettica della storia restituisce alla sfera del possibile. Un governo di destra fa paura, ma ancor di più è da temere la fine della speranza che possa esserci una via radicalmente alternativa allo stato delle cose presente.

da Il Manifesto, 2 agosto 2022

http://www.libertaegiustizia.it/2022/08/05/la-coalizione-contro-le-destre-e-un-gioco-al-ribasso/

venerdì 15 aprile 2022

I pavidi costituenti che non volevano più guerre per l’Italia. - Silvia Truzzi

 

I lettori ricorderanno i primi vagiti di questo disgraziato giornale, che nel suo numero d’esordio – ancora innocente di tutte le malefatte di cui si sarebbe macchiato – ospitò un fondo di Antonio Padellaro, che dettava la linea. Precisamente La Costituzione come linea politica. A quell’articolo ne fecero seguito altri, firmati dalla professoressa Lorenza Carlassare, che spiegavano i principi fondamentali della Carta, articolo per articolo. C’era naturalmente anche l’infame, oggi misconosciuto, articolo 11 nel quale quelle mammolette dei costituenti – che una guerra l’avevano combattuta di persona e non per procura – hanno infilato una serie di immonde prescrizioni pacifiste.

Lo riportiamo tutto, così non ci accusano di strumentalizzarlo: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizione di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Diceva Lorenza Carlassare: “In Assemblea Costituente il consenso sull’art. 11 fu praticamente unanime: forze diverse si riconoscevano in un valore comune alle loro culture e nel rifiuto del rovinoso passato”.

Dunque la guerra difensiva è l’unica consentita, le controversie internazionali vanno risolte per altra via; non esistono ragioni diverse dalla necessità di rispondere a un attacco armato che possano legittimare il ricorso alla guerra; alle condizioni e nelle forme prescritte dalla Carta dell’Onu. “Non sono ipotizzabili ‘guerre giuste’ in grado di sospendere il divieto costituzionale”. Eppure l’Italia ha partecipato a operazioni militari e inviato truppe fuori dai confini con un crescendo impressionante.

“Ai primi interventi, cauti e discussi, ne seguirono altri, sempre più espliciti (ora si cambiano addirittura le condizioni d’ingaggio); per minimizzarli li si chiamò ‘operazioni di polizia’, ‘missioni umanitarie’, poi ‘missioni di pace’, persino in mancanza dell’avallo indispensabile delle Nazioni Unite. Si arrivò alla ‘guerra preventiva’, imposta dalla violenta e irresponsabile presidenza Bush, come nel 2003 in Iraq”.

Nel 2010 la professoressa si domandava se il fatto di far parte della Nato (“dove gli Usa hanno sempre condotto il gioco”) nonostante la sua mutazione “aggressiva”, ci impegnasse “incondizionatamente”. Un trattato ci vincola senza limiti? “I giuristi ‘giustificazionisti’ hanno tentato di salvare la partecipazione a interventi armati come adempimento di obblighi derivanti dalla adesione a ‘organizzazioni internazionali’ con le ‘limitazioni’ conseguenti, usando la seconda parte dell’art. 11 contro la prima. Ma non ci sono due parti separate: l’art. 11 è una disposizione unitaria che va letta, appunto, nella sua unità”.

C’è una sentenza della Corte costituzionale (300/1984) che chiarisce che le “finalità” cui sono subordinate le limitazioni di sovranità sono quelle stabilite nell’art. 11, non le finalità proprie di un trattato che, anzi, “quando porta limitazioni alla sovranità, non può ricevere esecuzione nel paese se non corrisponde alle condizioni e alle finalità dettate dall’art. 11”. Spiegava Carlassare dodici anni fa: “Il discorso è importante anche perché il ripudio della guerra non vieta solo la partecipazione a conflitti armati, ma pure l’aiuto ai Paesi in guerraillegittimo è il commercio di armi con tali Paesi e il fornir loro le basi per agevolarne le operazioni”.

P.s. “La guerra sta all’uomo come la maternità alla donna” diceva Mussolini, la pace è “deprimente e negatrice delle virtù dell’uomo che solo nello sforzo cruento si rivelano”. Quando c’era lui, insomma, era un po’ come adesso…

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/04/14/i-pavidi-costituenti-che-non-volevano-piu-guerre-per-litalia/6559228/?utm_campaign=Echobox2021&utm_content=marcotravaglio&utm_medium=social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1qY7R0rL28QG4PsFAkphWVoHtkDNbV0D9bFrXzCcla02THNY6DsCs7oQI#Echobox=1649926361