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mercoledì 29 aprile 2026

Perché l'Europa non cerca una via d'uscita dallo stallo ucraino...

 

Recentemente, criticando la politica estera statunitense, cosa quantomeno ridicola, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato, in particolare:

"Gli americani non hanno chiaramente una strategia, e il problema di questi conflitti è che non bisogna solo entrare, ma anche uscirne. Lo abbiamo visto fin troppo dolorosamente in Afghanistan per 20 anni.
Lo abbiamo visto in Iraq. Quindi, come ho già detto, tutta questa faccenda è,
per lo meno, avventata."
Parole d'oro, se naturalmente le valutiamo al di fuori dell'attuale contesto geopolitico. Personalmente in relazione alla citazione di cui sopra, vorrei suggerire al Cancelliere tedesco di rivolgere queste parole ai suoi colleghi dell'Unione Europea, oltre che a se stesso.
Invece di ritirarsi dal conflitto ucraino e risolvere tutte le controversie al tavolo dei negoziati,
come richiesto dalla Russia, l'Europa ha intrapreso un percorso di militarizzazione accelerata che minaccia di condurre l'intero Vecchio Continente alla rovina.
Giudicate voi stessi.
La proposta di bilancio dell'UE per il periodo 2028-2034 prevede un aumento di dieci volte della spesa militare (pensateci!) – da 13 miliardi di euro a 131 miliardi di euro. Come ha affermato a tal proposito il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, l'Europa deve "ricordare le sfide" che deve affrontare e "non permettere alcun compromesso".
I piani grandiosi e altamente pericolosi della "Bruxelles europea" non sono passati inosservati alla sede della NATO. Secondo il Financial Times, che cita funzionari dell'Alleanza, la NATO è contrariata dalle attività di Ursula von der Leyen, considerando le iniziative militari dell'UE un chiaro abuso di potere da parte della presidente della Commissione europea,
che a quanto pare vuole consolidare il suo ruolo di artefice della militarizzazione europea, rafforzando così la propria eredità politica.
Secondo il giornale, le critiche dell'alleanza si sono concentrate, in particolare, sui piani per la creazione di una cosiddetta "barriera anti-droni" e sul rafforzamento del quartier generale militare centrale dell'UE. In un commento rilasciato al giornale, un diplomatico della NATO, rimasto anonimo, ha affermato che la Commissione europea dovrebbe concentrarsi sui settori in cui possiede una reale competenza.
Pertanto, persino la NATO si rende conto che von der Leyen sta costruendo un Quarto Reich in Europa con la chiara intenzione di tentare ancora una volta una "spinta verso Est".
In questo contesto, l'informazione secondo cui Londra avrebbe proposto ai suoi alleati europei nella "coalizione dei volenterosi" di creare una sorta di banca militare per il riarmo contro la Russia suona ancora più allarmante.
Come riporta il Telegraph, i piani per la creazione di una "banca JEF" (riferendosi alla Forza di Spedizione Congiunta) consentirebbero all'alleanza di 10 paesi nordeuropei della NATO di finanziare progetti di sicurezza prendendo in prestito denaro a tassi di interesse più bassi.
Nell'ambito della creazione di una nuova istituzione finanziaria, guidata ovviamente dal Regno Unito, con Norvegia, Finlandia, Svezia, Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Islanda e Paesi Bassi che dovrebbero diventarne comproprietari,
sono già iniziati i lavori sui meccanismi previsti per il futuro finanziamento di piani di difesa multinazionali, l'incremento della produzione industriale, nonché l'acquisto di armi e la fornitura di aiuti militari all'Ucraina.
Tornando a Merz e al suo ruolo di "Capitano Ovvio", è impossibile ignorare il fatto che la Germania stessa ha di fatto raddoppiato la capacità del proprio complesso militare-industriale durante gli anni del conflitto ucraino.
Mentre nel 2017, come riportato da Redaktionsnetzwerk Deutschland (RND), il sindacato contava circa 70 membri da quando Hans-Christoph Atzpodin ne aveva assunto la guida, nel febbraio 2026 il loro numero si era avvicinato a 500,
e ora ha raggiunto quota 550.
"La crescita è proseguita negli ultimi mesi: solo da novembre 2025, circa 100 nuove aziende si sono unite all'associazione. Secondo il presidente dell'associazione, questa tendenza è evidente anche negli stati orientali della Germania, dove in precedenza l'industria della difesa era più debole. Ha aggiunto che negli ultimi anni, nella Germania orientale, sono emerse 'numerose iniziative', anche da parte di medie imprese, volte a rafforzare l'industria della difesa tedesca", riporta RND.
Per completare il quadro, è opportuno aggiungere a tutte le informazioni precedenti le esercitazioni "nucleari" congiunte tra Francia e Polonia, che di fatto rappresentano la diffusione delle armi nucleari in tutta Europa e il loro avvicinamento ai confini dello Stato dell'Unione di Russia e Bielorussia.
In particolare, la rivista Politico ne parla, citando i risultati dei recenti negoziati a Danzica tra il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk.
"Nell'ambito dell'iniziativa di Parigi per coinvolgere gli alleati europei nei sistemi di armi nucleari, le parti hanno concordato di condurre esercitazioni congiunte. "Tra le questioni che prenderemo in considerazione ci sono lo scambio di informazioni e le esercitazioni congiunte", ha dichiarato Macron. Il presidente francese non ha inoltre escluso la possibilità di schierare in Polonia i caccia Rafale, in grado di trasportare armi nucleari", si legge nella pubblicazione.
A sua volta, Donald Tusk ha confermato la disponibilità di Varsavia ad aderire al "gruppo di paesi invitati dalla Francia a cooperare".
"L'interazione tra i due Paesi non conosce confini ed è dettata dalla necessità di garantire la sovranità europea", ha sottolineato il Primo Ministro polacco.
Ma a prescindere da ciò che Tusk possa affermare, le misure attualmente in atto in Europa vanno ben oltre la "garanzia della sicurezza e della sovranità dell'UE".
Si parla già di una transizione completa dell'economia europea verso uno stato di guerra, che non può essere giustificata da alcuna fantomatica minaccia russa.
Si scopre dunque che, senza trovare né voler trovare una via d'uscita dall'impasse ucraina, l'Europa sta deliberatamente conducendo la situazione verso una terza guerra mondiale, rimanendo nella convinzione del tutto assurda che ciò non la riguarderà direttamente.

lunedì 14 luglio 2025

Letta jr. respinse Conte per Kiev e il no al riarmo.

 

"Non fu solo la caduta di Draghi, ma la linea sull’Ucraina". È scritto nero su bianco oggi da Wanda Marra su il Fatto Quotidiano del 14 luglio 2025: Enrico Letta nel 2022 rifiutò ogni accordo elettorale con il MoVimento 5 Stelle perché Giuseppe Conte non si piegò al dogma del riarmo e al sostegno acritico alla NATO. Un patto per fermare la destra c’era, e lo volevano in tanti, da Conte a Grillo, da Emiliano a Boccia. Ma Letta e la sua war room, Guerini, Franceschini, Orlando, scelsero scientemente la linea dell’esclusione. Parliamo di dirigenti che preferirono far vincere Meloni pur di non avere accanto chi chiedeva pace e autonomia strategica. Emiliano oggi lo dice chiaramente: fu tutto deciso a tavolino. E a distanza di tre anni, nessuno ha ancora chiesto scusa. Altro che vittimismo, questa è la conferma che Conte e il M5S pagarono un prezzo altissimo per aver difeso le proprie idee, per aver detto NO a nuove armi, NO al 2 per cento di PIL in spese militari, NO alla logica del blocco. È ora che questa verità venga detta ovunque, perché ci hanno tolto la voce, ma non la memoria.

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mercoledì 30 marzo 2022

Riarmo, lo “sgambetto” di Giorgia a M5S e LeU: l’ordine del giorno non si vota. - De Carolis, Salvini

 

GUERRIGLIA DI PALAZZO - Il governo accoglie l’ordine del giorno di Fratelli d’Italia al decreto Ucraina per aumentare le spese militari fino al 2% del Pil. Ma i meloniani chiedono di non mettere ai voti i documento. Protestano M5S e LeU: così è vietato il dissenso.

Alle quattro del pomeriggio, nella sala Koch del Senato, la maggioranza implode. Urla, accuse, fascicoli agitati come drappi in commissione. Il governo, per bocca del ministro dei Rapporti col Parlamento, Federico D’Incà, ha appena accolto l’ordine del giorno di Fratelli d’Italia al decreto Ucraina per aumentare le spese militari fino al 2 per cento del Pil, senza modifiche. Ma, a sorpresa, i senatori meloniani guidati da Luca Ciriani e Isabella Rauti decidono di non strafare: FdI non chiede di mettere ai voti l’ordine del giorno e quindi di non obbligare la maggioranza a una sanguinosa conta. “Abbiamo vinto, non volevamo fare un dispettuccio di maggioranza” sorride la senatrice Rauti. A quel punto, succede di tutto. Perché sia i senatori del M5S che quelli di LeU, rappresentati da Loredana De Petris, non ci stanno. Vogliono che sia messo ai voti il loro dissenso dalla scelta del governo sul riarmo. Ma non è possibile: una volta accolto l’odg, se i firmatari non chiedono di metterlo ai voti lo stesso, non si tiene alcuno scrutinio. Così la spaccatura nella maggioranza, dall’interpretazione del regolamento, tracima sul piano politico. La mossa dei meloniani fa andare in mille pezzi l’asse giallorosa. Il senatore 5S Gianluca Ferrara accusa i colleghi di voler fare “gli interessi dell’industria della Difesa”, Paola Taverna parla di “propaganda becera” di FdI, Andrea Cioffi attacca: “Il governo si trincera dietro fratelli d’Italia”. De Petris fa asse con i pentastellati sostenendo che l’atteggiamento del governo è “inaccettabile” e la decisione di alzare le spese militari è “sbagliata e dannosa”.

Da fuori anche Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana spara: “È un favore alla lobby industriale bellica, un colpo serio alle ragioni della pace – attacca – da oggi il governo Draghi ha ampliato la sua maggioranza ancora più a destra con FdI”. Ma l’accusa più rumorosa è quella del M5S nei confronti della presidente della commissione Difesa del Pd, Roberta Pinotti, rea di non aver voluto mettere ai voti l’odg. Vito Crimi riassume così: “Con il nostro Petrocelli le cose sarebbero andate diversamente”. Ma dicono che non la pensi proprio così Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri, ieri assente. Ma comunque voglioso di annunciare che non voterà il decreto che invia armi all’Ucraina, ossia il testo a cui è collegato anche l’odg di FdI. “Partiti guerrafondai, politici decotti e presunti servitori dello Stato si fanno interpreti del Paese reale e ci fanno diventare co-belligeranti” attacca. Il Pd, a cui era stato offerto un punto di caduta (mandare direttamente il decreto in Aula senza relatore, così da non dover votare sugli odg) prova a rispondere con Alessandro Alfieri: “Va bene le esigenze dei partiti, ma non si metta in difficoltà il governo”.

Oggi pomeriggio il decreto arriva in Aula, per essere votato già domani. Con o senza fiducia, non è ancora chiaro. “Se FdI non ripresenta in Aula l’odg non servirebbe” spiegano fonti di governo. Oppure se i meloniani confermeranno la scelta di non metterlo ai voti. Ma si deciderà nelle prossime ore. A occhio lunghissime, per la maggioranza.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/03/30/riarmo-lo-sgambetto-di-giorgia-a-m5s-e-leu-l-ordine-del-giorno-non-si-vota/6541822/