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martedì 6 gennaio 2026

ATTACCO DELLE COMPAGNIE PETROLIFERE AL VENEZUELA - Viviana Vivarelli

 

Ho sentito un video di alcuni giornalisti venezuelani sull'ignobile attacco subito dal loro Paese.
Il primo giorno è regnato l'orrore. A sentire che 40 elicotteri militari USA avevano attaccato Maduro, uccidendo gli 80 soldati della sua scorta e sequestrando il Presidente con la moglie è subentrato un attonito silenzio, come se fosse impossibile credere alle notizie. Poi sono esplose le manifestazioni di piazza antiamericane. Le scene di giubilo che ci hanno fatto vedere in televisione sono di esuli venezuelani, non sono state girate in Venezuela ma negli Stati Uniti ma ce le hanno presentate come se si trattasse dell'esultanza di un popolo "liberato".
Trump non ha nemmeno fatto ricorso alle solite induzioni ipocrite dei suoi predecessori. Non ha parlato di esportazione di democrazia e anche la dichiarazione fasulla di lotta al narcotraffico è stata dimenticata presto con la protervia di frasi molto esplicite: "Ci riprendiamo il nostro petrolio!"
Una sporca guerra di conquista, nemmeno edulcorata con la solita propaganda ingannevole, buona per i deboli di mente. E sentire la nostra Meloni dire che tutto questo è "legittimo" e si tratta di una guerra "difensiva" è stato vomitevole.
Il linguaggio usato per descrivere il rapimento è esso stesso ingannevole. Si dice che Maduro è stato "catturato". Un generale "cattura", un assassino "sequestra". E con questo ennesimo atto di brutale violenza Trump si esibisce con impudenza come gangster internazionale contro qualunque ordine costituito. Nemmeno la finzione che per decenni ha coperto e mistificato le aggressioni americane contro il resto del mondo ma un assassino che impone i suoi misfatti con la prepotenza del mostro.
Con queste parole micidiali Trump ha dichiarato che nessun Paese del mondo sarà più al sicuro. Chiunque, specie se possiede risorse petrolifere o terre rare, potrà essere invaso e saccheggiato.
Il nuovo Attila ha mostrato la sua faccia più bieca e diretta. "Il mondo è mio!" "Esistono solo gli Stati uniti e il resto del mondo, specie l'America latina, è "il cortile di casa"!
Il diritto della forza ha soppiantato la forza del diritto.
In modo simile ha detto. "L'Europa è in grado di difendere la Groenandia? No. Allora la prendo io!" Con lo stessa infamia potrebbe ripetere la stessa cosa per qualunque Nazione europea. l'Unione europea sarebbe in grado di difenderla? No. Allora Trump potrebbe invaderla.
Se il primo Trump aveva vinto le elezioni parlando di isolazionismo americano e di un Governo che avrebbe chiuso tutte le guerre e portato al successo economico l'America, questo è il Trump del suo spot dove lo si vede su un aereo mentre defeca su tutto il mondo, il Monarca assoluto che ha spezzato in un sol colpo qualunque balla sia stata mai raccontata dal 1776 ad oggi sulla tanto decantata "democrazia" americana.
In realtà questa non è mai esistita, iniziando subito con lo sterminio dei nativi e l'importazione di schiavi dall'Africa. È stata solo un grosso abbaglio propagandistico per instillare nelle menti del mondo la falsa immagine di un'America come la "più grande democrazia del mondo", "esportatrice di democrazia e di pace", "sentinella dei diritti umani e civili", un grosso apparato propagandistico in cui sono caduti come gonzi i cittadini dell'Occidente, ipnotizzati dai presunti vantaggi del capitalismo più feroce, travestito da liberalismo, oppure pronti a correre nella corruzione di mangiatoie ben retribuite.
Nei fatti la storia della "più grande democrazia del mondo" è stata scritta col sangue, l'oppressione, la decapitazione delle nascenti democrazie, la depredazione delle risorse di mezzo mondo, lo sterminio di interi popoli. È stato tutto un succedersi di attacchi militari, colpi di stato, corruzione di interi partiti, destabilizzazioni, guerre dichiarate e occulte, distruzioni, rovine.
Da decine di anni la politica americana non è fatta per il popolo americano ma per gli interessi delle grandi banche e dei fondi di investimento, che investono in guerre e devastazioni di interi Paesi o in speculazioni di Borsa dove si scommette sul fallimento delle Nazioni per prendere i loro beni con le armi dell'austerità, delle privatizzazioni, del controllo delle informazioni, delle politiche monetarie o fiscali, del traffico di armi, delle guerre senza fine. A tal fine la corruzione non ha badato a spese, con la compravendita di capi di Stato, Ministri, interi partiti come la destra o la falsa sinistra moderata come il Pd.
Negli ultimi 75 anni si è parlato sempre di più delle "Sette Sorelle" del petrolio. L’espressione è di Enrico Mattei, lo storico presidente dell'ENI, che voleva che il petrolio italiano restasse all'Italia. Mattei la usò per il cartello di compagnie petrolifere che ha dominato il mercato mondiale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le chiamò "sorelle" perché, pur essendo formalmente concorrenti, agivano in modo coordinato come una cosca mafiosa per proteggere i propri profitti e bloccare l'ingresso di nuovi attori (come l'italiana AGIP/ENI). Le compagnie originarie erano principalmente americane e britanniche, per questo Gran Bretagna e Stati Uniti hanno sempre avuto una politica estera comune e chiunque andasse al potere in Gran Bretagna (vedi oggi Starmer) o vincesse negli Stati Uniti (i Kennedy come Trump) dovevano dipendere da loro. Del resto la Meloni è passata dall'ossequio a Biden all'ossequio a Trump senza fare una piega, perché tra repubblicani e democratici, sul piano dell'aggressione al mondo non c'è nessuna differenza, come non ce n'è mai stata tra Obama e Clinton con Trump. Solo i modi sono cambiati e al posto dei fascinosi discorsi dei Kennedy abbiamo ora il linguaggio duro e brutale da gangster di Trump, ma la sostanza è la stessa, come restano gli stessi i capi di Stato europei che sotto nomi di partiti diversi e apparentemente opposti hanno portato avanti la stessa sudditanza agli USA, ubbidendo agli stessi ordini che imponevano le privatizzazioni dei beni pubblici, la negazione dei diritti a lavoratori e poveri, la protezione del capitale, la tutela delle banche, il riarmo, la partecipazione alle guerre americane, la censura sull'informazione, la depressione dell'economia, le sanzioni ad altri popoli, l'immiserimento progressivo come ordine politico. E da questo punto di vista, in Italia, non c'è stata nessuna differenza tra Pannella o Monti, tra Renzi o Draghi, tra Prodi o la Meloni. Il resto è stato paccottiglia per imbonire i popoli perché i piccoli si scannassero tra loro in piccoli divisioni da cortile, come i polli che si beccano tra loro ma finiranno tutti in padella, anzi la tifoseria politica con i suoi abbagli da dementi ha contribuito all'inganno generale, distraendo il popolino da quelli che sono sempre stati i reali nemici della democrazia: le plutocrazie, cioè gli oligarchi mondiali.
Ma occhio! Da un secolo chi comanda davvero l'Occidente non è la von der Leyen o il Presidente americano ma le grandi società petrolifere, che ora si sono buttate anche sulle terre rare, così necessarie alle nuove tecnologie: Standard Oil of New Jersey (poi Exxon), Royal Dutch Shell (anglo-olandese), Anglo-Persian Oil Company (poi BP), Standard Oil of New York (poi Mobil), Texaco, Standard Oil of California (poi Chevron), Gulf Oil, 3, insomma tutto il monopolio occidentale sul petrolio. Molte di queste società si sono fuse tra loro (ad esempio Exxon e Mobil sono diventate ExxonMobil). Negli ultimi anni, il Financial Times ha introdotto il concetto di "Nuove Sette Sorelle", riferendosi alle grandi compagnie di Stato dei paesi emergenti come Saudi Aramco (Arabia Saudita), Gazprom (Russia) e CNPC (Cina). Sono passati tre quarti di secolo da quando Mattei pronunciò per la prima volta quell'espressione, che ancora oggi resta il simbolo del potere geopolitico legato all'energia.
E ora è la volta del Venezuela, poi verrà il turno della Danimarca, della Guyana, dell'Iran e perché non del Canada? Col nuovo Papa americano che se ne esce a dire che "la NATO non ha mai fatto guerre"!!?? Ma dove?
Le guerre americane seguono una rotta ben precisa.
Guardate l'ordine dei Paesi che hanno più petrolio al mondo e vedrete quali sono i Paesi dove gli yankee hanno "esportato" democrazia:
Venezuela – ~303 miliardi, 1° paese
Iran – ~209 miliardi , 2° paese
Iraq – ~145 miliardi. 4° paese
Kuwait – ~101,5 miliardi, 6° paese
Libia – ~48 miliardi. 8° Paese
A questi dovremo aggiungere ora chi possiede più terre rare (Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Promezio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio,
Lutezio, Scandio, Ittrio). Servono alla tecnologia moderna, ai motori delle auto elettriche, alle turbine delle pale eoliche, alle batterie ricaricabili, all'elettronica di consumo, ai cellulari, ai computer, ai televisori, ai sistema spaziali e militari, sono vitali per l'industria bellica per missili e radar, per la raffinazione del petrolio, per le marmitte catalitiche...
I paesi che ne hanno di più sono Cina (per un 44% delle riserve mondiali), Vietnam, Brasile, Russia 10%, India, Australia, Stati Uniti, Groenlandia. Esportiamo democrazia anche in Groenlandia? È nell'Unione Europea? Il padrone del mondo se ne frega. Noi per lui siamo nessuno. A che pro la Von der Leyen sbraita sulle sanzioni? E quanto ci ha guadagnato tra la campagna per la Pfizer e ora il riarmo?
Il legame tra le "Sette Sorelle" (le grandi compagnie petrolifere che hanno dominato il XX secolo) e le terre rare rappresenta il passaggio epocale dall'era degli idrocarburi a quella della transizione energetica. Questa è l'unica transizione che interessa Trump.
Le dinamiche geopolitiche e industriali che le circondano sono sorprendentemente simili. Il Paradigma dell'economia mondiale è cambiato passando dal Petrolio ai Metalli.
Le "Sette Sorelle" (Exxon, Mobil, Chevron, Gulf, Texaco, BP e Shell) hanno costruito il loro potere sul controllo dei flussi di greggio. Oggi, quel potere si sta spostando verso chi controlla le terre rare. Mentre nel '900 il controllo del mercato era frammentato tra le compagnie anglo-americane e i paesi dell'OPEC, oggi il mercato delle terre rare è caratterizzato da un monopolio di fatto: la Cina, che controlla circa il 60% della produzione mineraria e oltre l'80% della capacità di raffinazione. Ecco perché la Cina, oggi, più della Russia è il maggior nemico degli Stati uniti. Scordatevi le balle su comunismo e capitalismo.
La Cina agisce oggi nei confronti delle terre rare con la stessa forza contrattuale e strategica che le Sette Sorelle esercitavano sul petrolio negli anni '50. Ma, mentre la grossezza americana conquista con le bombe, la corruzione di partiti politici e i colpi di stato, la finezza cinese ha operato una penetrazione del mondo più sottile attraverso le vie commerciali, specie in Africa, dove ormai si è insediata tenacemente. L'America bombarda, la Cina compra. Ecco perché le strategie brutali degli eserciti oggi sono obsolete. Gli Stati Uniti combattono e perdono. I Cinesi comprano, si insediano, sfruttano e vincono.
Oggi le Big Oil sono state sostituite dalle "Big Energy". Le eredi delle Sette Sorelle non sono rimaste a guardare. Per evitare l'obsolescenza, stanno diversificando i loro investimenti:
Aziende come ExxonMobil e Equinor stanno investendo in tecnologie per estrarre litio e altri minerali critici dalle salamoie dei campi petroliferi.
Intanto i popoli stanno a guardare, mentre le loro dirigenze, al soldo degli Stati Uniti, nel quadro di corruzione più grande di tutti i tempi, vendono le nostre vite in cambio di solidi denari da rimpiattare nei solidissimi paradisi fiscali, quelli che nessuno bombarda anche se sono pieni di soldi del narcotraffico, al punto che, con rara sfacciataggine, hanno eletto Presidente dell'Ue proprio il gestore di uno di questi, Junker (paradiso fiscale del Lussemburgo).
Ma quello che la gente dovrebbe capire, e che Di Battista sta ripetendo da anni, è che né la Von der Leyen né Trump né Macron contano qualcosa, sono essi stessi i burattini delle grandi multinazionali e dei grandi fondi bancari collegati ad esse. Sono i loro strumenti ma non contano una cippa.
E se il secondo Trump è così diverso del primo è perché questi grossi gruppi di potere gli hanno ordinato di procedere più speditamente senza tanto badare alla forma prima che la Russia+la Cina+l'Iran si prendano il mazzo, accaparrandosi il vero valore del mondo, che non sono certo i diritti umani e civili o tanto meno la democrazia, ma le materie prime che servono alla nuova tecnologia.
E intanto che il popolino si scaglia contro Trump o contro la Meloni, il nuovo oro soppianta anche il dollaro o l'oro, mentre la sete di potere acceca i potenti e minaccia la catastrofe nucleare e la massa nemmeno capisce cosa accade o chi tira i fili e si snerva in litigi vani e sterili, in divisioni fasulle, come gli ultras della curva nord o sud, nell'impotenza e nell'ignoranza più totali mentre lo stadio va in fiamme. La massa non capisce nemmeno che tra un Prodi e un Trump o tra una Schlein e una Meloni, o tra un Draghi e un Vannacci non c'è nessuna differenza. Sono piccole comparse ubbidienti che stanno agli ordini per un proprio piccolo sporco interesse, come burattini legati a un filo, parolai del nulla che nemmeno vogliono scoprire le carte e mostrare la verità ma ubbidiscono al padrone e lo vediamo quando votano insieme per le privatizzazioni o le rapine al popolo o la guerra.
(Ho sentito dei giornalisti venezuelani. Dicevano che Trump ha fatto un grande errore attaccando il Venezuela, perché può fare degli attacchi aerei ma se posa lo stivale sul suolo venezuelano è perduto, perché il Venezuela non è un deserto come l'Irak, è un paese difficile, pieno di montagne, di giungle, impenetrabile, inospitale, dove gli Americani si impantanerebbero come nel Vietnam, e aprirebbero una guerra infinita per finire poi con un ritiro, come in Afganistan, come in Vietnam, lasciando il potere a quelli di prima, perché gli Americani una cosa sanno fare: aprire guerre, ma una cosa non sanno fare: chiuderle.)

domenica 4 gennaio 2026

MARCO TRAVAGLIO - A chi inviamo le armi? - IFQ - 4 gennaio 2026

 


L’attacco criminale e terroristico di Trump allo Stato sovrano del Venezuela, nella miglior tradizione del “cortile di casa”, è una conferma e al contempo una lezione per chi non vuole capire come va il mondo.
1) La conferma è che cambiano i presidenti – democratici o repubblicani, ortodossi o eterodossi – ma non gli Usa, che fanno sempre i loro porci comodi. Ma senza mai preoccuparsi del “dopo”. Trump è un eterodosso, tant’è che sogna ridicolmente il Nobel per la Pace, mentre i suoi predecessori han sempre vinto ad honorem quello della Guerra. Ma il suo sbandierato isolazionismo viene regolarmente risucchiato dal cancro “neocon” che gli siede accanto nelle persone di Rubio e di tanti invisibili del Deep State. La differenza con gli altri presidenti è che Trump non prova neppure ad ammantare il golpe a Caracas con l’esportazione della democrazia, l’ingerenza umanitaria o altre esche per gonzi: dice papale papale che vuole il petrolio e quando parla di “narcoterrorismo” non ci crede nemmeno lui (ha appena graziato l’ex presidente honduregno Hernandez, condannato negli Usa a 45 anni per un mega-traffico di cocaina).
2) La lezione è che l’Occidente non ha mai avuto alcun titolo per insegnare il diritto internazionale alle “autocrazie”. Se gli attacchi criminali della Nato alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia e lo sterminio israeliano a Gaza non fossero bastati, ora c’è il Venezuela a denudare l’ipocrisia e la doppia morale dei “buoni”: alcuni governi europei condannano debolmente gli Usa, altri pigolano, la von der Leyen farfuglia di “transizione democratica”, l’inutile Kallas predica “moderazione” a bombardamenti e colpo di Stato avvenuti, la Meloni si e ci copre di vergogna e di ridicolo vaneggiando di “intervento difensivo legittimo”. La fiaba dell’“aggressore” e dell’“aggredito” era buona solo per l’invasione russa dell’Ucraina. Così come le giaculatorie euro-mattarelliane sulla “pace giusta” e sul diritto di tutti gli ucraini (non solo dei locali) a decidere le sorti del Donbass: e, di grazia, chi dovrebbe decidere il presidente del Venezuela, se non il popolo venezuelano? Nel 2019 ben altro premier, Conte, rifiutò di riconoscere il golpista Guaidò che Trump voleva imporre a Caracas, unico in Europa con papa Francesco. Poi arrivarono i camerieri Draghi e Meloni. Ora, per coerenza, l’Ue dovrebbe inviare armi ai seguaci di Maduro aggrediti e sanzionare con 22 pacchetti gli Usa aggressori. Ovviamente non ci pensa nemmeno: a Trump dice sempre sì quando dovrebbe dire no (dazi, gas, armi e 5% di Pil alla Nato) e no quando dovrebbe dire sì (il piano di pace sull’Ucraina). In fondo i nostri sgovernanti lo preferiscono quando fa la guerra che quando prova a fare la pace.

sabato 3 gennaio 2026

TRUMP HA ATTACCATO IL VENEZUELA. - Viviana Vivarelli

 

TRUMP HA ATTACCATO IL VENEZUELA BOMBARDANDO ALCUNE BASI MILITARI A CARACAS, CON LA SCUSA GROTTESCA DELLA LOTTA AL NARCOTRAFFICO.
AEREI MILITARI AMERICANI HANNO SORVOLATO VARIE ZONE DELLA CITTA'.
IL NOSTRO INETTO MINISTRO DEGLI ESTERI TAJANI NON SA COSA DIRE E RESTA INTENTO A PORTARE IL SUO CORDOGLIO ALLE VITTIME DELLA DISCOTECA IN SVIZZERA

“Caracas è sotto bombardamento in questo momento”. Lo denuncia il presidente della Colombia Gustavo Petro. Nella capitale venezuelana si segnalano esplosioni e colonne di fumo intorno alle basi militari di Fort Tiuna e La Carlota.
"Stanno bombardando con missili", ha precisato Petro, per poi chiedere alla comunità internazionale di intervenire in favore del Venezuela: "La Colombia, ora membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, deve essere convocata immediatamente per stabilire la legalità internazionale dell'aggressione contro il Venezuela".

Sette esplosioni nella notte (una e mezzo del mattino) . Parti della città senza luce. Dichiarata l'emergenza nazionale.

Gli attacchi degli Stati uniti al Venezuela erano cominciati da settembre con 7 attacchi a imbarcazioni del Venezuela e con un drone, con la scusa di attaccare il narcotraffico, poi l'attacco alle petroliere e infine in blocco allo spazio aereo.Ora il bombardamento di siti militari. L'escalation su Caracas è stata repentina.
La scusa della lotta al narcotraffico è abbastanza ridicola, visto che il primo Paese implicato nella produzione e nel traffico di droga è la Colombia, insieme a Perù e Bolivia come principali produttori di coca, crocevie per l'esportazione mondiale di cocaina, ma anche Messico, Ecuador e altri Paesi sono coinvolti.
La Colombia è considerata il cuore del narcotraffico mondiale, specialmente per la cocaina, con una storia che risale ai grandi cartelli (Medellín, Cali) e un'influenza massiccia nel mercato internazionale.
Perù e Bolivia sono i principali produttori di coca (la materia prima per la cocaina) in Sud America, alimentando poi il processo di raffinazione e traffico.
In sintesi, mentre la produzione di coca è concentrata in Perù e Bolivia, la Colombia rimane il fulcro strategico per la trasformazione e l'esportazione globale di cocaina, mantenendo la sua posizione di paese chiave nel traffico di droga sudamericano.
Il Venezuela, invece, è il maggior produttore mondiale del petrolio.
303 miliardi di barili, seguito dall'Arabia Saudita con 267 miliardi di barili, dall'Iran (209 miliardi), dal Canada (163 miliardi) e dall'Iraq con 145 miliardi di barili. Grande è anche la produzione di gas.

Già in precedenza gli Stati uniti hanno tentato colpi di stato in Venezuela per impossessarsi del suo petrolio, specialmente contro Hugo Chávez (come il fallito golpe del 1992) e più recentemente Nicolás Maduro, spesso accusati di complotti orchestrati dall'opposizione interna e da potenze esterne come gli Stati Uniti, con vari episodi nel 2017, 2019 (crisi Guaidó) e nel 2024-2025 (con presunti piani sventati e operazioni militari esterne), alimentando instabilità e accuse reciproche.
A febbraio 1992, un tentativo fallito guidato da Hugo Chávez, che divenne poi presidente dopo essere stato liberato e eletto, trasformando l'evento in un trampolino di lancio politico.
2002: Un breve colpo di stato contro Chávez durato 48 ore, sventato dai suoi sostenitori.
2014: Maduro annunciò l'arresto di 3 generali dell'aviazione per un golpe sventato.
2019 (Crisi Guaidó): L'autoproclamazione di Juan Guaidó come presidente ad interim, sostenuta dagli USA, fu vista da Maduro come un tentativo di golpe.
2020 (Operazione Gedeón): Un gruppo di mercenari tentò un'incursione per catturare Maduro, operazione fallita.
Recenti (2024-2025): Maduro continua a denunciare complotti e operazioni esterne, come attacchi a navi accusate di traffico di droga, accusando gli USA di volerlo rovesciare, con recenti scontri e tensioni.
Stati Uniti, Russia e altri Paesi hanno posizioni forti, con la Russia che supporta Maduro e gli USA che sostengono l'opposizione, in un contesto di crisi politica ed economica persistente.
La situazione venezuelana è segnata da una lunga storia di instabilità politica, proteste (come "La madre de todas las marchas" del 2017) e tentativi di rovesciare il governo, spesso con reciproche accuse di ingerenza e piani golpisti.

La cosa più vergognosa in questa storia è il Nobel per la pace dato a Stoccolma a María Corina Machado, partecipe di un colpo di stato contro il Venezuela.
Il Comitato del Nobel l'ha premiata per la sua "lotta per la transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia" e la promozione dei diritti democratici in Venezuela, rappresentando "uno dei più straordinari esempi di resistenza".
A Oslo, gruppi di manifestanti hanno protestato contro Machado durante la cerimonia, contestando la sua leadership e il sostegno a politiche filo-USA, come riportato da fonti come SkyTG24 e RSI.
Alcuni media, come il manifesto, hanno criticato la sua figura politica come "destra più reazionaria", evidenziando le divisioni interne all'opposizione e le sue posizioni politiche.
A causa di un divieto di viaggio imposto dal governo Maduro, la Machado non ha potuto partecipare alla cerimonia.
Il premio è stato ritirato dalla figlia, Ana Corina Sosa Machado, che ha letto il discorso della madre, nel quale accusava il governo di "terrorismo di Stato" e crimini contro l'umanità.
La Machado, che viveva clandestinamente, è riuscita a raggiungere la Norvegia dopo un viaggio complesso, apparendo brevemente in pubblico ma non alla cerimonia ufficiale.
María Corina Machado è stata accusata di aver sostenuto un colpo di stato contro Hugo Chávez nel 2002 (il cosiddetto "golpe di Carmona") e di aver supportato misure di pressione esterna come le sanzioni, il che per il regime chavista è visto come un tradimento e un tentativo di sovvertire la sovranità venezuelana, supportando gli Stati uniti, nonostante lei parli di lotta per la democrazia e di "ribellione civico-militare".
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Qualcuno dei soliti cagnolini da salotto dirà che Trump ha fatto bene ad attaccare il Venezuela perché non gli piaceva il governo di quel Paese.
Se gli Stati Uniti dovessero essere attaccati perché a qualcuno non piace il Governo americano, degli Stati Uniti non resterebbe traccia.
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Tanto per ricordare: il 90% della droga del Sudamerica finisce negli Stati Uniti.
Una circostanza si impone: il Venezuela è il principale alleato di Cina e Russia. Io, se fossi Trump, ci penserei.
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Trump ha appena favorito il passaggio alla destra in Honduras. Le elezioni presidenziali di novembre 2025 hanno visto la vittoria del candidato conservatore Nasri Asfura del Partito Nazionale, superando di poco il candidato del partito di governo Libre, Salvador Nasralla. Dopo settimane di riconteggi e tensioni, l'autorità elettorale ha proclamato il vincitore, e il passaggio di potere è previsto per il 27 gennaio 2026, segnando la fine del mandato della presidente uscente Xiomara Castro e l'inizio di una nuova fase politica con un esecutivo di centro-destra.
Nasri Asfura è sostenuto da Donald Trump.
Questo cambio segna un arretramento per il progetto politico progressista guidato da Libre, che era iniziato nel 2021 con l'elezione di Castro, portando l'Honduras verso un nuovo governo di destra.

FORZE STATUNITENSI HANNO SEQUESTRATO MADURO E LA MOGLIE trascinandoli di notte fuori dalla loro camera da letto e portandoli a New York nello stesso carcere dove era stato portato il massimo boss della droga.

TRUMP RIVENDICA LA CATTURA E SI È DICHIARATO FIERO DELL'OPERAZIONE "BRILLANTE" !!
IL RAID ERA STATO PREPARATO DA NATALE, DOVEVA ESSERE "L'OPERAZIONE NATALE"! POI TRUMP HA RIMANDATO.

TRUMP HA AGITO SENZA IL CONSENSO DEL CONGRESSO PRENDENDO A PRETESTO LA SUA LOTTA AL NARCOTRAFFICO, COME SE BOMBARDARE SEI SITI MILITARI DI CARACAS E SEQUESTRARE IL PRESIDENTE MADURO E SUA MOGLIE C'ENTRASSERO QUALCOSA COL NARCOTRAFFICO

Voglio proprio vedere come la Meloni o quei pirla di Tajani e Salvini potranno giustificare l'attacco di Trump al Venezuela!! Davvero qualcuno può credere che far scoppiare una guerra civile e lasciare che gli Americani rubino il petrolio venezuelano potrà giovare al Venezuela? Ma sì, riduciamolo come l'Iraq o l'Afghanistan!! Qualsiasi cosa va bene pur di non avere un governo socialista!! E davvero qualcuno potrà difendere ancora Trump e dirgli che ha il potere di dar fuoco al mondo???? Conte si è immediatamente appellato al diritto internazionale per un principio di pace e giustizia mondiale. E gli altri cosa fanno??

IL VENEZUELA SCHIERA LE TRUPPE: " NON CI ARRENDEREMO!"

Che la motivazione della lotta alla droga sia solo pretestuale lo prova anche il fatto che Maduro ha sgominato il maggior centro di droga venezuelano mentre il presidente dell'Honduras Juan Orlando Hernández, ha protetto i clan inondando gli Stati Uniti di tonnellate di cocaina e guadagnandosi una condanna a 45 anni di carcere, condanna da cui Trump lo ha graziato.

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martedì 16 giugno 2020

“Da Chávez soldi ai 5S”. I tre buchi del dossier. - Valeria Pacelli

“Da Chávez soldi ai 5S”. I tre buchi del dossier

Il caso - Il giornale spagnolo Abc: nel 2010 una valigia con 3,5 milioni a Casaleggio sr. La replica : “Falso”. L’Ambasciata: “La perizia sul documento: ecco cosa non torna”.
C’è l’intestazione, il timbro e poi qualche dubbio riguarda anche la data. Stando ad alcune indiscrezioni raccolte dal Fatto, sono i primi risultati di una perizia disposta dal ministero degli Esteri del Venezuela sul documento che ieri è diventato un caso politico, specie alla luce delle posizioni tenute dai 5Stelle, che non hanno mai appoggiato il tentativo di Juan Guaidò di rovesciare il governo di Maduro.
Stiamo parlando della notizia pubblicata dal giornale di destra spagnolo Abc che ha annunciato di aver visionato documenti secretati dei servizi di Caracas dai quali si evince che nel 2010 il governo dell’allora presidente Hugo Chavez avrebbe finanziato il Movimento 5 Stelle con una valigetta contenente 3,5 milioni di euro. Il denaro sarebbe stato spedito da Nicolas Maduro, oggi alla guida del Paese e al tempo ministro degli Esteri, al console venezuelano di Milano, Giancarlo di Martino. Quest’ultimo a sua volta avrebbe fatto da intermediario con Gianroberto Casaleggio (deceduto nell’aprile del 2016). È la ricostruzione fornita dal giornale spagnolo, che ieri ha ricevuto una raffica di smentite. A cominciare da Davide Casaleggio: “Tutto totalmente falso – ha detto il figlio di Gianroberto –. È una fake news uscita più volte, l’ultima nel 2016. Dalle smentite ora passeremo alle querele”. Anche fonti dell’ambasciata venezuelana a Roma parlano di “un documento falso”. “Ci sono tanti punti incongruenti in una nota che è falsa e contraffatta”, aggiungono. E infatti il ministero degli Esteri ha già disposto una perizia su quel documento.
L’atto segreto, lo “scoop” di Abc
L’atto riporta la data del 5 giugno 2010 ed è classificato come “segreto” dalla direzione generale dell’intelligence militare del Venezuela. Qui si parla dei 3,5 milioni di euro destinati al Movimento 5 Stelle, somma che – spiega il giornale spagnolo – sarebbe stata attinta da fondi riservati amministrati dall’allora ministro dell’Interno (oggi al dicastero dell’Economia), Tareck el Aissami, “che era ed è una delle persone nella cerchia di fiducia di Maduro”, il quale a sua volta avrebbe autorizzato il trasferimento di denaro. Secondo Abc, destinatario di quei presunti fondi neri sarebbe stato Gianroberto Casaleggio, che nel documento viene definito come promotore di un movimento “rivoluzionario di sinistra e anticapitalista nella repubblica italiana”.
I dubbi su intestazione, data e simbolo
Sulla validità di questo documento è in corso una perizia “di parte”. È stata infatti disposta dal ministero degli Esteri venezuelano. Non è ancora conclusa. “Stiamo aspettando l’informazione più approfondita da parte del ministero degli Esteri – spiegano fonti dell’ambasciata venezuelana a Roma –, ma ci hanno già spiegato i risultati di una prima parte della perizia della nota”. Sarebbero dunque quattro i punti “incongruenti” evidenziati da una prima analisi dei periti. A cominciare dall’intestazione.
Il documento pubblicato dal quotidiano spagnolo riporta in alto: “Ministerio de la Defensa”. Secondo fonti dell’ambasciata venezuelana a Roma, questo basta per dimostrare che non si tratta di un atto “interno”: “Abbiamo cambiato i nominativi dei nostri ministeri nel 2007 – spiegano dall’Ambasciata –. Da allora tutti si chiamano ‘ministerio del poder popular’ e così via. In quella nota del 2010, fatta tre anni dopo questa modifica, non c’è il cambio del nominativo del ministero”. Insomma l’intestazione sarebbe dovuta essere “Ministerio del Poder Popular para la Defensa”.
Un altro dubbio riguarda il simbolo dello Stato riportato sul documento. “Il simbolo è stato modificato nel 2006: da allora la testa del cavallo è rivolta verso sinistra. Non corrisponde neanche il timbro, quindi”. Altro aspetto, ma meno rilevante rispetto ai precedenti, spiegano dall’ambasciata, riguarda la dicitura “director general inteligencia militar”: “Anche questa non è esatta”. E poi dei dubbi riguardano la data riportata. “Nelle prossime ore – aggiungono – sapremo di più. Stiamo aspettando l’informazione più approfondita da parte del ministero degli Esteri”. Che nel frattempo, via Twitter, annuncia azioni legali.
Il giornalista: “Tutto vero, ho altre prove”
Ieri ha smentito la ricostruzione riportata da Abc anche il console venezuelano a Milano, Giancarlo Di Martino: “Smentisco totalmente” di aver agito da intermediario per fare arrivare i soldi al M5S, ha detto. “A Madrid c’è la cupola dell’ultradestra fascista venezuelana e credo che il documento sia stato prodotto proprio lì”, ha aggiunto.
Mentre i giornalisti autori del presunto scoop non arretrano. Marcos Garcia Rey, firma dell’articolo, in un’intervista al sito Open ha ribadito: “Non ho dubbi che questa valigetta in contanti sia arrivata in Italia (…) e che Di Martino abbia fatto da intermediario tra il governo di Hugo Chavez e il Movimento 5 Stelle. Ho pubblicato il documento, ma ho altre prove che ciò che vi è scritto sia la verità”.
Adesso, con tutte le querele annunciate, la questione dai giornali potrebbe trasferirsi in tribunale.

La destra che campa di bugie. - Gaetano Pedullà

MATTEO SALVINI

Se la destra italiana non fosse ridotta alla macchietta di se stessa, incapace di fare altro che non sia propaganda, avrebbe evitato di allungare il palmarès delle sue brutte figure cavalcando la storiella dei soldi gentilmente recapitati ai Cinque Stelle da Maduro. Una balla talmente esagerata da essere stata completamente rimossa dalla memoria generale, visto che era già uscita – senza farci cascare nessuno – diversi anni fa. Fin troppo facile capirne l’assoluta falsità.
Nel 2010 il regime di un Paese già all’epoca alla fame avrebbe regalato milioni a forze politiche appena nate e prive di alcun potere, come il Movimento di un ex comico che strillava nelle piazze, o lo spagnolo Podemos. Una vicenda che nel caso italiano diventa ancora più illogica, a meno che qualcuno sappia spiegare per quale motivo accettare 3,5 milioni in nero e poi rinunciarne a decine attraverso le restituzioni dei contributi pubblici. Più che sospetta anche la fonte che rilancia la fake news, cioè un giornale di destra simile ai gemelli italiani pieni di fesserie, e il momento in cui il presunto documento dei servizi segreti di Caracas – tra l’altro visibilmente contraffatto – viene tirato fuori, proprio mentre la discussione sulla leadership dei pentastellati rischia di frantumare il principale sostegno del Governo.
Nonostante tutto questo, ieri autorevoli esponenti di Lega e Fratelli d’Italia hanno parlato di ombra pesantissima (ma da quando le ombre pesano?) sui 5S, chiamandoli a giustificarsi di una fandonia su cui dal reggente Crimi a Casaleggio Jr hanno immediatamente annunciato querele. Strana mossa da parte di chi non ha voluto rispondere nemmeno al Parlamento sull’oro di Mosca alla Lega, con le registrazioni vocali – quindi qualcosina in più di un documento realizzato col photoshop – di quella che sembra una trattativa segreta per finanziare il Carroccio attraverso una fornitura petrolifera.
Ora però l’ufficio pubblicità di Salvini & C. ha un argomento per insinuare il sospetto e accostare i Cinque Stelle ai partiti tradizionali, di destra come di sinistra, che le mazzette – quelle vere, mica quelle inventate in Venezuela – non hanno mai smesso di prenderle. Per i loro elettori di bocca buona basta e avanza.

venerdì 1 marzo 2019

The making of Juan Guaidó – Il fantoccio creato in laboratorio per il colpo di Stato in Venezuela. - Dan Cohen e Max Blumenthal



Prima della data fatidica del 22 gennaio, meno di un venezuelano su 5 aveva mai sentito parlare di Juan Guaidó. Solo pochi mesi fa, il trentacinquenne era un personaggio oscuro in un gruppo di estrema destra di scarsa influenza politica, strettamente associato a macabri atti di violenza di strada. Anche nel suo stesso partito, Guaidó era una figura di medio livello nell’Assemblea Nazionale dominata dall’opposizione, che sta ora agendo in maniera incostituzionale. Ma dopo una sola telefonata dal vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, Guaidó si è proclamato presidente del Venezuela. Unto come capo del suo paese da Washington, uno sguazzatore di bassifondi politici precedentemente sconosciuto è stato fatto salire sul palcoscenico internazionale, selezionato dagli Stati Uniti come il leader della nazione con le maggiori riserve petrolifere del mondo. Facendo eco al consenso di Washington, il comitato editoriale del “New York Times” ha definito Guaidó un «rivale credibile» per il presidente Nicolás Maduro, con uno «stile rinfrescante e una visione per portare avanti il p​aese». Il comitato editoriale di “Bloomberg” lo ha applaudito per aver cercato «il ripristino della democrazia», e il “Wall Street Journal” lo ha dichiarato «un nuovo leader democratico».
Al contempo il Canada, numerose nazioni europee, Israele e il blocco dei governi latinoamericani di destra, conosciuti come il Gruppo di Lima, hanno riconosciuto Guaidó come il leader legittimo del Venezuela. Mentre Guaidó sembra essersi materializzato dal nulla, è in realtà il prodotto di oltre un decennio di coltivazione attenta da parte delle “fabbriche di cambio di regime” del governo degli Stati Uniti. Accanto a un gruppo di attivisti studenteschi di destra, Guaidó è stato coltivato per minare il governo socialista, destabilizzare il paese e un giorno prendere il potere. Sebbene sia stato una figura minore nella politica venezuelana, ha passato anni a dimostrare la sua “dignità” nelle sale del potere di Washington. «Juan Guaidó è un personaggio creato per questa circostanza», ha detto a “Grayzone” Marco Teruggi, sociologo argentino e tra i principali cronisti della politica venezuelana. «È la logica di laboratorio: Guaidó è come una miscela di diversi elementi che creano un personaggio che, in tutta onestà, oscilla tra il risibile e il preoccupante».
Diego Sequera, giornalista e scrittore venezuelano per l’agenzia investigativa “Mision Verdad”, concorda: «Guaidó è più popolare fuori dal Venezuela che dentro, specialmente nelle élite Ivy League e nei circoli di Washington. È un personaggio conosciuto lì, è prevedibilmente di destra ed è considerato fedele al programma». Mentre Guaidó è oggi venduto come il volto della restaurazione democratica, ha trascorso la sua carriera nella fazione più violenta del partito di opposizione più radicale del Venezuela, posizionandosi in prima linea in una campagna di destabilizzazione dopo l’altra. Il suo partito è stato ampiamente screditato in Venezuela, ed è ritenuto in parte responsabile della frammentazione di un’opposizione fortemente indebolita. «Questi leader radicali non hanno più del 20% nei sondaggi d’opinione», scrive Luis Vicente León, il principale sondaggista del Venezuela. Secondo Leon, il partito di Guaidó rimane isolato perché la maggioranza della popolazione non vuole la guerra: «Quello che vogliono è una soluzione».
Ma questo è precisamente il motivo per cui Guaidó è stato scelto da Washington: non è previsto che guidi il Venezuela verso la democrazia, ma che faccia collassare un paese che negli ultimi due decenni è stato un baluardo di resistenza all’egemonia degli Stati Uniti. La sua improbabile ascesa segna il culmine di un progetto durato due decenni per distruggere un solido esperimento socialista. Dall’elezione del 1998 di Hugo Chavez, gli Stati Uniti hanno combattuto per ripristinare il controllo sul Venezuela e le sue vaste riserve petrolifere. I programmi socialisti di Chavez hanno in parte ridistribuito la ricchezza del paese e aiutato a sollevare milioni dalla povertà, ma gli hanno anche dipinto un bersaglio sulle spalle. Nel 2002, l’opposizione di destra venezuelana lo depose con un colpo di Stato che aveva il sostegno e il riconoscimento degli Stati Uniti, ma l’esercito ripristinò la sua presidenza dopo una mobilitazione popolare di massa. Durante le amministrazioni dei presidenti degli Stati Uniti George W. Bush e Barack Obama, Chavez è sopravvissuto a numerosi tentativi di omicidio, prima di soccombere al cancro nel 2013. Il suo successore, Nicolás Maduro, è sopravvissuto a tre attentati.
L’amministrazione Trump ha immediatamente elevato il Venezuela al vertice della lista dei cambi di regime di Washington, dandogli il marchio di leader di una “troika della tirannia”. L’anno scorso, la squadra di sicurezza nazionale di Trump ha cercato di reclutare membri dell’esercito venezuelano per instaurare una giunta militare, ma questo sforzo è fallito. Secondo il governo venezuelano, gli Stati Uniti erano anche coinvolti in una trama chiamata “Operazione Costituzione” per catturare Maduro nel palazzo presidenziale di Miraflores, e un’altra chiamata “Operazione Armageddon” per assassinarlo a una parata militare nel luglio 2017. Poco più di un anno dopo, i leader dell’opposizione esiliata hanno cercato di uccidere Maduro, usando droni-bomba durante una parata militare a Caracas. Più di un decennio prima di questi intrighi, un gruppo di studenti dell’opposizione di destra fu selezionato e curato da un’accademia di formazione d’élite per il cambio di regimi, finanziata dagli Stati Uniti per rovesciare il governo venezuelano e ripristinare l’ordine neoliberista.
Il 5 ottobre 2005, con la popolarità di Chavez al suo apice e il suo governo che pianifica vasti programmi socialisti, cinque “leader studenteschi” venezuelani arrivarono a Belgrado, in Serbia, per iniziare l’addestramento per un’insurrezione. Gli studenti erano arrivati ​​dal Venezuela per gentile concessione del Centro per le azioni e strategie nonviolente applicate, o Canvas. Questo gruppo è finanziato in gran parte attraverso il National Endowment for Democracy, un cut-out della Cia che funziona come il braccio principale del governo degli Stati Uniti per promuovere i cambi di regime, e propaggini come l’International Republican Institute e il National Democratic Institute for International Affairs. Secondo le e-mail interne trapelate da Stratfor, una società di intelligence nota come “la Cia-ombra”, «Canvas potrebbe aver ricevuto finanziamenti e addestramento dalla Cia durante la lotta anti-Milosevic del 1999-2000».
Canvas è uno spin-off di Otpor, un gruppo di protesta serbo fondato da Srdja Popovic nel 1998 all’Università di Belgrado. Otpor, che significa “resistenza” in serbo, è stato il gruppo studentesco che ha guadagnato fama internazionale – e la pubblicità di Hollywood – mobilitando le proteste che alla fine hanno fatto cadere Slobodan Milosevic. Questa piccola cellula di specialisti del cambio di regime operava secondo le teorie del defunto Gene Sharp, “il Von Clausewitz della lotta non violenta”. Sharp aveva lavorato con un ex analista della Defense Intelligence Agency, il colonnello Robert Helvey, per ideare le linee guida per l’utilizzo della protesta come una forma di guerra ibrida, mirata agli Stati che resistevano alla dominazione unipolare di Washington. Otpor è stato sostenuto dal National Endowment for Democracy, dall’Usaid e dall’Istituto Albert Einstein di Sharp. Sinisa Sikman, uno dei creatori di Otpor, una volta ha detto che il gruppo ha persino ricevuto finanziamenti diretti della Cia.
Secondo un’e-mail trapelata dallo staff di Stratfor, dopo aver eliminato Milosevic dal potere, «i ragazzi che gestivano Otpor sono cresciuti, si sono vestiti bene e hanno progettato Canvas, o in altre parole un gruppo “export-a-revolution” che ha gettato i semi delle varie altre “rivoluzioni colorate”. Sono ancora legati ai finanziamenti degli Stati Uniti e fondamentalmente vanno in giro per il mondo cercando di rovesciare dittatori e governi autocratici (quelli che agli Usa non piacciono)». Stratfor ha rivelato che Canvas «ha rivolto la sua attenzione al Venezuela» nel 2005, dopo aver addestrato i movimenti di opposizione che hanno portato le operazioni di cambio di regime pro-Nato in tutta l’Europa orientale. Mentre monitorava il programma di formazione Canvas, Stratfor ha delineato il suo programma insurrezionalista in un linguaggio straordinariamente chiaro: «Il successo non è affatto garantito, e i movimenti studenteschi sono solo l’inizio di quello che potrebbe essere uno sforzo di anni per innescare una rivoluzione in Venezuela, ma i formatori sono le persone che si sono fatte le ossa col “Macellaio dei Balcani”. Hanno delle abilità pazzesche. Quando vedrete studenti in cinque università venezuelane tenere dimostrazioni simultanee, saprete che la formazione è finita e il vero lavoro è iniziato».
Il “vero lavoro” è iniziato due anni dopo, nel 2007, quando Guaidó si è laureato presso l’Università Cattolica Andrés Bello di Caracas. Si è trasferito a Washington per iscriversi al corso di governance e gestione politica presso la George Washington University sotto la guida dell’economista venezuelano Luis Enrique Berrizbeitia, uno dei principali economisti neoliberali latinoamericani. Berrizbeitia è un ex direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, che ha trascorso oltre un decennio lavorando nel settore energetico venezuelano sotto il vecchio regime oligarchico poi estromesso da Chavez. Quell’anno, Guaidó contribuì a guidare i raduni anti-governativi dopo che il governo venezuelano rifiutò di rinnovare la licenza di “Radio Caracas Televisión” (Rctv). Questa stazione privata svolse un ruolo di primo piano nel colpo di Stato del 2002 contro Hugo Chavez. “Rctv” aiutò a mobilitare i manifestanti anti-governativi, diffondendo informazioni false che incolpavano i sostenitori del governo di atti di violenza, compiuti in realtà dai membri dell’opposizione, e censurò tutte le dichiarazioni pro-governative in occasione del colpo di Stato.
Il ruolo di “Rctv” e di altre stazioni di proprietà degli oligarchi nel guidare il fallito tentativo di colpo di Stato è stato ben descritto nell’acclamato documentario “La rivoluzione non sarà trasmessa”. Nello stesso anno, gli studenti rivendicarono il merito di aver soffocato il referendum costituzionale di Chavez per “un socialismo del XXI secolo” che prometteva di «impostare il quadro legale per la riorganizzazione politica e sociale del paese, dando un potere diretto alle comunità organizzate come prerequisito per lo sviluppo di un nuovo sistema economico». Dalle proteste su “Rctv” e referendum, nacque un gruppo specializzato di attivisti del cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti. Si sono definiti “Generation 2007”. I formatori di Stratfor e Canvas di questa cellula hanno identificato un organizzatore chiamato Yon Goicoechea, alleato di Guaidó – quale “fattore chiave” nel soffocamento del referendum costituzionale. L’anno seguente, Goicochea fu ricompensato per i suoi sforzi con il Milton Friedman Prize for Advancing Liberty del Cato Institute, insieme a un premio di 500.000 dollari, che investì prontamente nella costruzione della sua rete politica “Prima la Libertà” (Primero Justicia).
Friedman, naturalmente, era il padrino del famigerato think-tank neoliberista dei Chicago Boys che fu importato in Cile dal leader della giunta dittatoriale Augusto Pinochet per attuare politiche di radicale austerità fiscale in stile “shock-doctrine”. E il Cato Institute è il think-tank neoliberista di Washington, fondato dai fratelli Koch, due grandi donatori del partito repubblicano che sono diventati aggressivi sostenitori della destra in tutta l’America Latina. WikiLeaks ha pubblicato un’e-mail del 2007 che l’ambasciatore americano in Venezuela William Brownfield ha inviato al Dipartimento di Stato, al Consiglio di sicurezza nazionale e al Comando meridionale del Dipartimento della difesa elogiando «la Generazione del ‘07» per aver «costretto il presidente venezuelano, abituato a fissare l’agenda politica, a reagire spropositatamente». Tra i «leader emergenti» identificati da Brownfield c’erano Freddy Guevara e Yon Goicoechea. Ha applaudito quest’ultima figura come «uno dei difensori più articolati delle libertà civili». Riempiti di denaro dagli oligarchi neoliberali, i quadri radicali venezuelani hanno portato le loro tattiche Otpor nelle strade, insieme a una loro particolare versione del logo del gruppo.
Nel 2009, gli attivisti giovanili di “Generation 2007” hanno messo in scena la loro dimostrazione più provocatoria, calandosi i pantaloni nelle strade e scimmiottando le “scandalose” tattiche di “guerrilla” delineate da Gene Sharp nei suoi manuali sul cambio di regime. I manifestanti si erano mobilitati contro l’arresto di un alleato di un altro gruppo giovanile, chiamato Javu. Questo gruppo di estrema destra «raccolse fondi da una varietà di fonti governative degli Stati Uniti, che gli permisero di acquisire rapida notorietà come l’ala più dura dei movimenti di opposizione», secondo il libro dell’accademico George Ciccariello-Maher, “Building the Commune”. Mentre i video della protesta non sono disponibili, molti venezuelani hanno identificato Guaidó come uno dei suoi partecipanti chiave. Sebbene l’accusa non sia confermata, è certamente plausibile; i manifestanti con le natiche nude erano membri del nucleo interno di “Generazione 2007” a cui apparteneva Guaidó e indossavano le T-shirt col loro marchio di fabbrica “Resistencia!”.
Quell’anno, Guaidó si espose al pubblico in un altro modo, fondando un partito politico per catturare l’energia anti-Chavez che la sua “Generazione 2007” aveva coltivato. Il partito, chiamato “Volontà popolare”, fu guidato da Leopoldo López, un purosangue di destra educato a Princeton, pesantemente coinvolto nei programmi del National Endowment for Democracy ed eletto sindaco di un distretto di Caracas tra i più ricchi del paese. Lopez era un ritratto dell’aristocrazia venezuelana, direttamente discendente dal primo presidente del suo paese. È anche cugino di Thor Halvorssen, fondatore della Human Rights Foundation, con sede negli Stati Uniti, che funge da facciata pubblicitaria per gli attivisti anti-governativi sostenuti dagli Stati Uniti in paesi presi di mira da Washington. Sebbene gli interessi di Lopez fossero allineati perfettamente con quelli di Washington, i documenti diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks mettevano in luce le tendenze fanatiche che avrebbero portato alla marginalizzazione dal consenso popolare.
Un comunicato identificava Lopez come «una figura di divisione all’interno dell’opposizione, spesso descritta come arrogante, vendicativa e assetata di potere». Altri hanno evidenziato la sua ossessione per gli scontri e il suo «approccio intransigente» come fonte di tensione con altri leader dell’opposizione, che davano priorità all’unità e alla partecipazione alle istituzioni democratiche del paese. Nel 2010 “Volontà Popolare” e i suoi sostenitori stranieri si sono mossi per sfruttare la peggiore siccità che avesse colpito il Venezuela, da decenni. La grande carenza di energia elettrica aveva colpito il paese a causa della scarsità d’acqua, necessaria per alimentare le centrali idroelettriche. La recessione economica globale e un calo dei prezzi del petrolio aggravarono la crisi, provocando il malcontento pubblico. Stratfor e Canvas – i principali consiglieri di Guaidó e dei suoi quadri anti-governativi – escogitarono un piano scandalosamente cinico per pugnalare al cuore la rivoluzione bolivariana. Il piano prevedeva un crollo del 70% del sistema elettrico del paese già nell’aprile 2010.
«Questo potrebbe essere l’evento spartiacque, poiché c’è poco che Chavez possa fare per proteggere i poveri dal fallimento di quel sistema», dichiara il memorandum interno di Stratfor. «Questo avrà probabilmente l’effetto di galvanizzare i disordini pubblici in un modo che nessun gruppo di opposizione potrebbe mai sperare di generare. A quel punto, un gruppo di opposizione potrebbe servirsene per approfittare della situazione e scagliare l’opinione pubblica contro Chavez». In quel momento l’opposizione venezuelana riceveva 40-50 milioni di dollari l’anno da organizzazioni governative statunitensi come Usaid e National Endowment for Democracy, secondo un rapporto di un think-tank spagnolo, l’Istituto Frude. Aveva anche una grande ricchezza da attingere dai suoi conti, che erano per lo più al di fuori del paese. Ma lo scenario immaginato da Statfor non si realizzò, gli attivisti del partito “Volontà Popolare” e i loro alleati misero quindi da parte ogni pretesa di non violenza e si unirono in un piano radicale di destabilizzazione del paese.
Nel novembre 2010, secondo le e-mail ottenute dai servizi di sicurezza venezuelani e presentate dall’ex ministro della giustizia Miguel Rodríguez Torres, Guaidó, Goicoechea e diversi altri attivisti studenteschi hanno partecipato ad un corso di formazione segreto di cinque giorni presso l’hotel Fiesta Mexicana di Città del Messico. Le sessioni sono state condotte da Otpor, i formatori del cambio regime a Belgrado appoggiati dal governo degli Stati Uniti. Secondo quanto riferito, l’incontro aveva ricevuto la benedizione di Otto Reich, un esiliato cubano fanaticamente anticastrista che lavorava nel Dipartimento di Stato di George W. Bush, e dall’ex presidente colombiano di destra Alvaro Uribe. All’hotel Fiesta Mexicana, Guaidó e i suoi compagni attivisti hanno ordito un piano per rovesciare Hugo Chavez generando il caos attraverso spasmi prolungati di violenza di strada.
Tre personaggi dell’industria petrolifera – Gustavo Tovar, Eligio Cedeño e Pedro Burelli – hanno a quanto pare pagato il conto di 52.000 dollari dell’albergo. Torrar è un autoproclamato “attivista per i diritti umani” e “intellettuale”, il cui fratello minore Reynaldo Tovar Arroyo è il rappresentante in Venezuela della società petrolifera messicana privata Petroquimica del Golfo, che ha un contratto con lo Stato venezuelano. Cedeño, da parte sua, è un fuggitivo uomo d’affari venezuelano che ha chiesto asilo negli Stati Uniti, e Pedro Burelli un ex dirigente della Jp Morgan ed ex direttore della compagnia petrolifera nazionale venezuelana Petroleum of Venezuela (Pdvsa). Lasciò la Pdvsa nel 1998 mentre Hugo Chavez prendeva il potere, e faceva parte del comitato consultivo del programma di leadership in America Latina della Georgetown University. Burelli ha insistito sul fatto che le e-mail che dettagliavano la sua partecipazione erano state inventate, e ha persino assunto un investigatore privato per dimostrarlo. L’investigatore dichiarò che i registri di Google mostravano che le e-mail che si presumeva fossero sue non vennero mai trasmesse.
Eppure oggi Burelli non fa mistero del suo desiderio di vedere deposto l’attuale presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e anche di volerlo «trascinato per le strade e sodomizzato con una baionetta», come accaduto al capo libico Muhammar Gheddafi, così trattato dai miliziani sostenuti dalla Nato. La presunta trama di Fiesta Mexicana è confluita in un altro piano di destabilizzazione, rivelato in una serie di documenti mostrati dal governo venezuelano. Nel maggio 2014, Caracas ha rilasciato documenti che descrivono un complotto di omicidio contro il presidente Nicolás Maduro. Le fughe di notizie hanno identificato Maria Corina Machado, con sede a Miami, come leader del piano. Estremista con un debole per la retorica estrema, Machado ha funto da collegamento internazionale per l’opposizione, incontrando addirittura il presidente George W. Bush nel 2005. «Penso che sia tempo di raccogliere gli sforzi; fai le chiamate necessarie e ottieni finanziamenti per annientare Maduro e il resto andrà in pezzi», ha scritto Maria Corina Machado in una e-mail all’ex diplomatico venezuelano Diego Arria nel 2014.
In un’altra email, la Machado sosteneva che la trama violenta aveva la benedizione dell’ambasciatore statunitense in Colombia, Kevin Whitaker. «Ho già deciso, e questa lotta continuerà fino a quando questo regime non sarà rovesciato e consegneremo il risultato ai nostri amici nel mondo. Se sono andata a San Cristobal e mi sono esposta all’Oas, non ho paura di nulla. Kevin Whitaker ha già riconfermato il suo sostegno e ha sottolineato i nuovi passaggi. Abbiamo un libretto degli assegni più forte di quello del regime per rompere l’anello di sicurezza internazionale». Nel febbraio 2014, i manifestanti studenteschi che agivano come truppe d’assalto per l’oligarchia in esilio eressero barricate in tutto il paese, trasformando quartieri controllati dall’opposizione in fortezze violente, note come “guarimbas”. Mentre i media internazionali ritraevano lo sconvolgimento come una protesta spontanea contro la regola del pugno di ferro di Maduro, ci sono molte prove che fosse “Volontà Popolare” ad orchestrare lo spettacolo.
«I manifestanti delle università non indossavano le loro magliette, tutti indossavano magliette di “Volontà Popolare” o “Justice First”», ha detto un partecipante alla “guarimba”, all’epoca. «Potrebbero essere stati gruppi di studenti, ma i consigli studenteschi sono affiliati ai partiti politici di opposizione e sono responsabili nei loro confronti». Alla domanda su chi fossero i capobanda, il partecipante alla “guarimba” ha dichiarato: «Beh, ad essere onesti, quei ragazzi ora sono in Parlamento». Circa 43 sono stati i morti durante le “guarimbas” del 2014. Le stesse violenze eruttarono di nuovo tre anni dopo, causando grandi distruzioni di infrastrutture pubbliche, l’assassinio di sostenitori del governo e la morte di 126 persone, molte delle quali erano chaviste. In diversi casi, i sostenitori del governo sono stati bruciati vivi da bande armate. Guaidó è stato direttamente coinvolto nelle “guarimbas” del 2014. Infatti, ha twittato un video in cui si mostrava vestito con un elmetto e una maschera antigas, circondato da elementi mascherati e armati che avevano bloccato un’autostrada e che si stavano impegnando in uno scontro violento con la polizia. Alludendo alla sua partecipazione alla “Generazione 2007”, proclamava: «Ricordo che nel 2007, abbiamo proclamato, “Studenti!”. Ora gridiamo: “Resistenza! Resistenza”».  Guaidó ha poi cancellato il tweet, dimostrando un’apparente preoccupazione per la sua immagine di paladino della democrazia.
Il 12 febbraio 2014, durante il culmine delle “guarimbas” di quell’anno, Guaidó si è unito a Lopez sul palco di una manifestazione di “Volontà Popolare” e “Prima la Giustizia”. Con un lungo discorso contro il governo, Lopez esortò la folla a marciare verso l’ufficio del procuratore generale Luisa Ortega Diaz. Poco dopo, l’ufficio di Diaz venne attaccato da bande armate che tentarono di bruciarlo. La Diaz ha definito l’episodio come «violenza programmata e premeditata». In un’apparizione televisiva del 2016, Guaidó ha liquidato come “mito” le morti risultanti da “guayas” – una tattica di “guarimba” che consiste nel piazzare filo spinato su una strada ad altezza della testa per ferire o uccidere motociclisti. I suoi commenti hanno minimizzato una tattica micidiale che aveva ucciso civili disarmati come Santiago Pedroza e decapitato un uomo di nome Elvis Durán, tra molti altri. Questo insensibile disprezzo per la vita umana definisce “Volontà Popolare” agli occhi di gran parte del pubblico, compresi molti avversari di Maduro.
Con l’intensificarsi della violenza e della polarizzazione politica in tutto il paese, il governo ha iniziato ad agire contro i leader di “Volontà Popolare”. Freddy Guevara, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale e secondo in comando di “Volontà Popolare”, è stato il principale leader delle rivolte di strada del 2017. Di fronte a un processo per il suo ruolo nelle violenze, Guevara si è rifugiato nell’ambasciata cilena, dove rimane. Lester Toledo, un legislatore di “Volontà Popolare” dello Stato di Zulia, è stato ricercato dal governo venezuelano nel settembre 2016 con l’accusa di finanziamento del terrorismo e di complotto a fini di omicidio. Si dice che i piani siano stati preparati insieme all’ex presidente colombiano Álavaro Uribe. Toledo è fuggito dal Venezuela e ha fatto diverse tournée con Human Rights Watch, la Freedom House, il Congresso spagnolo e il Parlamento Europeo, sostenuto dal governo degli Stati Uniti.
Carlos Graffe è un altro membro della “Generazione 2007” addestrata da Otpor, che ha guidato Volontà Popolare. E’ stato arrestato nel luglio 2017. Secondo la polizia, era in possesso di una borsa piena di chiodi, esplosivo C4 e un detonatore. È stato rilasciato il 27 dicembre 2017. Leopoldo Lopez, il leader di lunga data di “Volontà Popolare”, è oggi agli arresti domiciliari, accusato di aver avuto un ruolo chiave nella morte di 13 persone durante le “guarimbas” nel 2014. Amnesty International ha elogiato Lopez come «prigioniero di coscienza». Nel frattempo, i familiari delle vittime di “guarimba” hanno presentato una petizione per ulteriori accuse contro Lopez. Goicoechea, il poster-boy dei fratelli Koch e fondatore di “Prima la Giustizia”, sostenuto dagli Stati Uniti, è stato arrestato nel 2016 dalle forze di sicurezza, che hanno affermato di aver trovato un chilo di esplosivo nel suo veicolo. In un editoriale del “New York Times”, Goicoechea ha protestato contro le accuse (che definisce false) e ha affermato di essere stato imprigionato semplicemente per il suo «sogno di una società democratica, libera dal comunismo». È stato liberato nel novembre 2017.
David Smolansky, anche lui membro dell’originale “Generation 2007” di Otpor, è diventato il più giovane sindaco venezuelano quando è stato eletto nel 2013 nel ricco sobborgo di El Hatillo. Ma è stato spogliato della sua posizione e condannato a 15 mesi di prigione dalla Corte Suprema dopo essere stato trovato colpevole di aver fomentato le violenze delle “guarimbas”. Prima dell’arresto, Smolansky si rasò la barba, indossò occhiali da sole e scivolò in Brasile travestito da prete con una Bibbia in mano e il rosario al collo. Ora vive a Washington, dove è stato scelto dal segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani Luis Almagro per guidare il gruppo di lavoro sulla crisi dei migranti e dei rifugiati venezuelani. Lo scorso 26 luglio, Smolansky ha tenuto quella che ha definito una «riunione cordiale» con Elliot Abrams, il criminale condannato nel processo Iran-Contra, ora mandato da Trump come inviato speciale degli Stati Uniti in Venezuela. Abrams è noto per aver supervisionato la politica segreta degli Stati Uniti di armare gli squadroni della morte di destra durante gli anni ‘80 in Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Il suo ruolo principale nel colpo di Stato venezuelano ha alimentato i timori che un’altra guerra per procura potrebbe essere in arrivo. Quattro giorni prima, Machado aveva urlato un’altra violenta minaccia contro Maduro, dichiarando che «se vuole salvarsi la vita, dovrebbe capire che il suo tempo è scaduto».
Il collasso di “Volontà Popolare”, sotto il peso della violenta campagna di destabilizzazione che aveva avviato, ha alienato il consenso di ampi settori dell’opinione pubblica e ha costretto gran parte della sua leadership in esilio o in carcere. Guaidó è sempre rimasto una figura relativamente minore, ha infatti trascorso gran parte della sua carriera di nove anni all’Assemblea Nazionale come sostituto. Originario di uno degli Stati meno popolati del Venezuela, Guaidó arrivò secondo alle elezioni parlamentari del 2015, assicurandosi il posto in Assemblea con appena il 26% dei voti. In effetti, si può dire che il suo sedere fosse più conosciuto della sua faccia. Guaidó è noto come il presidente dell’Assemblea Nazionale, dominata dall’opposizione, ma non è mai stato eletto. I quattro partiti di opposizione che comprendevano il Tavolo di Unità Democratica dell’Assemblea avevano deciso di istituire una presidenza a rotazione. La svolta di “Volontà Popolare” era in arrivo, ma il suo fondatore, Lopez, era agli arresti domiciliari. Nel frattempo, il suo secondo incaricato, Guevara, si era rifugiato nell’ambasciata cilena. Juan Andrés Mejía avrebbe dovuto occupare la presidenza dell’Assemblea, ma per ragioni che ora sono maggiormente chiare, gli fu preferito Juan Guaidò.
«C’è un ragionamento di classe che spiega l’ascesa di Guaidó», osserva Sequera, l’analista venezuelano. «Mejía è di classe alta, ha studiato in una delle università private più costose del Venezuela e non poteva essere facilmente venduto al pubblico come Guaidó. Guaidó ha caratteristiche meticce comuni alla maggior parte dei venezuelani, e sembra più un uomo della gente. Inoltre, non era stato sovraesposto nei media, quindi poteva essere presentato in praticamente qualsiasi salsa». Nel dicembre 2018, Guaidó si è recato a Washington, in Colombia e in Brasile per coordinare la preparazione di manifestazioni di massa durante l’inaugurazione della presidenza Maduro. La notte prima della cerimonia di giuramento di Maduro, sia il vicepresidente Mike Pence che il ministro degli esteri canadese Chrystia Freeland hanno chiamato Guaidó per confermare il loro sostegno. Una settimana dopo, il senatore Marco Rubio, il senatore Rick Scott e il rappresentante Mario Diaz-Balart – tutti i legislatori della base della destra della lobby di esilio cubano di destra – si sono uniti al presidente Trump e al vicepresidente Pence alla Casa Bianca. Su loro richiesta, Trump dichiarò che se Guaidó si fosse dichiarato presidente, lo avrebbe sostenuto.
Il segretario di Stato Mike Pompeo ha incontrato personalmente Guaidó il 10 gennaio, secondo il “Wall Street Journal”. Tuttavia, Pompeo non riusci a pronunciare correttamente il nome di Guaidó quando lo menzionò in una conferenza stampa il 25 gennaio, riferendosi a lui come a “Juan Guido”. L’11 gennaio, la pagina di Wikipedia di Guaidó è stata modificata per 37 volte, mettendo in evidenza la lotta per modellare l’immagine di una figura precedentemente anonima che ora era un tableau per le ambizioni del cambio di regime di Washington. Alla fine, la supervisione editoriale della sua pagina è stata consegnata al consiglio d’élite dei “bibliotecari” di Wikipedia, che lo ha definito presidente «conteso» del Venezuela. Guaidó sarà anche una mezza figura, ma la sua combinazione di radicalismo e opportunismo soddisfa i bisogni di Washington. «Quel pezzo interno era mancante», ha detto di Guaidó un funzionario dell’amministrazione Trump. «Era il pezzo di cui avevamo bisogno perché la nostra strategia fosse coerente e completa». Brownfield, l’ex ambasciatore americano in Venezuela, ha dichiarato al “New York Times”: «Per la prima volta abbiamo un leader dell’opposizione che sta chiaramente segnalando alle forze armate e alle forze dell’ordine che vuole tenerle dalla parte degli angeli e dei bravi ragazzi».
Ma è stata “Volontà Popolare” di Guaidó a formare le truppe d’assalto delle “guarimbas” che hanno causato la morte di agenti di polizia e comuni cittadini. Si era persino vantato della propria partecipazione alle rivolte di strada. E ora, per conquistare i cuori e le menti dei militari e della polizia, Guaidò ha dovuto cancellare questa storia intrisa di sangue. Il 21 gennaio, un giorno prima che il colpo di Stato iniziasse sul serio, la moglie di Guaidó ha presentato un video che invitava i militari a insorgere contro Maduro. La sua esibizione è stata legnosa e poco accattivante, e sottolinea le limitate prospettive politiche del marito. In una conferenza stampa di fronte ai suoi sostenitori, quattro giorni dopo, Guaidó ha annunciato la sua soluzione alla crisi: «Autorizzare un intervento umanitario!». Mentre attende l’assistenza diretta, Guaidó rimane quello che è sempre stato – una marionetta, frutto del progetto di ciniche forze esterne. «Non importa se si brucerà dopo tutte queste disavventure», dice Sequera del fantoccio del colpo di Stato. «Per gli americani, è sacrificabile».
(Dan Cohen e Max Blumenthal, “The making of Juan Guaidó – Il fantoccio creato in laboratorio per il colpo di Stato in Venezuela”, da “Consortium News” del 29 gennaio 2019: reportage tradotto da Enrico Carotenuto per “Coscienze in Rete”. Max Blumenthal è un giornalista pluripremiato e autore di numerosi libri, tra cui “Gomorra Repubblicana”, “Golia”, “La guerra dei cinquanta giorni” e “La gestione della ferocia”. Ha prodotto articoli per numerose pubblicazioni, molti video report e diversi documentari, tra cui “Killing Gaza”. Blumenthal ha fondato “The Grayzone” nel 2015 per puntare un faro giornalistico sullo stato di guerra perpetua dell’America e le sue pericolose ripercussioni domestiche. Dan Cohen è un giornalista e regista. Ha prodotto reportage video ampiamente distribuiti e materiale cartaceo da tutta Israele-Palestina. E’ un corrispondente di “Rt America”).
Fonte: www.libreidee.org
Link: http://www.libreidee.org/2019/03/scuola-di-golpe-e-nato-in-serbia-loscuro-progetto-guaido/