Un diario, dove annoto tutto ciò che più mi colpisce. Il mio blocco per gli appunti, il mio mondo.
venerdì 16 gennaio 2026
giovedì 15 gennaio 2026
Il Prof Ascierto presenta DAROMUM: il farmaco che si inietta nel tumore, e riduce recidive e metastasi.
Il lavoro di Paolo Ascierto: una ricerca costruita sul campo.
Il nome di Paolo Ascierto è oggi indissolubilmente legato all’innovazione oncologica e alla ricerca applicata alla vita reale dei pazienti. Il suo lavoro non nasce in laboratorio in modo astratto, ma si sviluppa a stretto contatto con la clinica, con chi affronta ogni giorno la malattia. Ascierto ha sempre sostenuto che la scienza debba produrre risultati concreti, misurabili, capaci di cambiare davvero il destino dei malati oncologici. L’immunoterapia rappresenta il fulcro di questo percorso, ma anche il punto di partenza per soluzioni sempre più mirate, personalizzate e innovative. È proprio da questa visione che prende forma Daromum, un farmaco che nasce da anni di studi, sperimentazioni e osservazioni cliniche approfondite.
Darorum e il superamento delle terapie tradizionali.
Con Daromum si compie un passo deciso oltre i trattamenti oncologici convenzionali. Il farmaco introduce un approccio radicalmente diverso: l’iniezione diretta all’interno del tumore. Questa strategia rompe con il modello esclusivamente sistemico e punta a colpire la malattia nel suo microambiente, dove le cellule tumorali trovano protezione e nutrimento. Agire direttamente sul tumore significa aumentare l’efficacia del trattamento, riducendo al tempo stesso la dispersione del farmaco nell’organismo e limitando gli effetti collaterali. È un cambio di paradigma terapeutico che apre nuove possibilità nella gestione del cancro.
Il ruolo chiave del sistema immunitario.
Uno degli aspetti più rilevanti di Daromum è la sua capacità di rafforzare il sistema immunitario. Il farmaco non si limita ad agire sulle cellule tumorali, ma contribuisce a renderle visibili alle difese dell’organismo. In questo modo il tumore perde la sua capacità di mimetizzarsi e il sistema immunitario viene stimolato a riconoscere e attaccare la malattia. Questo meccanismo può generare una risposta più ampia e duratura, capace di agire anche oltre il sito dell’iniezione, offrendo una protezione potenzialmente estesa nel tempo.
I dati clinici: numeri che fanno la differenza.
I risultati ottenuti con Daromum rappresentano uno degli elementi più solidi del progetto. I dati mostrano una riduzione del 41% del rischio di recidiva o di morte, un traguardo di enorme importanza nel panorama oncologico. Ancora più significativo è il dato relativo alle metastasi: si registra un calo del 40% della comparsa di metastasi a distanza, uno dei fattori più critici nella progressione della malattia. Queste percentuali non sono semplici statistiche, ma indicano più tempo, più stabilità clinica e migliori prospettive di vita per i pazienti.
Un impatto reale sulla vita dei pazienti.
Il valore del lavoro di Ascierto emerge soprattutto nella sua ricaduta concreta sulla quotidianità dei malati oncologici. Ridurre il rischio di recidiva significa meno paura del ritorno della malattia, mentre limitare le metastasi vuol dire evitare terapie più invasive e debilitanti. Darorum si inserisce così in una medicina che guarda non solo alla sopravvivenza, ma anche alla qualità della vita, alla possibilità di convivere con la malattia in modo più sostenibile e meno traumatico.
Verso una medicina sempre più personalizzata.
Darorum rappresenta anche un esempio concreto di medicina personalizzata. L’iniezione intratumorale consente un controllo preciso dell’intervento terapeutico e apre la strada a strategie combinate, in cui il farmaco può essere affiancato ad altri trattamenti per potenziarne l’efficacia. Questo approccio permette di adattare la cura alle caratteristiche specifiche del tumore e del paziente, superando i protocolli standardizzati che spesso non tengono conto delle differenze individuali.
Il valore scientifico e umano dell’innovazione.
Dietro Darorum non c’è solo tecnologia, ma una visione umana della medicina. Il lavoro di Paolo Ascierto dimostra che l’innovazione più efficace nasce dall’ascolto dei pazienti, dall’analisi dei bisogni clinici reali e dalla capacità di trasformare queste esigenze in soluzioni terapeutiche concrete. Ogni risultato ottenuto rappresenta un passo avanti non solo scientifico, ma anche etico e umano, perché mira a restituire tempo e dignità a chi affronta il cancro.
Uno sguardo al futuro della lotta contro il cancro.
Darorum non è un punto di arrivo, ma una tappa fondamentale di un percorso in continua evoluzione. Se i risultati continueranno a essere confermati, questo modello terapeutico potrà essere esteso ad altri tipi di tumore, aprendo nuovi scenari di cura. Il lavoro di Paolo Ascierto indica con chiarezza la direzione dell’oncologia moderna: intervenire precocemente, colpire con precisione e potenziare le difese naturali dell’organismo. È in questa combinazione che si gioca la sfida più importante contro il cancro, ed è qui che Daromum rappresenta uno dei segnali più concreti di cambiamento.
venerdì 19 settembre 2025
DAL POLICLINICO DI PALERMO ARRIVANO NUOVE SPERANZE NELLA LOTTA AL TUMORE AL FEGATO.
Individuare l'opzione terapeutica migliore per garantire la buona qualità di vita e la sopravvivenza nei pazienti affetti da epatocarcinoma, il tumore più frequente del fegato, caratterizzato da un'estrema aggressività e da una progressione rapida e inizialmente silenziosa. E' stato questo l'obiettivo di uno studio, pubblicato su Jama Oncology, coordinato dai professori Ciro Celsa, Giuseppe Cabibbo e Calogero Cammà (in foto) del Policlinico di Palermo, e dal professore David Pinato dell'Imperial college di Londra.
"I risultati sono stati chiari e incoraggianti. - spiegano Celsa, Cabibbo e Cammà - La combinazione di due farmaci immunoterapici, Atezolizumab e Bevacizumab, si è dimostrata superiore a tutti gli altri trattamenti analizzati".
Questa terapia combinata, infatti, chiariscono gli esperti, "ha mostrato le migliori performance in diversi aspetti cruciali riportati dai pazienti. Ma l'aspetto più significativo emerso dalla ricerca è che questa combinazione terapeutica non solo preserva meglio la qualità di vita, ma allo stesso tempo offre anche i migliori risultati in termini di sopravvivenza globale".
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sabato 14 giugno 2025
Gli scienziati hanno trovato un modo per distruggere le cellule cancerose usando la luce, non farmaci, nè radiazioni.
I ricercatori hanno creato un nuovo potente strumento che distrugge le cellule tumorali usando solo la luce e un colorante speciale già utilizzato negli ospedali. Questi “martelli pneumatici molecolari” non hanno bisogno di farmaci tossici né di radiazioni. Invece, vibrano così velocemente quando colpiti dalla luce nel vicino infrarosso da strappare le cellule tumorali dall’interno.
Il colorante, chiamato aminocianina, è normalmente usato nelle scansioni mediche. Ma quando viene colpito dalla luce, le molecole iniziano a vibrare un trilione di volte al secondo—velocità sufficiente ad aprire le membrane delle cellule tumorali senza danneggiare le cellule sane vicine. Nei test di laboratorio, il 99% delle cellule di melanoma umano è stato distrutto in questo modo. Nei topi, metà dei tumori è scomparsa completamente dopo un solo trattamento, e il resto si è ridotto.
Ciò che rende speciale questo metodo è che la luce nel vicino infrarosso può penetrare in profondità nel corpo—fino a 10 centimetri—raggiungendo organi e ossa senza bisogno di interventi chirurgici. Inoltre, poiché il colorante si lega naturalmente alle cellule tumorali, il trattamento è altamente mirato.
A differenza dei trattamenti tradizionali, le cellule tumorali non possono facilmente resistere a essere fisicamente fatte a pezzi. E poiché il colorante è già approvato dalla FDA per l’uso umano nelle immagini diagnostiche, questo potrebbe accelerare i test clinici sull’uomo.
E non si tratta solo di cancro. Un altro studio guidato dalla Aston University ha scoperto che un tipo speciale di luce chiamata “luce attorcigliata” può attraversare la pelle e i tessuti senza perdere la sua forma. Può rilevare minuscoli cambiamenti in profondità nel corpo—come segni precoci di infiammazione, tumori o persino variazioni nei livelli di zucchero nel sangue—senza alcun taglio o ago.
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martedì 3 giugno 2025
Gli scienziati vaporizzano i tumori avanzati usando il suono.
sabato 19 ottobre 2024
Lo scorpione blu.
domenica 22 settembre 2024
Via cataratta senza operarsi, dal segreto di uno scoiattolo possibile farmaco.
Del resto la cataratta altro non è
che un'opacizzazione del cristallino dell'occhio, che si verifica comunemente
nelle persone con l'avanzare dell'età. Lo studio condotto sullo scoiattolo di
terra a 13 strisce e sui ratti potrebbe rappresentare una possibile strategia
per trattarla senza intervento chirurgico, facilitando l'attività di contrasto
contro una causa comune di perdita della vista. La chirurgia è "efficace,
ma non priva di rischi" e "gli scienziati hanno cercato a lungo
un'alternativa" al 'bisturi', spiega Xingchao Shentu, chirurgo della
cataratta e co-ricercatore principale della Zhejiang University in Cina. Anche
perché, ricorda, "in alcune parti del mondo la mancanza di accesso alla
chirurgia della cataratta è un ostacolo alle cure, e ciò fa sì che la cataratta
non trattata sia una delle principali cause di cecità in tutto il mondo".
Lo studio è stato pubblicato sul
'Journal of Clinical Investigation' e descrive questa nuova scoperta ottenuta
nell'ambito di una ricerca in corso al National Eye Institute (Nei), centro dei
Nih, realizzata coinvolgendo lo scoiattolo di terra a 13 strisce. In questo
animale le cellule fotorecettrici sensibili alla luce nella retina sono per lo
più coni, il che lo rende utile per studiare proprietà come la visione dei
colori. Inoltre, la capacità del roditore di resistere a mesi di freddo e
stress metabolico durante il letargo lo rende un modello per gli scienziati
della vista, per studiare una serie di malattie degli occhi. La capacità di
rendere l'opacità del cristallino reversibile è stata osservata negli
scoiattoli protagonisti dello studio, mentre nei ratti (specie non ibernante)
no. Questi ultimi sviluppavano cataratte a basse temperature, che non si
risolvevano con il riscaldamento.
La formazione di cataratta negli
animali in letargo esposti a basse temperature, osservano gli esperti, è
probabilmente una risposta cellulare allo stress da freddo ed è uno dei tanti
cambiamenti che subiscono i loro corpi mentre i tessuti si adattano alle
temperature gelide e allo stress metabolico. Gli esseri umani non sviluppano
cataratta quando esposti a basse temperature. "Comprendere i fattori
molecolari che determinano questo fenomeno di cataratta reversibile potrebbe
indicarci la direzione verso una potenziale strategia di trattamento",
afferma il co-ricercatore principale dello studio Wei Li, ricercatore senior
nella sezione di neurofisiologia retinica del Nei.
Con l'avanzare dell'età, la
cataratta si forma quando le proteine nel cristallino iniziano a ripiegarsi in
modo errato e a formare cluster che bloccano, disperdono e distorcono la luce
mentre passa attraverso il cristallino. Per esplorare le cataratte reversibili
dello scoiattolo di terra a livello molecolare, il team ha sviluppato in
laboratorio un modello di cristallino usando cellule staminali ingegnerizzate
da cellule di scoiattolo. Utilizzando questa piattaforma, i ricercatori sono
arrivati a scoprire che la proteina RNF114 era significativamente elevata
durante la fase di riscaldamento nello scoiattolo di terra, rispetto al ratto
non in letargo. In precedenza era stato dimostrato che RNF114 aiutava a
identificare vecchie proteine e a facilitarne la degradazione. E in effetti,
quando gli scienziati hanno pretrattato con la proteina i modelli di
cristallini, si è verificata una rapida scomparsa della cataratta al momento
del riscaldamento.
Queste scoperte, evidenziano, sono
la prova di principio che è possibile indurre la rimozione della cataratta
negli animali. In studi futuri, il processo dovrà essere perfezionato. Ma
questo meccanismo viene ritenuto promettente, e, fanno notare gli autori, è
anche un fattore importante in molte malattie neurodegenerative.
mercoledì 29 maggio 2024
L’ortaggio che previene il diabete, le malattie dei reni e l’asma.
Ha tanti nomi diversi, ed è una fonte ricchissima di benefici: l’ocra, conosciuta anche come gombo, è un ortaggio di origine tropicale molto usato nella medicina tradizionale. Contiene un alto contenuto di vitamine C, K, A e minerali, ma anche antiossidanti come catechine, rutine e quercetina.
L’ocra contiene fibra, che aiuta a favorire la digestione e a regolare i livelli di zuccheri nel sangue. Essendo ricco di beta-carotene, questo ortaggio aiuta a prevenire malattie degli occhi come glaucomi e cataratte.
La vitamina K, invece, aiuta a rinforzare le ossa e ad evitare l’osteoporosi. L’ocra è ottima anche per prevenire malattie respiratorie come asma, bronchite e polmonite.
Inoltre, contribuisce ad abbassare il colesterolo cattivo, è ricca di ferro e può combattere efficacemente la stitichezza.
Per godere dei benefici dell’ocra, taglia l’estremità dell’ortaggio ed effettua varie incisioni lungo tutta la sua superficie. Immergilo in un bicchiere pieno d’acqua e lascialo tutta la notte. Bevi il giorno dopo prima di fare colazione.
venerdì 4 agosto 2023
Gli scienziati hanno sviluppato una pillola che potrebbe eliminare tutti i tipi di tumori.
La nuova molecola - nome in codice AOH1996 - prende di mira una proteina presente nella maggior parte delle neoplasie che le aiuta a crescere e moltiplicarsi nel corpo. E significativo perché questa proteina - l'antigene nucleare cellulare proliferante (PCNA) - era precedentemente ritenuta "non controllabile".
Il farmaco è stato testato in laboratorio su 70 diverse cellule tumorali, comprese quelle derivate dal cancro al seno, alla prostata, al cervello, alle ovaie, al collo dell'utero, alla pelle e ai polmoni. Ed è risultato efficace contro tutte.
La pillola innovativa è il culmine di 20 anni di ricerca e sviluppo da parte del City of Hope Hospital di Los Angeles, uno dei più grandi centri oncologici d'America.
[#IlMessaggero] #cancro #tumore #cura
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venerdì 23 settembre 2022
Così il virus dell’herpes può sconfiggere il cancro: i risultati promettenti nello studio clinico in fase iniziale.
Nonostante i test sull’uomo siano cominciati da poco i tassi di risposta sono eccezionalmente positivi.
Arriva dal Regno Unito la notizia di nuovo tipo di terapia contro il cancro. Quest’ultima si avvarrebbe di una forma indebolita del virus dell’herpes labiale, l’herpes simplex, per infettare e distruggere le cellule dannose. Nonostante saranno necessari studi più ampi e più lunghi, la Bbc parla di risultati molto promettenti nei primi test sull’uomo: il cancro di un paziente è scomparso, mentre altri hanno visto i loro tumori ridursi. Il 39enne Krzysztof Wojkowski, a cui nel 2017 era stato diagnosticato un cancro alle ghiandole salivari, ha per esempio deciso di prendere parte allo studio di fase uno sulla sicurezza in corso, condotto dall’Institute of Cancer Research presso il Royal Marsden NHS Foundation Trust. Un breve ciclo di terapia del virus, a base di iniezioni ogni due settimane, sembra aver eliminato il suo cancro.
Risultati promettenti.
Le iniezioni, praticate direttamente nel tumore, agirebbero in due modi: invadendo le cellule cancerose e facendole scoppiare, e attivando parallelamente il sistema immunitario. Circa 40 pazienti hanno provato il trattamento come parte dello studio. Ad alcuni è stata somministrata l’iniezione del virus, chiamata RP2, da sola. Altri hanno anche ricevuto un altro farmaco antitumorale, chiamato nivolumab. I risultati mostrano che 3 pazienti su 9 trattati solo con RP2, incluso Krzysztof, hanno visto i loro tumori ridursi. Anche sette su 30 che avevano ricevuto un trattamento combinato sembravano trarne beneficio. Gli effetti collaterali, come la stanchezza, sono stati generalmente lievi. «È raro vedere tassi di risposta così buoni negli studi clinici in fase iniziale», ha dichiarato il professor Kevin Harrington, a capo della ricerca.
https://www.open.online/2022/09/23/regno-unito-studio-herpes-cancro/
domenica 29 agosto 2021
Monoclonali: La cura c’è, tutto il resto invece manca. - Thomas Mackinson
Autunno. Medicina territoriale e alti costi: perché quella che può essere una svolta stenta a partire.
La sola cura per il Covid-19 fino a oggi ufficialmente riconosciuta è finita dentro un imbuto tipicamente italiano da cui esce col contagocce.
A sette mesi dall’autorizzazione all’uso, i pazienti trattati con farmaci a base di anticorpi monoclonali sono infatti stati soltanto 7.500 sparsi tra tutte le regioni d’Italia.
Alcune come Lazio, Veneto e Toscana svettano nella classifica; altre non brillano affatto come l’Umbria, che in una settimana ha registrato 800 nuovi contagi e un solo monoclonale somministrato.
Usa e Germania corrono Noi siamo in ritardo.
Nel complesso, la via italiana ai monoclonali – unica cura autorizzata al mondo – procede tra strappi e ritardi. Si era aperta l’8 febbraio 2021 quando, superando molte resistenze, l’Agenzia italiana del farmaco ne aveva infine autorizzato l’uso, anche se soltanto in emergenza. Le aspettative però si sono presto infrante sui numeri: in questo lasso di tempo li abbiamo usati cinque volte meno che gli Stati Uniti, tre volte meno della Germania. E vai a sapere quanti pazienti si sarebbero potuti curare e salvare.
Il sottoutilizzo, va detto, non è dovuto alle risorse, perché già a febbraio il ministero della Salute aveva reperito quelle necessarie agli acquisti a valere su un fondo da 400 milioni: con una media di mille-duemila euro a fiala, a seconda del farmaco, si potevano garantire 200 mila infusioni.
La determina dell’Aifa. Si allarga la platea.
Perché in sette mesi ne sono state fatte 26 volte meno? Per quell’imbuto fatto di inerzie, burocrazia e disorganizzazione sanitaria che continua a minare l’uscita dal tunnel. Per tentare di rovesciarlo, l’Agenzia del Farmaco prova oggi ad allargare la platea dei soggetti candidabili all’infusione. Il 4 agosto ha emanato una determina che modifica i registri cui accedono i medici per le prescrizioni. I monoclonali valgono ancora per i pazienti non ospedalizzati ad “alto rischio di progressione a Covid19 severo”, ma i vincoli sui fattori di rischio sono diventati meno stringenti.
Più precisamente, la vecchia formulazione recitava: “Si definiscono ad alto rischio i pazienti che soddisfano almeno uno dei seguenti criteri”, e giù l’elenco delle patologie (immunodeficienza, malattie cardiovascolari, diabete mellito e così via).
Nella nuova, la frase lascia il posto a un più generico “alcuni dei possibili fattori di rischio sono…”, rimettendo così al medico il compito di selezionare il paziente idoneo alla cura.
Il Veneto su tutti Ma i numeri sono bassi.
Esulta per questo il presidente del Veneto Luca Zaia: “Sarà possibile somministrare gli anticorpi monoclonali a tutti, mentre prima, in base alle indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco erano destinati solo a chi aveva anche altre patologie, ora invece le cure con i monoclonali sono aperte a tutti”.
E per una ragione fondata. Zaia sa che il primato della sua regione, che vanta il 50% di tutte le somministrazioni fatte in Italia, è in realtà ben poca cosa in termini assoluti: solo 72 richieste di prescrizione a fronte di 3.873 nuovi contagi in una settimana. Per questo il leghista tiene a far sapere ai veneti di aver informato tutte le aziende ospedaliere della buona novella.
Assistenza domiciliarePunto debole del sistema.
Le somministrazioni a singhiozzo rivelano tutta la debolezza della medicina territoriale, quella che dovrebbe velocemente diagnosticare, valutare l’eleggibilità al trattamento e organizzare l’infusione endovenosa in strutture sanitarie autorizzate.
Su questo fronte, a un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, non si sono registrati miglioramenti, anche se l’ultimo monitoraggio disponibile attesta un aumento delle prescrizioni (389 contro 302 della settimana precedente). Il punto è che va così coi preparati di prima generazione, quelli che richiedono un’infusione di un’ora in strutture ospedaliere organizzate, figurarsi con quelli di seconda generazione, somministrabili attraverso una semplice iniezione intramuscolo direttamente a casa dei pazienti.
Non c’è un protocollo. Nuovo ritardo in vista.
Diverse multinazionali e centri di ricerca, anche italiani, stanno mettendo a punto questi farmaci che, più semplici da somministrare, potrebbero ridare slancio all’arma spuntata che riduce infezioni e ricoveri e funge anche da barriera temporanea al virus e alle sue multiformi variazioni. I primi dovrebbero arrivare in autunno. A oggi però non c’è ancora alcuna determina Aifa relativa alla formulazione intramuscolo o protocolli nazionali per l’uso allargato in via domiciliare. Il prossimo ritardo, dunque, è già dietro l’angolo.
ILFQ
domenica 18 luglio 2021
“Così hanno fatto la cresta sui soldi per curare i bimbi”. - Vincenzo Bisbiglia
Roma, Olbia, Bangui: nei verbali nuove “ombre” sul denaro destinato agli ospedali pediatrici. Dal Fondo calciatori al concerto di Baglioni.
C’è un filo rosso nelle carte dell’inchiesta sui fondi del Vaticano, quello legato ai soldi destinati agli ospedali pediatrici. Strutture spesso costrette a ricorrere a donazioni per acquistare macchinari o finanziare ricerche all’avanguardia per la cura dei bambini. Dalla Sardegna a Roma fino al Centrafrica, agli atti del Promotore di Giustizia d’Oltretevere ci sono due verbali chiave. Il primo riguarda gli interrogatori del 9 novembre e del 7 dicembre 2020 resi da Enrico Crasso, il contabile che per anni ha gestito i fondi della Segreteria di Stato vaticana, imputato per corruzione e peculato nell’ambito del processo che inizierà presso la Santa Sede il 27 luglio. L’altro risale al 31 agosto 2020 e contiene le dichiarazioni spontanee di monsignor Alberto Perlasca, l’ex braccio destro e oggi principale accusatore del cardinale Angelo Becciu, ex terza carica dello Stato vaticano, anche lui a processo con le accuse di peculato e abuso d’ufficio. Perlasca, inizialmente indagato, è stato invece prosciolto proprio in seguito alla collaborazione offerta ai pm.
Centro analisi soldi al fondo calciatori a costo triplicato.
Fra le accuse a Crasso c’è la sottoscrizione nel 2020 di un preliminare di vendita con la Sport Invest 2000 per l’acquisto di un immobile in via Gregorio VII a Roma, al costo di 3,9 milioni di euro, “a fronte di un valore effettivo di 1,3 milioni”, si legge nel capo d’imputazione. La Sport Invest gestisce un fondo denominato “Fondo calciatori a fine carriera”, in quel momento in grossa difficoltà economica. Crasso a verbale dichiara che “Perlasca mi segnalò l’esigenza di acquistare un immobile da adibire come laboratorio analisi per il Bambin Gesù”, il noto ospedale pediatrico romano. Quello che rilevano gli inquirenti è che Crasso era anche il gestore esterno del Fondo, dunque in potenziale conflitto d’interessi. “Sono miei clienti dal 1995 – ha ammesso il contabile – me li presentò il marito della professoressa Severino”, intesa Paola Severino, estranea all’inchiesta e avvocato rappresentante di parte civile della Santa Sede. L’affare non si concretizzerà.
Baglioni perlasca: “ombre sull’evento in aula nervi”.
Fondamentali, a detta degli inquirenti, per cristallizzare le accuse, sarebbero state le dichiarazioni di Perlasca, prelato diretto sottoposto di Becciu all’epoca in cui era Sostituto alla Segreteria di Stato. Fra le “ombre” gettate sulla gestione del cardinale emerge il concerto di beneficenza di Claudio Baglioni (totalmente estraneo all’inchiesta) il 16 dicembre 2016, in un’aula Nervi gremitissima, con quasi 12mila persone presenti. L’incasso doveva essere destinato al restauro di un ospedale pediatrico a Bangui, nella Repubblica Centrafricana. “Alla Segreteria di Stato arrivarono 600 o 700.000 euro – scrive Perlasca nella memoria presentata ai pm vaticani – Non mancai di rappresentare a mons. Becciu tutta la mia delusione: tanto clangore per soli 700.000 euro!”. Ancora: “Non osai fare cattivi pensieri, ma le cose mi rimanevano ugualmente non chiare (…) I conti non tornano”. E poi: “La sig.ra Enoc (Mariella Enoc, direttrice del Bambin Gesù, ndr) continuava a insistere nel dire di darle i soldi, perché il Papa le aveva detto di aver dato alla Segreteria di Stato una certa cifra per l’ospedale. In ufficio risultavano però 2 milioni di euro di meno”. Secondo Perlasca, “sono stati rifatti i conti più e più volte” ma “non sono mai tornati e alla fine la cosa venne lasciata cadere”. Alla fine l’ospedale verrà realizzato con 3 milioni donati dal Papa, 750mila dalla Gendarmeria (l’incasso del concerto) e 1 milione da una donazione privata da Novara, città natia di Enoc.
Mater olbia “hanno lucrato sui fondi arrivati dal qatar”.
Perlasca sferra l’attacco diretto a Becciu su un altro tema, l’ospedale pediatrico Mater Olbia. Una storia travagliata, che inizia nel 2012, quando l’emiro del Qatar, Tamim Al Thani, decide di investire attraverso la Qatar Foundation per replicare in Sardegna il Bambin Gesù di Roma. Dice Perlasca a verbale: “Ci volevano 40 milioni per acquistare l’immobile e 40/45 milioni per renderlo funzionale. Mi si assicura che i fratelli Becciu fecero il loro sporco guadagno su quest’ultima cifra, mediante appalti e subappalti a ditte ogni volta più scadenti e opache, con ricarichi del 10/15 per cento”. Il riferimento è alla falegnameria di Giuseppe Becciu (non indagato), fratello del cardinale Angelo, che secondo le dichiarazioni a verbale di Perlasca, avrebbe lucrato su vari appalti, dall’abbellimento della Nunziatura Apostolica a Cuba (“voleva costruire un pronao davanti alla porta per fare in modo che gli ambasciatori non si bagnassero (…), ma a Cuba piove una volta l’anno”) fino al “restauro dell’appartamento cardinalizio in cui risiede il card. Becciu”, dice Perlasca il 31 agosto 2020.
Becciu difesa: “calunnie, smonteremo le accuse”.
Le accuse rese a verbale da Perlasca non sono state tutte tradotte dagli inquirenti in capi d’imputazione. Per questo gli avvocati dell’ex prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi le reputano “completamente infondate e sganciate dalla realtà storica”, rese “da chi rilasciava dichiarazioni da imputato senza obblighi di verità”. Ovvero: “Tutte calunnie”. Non solo. L’avvocato Fabio Viglione, che difende Becciu, assicura al Fatto che “i bonifici evidenziati dall’accusa” pagati dalla Segreteria di Stato alla Diocesi di Orzinuovi e poi alla Cooperativa Spes di Antonio Becciu (fratello di Angelo, ndr) “hanno una spiegazione perfettamente lecita e addirittura meritoria, finalizzati all’aiuto di persone gravemente bisognose. Daremo piena dimostrazione in aula”.
“Sistema marcio” Il petrolio e il palazzo di Londra.
Nel 2012 la Santa Sede voleva investire circa 250 milioni in Falcon Oil, trust partner di Eni impegnato nella ricerca del petrolio in Angola. L’affare poi è saltato e i soldi sono stati destinati all’acquisto di un prestigioso edificio nel quartiere Chelsea a Londra: il valore del palazzo è crollato e la gestione è stata oggetto di una presunta truffa con ricatto ai danni del Vaticano e – ipotizzano i pm – nonostante l’intervento diretto di Papa Francesco. Da questo episodio è nata l’inchiesta che il 3 luglio scorso ha portato al rinvio a giudizio di 10 persone, accusate a vario titolo di corruzione, peculato, abuso d’ufficio, truffa e estorsione. Fra loro diversi alti prelati funzionari della Segreteria di Stato del Vaticano, fra cui il reggente dell’ufficio documentazione, Mauro Carlino e, soprattutto, l’ex Sostituto agli Affari Generali, Angelo Becciu, quest’ultimo accusato di peculato e abuso d’ufficio. Fu proprio Becciu, nel 2012, ad avviare la valutazione del maxi-investimento nel blocco 15/06 offshore in Angola, su proposta del suo contatto Antonio Mosquito. Ma dopo una prima valutazione positiva, la due diligence affidata al finanziere Raffaele Mincione diede esito negativo. Mincione spinse così la Santa Sede, nel 2014, a impegnare parte di quei fondi nell’acquisto del palazzo in Sloane Avenue, ex magazzino di Harrods, attraverso la partecipazione al fondo Athena Capital, sempre riconducibile a Mincione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quando l’immobile iniziò a svalutarsi e la Segreteria di Stato spinse per uscire dall’affare, entrò in gioco il broker molisano Gianluigi Torzi, che nel frattempo – sempre per i pm – aveva rifilato azioni carta straccia al Vaticano, ottenendo a inizio 2019 una buonuscita da 15 milioni, oggetto della presunta estorsione, per chiudere la partita.
ILFQ




