martedì 12 dicembre 2017

Hacking team, i pm di Milano trovano chi finanziò i ladri del software spia: ma Usa non collaborano. Chiesta l’archiviazione.

Hacking team, i pm di Milano trovano chi finanziò i ladri del software spia: ma Usa non collaborano. Chiesta l’archiviazione

I pm lombardi hanno dovuto dunque chiedere l'archiviazione dell'inchiesta sul cittadino americano che finanziò in Bitcoin l’intrusione informatica del 2015 nella società milanese ideatrice di un virus spia venduto alle polizie di mezzo mondo. Il motivo? Il Dipartimento di Stato non intende consegnare all'Italia i computer sequestrati dall'Fbi su rogatoria italiana.

Sanno chi è. Sanno dove si trova. Ma non possono arrestarlo. Il motivo? Gli Stati Uniti non intendono consegnare all’Italia i computer sequestrati dall’Fbi su rogatoria italiana. E la procura di Milano ha dovuto dunque chiedere l’archiviazione dell’inchiesta sul cittadino americano accusato di aver finanziato in Bitcoin  l’intrusione informatica del 2015 nella società milanese Hacking team, ideatrice di un virus spia venduto alle polizie di mezzo mondo. Lo scrive Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera spiegando che l’uomo è stato individuato in un 30enne concessionario d’auto del Tennessee.
È lui il mandante del furto del segretissimo codice sorgente del programma di intercettazione telematica Galileo, venduto alle polizie di mezzo mondo e quindi diffuso su Internet dagli hacker: un’operazione che provocò per giorni il prudenziale blocco in Italia delle intercettazioni autorizzate dai magistrati. 
E dire che per il cittadino americano i pm milanesi avevano ottenuto nei mesi scorsi, in gran segreto, addirittura un mandato d’arresto. Ordine che hanno dovuto revocare dopo il rifiuto di collaborazione del Dipartimento di Stato. Una scelta poco comprensibile – annota il Corsera – salvo non si immagini che l’hacker sia un collaboratore di una agenzia di sicurezza Usa.

I segreti rubati ad Hacking Team compaiono online la notte del 6 luglio 2015 su un server tedesco su cui si mescolano 530 indirizzi Ip tra utenti veri o inventati:  i poliziotti del Compartimento postale lombardo si concentrano su uno dei 530, che aveva raggiunto anche un server in Olanda dal quale risultava sferrata l’intrusione informatica all’archivio milanese di HT. A sua volta il server della società olandese era stato noleggiato: da chi? Da una connessione anonima che aveva pagato l’affitto in Bitcoin.
Le indagini conducono direttamente a un tale Fariborz Davachi, 30 anni, cittadino statunitense di origine iraniana, residente a Nashville dove vende automobili. Tra la fine del 2014 e l’inizio 2015 era stato prima a Teheran e poi a Roma. Il gip Alessandra Del Corvo emette la misura cautelare richiesta dal pm Alessandro Gobbis, che ha già chiesto agli Usa chiede di sequestrare i computer del sospettato. 
Gli agenti Fbi eseguono, interrogano l’uomo che ammette di aver comprato le scratch card con i Bitcoin. Dice, però, di non essere stato lui a usarle: le ha cedute a persone che però non sa indicare. Il motivo? È legato ai suoi problemi di droga. Una giustificazione surreale. Eppure gli Stati Uniti decidono di non consegnare a Milano i computer di Devachi: per il  Dipartimento di Stato, infatti,  non esistono ragioni per pensare che quei pc contengano notizie utili.

L’inchiesta di fatto muore qui. Per contestare all’americano il concorso in accesso abusivo a sistema informatico, occorre il dolo. Manca la prova della consapevolezza che i mezzi da lui pagati sarebbero poi stati usati da terzi per commettere quel reato. Ipotesi impossibile da dimostrare senza i suoi computer. Tutto finisce dunque con la richiesta d’archiviazione. Come archiviati sono anche gli indagati originari dell’inchiesta, cioè Mostapha Maanna, Guido Landi e Alberto Pelliccione, ex collaboratori del titolare di Ht David Vincenzetti.

Bitcoin, nel secondo giorno crollano gli scambi (-93%).

Reuters

Quotazioni sempre molto volatili per il Bitcoin mentre si moltiplicano gli allarmi su una possibile bolla pronta ad esplodere. La criptovaluta oggi ha sofferto un netto calo per poi risalire a quota 17mila dollari. Soprattutto, però, sono crollati i volumi di scambi sui futures del Chicago Board of Options Exchange (Cboe), che domenica sera ha inaugurato le contrattatazioni: nelle prime cinque ore di oggi solo 147 contratti di future sono stati scambiati, per un controvalore di appena 2,6 milioni di dollari, contro i 35 milioni di ieri, quando le quotazioni del future a un mese erano decollate di oltre il 20 per cento nelle prime ore.
Con la frenata suonano anche nuovi campanelli di allarme. Secondo Paul Donovan, capo economista del wealth management di Ubs, la banca d'investimenti svizzera che aveva già definito Bitcoin una “bolla speculativa”, la corsa di potrebbe rivelarsi «distruttiva». «Le bolle attraggono un gran numero di persone, prendono i loro soldi e li trasferiscono a pochi - ha detto in un’intervista alla Cnbc - Questo è molto distruttivo nel lungo termine. E penso sia uno dei problemi che abbiamo» con Bitcoin, ha spiegato l'analista.
Anche un premio Nobel per l’economia si schiera con il partito degli scettici. «La probabilità che la corsa di Bitcoin finisca in lacrime è alta», ha detto Joseph Stiglitz in un'intervista a Bloomberg Tv, «È proprio perché non ha trasparenza, che il Bitcoin come mezzo di pagamento è richiesto. Lo è da persone che lo usano principalmente per attività illecite», dice Stiglitz. «Quando questo sarà chiaro, i governi lo faranno cadere e la domanda andrà a picco». In alternativa, «i governi chiederanno trasparenza, e anche in questo caso la domanda per il Bitcoin sparirà». Sulla stessa lunghezza d’onda è Blackrock: «Vediamo valutazioni da bolla» e la criptovaluta ha raggiunto un territorio «estremo», spiega Belinda Boa, responsabile per gli investimenti in Asia e Pacifico del colosso americano.
Faro delle autorità Usa 
Anche le autorità americane accendono un faro. Gli investitori dovrebbero essere consapevoli del «potenziale alto livello di volatilità e di rischio» del Bitcoin, afferma Christopher Giancarlo, numero uno della Cftc, sottolineando che il Bitcoin non è regolato e le autorità hanno poteri limitati per intervenire. «La Sec guarda con attenzione a come le transazioni sul dollaro, l'euro e lo yen hanno effetto sui mercati, abbiamo la stessa attenzione e le stesse responsabilità sulla criptovaluta» aggiunge Jay Clayton, responsabile della Sec.

Scoperti campi di torsione di Tesla sulle piramidi bosniache.

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Il Dr. Semir Osmanagic, lo scopritore delle piramidi bosniache racconta di aver fatto un'altra affascinante scoperta che cambia non solo la storia del continente europeo, ma quello di tutto il pianeta. La scoperta di onde stazionarie di Tesla nella parte superiore della piramide bosniaca del Sole che si ritiene viaggino più veloce della velocità della luce, senza perdere potenza mentre attraversano i cosmici corpi dimostra l’esistenza di qualcosa denominato una rete cosmica o internet cosmico che consente una comunicazione intergalattica immediata in tutto l’universo, scrive il Dott Osmanagic.
Fenomeni energetici registrati sopra la Piramide del Sole a Visoko danno una diversa visione delle piramide rispetto alle convenzionali spiegazioni dogmatiche. Le piramidi sono ripetitori di energia che inviano e ricevono informazioni attraverso il sole.
UN INTERNET COSMICO?
Per molti altri ricercatori, tra i quali il più importante è Nikola Tesla, le onde scalari, o onde stazionarie, creati nell’interazione dei campi di torsione viaggiano a velocità superiori a quella della luce. Si stima una velocità di 10 miliardi di volte più veloce di quella della luce. In tal modo, i campi di torsione possono muoversi attraverso qualsiasi altro corpo cosmico (pianeti, soli) senza spreco di energia.
Questo significa che sono in grado di viaggiare a grande velocità, trasferire informazioni / energia e che non c’è alcuna perdita in qualità e in quantità di informazioni. (Fonte)
E’ come avere a due estremità due produttori (generatori) dell’energia che stanno mutuamente comunicando attraverso i Campi di Torsione di Tesla (Onde). Il trasferimento dati tra le due estremità è quasi istantaneo, anche tra due corpi distanti del Cosmo e le informazioni non perdono la loro qualità durante il trasferimento. (Fonte)
La piramide è la più potente di tutte le forme geometriche in termini di energie. Se situata sopra un punto potente di energia, la piramide diventa un amplificatore di tale energia. Sotto la piramide bosniaca del Sole, ci sono piastre di ferro (che generano campi elettromagnetici) e un flusso di acqua sotterranea (che rilascia ioni negativi). Il sottostante flusso d’acqua sotterranea, crea l’energia elettrica insieme alle piastre di ferro presenti sopra. Inoltre, troviamo del magnetismo naturale, energia Orgone.
Questi fenomeni energetici possono essere misurati con i nostri strumenti scientifici.        Ma, come possiamo misurare i fenomeni energetici per i quali non abbiamo ancora sviluppato gli strumenti scientifici?
Sulla superficie della Piramide bosniaca del Sole, durante gli scavi archeologici, abbiamo trovato un sacco di cristalli di quarzo. Il cristallo è presente anche nei tunnel sotterranei e probabilmente sotto la piramide.
È noto che il cristallo di quarzo riceve e quindi amplifica l’energia. Le cavità e le gallerie sotterranee possono aumentare l’energia.
La disposizione a spirale dei sette livelli di gallerie all’interno delle piramidi porta all’accelerazione del movimento dell’energia ed amplifica la loro intensità. Il ricercatore finlandese Mika Virpiranta ha scoperto che 26 linee vulcaniche conducono verso la Piramide bosniaca del Sole. Se la piramide si trova sulla linea che collega due vulcani allora la struttura si trova su una linea vulcanica.
Nel caso delle piramidi bosniache, ben 15 delle 26 linee hanno tre, quattro o cinque vulcani posizionato nella stessa linea.
Questo fattore dimostra ancora una volta l’importanza della posizione delle piramidi a Visoko, perché i vulcani sono fonti di energia: lava, ferro, cristalli e minerali scrive il Dott Osmanagic.
Inoltre, se osserviamo le posizioni precise della serie di piramidi a Visoko (un triangolo equilatero tra la Piramide del Sole, della Luna, e del Drago, un altro triangolo tra la Piramide dell’Amore, quella della Terra e quella della struttura Fojnica) e osserviamo gli elementi di geometria sacra (“Fiore della vita, formula di Fibonacci), notiamo che l’intera area è stata progettata per creare un potente complesso di energia che chiamiamo la valle delle piramidi bosniache.
I confini originali sono qualcosa che probabilmente non conosceremo mai.
Inoltre, il flusso di energia utilizzata era molto più intenso in passato. Il nostro pianeta una volta era più forte e più sano, in qualche momento durante la fine dell’ultima era glaciale, circa 12.000 anni fa.
“Una quindicina di anni fa, ho scritto circa il ruolo degli antichi Maya come” cronometristi cosmici “nei libri e sulla civiltà il cui scopo era quello di armonizzare la frequenza del nostro pianeta con quella del Sole A quel tempo la mia ipotesi è stata presa dalla redazione di Wikipedia e utilizzata come “un argomento per screditarmi” .- Dr. Osmanagic.
La mia ricerca e la tesi secondo cui le piramidi sarebbero state costruite in tutto il mondo, e che le piramidi più antiche sono anche le più grandi, ha portato a situazioni in cui gli egittologi hanno creato un muro di ostilità nei miei confronti.
La mia affermazione che la Piramide bosniaca del Sole è la più antica piramide in tutto il mondo ha portato ad una reazione del più influente egittologo sul pianeta: Zahi Hawass, che ha fatto molto per impedirmi di accedere ai principali canali televisivi scientifici di tutto il mondo.
La nostra prova che indica che la piramide più antica e meglio costruita sulla Terra può essere identificata con la Piramide del Sole e l’esistenza della più grande rete di tunnel preistorici ha portato a petizioni scritte inviate alla Associazione Archeologica europea contro la nostra ricerca .
Tuttavia, il tempo e gli argomenti scientifici confermano che avevamo ragione e che loro avevano torto, scrive il Dott Osmanagic.
Ma non solo sono libri di storia ad essere sbagliati, ciò che ci viene insegnato è sbagliato, o meglio, tutti i settori di base della conoscenza sono programmati male.
Il Dr. Osmanagic sostiene che i fisici, gli astronomi e i geologi insistono sul fatto che l’universo è stato creato a seguito del Big Bang e che oggi l’universo è in rapida espansione.
I biologi continuano a sostenere il darwinismo e dire che la vita nasce dalla materia inorganica, che l’evoluzione rende possibile lo sviluppo delle specie viventi e che l’uomo discende dalle scimmie.
Si sbagliano, sostiene il Dr. Osmanagic.
La vita ha avuto origine grazie ad un intervento sul nostro pianeta, le specie sulla Terra sono cambiate, nel lungo termine, in seguito ad esperimenti in cui l’evoluzione ha un ruolo minore, e l’homo sapiens è il risultato di ingegneria genetica.
E, naturalmente, non siamo la prima né la civiltà più avanzata nella storia del pianeta.
Tratto da: ascensionwithearth
Traduzione di ununiverso
https://ununiverso.it/2017/02/24/scoperti-campi-di-torsione-di-tesla-sulle-piramidi-bosniache/

lunedì 11 dicembre 2017

Un debito figlio di tanti governi Come nasce il “buco” della Regione. - Accursio Sabella


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Tra mutui e anticipazioni l’indebitamento della Sicilia supera gli 8 miliardi. Di chi è la responsabilità?

PALERMO - Un botta e risposta sui conti. Sull’eredità ricevuta e sulla zavorra ai piedi della Sicilia. Nei giorni scorsi ecco tornare lo spettro del default o quantomeno la concreta presenza di un mega indebitamento della Regione. Di chi è la responsabilità di questo peso? "Non voglio polemizzare - ha detto il neo governatore Musumeci - con il governo precedente. Lo dico con la sobrietà che un presidente deve avere. Ma va detto che la condizione delle finanze della Regione, con le partecipate quasi tutte in deficit, si presenta drammatica. Perciò urge un confronto sereno con il governo centrale”. Secondo il neo governatore il deficit di Palazzo d'Orleans "ammonta a cinque miliardi" ed "è fuor di dubbio che la crisi finanziaria condizionerà l'operato del governo almeno per i primi anni”. Da lì, le prime azioni, come la “missione” romana dell’assessore all’Economia Gaetano Armao.

Ma a stretto giro, ecco arrivare le precisazioni del predecessore, cioè Alessandro Baccei: “Mi aspetterei, conoscendo la serietà del presidente, informazioni più precise e puntuali e una maggiore competenza. Cinque miliardi di deficit, o 8 miliardi se consideriamo le anticipazioni di liquidità, comunque ereditati dai governi Lombardo e Cuffaro - afferma Baccei -. Sono tanti? Il numero in assoluto non è rappresentativo di nulla, come ben chiariscono le agenzie di rating”.

Insomma, Musumeci fa riferimento al governo precedente, Baccei ai governi di Cuffaro e Lombardo. Dove sta la verità? Come accade spesso, nel mezzo. E per trovare una rappresentazione imparziale del reale andamento del deficit della Sicilia, si può far riferimento all’atto più “ufficiale” che esista sui conti regionali: il giudizio di parifica, sul rendiconto dell’ultimo esercizio finanziario.

Da quelle pagine, al di là delle parole di Baccei, non viene fuori un bel quadro. Anzi. “Al 31 dicembre 2016 – si legge nella relazione delle Sezioni riunite presiedute da Maurizio Graffeo – il debito di finanziamento residuo della Regione ammonta complessivamente a 8.035 milioni di euro”. Più di otto miliardi, quindi, e un trend preoccupante, visto che la Corte parla di “un incremento rispetto all’inizio del quinquennio del 41,4 per cento”. Con Crocetta, quindi, il debito è cresciuto di quasi la metà rispetto al debito lasciato dai suoi predecessori. “Una notevole anticipazione di liquidità tra il 2014 e 2015 (2 miliardi e 667 milioni di euro, per un residuo al 2016 di 2 miliardi e 567 milioni di euro) – ha ammonito nel corso della sua requisitoria il Procuratore generale d’appello Pino Zingale – influisce pesantemente sul servizio di debito e, quindi, sulla capacità di spesa futura della Regione: tale liquidità – prosegue il Procuratore – pur non essendo tecnicamente considerata come indebitamento, composta comunque l’assunzione di obblighi da parte della Regione”. Gli effetti sulle future generazioni, insomma, di cui parlava anche Graffeo: “La restituzione, - prosegue Zingale – gravata naturalmente da interessi, peserà sulle già esangui casse della Regione Siciliana per un trentennio e cioè sino al 2044-2045”. Le anticipazioni di cassa, insomma, che si aggiungono ai mutui già esistenti, hanno appesantito l’indebitamento della Regione.

Che però, come detto, non nasce certamente con Rosario Crocetta. Ma è il figlio anche dei governi precedenti, in particolare quelli di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo. Affrontando il tema dei mutui e dei finanziamenti della Regione, i giudici contabili annotano che “la loro consistenza finale era di 5.816 milioni di euro nel 2011 e, poi, di 5.934 milioni nel 2012”. Eccolo il debito lasciato nelle mani di Crocetta: poco meno di sei miliardi di euro. E gli assessori all’Economia di quei governi che contribuirono, ognuno per la propria 'quota' a creare quel debito, non possono certamente essere considerati, in molti casi, estranei ai partiti su cui poggia il governo Musumeci: dal ‘neoleghista’ Alessandro Pagano che fu assessore al Bilancio di Cuffaro a Roberto Di Mauro, nel listino dello stesso Musumeci alle ultime elezioni, che ebbe quella delega da Raffaele Lombardo, prima che questa passasse proprio a Gaetano Armao, che oggi torna sempre nelle vesti di assessore all’Economia nel governo di centrodestra.

E il “peso” di quei governi va cercato anche altrove. Nella vicenda, cioè, relativa ai cosiddetti “derivati” accesi dalla Regione nel 2005, quando a governare era Totò Cuffaro. Contratti che diedero dei risultati positivi per un paio di anni, ma che dal 2008 in poi hanno solo creato dei passivi per le casse pubbliche, quantificati in quasi 160 milioni di euro. Il “debito” miliardario della Regione, insomma, ha tanti padri.

[L’analisi] Dalle armi di distruzione di massa dell’Iraq a Biden. Ecco chi ha inventato la madre di tutte le bufale. - Alberto Negri

Joe Biden

Fu il capo della National Geospatial Intelligence Agency, James Clapper, a costruire le prove, lo stesso che come direttore della Nsa molti anni dopo ha cercato di dimostrare l’interferenza degli hacker russi nelle elezioni presidenziali americane. Forse anche Joe Biden, l’ex vicepresidente americano, si è servito da lui per scrivere l’articolo sui presunti tentativi d'ingerenza della Russia nell'esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 in Italia.


Dagli Stati Uniti arrivano, con una certa regolarità, “bufale” con il marchio di fabbrica. Ma la madre di tutte le “fake news” fu certamente la storia delle presunte armi di distruzione di massa del dittatore iracheno Saddam Hussein. Quelle armi, che dovevano giustificare la guerra del 2003, non furono mai trovate e hanno continuato a fare vittime molti anni dopo.
Come nascono le “bufale” americane compresa probabilmente quella dell’ex vicepresidente Joe Biden sulle interferenze russe in Italia? È il novembre 2015 quando France 5, canale pubblico di informazione, invia una giornalista a intervistare Ahmad Chalabi, l’uomo politico scelto da Washington per guidare l’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003: Time gli dedicò allora una cover story intitolata al “George Washington iracheno”. La parabola politica di Chalabi è nota, un po’ meno chiaro è come contribuì alla guerra e persino la sua fine lascia più di qualche dubbio. 
Fu lui fu il grande ispiratore della madre di tutte le bufale: le armi di distruzione di massa irachene. L’intervista con France 5 si rivela laboriosa. La giornalista alla fine riesce a ottenere il sospirato incontro: è il tardo pomeriggio del 2 novembre del 2015. Le domande sono riferite quasi tutte a una questione. Come fu costruito il dossier americano che imputava a Saddam il possesso di un arsenale chimico e biologico che non fu mai trovato e costituì una delle basi legali all’intervento militare che ha segnato l’inizio della disgregazione del Medio Oriente?
Quando la tv francese mi ha raccontato la storia di questa intervista ha ovviamente sollevato il mio interesse. Come inviato seguo sul campo gli eventi mediorientali da oltre 35 anni e in Iraq ho trascorso molto tempo, in particolare oltre cinque mesi di fila tra la fine del 2002 e la primavera del 2003 quando cadde il regime baathista.
L’arsenale di Saddam era materia di articoli quasi quotidiani. Eravamo inondati da centinaia di pagine di rapporti del dipartimento di Stato, del Pentagono di think tank Usa e britannici. Faldoni enormi, densi di dati e di riferimenti: per sfogliarli ogni giornalista all’epoca spese intere settimane. A Baghdad l’arsenale proibito di Saddam si “materializzò” davanti agli occhi dei reporter, come in un gioco di prestigio. Squadre di ispettori dell’Onu percorrevano l’Iraq alla ricerca di prove. Nella capitale sbucavano su jeep bianche con la bandiera delle Nazioni Unite, entravano negli edifici del regime e ne uscivano con montagne di incartamenti. Erano quelle le prove?
Talvolta i giornalisti erano invitati a verificare le accuse. Fu così che un giorno andai a Falluja dove in una spianata sassosa si potevano vedere delle strutture di metallo assai sghembe, che sembravano disegnate un geometra distratto: ci fu detto che erano rampe di lancio di missili da armare con testate chimiche. Eppure i famosi Scud di Saddam, sottoposto a sanzioni da oltre 12 anni, dovevano essere quasi tutti spariti da tempo. Infatti durante la guerra non vennero mai usati. 
Le accuse potevano sembrare credibili. Nel 1988 avevo visto i sopravvissuti di Halabja, la popolazione curda irachena colpita dai gas di Baghdad che avevano fatto cinquemila morti. Ricordavo benissimo che allora nessuno aveva rivolto alcuna accusa al regime perché combatteva contro l’Iran di Khomeini.
Per costruire delle menzogne credibili serve sempre un fondo di verità e Saddam aveva un fedina piuttosto lunga che non deponeva a suo favore. Il regime negava tutto. Nel febbraio del 2003, mentre aspettavamo l’attacco americano, il braccio destro di Saddam, Tarek Aziz, che avevo incontrato diverse volte, mi invitò nel suo ufficio. Davanti alla scrivania aveva una montagna di carte da firmare mentre la tv, sintonizzata su Cnn, trasmetteva il discorso del segretario di stato Colin Powell alle Nazioni Unite: stava mostrando le prove della famosa “pistola fumante”, le foto satellitari delle armi di distruzione di massa.
Chi gliele aveva date? Il capo della National Geospatial Intelligence Agency, James Clapper, lo stesso che come direttore della Nsa molti anni dopo ha portato le prove dell’interferenza degli hacker russi nelle elezioni presidenziali americane.
Forse anche Joe Biden, l’ex vicepresidente americano, si è servito da lui per scrivere l’articolo su “Foreign Affairs” sui presunti tentativi d'ingerenza della Russia nell'esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, aggiungendo che Mosca ora “sta aiutando la Lega e il Movimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni parlamentari”.
Brava persona Biden ma non si è neppure accordo che l’ex presidente del Consiglio Renzi andò da Obama alla Casa Bianca per farsi appoggiare nel referendum costituzionale: si vede che le interferenze degli altri sono sempre peggiori delle proprie. Un po’ sprovveduto però Biden deve esserlo. Da vicepresidente Usa in un discorso accusò il leader turco Erdogan di essere complice dell’Isis. Poi dovette scusarsi e nell’agosto 2016 andò ad Ankara dove lui stesso lanciò l’ultimatum ai curdi siriani di ritirarsi a Est dell’Eufrate, cioè minacciò ci colpire i più strenui alleati degli Usa nella lotta al Califfato e nell’assedio di Raqqa.
Ma torniamo in Iraq. Tarek Aziz, allora, continuò a sfogliare le carte senza alzare lo sguardo alla tv e gli chiesi cosa ne pensasse del discorso di Powell. “Credo – disse – che ci faranno la guerra anche se gli consegneremo l’ultimo dei nostri kalashnikov”.
Come è stato possibile costruire il dossier contro l’Iraq di Saddam? “Semplice – ha risposto Chalabi alla giornalista di France 5 – gli americani già nel 2001-2002 mi chiesero riferimenti e persone che avrebbero potuto essere utili a costruire un’accusa sulle armi di Saddam e io ho fornito agli Stati Uniti questi elementi: non mi sento colpevole, sono stati gli americani poi a trarre le conclusioni”.
Ora sappiamo, anche in base al rapporto di John Chilcot, presidente della commissione d’inchiesta britannica, che l’intervento militare Usa in Iraq del 2003, sostenuto caldamente da Tony Blair, era basato su falsi rapporti. La giornalista di France 5 poteva ritenersi soddisfatta: l’intervista a Chalabi era costata mesi di attesa. Il giorno seguente all’incontro con Chalabi, il 3 novembre 2015, stava esaminando nella sua stanza d’albergo a Baghdad il materiale raccolto.
La notizia arrivò all’improvviso: Chalabi era stato appena trovato morto, apparentemente vittima di un attacco di cuore. Nel filmato ammetteva la sua complicità nella raccolta delle false accuse contro Saddam sulle armi di distruzione di massa e faceva dei nomi: ma questa era stata la sua ultima intervista. Alla giornalista non restò che correre in aereoporto e dileguarsi con il primo volo utile per Beirut. Di solito questi non sono buoni segnali.
La madre di tutte le bufale è nata dentro al sistema politico e di propaganda anglo-americano che non ha mai smesso di produrre la “verità del momento”. E gli altri, come i russi o cinesi, hanno cominciato a imitarlo. Non solo, ha continuato a sostenerla e oggi il sistema che produce bufale può godere dell’aiuto dei social network, di Facebook, di Twitter, di centinaia di siti e blog le cui notizie sono spesso false o inverificabili.Non c’è più bisogno di inviare come un tempo ai giornalisti voluminosi faldoni che davano al tutto una parvenza di serietà: basta andare sul web e la verità del momento si diffonde come un virus.
Le fake news americane - come del resto quelle inglesi, francesi, russe o italiane - non conoscono vergogna o pentimenti. Donald Rumsfeld, l’ex segretario di stato americano, interpellato sulle armi di distruzione di massa in Iraq e la mancanza di fondamento di quelle accuse, ha proclamato: “L’assenza di una prova non è la prova di un’assenza”. La madre delle bufale non si stanca di lavorare.

Glifosato ? PD, Forza Italia e Lega hanno detto SI’! - Rosanna Spadini



Matteuccio nostro lo ha impostato come slogan della nuova Leopolda. «Termineremo la giornata lottando contro le fake news. Il New York Times ha pubblicato un pezzo su quello che sta avvenendo in Italia: sono state oscurate pagine con sette milioni di like che spargono veleno e falsità contro di noi».
In realtà un’accozzaglia elettoralmente utile di siti e profili che avrebbero sparso notizie e immagini false sul Pd. L’articolo, naturalmente non è solo farina del sacco del NYT, ma è stato suscitato da un fantomatico «Rapporto», redatto indovinate da chi? Ma da Andrea Stroppa, fondatore di Ghost Data e consigliere di Renzi per la Cybersicurezza.
Ma la guerra delle fake news per l’incipiente campagna elettorale è appena iniziata, e dopo gli hackers russi a sostegno del No al Referendum e i soldi del Cremlino distribuiti ai 5 Stelle, arriva l’insalata di bufale di Repubblica, impegnata a seminare nebbia densa sui voti di PD, Forza Italia e Lega sul glifosato. Perché i media ci sguazzano nelle fake news, ci ingrassano e si arricchiscono, al motto di «honi soit qui mal y pense!»
Infatti gli Stati membri dell’UE hanno da poco ritrovato la maggioranza qualificata e rinnovato l’uso di glifosato per altri 5 anni. Sono perfino stati ignorati i limiti per l’utilizzo del glifosato su parchi pubblici, l’uso disseccante preraccolto (che ci mette in forte competizione con gli Stati del Nord Europa a danno delle nostre coltivazioni) e i restringimenti per gli usi non professionali.
A spostare gli equilibri sono stati i voti favorevoli di Germania e Polonia. Quindi rinnovo dell’utilizzo dei pesticidi per almeno altri 5 anni, il tempo utile per fare ottimi profitti sulla pelle dei cittadini europei. Mentre la Germania è in attesa (a gennaio) della decisione finale della Commissione sulla fusione Bayer-Monsanto, in Italia si ignora palesemente ciò che molti parlamentari italiani hanno votato NO al bando immediato del glifosato, prima di votare SI’ al prolungamento del suo utilizzo a 5 anni.
E’ lo stesso Parlamento europeo a dircelo:
– L’emendamento dei 5Stelle chiedeva alla Commissione di «Vietare con effetto immediato» il glifosato nell´Unione Europea
Invece 501 eurodeputati di differenti schieramenti politici hanno votato contro la richiesta di messa al bando del glifosato: tra questi LEGA (Bizzotto, Borghezio, Fontana e Zanni), FORZA ITALIA (Cicu, Cirio, Comi, Dorfmann, Gardini, Martusciello, Matera, Patriciello, Pogliese, Salini) e PD (Benifei, Bettini, Bonafè, Bresso, Briano, Chinnici, Cozzolino, Danti, De Castro, De Monte, Gasbarra, Giuffrida, Grapini, Gualtieri, Kyenge, Mosca, Panzeri, Paolucci, Picierno, Pittella, Sassoli, Toia, Viotti, Zanonato, Zoffoli). Tutto registrato qua alle pagine 88-89
– Emendamento dei socialisti (dove confluisce il PD a livello europeo) che chiedeva di “eliminare progressivamente” il glifosato “ENTRO IL 15 DICEMBRE 2022.
– Poi 353 eurodeputati hanno votato a favore di questa richiesta, tra cui i soliti Lega, Forza Italia e PD. Tutto registrato qua alle pagine 90-91.
– Ancora 355 europarlamentari hanno votato a favore di quello che non è un bando a 5 anni ma un nuovo rinnovo dell’approvazione della sostanza attiva glifosato fino al 2022. Tra cui i soliti LEGA, FORZA ITALIA (Cicu, Dorfmann, Patriciello), PD e l´”indipendente” Affronte. Non solo, ma ben 111 europarlamentari si sono astenuti. Tra questi Mussolini, Pogliese e De Castro. Tutto registrato nel link alle pagine 106-107.
– Proposta finale della Commissione con, indovinate un po’, UN RINNOVO A 5 ANNI FINO AL 15 DICEMBRE 2022.
Dunque decisione scellerata del Parlamento europeo, utile idiota alle dipendenze del volere delle multinazionali.
Eppure la Monsanto, travolta dallo scandalo dei “Monsanto Papers“, con cui si erano falsificate alcune ricerche scientifiche, era stata interdetta a settembre dal Parlamento europeo.
Nonostante ciò Bruxelles si piega ancora una volta dinanzi allo strapotere della multinazionale americana e concede l’ennesima proroga per questo pesticida riconosciuto come fortemente cancerogeno.

Saranno ulteriori anni d’infestazione, senza che esista una smentita credibile allo studio dello IARC che classifica il pesticida più celebre e diffuso al mondo come probabile cancerogeno per l’uomo. Ma il fatto più sconcertante di questa ennesimo favore concesso al colosso statunitense – e appoggiato dai partiti italiani – è la totale noncuranza degli effetti che il glifosato produce sul nostro territorio.
Questo erbicida, usato in pre-raccolta, consente a paesi come il Canada di esportare i loro prodotti a prezzi estremamente competitivi che distruggono il settore produttivo di paesi come l’Italia. Negli ultimi dieci anni più della metà delle aziende che producevano grano duro sono sparite nel Sud, in  Sicilia, in Puglia, in Basilicata, Calabria e Campania.
Con un fabbisogno nazionale di pasta che non è affatto diminuito, anzi è aumentato. Questo perché i grandi industriali della pasta, in assenza di una normativa che proteggesse le nostre produzioni locali, hanno cominciato ad approvvigionarsi di grano duro importato dall’estero, con l’unico obiettivo di fare maggior profitto, fregandosene della salute dei cittadini.
Nello scorso agosto la Commissione Europea aveva espresso preoccupazioni sulle conseguenze della fusione dei due colossi dell’agrochimica Bayer-Monsanto. Se però consideriamo l’atteggiamento tenuto dalla stessa Unione europea sulle precedenti fusioni di colossi mondiali della chimica come Dow e DuPont e ChemChina-Syngenta, in entrambi i casi le indagini preventive sulla concentrazione del mercato non impedirono le operazioni di compravendita.
In questo caso la fusione di Monsanto e Bayer segnerebbe un danno irreparabile per la salute dei cittadini europei. Il colosso dei pesticidi e dei sementi di Saint Louis, Stati Uniti, e il gigante farmaceutico di Leverkusen, Germania, sono prossimi  infatti a una fusione da 66 miliardi di euro, guidata dai tedeschi.
Il nuovo rapporto dell’iPES, il panel internazionale di esperti sulla sostenibilità dei sistemi alimentari, denuncia l’oligarchia delle grandi multinazionali agroalimentari e prova a tracciare degli scenari partendo dagli impatti dei grandi movimenti di capitale che stanno portando all’aggregazione di soggetti già leader del mercato.  Le grandi manovre dei colossi agrochimici sono iniziate nel 2015, ed hanno architettato una «concentrazione senza precedenti nei settori delle sementi, dei fertilizzanti, della genetica animale e dei macchinari agricoli, con la nascita di player sempre più grandi e capaci di controllare i passaggi strategici di filiera: la logistica, la trasformazione e la vendita al dettaglio». (www.rinnovabili.it)
Chi coltiva il cibo in Europa sarà costretto ad investire sulle colture diffuse dal mercato internazionale, che minacciano la sicurezza alimentare. Infatti ormai le grandi imprese controllano gli snodi chiave della catena produttiva.
Viste le prospettive, spiega il rapporto «le imprese dominanti sono diventate troppo grandi per alimentare l’umanità in modo sostenibile, troppo grandi per operare in condizioni eque con gli altri attori della filiera e troppo grandi per aprirsi all’innovazione. Piuttosto che guidare i sistemi alimentari verso la sostenibilità, questo meccanismo è destinato a causare degrado ambientale e declino economico e sociale».
La fusione Monsanto-Bayer  darà vita alla più grande azienda di semi e pesticidi del mondo.

Nel video in primo piano, la giornalista Abby Martin parla dell’ascesa al potere di Monsanto e di come l’azienda sia riuscita a saturare l’ambiente globale con le sue sostanze chimiche tossiche, in gran parte attraverso vere e proprie frodi.
Nel maggio 2016, l’Università di San Francisco (USF) ha rivelato i risultati di un progetto di test iniziato nel 2015. I test, commissionati dalla Organic Consumers Association (OCA), hanno rilevato che il 93% degli americani ha livelli rilevabili di glifosato nell’urina.
Il glifosato è la sostanza chimica agricola più utilizzata al mondo, ed è un ingrediente attivo nell’erbicida ad ampio spettro Monsanto Roundup. Come notato dal Progetto Detox:
«Il glifosato, etichettato come» probabile cancerogeno per l’uomo «dall’agenzia di cancro IARC dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2015, si è rivelato ormai onnipresente nel primo progetto di test LC / MS / MS che sia mai stato realizzato in tutta l’America».
«Il glifosato è stato trovato ad un livello medio di 3.096 parti per miliardo (ppb). I bambini avevano i livelli più alti con una media di 3.586 ppb. Le regioni con i livelli più alti erano l’Ovest e il Midwest con una media di 3.053 ppb e 3.050 ppb rispettivamente».
Il glifosato è stato trovato in una vasta gamma di campioni, tra cui sangue, urina, latte materno, acqua potabile e altro ancora. I risultati di uno studio tedesco pubblicato nel 2012 hanno dimostrato che anche le persone che non hanno un contatto diretto con l’agricoltura hanno concentrazioni significative di glifosato nelle loro urine.
Perché la maggior parte delle persone ha tracce di questo probabile cancerogeno nei loro corpi, indipendentemente da dove vivono?
La risposta è perché il glifosato viene spruzzato su praticamente tutte le colture alimentari in tutto il mondo. In effetti, il glifosato è il killer più pesantemente usato nella storia. «Roundup» è la formulazione più comunemente usata, ma il glifosato può essere trovato anche in altre formule di pesticidi.
Dal 1974, 1,8 milioni di tonnellate di glifosato sono state applicate nei campi degli Stati Uniti; due terzi di quel volume sono stati spruzzati negli ultimi 10 anni.
Tra il 1974 e il 2014, sono stati utilizzati 9,4 milioni di tonnellate di glifosato in tutto il mondo. Il glifosato minaccia la salute ecologica, animale e umana.
Come notato da «The Center for Biological Diversity», l’uso massiccio del glifosato, in particolare sulle colture Roundup Ready geneticamente modificate, anch’esse sviluppate dalla Monsanto, è stato implicato nel drammatico declino delle farfalle monarca .
La ricerca ha anche collegato il glifosato al Collapse Disorder nelle colonie d’api (CCD), insieme a tossicità per suolo, piante boschive, anfibi, pesci, ambienti acquatici e mammiferi, causando problemi riproduttivi e perturbazione endocrina.
Secondo altre ricerche recenti, il glifosato può anche promuovere la resistenza agli antibiotici distruggendo i batteri intestinali e disaggregando l’utilizzo di manganese.
Monsanto è dunque una minaccia per l’Ecosistema del Pianeta.
Nonostante le numerose preoccupazioni sollevate dagli scienziati circa la natura tossica del glifosato, il governo degli Stati Uniti e la stessa Monsanto, non hanno intrapreso alcun provvedimento per salvaguardare la salute umana.
La storia dell’azienda risale al 1901, quando John Francis Queeny fondò la Monsanto Chemical Works a St. Louis, nel Missouri. Suo suocero, un commerciante di zucchero di nome Emmanuel Mendes de Monsanto fornì i finanziamenti.
Fin dagli esordi la società ha impiegato le più oscure tattiche per evitare leggi che danneggiassero i propri profitti. Per aggirare i regolamenti e le tasse elevate a St. Louis, la Monsanto poi trasferì la sua attività 4 miglia a sud, stabilendosi nell’Illinois.
Divenne produttore leader di policlorobifenili (PCB), producendo quasi tutti i PCB venduti negli Stati Uniti, anche se la tossicità dei PCB era nota e occultata dai dirigenti della Monsanto.
Oggi, il persistente inquinamento da PCB ha portato ad almeno 700 azioni legali per conto di persone che dichiarano che la loro esposizione a PCB ha causato linfoma non Hodgkin.
Nel 2002, la Monsanto è stata dichiarata colpevole di decenni di «atti oltraggiosi d’inquinamento» nella città di Anniston, in Alabama, dove ha scaricato PCB (policlorobifenili, inquinanti persistenti, assimilabili alla diossina) nel fiume locale e sepolto segretamente la sostanza chimica tossica in una discarica.
I documenti interni hanno rivelato che Monsanto aveva piena conoscenza della gravità del problema dell’inquinamento causato da almeno tre decenni e ha comunque deciso di coprirlo. Come riportato dal Washington Post all’epoca:
«Nel 1966 … i dirigenti della Monsanto scoprirono che il pesce inzuppato in un ruscello locale si gonfiava in meno di 10 secondi, schizzando sangue e versando la pelle come se fosse caduto in acqua bollente. Nel 1969, trovarono un pesce in un altro torrente con 7.500 volte il livello di PCB legale, ma hanno oscurato l’episodio».
Seattle ha recentemente intentato una causa contro Monsanto per l’inquinamento da PCB. Vogliono che la Monsanto paghi per contribuire a ripulire l’inquinamento provocato nel fiume Duwamish.
Anche San Diego ha fatto causa alla Monsanto per aver inquinato la Baia di Coronado con PCB,  mentre San Jose, Oakland e Berkeley, California e Spokane, Washington hanno intentato azioni legali contro Monsanto per aver continuato a produrre e promuovere PCB nonostante conoscessero i loro rischi.
Si ignora altresì che nel 1943 la Monsanto sostenne la macchina da guerra statunitense. Il capo della Monsanto, Charles Allen Thomas, fu invitato dal Pentagono ad unirsi al Progetto Manhattan. I laboratori della Monsanto produssero successivamente il polonio per la bomba atomica, che è stata  sganciata a Hiroshima, in Giappone.
La Monsanto è stata anche responsabile dell’irradiazione dei cittadini americani sul suolo americano, fornendo ferro radioattivo per esperimenti umani. Tra il 1945 e il 1947, i ricercatori della Vanderbilt University fornirono ferro radioattivo a quasi 900 donne in gravidanza per testare gli effetti delle radiazioni sul corpo umano e sul feto.
La Monsanto ha anche prodotto uno dei primi pesticidi al mondo, il diclorodifeniltricloroetano, meglio noto come DDT . Pubblicizzato non solo come innocuo, ma in realtà «buono» per la salute umana, il DDT è stato ampiamente utilizzato senza precauzioni di sicurezza di sorta per uccidere le zanzare portatrici di malattie.
Per trent’anni, le campagne di marketing hanno assicurato la sicurezza e i benefici del DDT, nonostante il crescente numero di ricerche scientifiche suggerivano diversamente. Oggi la tossicità del DDT è ben riconosciuta, ma è stata la pressione pubblica a costringere il governo statunitense a vietare definitivamente la sostanza chimica nel 1972.
I contributi di Monsanto alla macchina da guerra degli Stati Uniti continuarono durante la guerra del Vietnam, quando la compagnia divenne uno dei principali produttori di «Agent Orange», un defoliante irrorato su tutto il Vietnam del Sud, tra il 1961 e il 1971, per motivi di disboscamento, che ebbe gravi conseguenze sulla salute per chi era stato esposto, grazie alla presenza di diossina. Sembra che la Monsanto e il governo degli Stati Uniti fossero consapevoli della natura tossica della diossina, ma l’abbiano nascosta al pubblico.
Ancora oggi, il popolo vietnamita, i veterani americani e gli operai delle piante chimiche subiscono le conseguenze dell’esposizione. Nella città di Nitro, dove la Monsanto ha scaricato la diossina per anni senza informare i residenti, le persone soffrono anche di elevati tassi di cancro e di altri problemi di salute. Anche i sottoprodotti della manifattura dell’Agente Orange sono stati scaricati nel fiume Passaic del New Jersey per decenni, trasformandolo in uno dei corsi d’acqua più contaminati negli Stati Uniti.
Ma fino ad oggi nulla è riuscito a fermare il successo di questo gigante della chimica, riconvertitosi poi alla biogenetica e divenuto maestro di produzione e lobbismo criminali plurirecidivi.