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lunedì 31 agosto 2026

𝐔𝐑𝐒𝐔𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐎𝐏𝐑𝐄 𝐎𝐑𝐀 𝐏𝐄𝐑𝐂𝐇𝐄́ 𝐋’𝐄𝐔𝐑𝐎𝐏𝐀 𝐒𝐈 𝐄̀ 𝐈𝐌𝐏𝐎𝐕𝐄𝐑𝐈𝐓𝐀. 𝐄 𝐙𝐀𝐇𝐀𝐑𝐎𝐕𝐀 𝐋𝐀 𝐋𝐈𝐐𝐔𝐈𝐃𝐀 𝐂𝐎𝐍 𝐔𝐍𝐀 𝐅𝐑𝐀𝐒𝐄.

 

A volte il problema dell’Europa non è solo aver sbagliato strada. È continuare a percorrerla per anni, distruggendo industria, competitività e potere d’acquisto, per poi fermarsi all’improvviso e dire: “forse c’è qualcosa che non va”.
Ursula von der Leyen ha ammesso ciò che milioni di europei avevano già capito da tempo: il vecchio modello economico europeo si reggeva su alcuni pilastri molto concreti. Energia importata a basso costo. Commercio globale aperto. Accesso crescente al mercato cinese. Protezione strategica americana. Superiorità tecnologica occidentale.
Tradotto in parole semplici: l’Europa viveva di equilibrio, convenienza e realismo. Poi la sua classe dirigente ha pensato bene di sabotare tutto da sola, inseguendo dogmi ideologici, dipendenze nuove e scelte suicide presentate come progresso.
Ed è qui che è intervenuta Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, con una formula che ha colpito nel segno. Ha definito von der Leyen “Capitan Ovvietà dell’Euro-Titanic”.
E come darle torto?
Perché il punto non è che Ursula abbia detto qualcosa di falso. Il punto è che lo dice adesso, quando i danni sono sotto gli occhi di tutti. Fabbriche in crisi, bollette alte, famiglie più povere, imprese meno competitive, risparmi erosi, agricoltura strangolata, ceto medio spremuto. Dopo aver applaudito per anni a politiche che hanno indebolito l’Europa, ora a Bruxelles scoprono che il terreno sotto i piedi è sparito.
Il Titanic europeo continua a imbarcare acqua, ma i suoi comandanti sembrano impegnati più a gestire la narrazione che a cambiare rotta. E allora sì, la battuta di Zakharova fa male proprio perché coglie il bersaglio: non siamo davanti a una rivelazione. Siamo davanti alla confessione tardiva di un fallimento.
Il dramma è che a pagarlo non saranno i burocrati di Bruxelles. Lo stanno già pagando i popoli europei.

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FONTI:
* Commissione europea / intervento di Ursula von der Leyen al MEDEF di Parigi
* Rilanci stampa internazionali del 28 agosto 2026 sulle dichiarazioni di Maria Zakharova

domenica 26 luglio 2026

𝗕𝗥𝗨𝗫𝗘𝗟𝗟𝗘𝗦 𝗛𝗔 𝗩𝗢𝗟𝗨𝗧𝗢 𝗙𝗔𝗥𝗘 𝗜𝗟 𝗚𝗜𝗚𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗖𝗢𝗡 𝗟𝗔 𝗖𝗜𝗡𝗔. 𝗣𝗘𝗖𝗛𝗜𝗡𝗢 𝗟𝗘 𝗛𝗔 𝗠𝗢𝗦𝗧𝗥𝗔𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗜 𝗧𝗜𝗘𝗡𝗘 𝗟𝗘 𝗖𝗛𝗜𝗔𝗩𝗜 𝗗𝗘𝗟 𝗠𝗔𝗚𝗔𝗭𝗭𝗜𝗡𝗢.

 

Il 23 luglio l’Unione europea ha approvato il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, inserendo anche 14 imprese della Cina continentale e di Hong Kong tra quelle accusate di sostenere l’apparato industriale russo o di favorire l’aggiramento delle restrizioni occidentali. (Consiglio Europeo)
Pechino non ha organizzato una conferenza sulla “resilienza”, non ha convocato un tavolo tecnico e non ha annunciato una strategia da completare entro il 2040.
Il giorno successivo ha semplicemente risposto.
𝗤𝘂𝗮𝘁𝘁𝗼𝗿𝗱𝗶𝗰𝗶 𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗲 sono state inserite nella lista cinese di controllo delle esportazioni. Tra queste figurano Rheinmetall, l’italiana Lafert, Cavok UAS, Tatra Trucks, Vigo Photonics, IHC Merwede e perfino l’Università tecnologica di Breslavia. (Ministero del Commercio)
Da quel momento gli esportatori non possono più fornire loro beni a duplice uso. Il divieto riguarda anche organizzazioni straniere che volessero trasferire alle aziende colpite materiali o componenti di origine cinese. Eventuali deroghe dovranno essere autorizzate direttamente dal Ministero del Commercio di Pechino. (Ministero del Commercio)
In altre parole: Bruxelles firma una lista.
Pechino chiude il rubinetto.
E dentro quel rubinetto possono passare materiali strategici, componenti elettronici e alcune terre rare indispensabili per droni, sistemi ottici, motori, radar, missili, aerospazio e tecnologie militari avanzate. (Reuters)
Qui comincia la parte comica.
L’Europa parla quotidianamente di “autonomia strategica”, ma la stessa Commissione europea riconosce che la Cina fornisce praticamente il 100% delle terre rare pesanti utilizzate nell’Unione. (Mercato Interno e PMI)
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, Pechino controlla circa il 60% dell’estrazione mondiale delle terre rare magnetiche, il 91% della raffinazione e il 94% della produzione dei magneti permanenti sinterizzati. (IEA)
Sono i magneti che servono per automobili, turbine, robot, droni, aerei, apparati elettronici e sistemi d’arma.
𝗟𝗮 “𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗮”, 𝗱𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗶𝗻𝗰𝗶𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗴𝗮𝗻𝗮 𝗰𝗶𝗻𝗲𝘀𝗲.
Nel 2025 le restrizioni di Pechino provocarono già rallentamenti e sospensioni temporanee nella produzione di alcune case automobilistiche occidentali. L’IEA calcola che un’applicazione completa dei controlli cinesi potrebbe esporre a rischio fino a 6.500 miliardi di dollari di produzione annuale fuori dalla Cina, con Europa e Stati Uniti tra le aree più vulnerabili. (IEA)
Non significa che domani tutte le fabbriche europee si fermeranno.
Significa qualcosa di politicamente ancora più grave: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗵𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗳𝗶𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝗲𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗶𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗶𝗻 𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗶 𝗯𝗿𝗲𝘃𝗶.
È la diplomazia europea del nuovo millennio:
dichiarare guerra economica con le materie prime dell’avversario,
riarmarsi con i suoi componenti,
fare la transizione verde con i suoi magneti
e poi stupirsi quando quello presenta il conto.
Bruxelles pensava di avere in mano una frusta.
Ha scoperto che era il cavo di alimentazione della propria industria e che la spina si trova a Pechino.
𝗟’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼.
Ma ha dimostrato ancora una volta di praticare una politica estera molto più grande della propria capacità industriale.
E la Cina ha risposto con una frase che non aveva bisogno di essere pronunciata:
𝗣𝗢𝗧𝗘𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗥𝗖𝗜.
𝗠𝗔 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢𝗟𝗟𝗔𝗧𝗘 𝗖𝗛𝗜 𝗩𝗜 𝗙𝗢𝗥𝗡𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗜 𝗣𝗘𝗭𝗭𝗜.

Don Chisciotte
Fonti: Consiglio dell’Unione europea; Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese; Reuters; Agenzia internazionale dell’energia.