giovedì 5 maggio 2011

Via D'Amelio, Tranchina accusa Graviano: ''Mi disse: mi metto comodo in giardino''



Dopo le bugie di Scarantino e i silenzi degli altri collaboratori, partita la caccia ai riscontri. Anche Giovambattista Ferrante aveva parlato di un muro dietro cui si era nascosto uno degli attentatori.
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Come Brusca a Capaci, anche per la strage di via D’Amelio Cosa Nostraavrebbe scelto un capo militare cui affidare il telecomando di morte: l’ora x sarebbe scattata dietro un muretto di cemento che taglia via D’Amelio, un muretto all’ombra del quale il boss Giuseppe Graviano si sarebbe appostato fin dalle prime ore del pomeriggio a pochi metri dall’autobomba imbottita di esplosivo, per far saltare Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Dopo 19 anni trascorsi tra le bugie di Scarantino, l’assenza di indicazioni di pentiti e numerose ipotesi investigative cadute nel vuoto un collaboratore di giustizia indica per la prima il luogo dove si apposto’ il commando di morte di via d’Amelio aggiungendo anche il nome di chi aziono’ il pulsante: Giuseppe Graviano, capo mandamento di Brancaccio. La rivelazione e’ di Fabio Tranchina uomo di fiducia di Graviano e recente neo pentito dopo due tentativi di suicidio compiuti nel carcere di Pagliarelli. Tranchina avrebbe compiuto alcuni sopralluoghi in via d’Amelio prima della strage, accompagnando il suo boss: ‘’mi chiese di trovargli un appartamento in via d’Amelio e visto che non l’avevo trovato ebbe a dirmi che allora si sarebbe messo comodo nel giardino. Dov’e’ avvenuta la strage in effetti c’era un muro e un giardino’’.

E’ li’, dietro quel muro che interrompe l’asfalto della strada e protegge un piccolo giardino, che Madre Natura (questo il soprannome del padrino di Brancaccio), dunque, avrebbe schiacciato il pulsante per provocare l’impulso elettrico e scatenare l’esplosione assassina. Un nascondiglio ravvicinato, a pochi metri dal portone del palazzo dove abita la madre diBorsellino, dove Graviano avrebbe potuto ascoltare direttamente le sirene delle blindate che, quella domenica del 19 luglio 1992, alle ore 16,58, accompagnarono il giudice in via D’Amelio. Da quel punto esatto, il boss avrebbe potuto seguire agevolmente tutte le fasi cruciali del piano di morte, controllando il suo bersaglio dall’abbandono della Croma, parcheggiata al centro della strada, al momento della citofonata alla madre, che coincide con la deflagrazione. Fin qui la ricostruzione inedita fatta nei giorni scorsi ai magistrati di Firenze, e poi ai pm di Caltanissetta e di Palermo, dal neo pentito che dice di averla appresa direttamente dallo stesso Graviano. Alla procura di Caltanissetta e’ partita la caccia ai riscontri, e gli inquirenti stanno rileggendo la dichiarazione di un altro collaboratore, Giovambattista Ferrante, che disse di aver saputo come durante l’eliminazione di Borslelino, qualcuno del commando appostato dietro un muretto di via D’Amelio per la violenza dell’esplosione aveva temuto che la parete di cemento crollasse e lo seppellisse sotto i detriti. I pm, inoltre, ritengono ‘’perfettamente coerente’’ la partecipazione diretta di un capomandamento sul luogo della strage ricordando, come riferimento analogo, l’esempio di quanto accaduto sull’autostrada di Capaci, dove a pigiare il telecomando per uccidereFalcone e’ il boss Giovanni Brusca, componente del gotha mafioso. Quella del neo pentito Tranchina e’ comunque una ricostruzione, tutta ancora da verificare, che, se accertata, spazzerebbe via, dopo vent’anni, l’ipotesi investigativa finora piu’ accreditata: quella cioe’ che il pulsante del telecomando fosse stato premuto dagli stragisti appostati nei pressi del Castello Utveggio, in cima al monte Pellegrino, che dall’alto offre una visuale da cartolina di tutta la via D’Amelio.


Su quella montagna, secondo il vicequestore Gioacchino Genchi (che partecipo’ alle prime fasi delle indagini, scoprendo una serie di contatti telefonici tra uomini di Cosa nostra e alcune utenze del Cerisdi, il centro di eccellenza ospitato all’interno del Castello Utveggio), era attiva una cellula ‘’coperta’’ del Sisde. La pista diGenchi, che per la prima volta lanciava le indagini verso una ipotesi di possibili ‘’coperture’’ di pezzi dei servizi sulla strage di via D’Amelio, e’ tuttora all’attenzione dei pm di Caltanissetta che nei mesi scorsi hanno iscritto nel registro degli indagati l’ex agente del Sisde Lorenzo Narracci, ipotizzando a suo carico il reato di concorso in strage con finalita’ terroristiche. L’esistenza di quella base segreta del servizio civile, che poi sarebbe stata smantellata in fretta e furia per sparire nel nulla, non e’ mai stata confermata ufficialmente dai vertici del Sisde.

http://www.iquadernidelora.it/articolo.php?id=256



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