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lunedì 11 maggio 2026

MELONI: DEBITI E INCIUCIO. PER UN'ITALIA IN BOLLETTA - Ivo Caizzi

 

Al governo di Meloni, Tajani e Salvini non è bastato aver fallito un primo inciucio con la Commissione europea, che prevedeva di ridurre il deficit eccessivo sotto al 3% del Pil
per uscire dalla relativa procedura d’infrazione Ue e poter aumentare pericolosamente il maxi debito pubblico, verosimilmente per elargire fondi anche a bacini di voti e lobby varie in vista delle prossime elezioni politiche.
Ora Meloni & C. ci riprovano.
Chiedono all’Europa di poter utilizzare da clausole/deroghe fino a revisioni contabili per svicolare le restrizioni imposte ai Paesi membri con difficoltà finanziarie dalle nuove (e pur più blande) regole di controllo sui bilanci nazionali del Patto di stabilità Ue.
Anche questo secondo inciucio servirebbe a sfondare i limiti di spesa pubblica senza subire i richiami della Commissione, politicamente negativi in campagna elettorale. Ma secondo quanto è trapelato informalmente dal negoziato riservato tra Roma e Bruxelles, per superare con un compromesso i “no” dell’Ue all’Italia super-indebitata, verrebbe richiesto al governo di fare concessioni come mantenere l’impegno di acquisti militari multimiliardari e rimangiarsi il “no” al contestatissimo euro-strumento Mes.
Meloni & C. dovrebbero piuttosto attuare con urgenza politiche economiche e di bilancio efficaci, anche per evitare attacchi speculativi sul maxi debito. Non sono scivolati solo sul deficit eccessivo.
Hanno registrato da una crescita rasoterra (nonostante gli aiuti e i prestiti Ue del Pnrr) al rischio di recessione, ammesso dal ministro dell’Economia Giorgetti, fino all’aumento dell’indebitamento a 3.139 miliardi. Un primo allarme di possibili attacchi speculativi è arrivato con il recente deprezzamento dei titoli di Stato.
Clausole/deroghe e inciuci Ue salvano per un po’ dagli euro-richiami sui conti pubblici. Ma non eliminano le pesanti difficoltà di bilancio dell’Italia, peggiorate da effetti delle guerre in corso (non solo energetici), che gravano soprattutto sui meno abbienti.
Spendendo di più e male, il maxi debito sale anche se a Bruxelles concedono più “flessibilità”. Vanno invece investite meglio le ingenti entrate fiscali (incrementabili recuperando tasse evase o eluse e tanto altro) per sostenere adeguatamente l’economia e i cittadini penalizzati da diseguaglianze da Terzo mondo.
In ogni caso, il governo non può sprecare denaro pubblico per mance elettorali.
Né si può chiedere all’Italia con le casse quasi vuote di fare ancora più debito per la difesa da un ipotetico futuro attacco bellico.
La priorità di spesa resta difendere gli italiani nella simil-guerra civile in atto con troppi morti, feriti, devastazioni e impoverimenti.
Già solo l’insufficiente finanziamento e controllo del Servizio sanitario pubblico (spesso penalizzato per favorire la sanità privata) ha contribuito alle molte migliaia di decessi stimati annualmente per presunta “malasanità”.
Si sale nelle centinaia di migliaia contando i pazienti con danni non letali o esclusi dalle cure per lunghe liste di attesa.
Altre migliaia di morti e feriti scaturiscono dal non saper garantire più sicurezza sulle strade, sul lavoro, nelle città, nelle aree in dissesto e nelle carceri. Scontri cruenti si combattono per traffici di droga della criminalità organizzata con tante vittime e menomazioni anche tra i tossicodipendenti e tra incolpevoli abitanti vicini alle piazze di spaccio.
C’è poi la strage lenta tra circa sei milioni di cittadini in condizioni di povertà e di esclusione sociale, che già da bambini scontano carenze alimentari e danni esistenziali destinati a minare salute, equilibrio psico-fisico e aspettative di vita. I bassi salari e i prezzi in salita dei beni necessari stanno decimando la classe media. Un esercito di giovani deve “disertare” – emigrando all’estero – per sfuggire la disoccupazione o compensi vergognosi.
Anziani indifesi finiscono prigionieri in Rsa simili a lager o in balia di bande di truffatori. Gli speculatori immobiliari provocano masse di “gentrificati” e senzatetto paragonabili a sfollati nei conflitti.
Preoccupa vedere Meloni & C., al quarto anno di mandato, mendicare in Europa di poter aumentare l’indebitamento.
Se lo ottenessero e continuassero a mal gestire la spesa pubblica – anche con insostenibili acquisti di armi e sprechi elettorali – moltiplicherebbero i pericoli di morti e feriti in Italia. Potrebbero far esplodere tensioni sociali e avviare verso uno scenario di crollo finanziario (tipo Grecia). Anche perché il governo “sovranista” avrebbe dovuto almeno allargare la quota nazionale del maxi debito, mentre è cresciuta quella in mani estere a oltre mille miliardi:
dilatando gli spazi per attacchi degli speculatori.

venerdì 20 ottobre 2023

Chi ha creato il debito pubblico italiano?

 

Il debito pubblico italiano ha ormai superato in valore nominale quota 2.300 miliardi di euro, mentre la sua incidenza sul prodotto interno lordo era - a fine 2018 - pari al 132,1 per cento. È un fardello che condizionerà le scelte di politica economica per i prossimi anni. Vediamo in quali anni si è formato e sotto la responsabilità di quali governi, con i dati Banca d’Italia e Istat aggiornati nel 2019.

AnnoGoverniInflazioneDebito (Milioni di euro)Rapporto debito/Pil
1970Rumor, Colombo5,1%13.08737,1%
1971Colombo5,0%16.14642,0%
1972Andreotti5,6%20.10847,7%
1973Andreotti, Rumor10,4%25.78050,6%
1974Rumor, Moro19,4%32.40450,2%
1975Moro17,2%41.89956,6%
1976Moro, Andreotti16,5%52.31856,2%
1977Andreotti18,1%62.46055,2%
1978Andreotti12,4%79.09259,4%
1979Andreotti, Cossiga15,7%94.80158,2%
1980Cossiga, Forlani21,1%114.06656,1%
1981Forlani, Spadolini18,7%142.42758,5%
1982Spadolini, Fanfani16,3%181.56863,1%
1983Fanfani, Craxi15,0%232.38669,4%
1984Craxi10,6%286.74474,9%
1985Craxi8,6%347.59380,9%
1986Craxi6,1%404.33685,1%
1987Craxi, Fanfani, Goria4,6%463.08389,1%
1988Goria, De Mita5,0%524.52890,8%
1989De Mita, Andreotti6,6%591.61993,3%
1990Andreotti6,1%667.84895,2%
1991Andreotti6,4%755.01198,6%
1992Andreotti, Amato5,4%849.921105,5%
1993Amato, Ciampi4,2%959.714115,7%
1994Ciampi, Berlusconi3,9%1.069.415121,8%
1995Berlusconi, Dini5,4%1.151.539116,9%
1996Dini, Prodi3,9%1.213.535116,3%
1997Prodi1,7%1.239.879113,8%
1998Prodi, D’Alema1,8%1.258.223110,8%
1999D’Alema1,6%1.285.054109,7%
2000D’Alema, Amato2,6%1.302.548105,1%
2001Amato, Berlusconi2,7%1.360.285104,7%
2002Berlusconi2,4%1.371.679101,9%
2003Berlusconi2,5%1.397.460100,5%
2004Berlusconi2,0%1.449.657100,1%
2005Berlusconi1,7%1.518.640101,9%
2006Berlusconi, Prodi2,0%1.588.072102,6%
2007Prodi1,7%1.606.20399,8%
2008Prodi, Berlusconi3,2%1.671.401102,4%
2009Berlusconi0,7%1.770.230112,5%
2010Berlusconi1,6%1.851.817115,4%
2011Berlusconi, Monti2,7%1.908.004116,5%
2012Monti3,0%1.990.130123,4%
2013Monti, Letta1,1%2.070.254129,0%
2014Letta, Renzi0,2%2.137.322131,8%
2015Renzi-0,1%2.173.403131,6%
2016Renzi, Gentiloni-0,1%2.219.581131,3%
2017Gentiloni1,1%%2.263.479131,3%
2018Gentiloni, Conte1,1%%2.316.697132,1%
Fonte: Banca d’Italia, Istat


Il tasso di inflazione per motivi storici è misurato con l’indice Foi (famiglie di operai e impiegati) esclusi i tabacchi

https://www.irpef.info/chi-ha-creato-il-debito-pubblico

martedì 31 agosto 2021

Debito record, così i bond sono saliti al 75% del Pil mondiale. - Vito Lops

Illustrazione di Maria Limongelli/Il Sole 24 Ore

Un mare di debiti. Il valore delle obbligazioni in circolazione è pari a tre quarti del Pil globale. Boom di acquisti anche se i prezzi corrono.

«L’inflazione è alta ed è causa di preoccupazione ma continuiamo a credere che sia transitoria». È un mantra che il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, recita da tempo. E che ha ripetuto venerdì nel tanto atteso discorso di Jackson Hole. Parole rassicuranti per gli investitori, che sono tornati a comprare Treasury e altre obbligazioni con conseguente calo dei rendimenti. Nei prossimi mesi scopriremo se Powell avrà ragione o se invece (ci si augura di no) l’inflazione scapperà di mano alle banche centrali. Resta il fatto che la fotografia attuale – eredità della pandemia e dei lockdown – indica che negli Stati Uniti l’inflazione viaggia al 5,4%, come non accadeva dal 2008, e soprattutto che quella core (depurata cioè delle componenti più volatili, come alimentari ed energia) ha toccato a giugno il 4,3% annuo, il massimo dal 1992.

Tassi dei titoli di Stato e inflazione di solito hanno un andamento correlato, proprio perché nel rendimento dei bond è incorporata, oltre al rischio emittente, anche la componente inflattiva. Ma in questa fase l’inflazione Usa si è totalmente sganciata dall’andamento delle obbligazioni, replicando graficamente uno schema visto prima d’ora solo negli anni ’70 quando la crisi petrolifera fece balzare del 300% il prezzo del greggio.

Va detto che l’inflazione corre un po’ dappertutto. Persino nell’Eurozona – da anni alle prese con il rischio contrario di “giapponesizzazione” di tassi ed economia – ha superato il mese scorso la soglia di attenzione del 2% portandosi al 2,2%. Ma mentre i prezzi al consumo corrono gli investitori anziché vendere le obbligazioni, riportando i tassi più in alto in armonia con il crescente rischio inflattivo, li acquistano. Ce lo dice il dato sulla capitalizzazione dei bond globali, sia governativi che corporate, che ormai sfiora la soglia dei 70mila miliardi di dollari, pari a circa tre quarti del Prodotto interno lordo globale (che nel 2020 è stato di 84mila miliardi, mentre per il 2021 è stimato intorno a 93mila miliardi): un dato senza precedenti per questa classe di investimento, aggravato dalla quota di bond che viaggiano a tassi negativi (chi li compra paga un interesse al debitore anziché riceverlo) che si attesta intorno ai 17mila miliardi. Nel 2010 il valore delle obbligazioni in circolazione era 35mila miliardi, pari al 53% del Pil.

Il Covid – stimolando l’emissione di nuovo debito con acquisti foraggiati dalle banche centrali, i cui bilanci hanno superato 30mila miliardi di dollari – ha accentuato contraddizioni che il mondo finanziario stava già sperimentando. E che adesso rischiano di trasformarsi in pericolose bolle. La grande domanda è cosa accadrà alla montagna di bond in circolazione se e quando le principali banche centrali inizieranno a rialzare i tassi. Su questo fronte siamo sul filo del rasoio. Non a caso Powell due giorni fa ha comprato altro tempo indicando che, anche se la Fed avvierà entro fine anno il tapering (il piano di riduzione degli stimoli monetari), questo non implica un automatico rialzo dei tassi. Si temporeggia nella speranza che l’economia si riprenda e metta una toppa alle bolle finanziarie che sono state create. Gran parte della partita si giocherà proprio sul trend dell’inflazione: sarà davvero transitoria come professano i banchieri centrali?

In un recente report intitolato «Rientro nell’orbita» Mark Haefele, chief investment officer di global wealth management di Ubs, scrive che «l’inflazione diminuirà nel corso del 2022 e la crescita economica si manterrà robusta». La pensa così anche la maggioranza degli investitori, dato che osservando i tassi a lungo periodo – stime di inflazione a 5 anni e per i successivi 5 – il dato si ammorbidisce al 2,3% negli Usa e all’1,7% nell’Eurozona. Ma le incognite restano. E viaggiano di pari passo con le incertezze legate alla pandemia e ai numerosi colli di bottiglia che ha generato nelle catene di rifornimento. Secondo indiscrezioni circolate nei giorni scorsi, il maggior produttore mondiale di chip, la taiwanese Tsmc, con una quota del 65% del mercato, intende aumentare i prezzi fino al 20%. È uno dei motivi per cui anche all’interno della Fed c’è spaccatura sul tema: per il governatore della Fed di Philadelphia, Patrick Harker, «ci sono evidenze che l’inflazione possa perdurare più a lungo delle attuali stime». Rick Rieder, capo degli investimenti di BlackRock, ha esortato la banca centrale Usa a ridurre gli stimoli quanto prima: «È ora di iniziare, la liquidità è troppa».

Non preoccupano solo i prezzi al consumo. Il segnale d’allarme arriva dai prezzi alla produzione, con l’indice in rialzo del 7,8% negli Usa, del 9% in Cina e del 10,2% nell’Eurozona. Le imprese potranno evitare di scaricare i costi extra sui consumatori? E che ne sarà, nel caso, dei loro utili? Domande micro che rimbalzano sullo scenario macro e poi a cascata sui mercati finanziari.

Va detto che l’inflazione è come il colesterolo. C’è quella buona (da domanda) e quella cattiva (da offerta). Questo lineare schema di pensiero – che da tempo aiuta gli economisti a filtrare i dati sui prezzi dei beni e servizi – è diventato più complesso nell’era Covid. La pandemia con i primi lockdown ha mandato KO tanto la domanda quanto l’offerta, creando uno scenario paragonabile a una guerra mondiale. In seguito le riaperture a macchia di leopardo hanno creato un forte disallineamento tra domanda (tornata tonica) e offerta, messa al palo dalla mancanza di scorte in magazzino e da problemi logistici e di produzione legati allo sviluppo di nuovi focolai e varianti del virus. Sono questi enormi colli di bottiglia creatisi in alcuni settori chiave (come quello dei chip, da cui dipende non solo la produzione di computer e smartphone ma anche di auto e molti altri beni) a creare i disagi più grandi e a lasciare incertezze sulla ripresa e sull’inflazione che verrà. E poi c’è il tema dei vaccini.

«Siamo di fronte a una doppia situazione sanitaria tra i Paesi occidentali che procedono spediti con le vaccinazioni, e quindi con l’economia in piena riapertura, e i Paesi orientali, che hanno enormi difficoltà di accesso ai vaccini, in cui si trovano però molte unità di produzione, elemento fondamentale della supply chain – spiega Yannick Lopez, head of fixed income di Ofi asset management –. Questo sta facendo salire i prezzi. Al momento queste tensioni sono viste in gran parte come temporanee. Tuttavia, la vaccinazione a due livelli può comportare il rischio di successive ondate di varianti, con il pericolo di mettere l’economia occidentale in una modalità permamente di stop-and-go. Ciò porterebbe a una disorganizzazione globale della catena di rifornimento e manterrebbe per un periodo di tempo più lungo le pressioni inflazionistiche».

Il risultato è che si naviga a vista. Le rassicurazioni di Powell sulla transitorietà del fenomeno servono a spegnere le improvvise fiammate di volatilità sulle Borse. Ma per ora sono solo parole. Per i fatti bisognerà aspettare ancora qualche trimestre.

IlSole24Ore

martedì 20 aprile 2021

49 milioni, la Lega paga i debiti con i soldi pubblici. - Stefano Vergine

 

La truffa allo stato. Nel 2018 l’accordo coi magistrati di Genova per restituire il denaro. La scoperta: il Carroccio ripiana col 2 x 1000 versato dai contribuenti.

Ufficialmente i partiti sono due, distinti e indipendenti fra loro. Da una parte c’è la vecchia Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, la storica casa dei leghisti. Dall’altra parte c’è Lega Salvini Premier, il partito fondato da Matteo Salvini nel 2017. È sulla base di questa netta separazione che è stata decisa la vicenda dei 49 milioni di euro. Il debito con lo Stato è infatti in capo alla sola Lega Nord. Così è risultato da un accordo tra Salvini e la Procura di Genova, del settembre 2018, con cui il Carroccio ha ottenuto di poter restituire il maltolto ai cittadini italiani a condizioni speciali: rate da 600 mila euro all’anno, per una dilazione in quasi 80 anni, senza interessi. Condizioni rarissime, accordate in nome del rischio democratico, cioè di eliminare nei fatti un partito politico togliendogli tutti i soldi. C’è però qualcosa che stride con questa narrazione. Se i due partiti sono distinti e indipendenti tra loro, se cioè non esiste continuità giuridica, perché alle ultime elezioni politiche la Lega si è presentata con il simbolo del partito nuovo e con lo statuto di quello vecchio?

Lo raccontano i documenti depositati al ministero dell’Interno. Alle Politiche del marzo 2018, Salvini si è presentato con il nome e lo statuto del vecchio Carroccio, ma con il simbolo di Lega Salvini Premier. Il contrassegno del nuovo partito è stato depositato da Roberto Calderoli nel gennaio del 2018, quando la Lega Salvini Premier era appena stata creata. Per partecipare alle elezioni, un nuovo partito doveva raccogliere almeno 375 firme per ogni collegio elettorale (64 in totale). La decisione di Salvini fu di presentarsi come Lega Nord, ma di usare il nuovo marchio come vetrina. Come se i due partiti fossero la stessa cosa. Mossa contraria alla logica applicata pochi mesi dopo alla restituzione del debito verso lo Stato dei 49 milioni, rimasto invece in carico solo al vecchio Carroccio.

Oggi la Lega Nord è ormai a tutti gli effetti una bad company, con pochissime entrate e moltissimi debiti, mentre Lega Salvini Premier gode di ottima salute finanziaria. Lo raccontano gli ultimi bilanci disponibili, quelli del 2019. Lega Nord ha incassato in tutto 1,4 milioni. La metà arriva dal 2 x 1000, denaro che ogni cittadino può decidere di versare, invece che allo Stato sotto forma di Irpef, al proprio partito preferito. È con questi soldi che Salvini sta ripagando il debito dei 49 milioni. Un paradosso: così facendo Lega Nord ripaga allo Stato il suo debito usando denaro sostanzialmente pubblico: la norma sul 2 x 1000 prevede infatti che, nel caso in cui il contribuente non effettui una scelta sulla destinazione della quota Irpef, la somma vada allo Stato.

Nel bilancio della Lega dunque le entrate sono pari a 1,4 milioni. Ma le spese, 1 ,7 milioni in totale, portano il risultato finale in rosso per 292 mila euro.

Tutt’altra musica per Lega Salvini Premier: nel 2019 il nuovo partito ha incassato 9,7 milioni di euro. Qui ora arrivano buona parte delle donazioni fatte da cittadini e aziende (5,8 milioni) e del 2 x 1000 (3 milioni). Salvini ha insomma spostato quasi tutte le finanze sul nuovo partito, lasciando al vecchio i debiti e quelle minime entrate necessarie per saldare le rate da 600mila euro all’anno di debito verso lo Stato. Anche le spese sostenute da Lega Salvini Premier sono rilevanti (8,8 milioni), ma il risultato finale, cioè la differenza tra entrate e uscite, è positivo per 875 mila euro.

Numeri che contano, perché nell’accordo sulla rateizzazione del debito è previsto che, oltre ai 600 mila euro annui che Lega Nord deve restituire, venga anche sequestrata “la differenza tra i ricavi dati dalle somme future incassate e le spese, risultanti dal bilancio certificato o comunque accertato”. In altre parole, se la Lega Nord si ritrovasse con un po’ di utile a fine anno, il denaro avanzato andrebbe allo Stato. Cosa che però non succede, perché Lega Nord chiude in rosso. Proprio grazie allo spostamento di tutti gli incassi sulla nuova creatura, Lega Salvini Premier.

Su questo presunto gioco delle due carte potrebbe essere presto un giudice a esprimersi. In un atto di citazione indirizzato al Tribunale di Milano, in cui chiede che gli vengano pagate 6,3 milioni di euro di parcelle legali mai saldate, l’ex avvocato della Lega Nord e di Umberto Bossi, Matteo Brigandì, denuncia infatti la continuità finanziaria dei due partiti.

Brigandì – che si considera un creditore del movimento – chiede le parcelle mai saldate a entrambi i partiti, la vecchia e la nuova Lega. “La Lega Salvini Premier, in buona sostanza, è la stessa associazione di Lega Nord per l’indipendenza della Padania”, si legge nell’atto di citazione. Per l’ex avvocato di Bossi gli elementi per dimostrare la continuità giuridica tra i due movimenti sono parecchi: la coincidenza delle sedi (sono entrambi registrati al 41 di via Bellerio), il fatto che “l’intera dirigenza dei due partiti sia la medesima” e poi Brigandì allega alla causa civile un’intervista rilasciata da Salvini nel 2018 a uno studente per la sua tesi di laurea.

Rispondendo alla domanda “Si può dire che in questo momento esistano due Leghe?”, l’ex ministro ha argomentato: “Mi sento di rispondere di no. Esiste ‘la Lega’, con la sua storia, il suo presente e il suo futuro. Un movimento capace di aggiornare la sua agenda ai tempi che cambiano”. “Dal punto di vista elettorale”, chiede lo studente, “al momento esistono due Leghe. Quando e come verranno fuse in un unico partito?”. E Salvini: “Sarà un processo entusiasmante che prenderà il via a breve”. Per Brigandì è la dimostrazione che i debiti della Lega devono essere onorati anche da Lega Salvini Premier. La decisione del Tribunale di Milano dovrebbe arrivare il 28 luglio.

IlFQ