domenica 26 luglio 2026

“NON ATTACCATE DRAGHI”: LA RICHIESTA DEL PD AL M5S PER AIUTARE ELLY SCHLEIN di Luca De Carolis.

 

Calcoli. Verso le elezioni il Nazareno spera di avere il sostegno dell’ex Bce, che punta sempre al Colle. Ma i 5Stelle fanno muro.
FQ, 26.7.26
Lui, lei, l’altro. E i Cinque Stelle. Tra le storie talvolta tese tra Pd e Movimento si sta facendo largo un (altro) problema: ossia il rapporto sempre più stretto tra Elly Schlein e Mario Draghi, anche grazie alla mediazione in parte vera in parte millantata di Matteo Renzi, il fu rottamatore che passa la vita a muovere fili, o almeno a provarci. E da qui si arriva al Movimento, a cui il Pd negli ultimi tempi ha informalmente chiesto di non inveire in pubblico contro l’ex presidente della Bce. Perché i dem sperano che alla fine Draghi possa appoggiare Schlein, nella corsa alla presidenza del Consiglio. O almeno aiutarla a non trovare ostacoli da parte dei poteri forti, dentro e fuori la penisola. Un nodo centrale per la segretaria dem, che qualche settimana fa si era lamentata: “C’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi, e poi sconto anche il fatto di essere una donna”. E allora, cosa meglio di chiedere una mano da Draghi? Di nuovo attivissimo, dicono varie voci dai Palazzi, nel cercare sponde a tutto campo per riprovarci in chiave Quirinale.
Da qui i segnali dem al M5S, raccontati da ambienti del Pd e confermati da fonti a 5Stelle. Da dove precisano che però il M5S ha fatto e farà muro contro aperture di credito all’ex premier. Di più. Un veterano del Movimento lo dice così: “Se Schlein continua a inseguirlo, commetterà lo stesso errore di Enrico Letta, che nel 2022 sfasciò il centrosinistra nel nome dell’agenda Draghi, mandando a Palazzo Chigi Giorgia Meloni”. Uno sbaglio da non ripetere secondo i 5Stelle, che considerano da tempo l’ex governatore della Banca d’Italia un avversario. Basti ricordare un episodio su tutti: la richiesta che l’ancora premier Draghi rivolse a Beppe Grillo di togliere la leadership del M5S a Conte – come raccontò Domenico De Masi al Fatto, e come lo stesso Grillo confidò ad alcuni deputati del Movimento – nel giugno 2022, pochi giorni prima della caduta del governo presieduto dall’ex Bce. Quattro anni dopo, è ancora lui l’uomo che divide i fu giallorosa. Una vicenda in cui avrebbe un ruolo anche Renzi. “Sente regolarmente Draghi, o almeno è questo che racconta in giro” dicono dal M5S. Dove sono convinti che sia lui il facilitatore dei rapporti tra l’ex premier e Schlein. Un legame di cui, sempre a detta dei 5Stelle, si trova traccia nell’intervista della dem di qualche giorno fa al Foglio, forse il più draghiano dei quotidiani, dove la dem citava “il federalismo pragmatico” che è un cavallo di battaglia dell’ex premier.
Per inciso, un colloquio nel quale Schlein non ha difeso la presidente a 5Stelle della Sardegna, Alessandra Todde, sul tema delle energie rinnovabili: e anche questo l’hanno notato, nel M5S. Ma in questa storia di calcoli, sospetti e piccoli veleni c’è anche un’altra convitata di pietra, cioè la sindaca di Genova Silvia Salis. Perché nell’avvicinamento di Schlein a Draghi ci sarebbe anche la volontà di coprirsi da una possibile Opa sulla coalizione della sindaca. La sua candidatura piacerebbe parecchio, al variopinto mondo delle grisaglie che contano. E non solo a loro, visto che un big come Dario Franceschini la ritiene un ottimo piano alternativo rispetto alla segretaria e a Conte in caso di stallo sul nome per Palazzo Chigi, e la vedrebbe benissimo almeno come mastice del centro. Giorni fa anche da Avs lo ripetevano: “Vedrete, in qualche modo Salis sarà della partita”.
Ma la sindaca non può essere un’opzione per Schlein, che ormai si vede come unica candidata alla premiership. E d’altronde di Salis non vuole saperne neppure Conte, che un passo indietro di fronte a un nome terzo potrebbe anche farlo. “Ma dove trovarlo?” sussurra un 5Stelle di peso: assolutamente scettico anche di fronte all’ipotesi circolata in questi giorni – ne hanno scritto Il Messaggero e il Domani – di un garante per i progressisti, che li rappresenti fino alle Politiche (“Un’idea che circola nel Pd, ma che ci pare inapplicabile”).
Se si aggiunge l’ostilità verso le primarie di almeno metà dei dem e di Avs, si comprende quanto sia intricata la strada per trovare il candidato/a a Palazzo Chigi del centrosinistra. Dove tutti notano i movimenti in chiave Colle anche di Paolo Gentiloni. Un altro ex premier che con Conte non ha esattamente un rapporto idilliaco. Ma che Schlein vorrebbe tenersi buono: in qualche modo.


Come sempre accade, i vecchi parrucconi, bramosi di potere, non si arrendono e cercano appoggi corposi per non perdere lo scettro del comando. 
Ma chi può fidarsi di chi si appoggia ai banchieri per interesse personale? c.

«LA PADELLA E LA BRACE» DI MARCO TRAVAGLIO FQ 26 LUG 2026

«Quando un politico vuol mandare un messaggio ai poteri marci senza farlo sapere in giro, li chiama aumma aumma o, se non ha il numero, dà un’intervista al Foglio. Che, essendo un organo clandestino, non rischia di essere letto dalla gente normale. È ciò che ha fatto la Schlein: carezze a Draghi che, perse le speranze nella Meloni, si sente spesso con lei; garanzie al partito delle armi e della guerra eterna (quella in Ucraina può finire solo con una “pace giusta dal punto di vista di Kiev” e “l’isolamento di Putin”, cioè mai finché sarà vivo un solo ucraino); silenzi parlanti sui crimini di Usa e Israele da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran al Libano alla Siria (non una sillaba neppure su Netanyahu e Trump). Queste parole e omissioni non sono sfuggite ai movimenti per la pace, che s’interrogano angosciati sull’invotabilità dei progressisti a trazione Pd e sull’abbraccio mortale che il Melonellum imporrà a M5S e Avs, costretti a coalizzarsi per battere le destre e poi sostituirle con una copia sbiadita. Prospettiva che terrebbe a casa tanti giovani e astensionisti in bilico, disgustati dall’unica alternativa possibile: quella fra la padella e la brace.
Sarebbe interessante sentire la sinistra del Pd, decisiva nel 2023 per l’elezione di Elly. Bettini, su guerra, riarmo e babau russo, ha già dato ragione a Conte, e così il flotillero Scotto. Bersani domanda se armare Kiev a oltranza, senza proposte realistiche di compromesso che partano dal campo di battaglia, “serva a tenere in piedi l’Ucraina o la guerra”. Ma tutti gli altri tacciono, forse per paura di non essere rinominati (le liste bloccate piacciono pure al Pd). O acconsentono, come Taruffi e Provenzano, che chiedono financo di prendere i prestiti Safe per il riarmo, scavalcando la Meloni che li respinge. Siccome questa non è una questione qualunque, ma “la” questione che ipoteca il futuro nostro e dei nostri figli, visto che il riarmo prosciugherà ogni risorsa per decenni impedendo di trovare un solo euro in più per sanità, scuola, ricerca, salari e investimenti, sarebbe gradita una parole chiara da tutti i big del Pd. A meno che non parli per loro una delle analiste più ascoltate in casa dem e in tv: Nathalie Tocci, nominata da Gualtieri in Acea, che ha appena lanciato sull’Economist un’idea geniale per convertire “gli europei a una mentalità di guerra”: “Mettere truppe sul campo non aiuterebbe l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra… Schierarle ora, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe recare beneficio all’Europa, incoraggiando i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale che li preparerebbe meglio alla guerra”. A proposito di stomaci: se la linea è questa, la brace può essere persino più vomitevole della padella.»