giovedì 5 maggio 2011

Assange: “Facebook è il più grande strumento di spionaggio al mondo”. - di Eleonora Bianchini


Il fondatore di Wikileaks intervistato da Russia Today, sostiene che il popolare social network sia lo strumento migliore per le intelligence per raccogliere dati, abitudini, relazioni e stili di vita di milioni di cittadini

Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange

Facebook non serve agli utenti per rimanere in contatto con i propri amici, ma all’intelligence come “strumento di spionaggio”. Julian Assange, fondatore di Wikileaks, lo ha dichiarato nel corso di un’intervista a Russia Today da Norfolk, in Inghilterrra, dove è in attesa dell’estradizione in Svezia. Alla domanda sul ruolo delle reti sociali durante le rivolte in Maghreb e Medio Oriente, la risposta dell’hacker australiano è stata inequivocabile e ha coinvolto le ‘big company’ della Rete.

Secondo Assange, il sito di Mark Zuckerberg è “il database più rifornito” che raccoglie dati su “persone, relazioni, nomi e indirizzi, tutti accessibili all’intelligence americana”. E Assange si spinge oltre Facebook: infatti anche “Google e Yahoo e tutte le principali organizzazioni Usa hanno costruito interfacce per l’intelligence americana”. Questo implica che i servizi segreti siano alla guida dei colossi della Rete? Non proprio. Il loro potere infatti risiede nella capacità di esercitare sulle grandi imprese del web “pressioni politiche e legali” e la struttura dei siti ha permesso di automatizzare i processi di raccolta dati. Inoltre anche gli iscritti al social network sono direttamente coinvolti nel processo di dossieraggio: infatti, aggiunge Assange, “tutti dovrebbero capire che quando aggiungono i loro amici su Facebook, stanno lavorando gratis per aiutare l’intelligence degli Stati Uniti a costruire il proprio database”.

L’allarme privacy e le richieste di chiarimenti riguardo alla protezione dei dati sono stati sollevati in chiave bipartisan anche al Congresso. Il senatore democratico John Kerry e il repubblicano John McCain sono i firmatari del “Commercial Privacy Bill of Rights Act of 2011”, una proposta di legge finalizzata a imporre una regolamentazione chiara per le aziende che manipolano informazioni personali. Nella bozza i senatori domandano che le imprese richiedano il consenso esplicito prima di raccogliere e condividere con terzi dati che riguardano, ad esempio, orientamento religioso e sessuale. La decisione è arrivata dopo la pubblicazione di un’inchiesta del Wall Street Journalsulla profilazione via smartphone attraverso i giochi di Facebook e le app di Apple e Google.

Inoltre, tra le 101 apps più popolari, ben 56 trasmettevano il numero identificativo del telefono (ID) ad altre società di marketing e reti di advertising senza chiedere il consenso degli utenti e costruendo così veri e propri dossier su chi istallava i programmi, dalla messaggistica per iPhone a MySpace per Android. Il problema privacy e utilizzo dei dati è reale per il business privato e ora Assange afferma con certezza che le informazioni ricavate online sono già nei database dell’intelligence. Il blog di tecnologia del Time nota però che il fondatore di Wikileaks evita di nominare esplicitamente la Cia, e si limita a considerare che i colossi della Rete sono di fatto sotto la giurisdizione americana. Chi ha orecchie per intendere…



Tremonti, ecco le sanzioni per chi esagera sui controlli fiscali.


Pronta una circolare dell' Agenzia delle Entrate. "Vantaggi fiscali per chi assume nel Sud".

Il ministro dell'Economia
Il ministro dell'Economia
MILANO - È in arrivo la circolare dell'Agenzia delle Entrate che spiega «quali sono le sanzioni per chi esagera con i controlli fiscali» sulle imprese. E' quanto ha annunciato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti nella conferenza stampa a Palazzo Chigi per la presentazione del Dl sullo Sviluppo. «Un conto è chiedere le tasse , un altro è essere coerenti con la legge» ha aggiunto il ministro che alcune settimane fa aveva promesso di adoperarsi contro «l'oppressione» fiscale, gli eccessi che generano «costi, tempo perso, stress, e occasioni di corruzione».

FISCO CON LO SCONTO AL SUD - Il drecreto contiene poi le misure per l'occupazione nel Sud, con l'introduzione del credito di imposta per le imprese che assumono nel Mezzogiorno. «Pensiamo di poter avere la fiscalità di vantaggio: è l'unico modo di spendere i soldi europei - ha detto Tremonti - . Nel 2011 rischiamo di perdere 5 miliardi. Il tasso di utilizzo dei fondi è scandalosamente basso. E se non spendiamo i fondi, questi tornano a Bruxelles». Anche il social housing, l'edilizia sociale, «sarà concentrata al Sud».

BANCA PER IL MEZZOGIORNO, «NASCE UN GIGANTE» - Semaforo verde della Banca d'Italia per la Banca del Mezzogiorno. E per Tremonti, «da oggi inizia un percorso operativo per strutturare le banche popolari e i crediti cooperativi. Si tratta di oltre 7000 sportelli, è una cosa molto importante, nasce un gigante. Abbiamo apprezzato il lavoro della Banca d'Italia».

Berlusconi elogia Tremonti: superlavoro

LA MANOVRA? «OGGI HO PARLATO DI SVILUPPO» - «Oggi abbiamo fatto un provvedimento economico, ne saranno fatti una serie. E poi ci saranno i provvedimenti sul bilancio pubblico» ha detto infine Tremonti replicando alle domande sulla possibile manovra correttiva da 7-8 miliardi di euro.

TETTO AI BONUS DEI BANCHIERI - Nel drecreto è stato poi stabilito che la Banca d'Italia potrà mettere tetti ai bonus dei manager bancari, ossia fissare dei limiti sulla parte variabile che in genere costituisce la voce rilevante della retribuzione dei banchieri.

LA RICERCA - Il credito imposta per la ricerca viene «introdotto per due anni ed è sperimentale. La copertura è operata con una tecnica non a carico delle imprese stesse, ma si tratta di una forma di prelievo volontario di grande interesse».

http://www.corriere.it/economia/11_maggio_05/tremonti-sud-fisco_aa2b4af4-770a-11e0-a006-4d571262b3cd.shtml



Dl Sviluppo, le spiagge vanno in concessione novantennale.



“Le spiagge italiane, saranno nostre”. Renato Papagni, potente presidente dell’Assobalneari (l’associazione dei gestori dei bagni legata a Confindustria) l’aveva detto oltre un anno fa in un’intervista contenuta in uno speciale di Report: “Diventeremo proprietari delle spiagge per un secolo grazie al diritto di superficie”.

Detto fatto, è esattamente quello che succederà grazie all’articolo 5 del decreto sullo Sviluppo approvato oggi in Consiglio dei ministri. “Per incrementare l’efficienza del sistema turistico italiano… è introdotto un diritto di superficie avente durata di novanta anni… sulle aree già occupate lungo le coste da edificazioni esistenti, aventi qualunque destinazione d’uso”.

Con queste righe le nostre spiagge vengono di fatto “vendute” ai titolari degli stabilimenti balneari per quasi un secolo. Poi se ne riparlerà. Uno stratagemma sul filo dell’incostituzionalità. Il diritto di superficie è infatti un diritto molto simile alla proprietà privata mentre le spiagge fanno parte del demanio necessario, ossia quella parte del territorio nazionale che non può essere venduta per restare a disposizione di tutti.

“Non hanno più nessun limite. E’ uno schifo” protesta Angelo Bonelli, leader dei Verdi. “Per ingannare la direttiva UE e accontentare la lobby dei balneari svendono il nostro territorio, una cosa inconcepibile in qualsiasi altro Paese del mondo”.

E’ questo infatti lo stratagemma previsto dal ministro Tremonti per accontentare i potenti sindacati dei balneari italiani, terrorizzati dall’applicazione della direttiva europea sulla libera concorrenza, L’Italia è infatti sotto procedura di infrazione comunitaria perché non applica la direttiva Bolkestein ossia l’obbligo di fare aste pubbliche per assegnare le concessioni demaniali, così come succede in tutta Europa. Tutti possono partecipare e chi offre di più si prende la concessione che, alla scadenza, viene rimessa all’asta, permettendo allo stato di realizzare guadagni proporzionati agli incassi delle attività oltre ad un salutare rinnovo tra i gestori.

Realtà completamente sconosciuta in Italia dove per decenni le concessioni sono state rinnovate automaticamente sempre agli stessi titolari in cambio di canoni ridicoli che accomunano l’Italia dal Nord al Sud. Partendo da Mondello, la bellissima spiaggia di Palermo dove una sola società, l’Immobiliare Italo Belga, controlla quasi tutto l’arenile dal 1911, un secolo esatto. 36mila metri quadri di golfo, sette milioni di euro di incassi e un canone che, nel 2010 era di 45mila euro, senza aver mai partecipato ad un’asta. O come un ristorante sulla spiaggia del litorale romano, che paga 430 euro al mese mentre il suo concorrente, dall’altra parte della strada, quindi senza nemmeno il panorama delle onde, dovendo contrattare con il mercato reale, sborsa un affitto di 12mila euro al mese. Il famoso Twiga, in Toscana, ha ricavi per 4 milioni di euro e paga 14 mila euro di canone. Il Tibidabo, lo stabilimento del presidente dell’Assobalneari Renato Papagni, nel 2010 versava al un canone di 5 mila euro al mese per 20mila metri quadri di spiaggia con 500 cabine affittate ad oltre 3000 euro a stagione. Affittandone due si è già coperto il canone e ne restano altre 498. Ma non basta, su quel pezzo di spiaggia, sempre incluso nel canone, hanno costruito anche un ristorante, un centro benessere, una piscina coperta, un bar e una boutique. Tutte strutture che, con la normativa vigente, sarebbero dovute passare allo stato italiano allo scadere della concessione, mentre con la nuova normativa resterebbero al titolare per un bel po’ di generazioni, il tutto alla faccia dello spirito della normativa europea.

“Sono beni dello stato, proprietà di tutti, oltretutto frutto della brutale cementificazione del litorale, che oggi vengono regalati ai titolari degli stabilimenti” continua Angelo Bonelli. “E con questa normativa la cementificazione selvaggia degli arenili conoscerà una nuova stagione di splendore”

Questo mentre nel resto d’Europa si va nella direzione opposta. In Spagna, a Formentera, ad esempio, le concessioni vengono rinnovate ogni quattro anni, sempre con il sistema delle aste pubbliche e senza che nessuno si lamenti. In Francia è sacro il principio del demanio pubblico e le concessioni per gli stabilimenti balneari vengono concesse per un massimo del 20% della superficie del litorale mentre il Conservatoire du Litoral, ente sotto controllo pubblico, si occupa di riacquistare per lo stato i tratti di spiaggia di proprietà privata. In Italia, invece, a Forte dei Marmi, sui cinque chilometri di frontemare, non ce n’è uno di spiaggia pubblica, relegata ai confini del territorio comunale. E se provi a sederti davanti ad uno stabilimento immediatamente arriva il solerte bagnino e ti caccia via condannandoti ad un movimento perpetuo sulla battigia.

E’ questo il contesto in cui arriva oggi il nuovo provvedimento del Consiglio dei Ministri che prevede una drastica semplificazione nelle autorizzazioni per realizzare nuovi porti e la creazione di distretti turistico-alberghieri con zone “a burocrazia zero”, viatico per i nuovi giganteschi investimenti che, ad esempio, nella zona di Roma, dovrebbero coinvolgere il nuovo porto e il rifacimento del fronte mare di Ostia. Il tutto in nome di una liberalizzazione dalle pastoie della pubblica amministrazione tra cui, come sembra chiaro, ci sono anche le concessioni demaniali marittime. Esattamente come aveva promesso un anno fa il presidente di Assobalneari che chiudeva l’intervista dicendo: “non dovremo più andare a bandi, il bene diventa nostro, ritornando a ricalcare quello che era il primo progetto del ministro Tremonti, che insomma, qualcuno disse ‘si vendono le spiagge”. Se non era andata bene la prima volta perché non riprovarci?

di Emilio Casalini


Pdl, così a Milano le ‘ndrine si mettono il lista.


Boss, appalti e favori all'ombra della Madunina. Dopo il caso dei manifesti anti pm di Roberto Lassini e le intercettazioni con i clan di Marco Clemente, ecco le storie meno note di altri candidati ed esponenti del centro destra


“Speriamo che muoia come un cane”. Così parla (intercettato) il candidato al Comune Marco Clemente, riferendosi al titolare di un locale sotto estorsione dalla ’ndrangheta. Altro che liste pulite, a Milano. Dietro chi aspira a diventare sindaco, si muove una piccola schiera di candidati impresentabili. Soprattutto per relazioni con boss mafiosi. Ecco le loro storie.
Il capolista del Pdl a Milano è Silvio Berlusconi, che ha deciso di sovrapporre la sua faccia a quella di Letizia Moratti, per cercare di scongiurare una sconfitta del centrodestra che sarebbe disastrosa. Sono note la sua storia giudiziaria, le prescrizioni, le indagini e i processi. Meno note le storie degli altri candidati.

Giulio Gallera è capogruppo del Pdl al comune e terzo nella lista del partito. Durissimo oppositore in Consiglio della commissione comunale antimafia, fatta naufragare nel 2009 dalla maggioranza, è citato nell’ordinanza antimafia “Parco sud”, firmata dal gip Giuseppe Gennari, che porta in carcere tra il 2009 e il 2010 due personaggi con cui Gallera è in contatto: Michele Iannuzzi, consigliere comunale del Pdl a Trezzano sul Naviglio, e Alfredo Iorio, uomo d’affari e presidente della società Kreiamo, con sede in via Montenapoleone. La Kreiamo è considerata il braccio finanziario del clan Papalia-Barbaro, originario di Platì, in Calabria, ma operativo a Buccinasco.

L’uomo che dice “Speriamo che muoia come un cane” è Marco Clemente, candidato nella lista Pdl, molto vicino a Ignazio La Russa. È un nuovo acquisto della politica: finora ha fatto l’imprenditore, è socio di maggioranza della discoteca milanese Lime light. Ha contatti ravvicinati con gli uomini della ’ndrangheta: il 17 febbraio 2008 viene intercettato all’interno della discoteca Babylon, mentre parla con Giuseppe Amato, in seguito arrestato per associazione mafiosa con l’accusa di essere il luogotenente del boss Pepè Flachi per la riscossione del pizzo nei locali notturni. Amato era il terrore degli “after hour”: taglieggava sistematicamente gli organizzatori, minacciando chi si rifiutava di pagare. “Due settimane e non fanno più after, la prossima volta che si permettono, che fanno, gli spacco tutto”, dice a Clemente, che poi, riferendosi a Bartolo Quattrocchi della discoteca Pulp, pesantemente minacciato dal clan, sbotta: “Speriamo che muoia come un cane”.

Due informative di polizia del 2008 aggiungono che Clemente avrebbe attivato contatti con il giovane boss di Buccinasco Salvatore Barbaro. “Il deputato Ignazio La Russa”, si legge nella prima informativa, “attraverso un suo diretto familiare e tale Clemente, socio di una nota discoteca, avrebbe fatto contattare Salvatore Barbaro al quale i due avrebbero chiesto un intervento della sua famiglia su tutta la comunità calabrese presente in provincia di Milano, al fine di far votare alle prossime consultazioni elettorali la lista del Pdl (…). Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente (…) garantendo che i voti sarebbero andati sicuramente alla lista”.
Dopo le elezioni dell’aprile 2008, vinte dal Pdl, i boss si presentano a riscuotere il compenso per il loro sostegno. Lo afferma la seconda informativa, che racconta un incontro in un ristorante milanese tra Marco Clemente e Salvatore Barbaro, il quale si presenta in compagnia di Domenico Papalia (figlio del superboss all’ergastolo Antonio Papalia), considerato il nuovo referente della ’Ndrangheta in Lombardia. I due giovani delfini delle cosche chiedono a Marco Clemente “informazioni sugli appalti promessi prima delle elezioni in cambio di un sostegno elettorale”.

Il nome di Clemente è presente anche nelle carte dell’inchiesta “Infinito” che nel luglio 2010 ha portato in carcere 169 presunti mafiosi impiantati in Lombardia. I carabinieri di Monza intercettano il padrone del Lime light mentre parla al telefono con Loris Grancini, capo ultrà dei Viking dellaJuventus e campione di poker, considerato vicino a Cosa Nostra. Grancini nel novembre 2008 era all’opera “per tentare di far ottenere dei benefici carcerari a Giovanni Lamarmore”, il padre del capo della “locale” di ’ndrangheta di Limbiate. Nelle telefonate, annotano gli investigatori, i due dicono che “sfruttando conoscenze di personaggi politici che gravitano nell’area di An hanno fatto recapitare una lettera al direttore del carcere di San Giminiano… Lamarmore è rimasto contento per questo intervento e vuole sdebitarsi scrivendo una lettera a Clemente”. In coppia con Clemente si muove Marco Osnato, candidato Pdl. È il “famigliare di La Russa” citato nell’informativa del 2008: ha infatti sposato la figlia di Romano La Russa, fratello di Ignazio. Osnato avrebbe avuto, con Clemente, contatti con Salvatore Barbaro, a cui avrebbe chiesto i voti della comunità calabrese. “In cambio”, si legge nell’informativa, “il familiare di La Russa avrebbe garantito a Barbaro che dal 2009 in poi ci saranno numerosi appalti da assegnare e se le elezioni dovessero essere vinte dal Pdl i lavori più consistenti li commissionerebbero a una società pulita e di copertura che a sua volta li subappalterebbe a lui e ad altri calabresi”.

Osnato è ben conosciuto anche da Iannuzzi e Iorio, i due della Kreiamo poi finiti in galera. In un’intercettazione dopo le elezioni del 2008, il primo dice al secondo, riferendosi proprio a Osnato: “Quando lo vado a trovare, prepariamo un elenco di tutti i vari comuni dove noi abbiamo portato dei voti, così li vanno a verificare. E poi andiamo da lui con la lista della spesa”. Osnato è anche consigliere dell’Aler, l’ente che gestisce le case popolari di Milano. In questa veste è indagato per turbativa d’asta e corruzione. In un’intercettazione, Iannuzzi dice a Iorio, sempre riferendosi a Osnato: “Mi ha chiamato ieri Marco e mi ha detto: Michele, guardi che l’hanno chiamata dei miei collaboratori perché ci sono dei lavori all’Aler”.

Un vecchio lupo della politica è Armando Vagliati, consigliere comunale di Forza Italia dal 1997, membro della segreteria cittadina del partito e ora di nuovo in corsa con il Pdl. Vagliati ha un rapporto stretto con i fratelli Lampada, imprenditori calabresi considerati il braccio finanziario a Milano della cosca Condello. Francesco Lampada finisce in cella il 1 luglio 2010, coinvolto nel blitz che porta in carcere l’intero clan Valle. Giulio Lampada, il fratello delegato a tenere i rapporti con la politica, è un grande amico di Vagliati. I due vanno spesso a cena con le rispettive mogli e più volte Lampada cita “l’Armando” nelle sue telefonate (intercettate). “Eravamo alla festa insieme ad Armando! Tutti i consiglieri comunali, provinciali, regionali. C’era pure il presidente del Parlamento europeo Mario Mauro. Eravamo nel tavolo io, lui”. E ancora: “Siamo accreditati, c’è la fiducia, capisci cosa voglio dire. Perché lui sa che sputazza non ne ho fatto mai e si butta a capofitto. Dice: vuoi questo, facciamo quello che cazzo ti interessa”. “Lui” è Vagliati. “L’attività investigativa”, si legge nei rapporti dei carabinieri, “permetteva di accertare che Armando Vagliati costituiva l’elemento di riferimento dei Lampada con il comune, per la risoluzione delle diverse problematiche di ordine amministrativo”. Dal canto suo Vagliati, secondo i carabinieri, “era a conoscenza della loro appartenenza al gruppo criminale”.
“L’Armando” nel febbraio 2010 firma un emendamento al nuovo Pgt, il Piano di governo del territorio, che propone di rendere edificabile un’area industriale in zona Ripamonti. Una nota della polizia giudiziaria segnala poi che Giulio Lampada “starebbe acquistando in zona Ripamonti un terreno agricolo che dovrebbe ottenere il cambio di destinazione d’uso grazie all’intervento del consigliere comunale Armando Vagliati”.

L’assessore uscente Giovanni Terzi, della lista “Milano al centro” (pro-Moratti), partecipa al bar Magenta a un aperitivo con Francesco Piccolo, il luogotenente del boss della ’ndrangheta Pepè Flachi. Spiega Piccolo: “Deve parlare per le votazioni… Sta aiutando a tutti, poi ti spiego… È utile anche per noi!”.
Roberto Lassini è sotto inchiesta per i manifesti “Via le Br dalle Procure”. Passi indietro, nessuno: “Se sarò eletto, restarò al mio posto”. Poi ha confermato che l’ispirazione gli è arrivata dalle parole di Berlusconi. Meno noto Rosario Scuteri, detto Saro, candidato in Comune nella lista “Io amo Milano” di Magdi Cristiano Allam. Il nome di Scuteri, imparentato con la famiglia mafiosa dei Mammoliti di Oppido Mamertina, compare più volte nell’inchiesta “Parco sud”. Compra un terreno da Iorio (quello della Kreiamo), ma si mette di mezzo la cosca dei Muià diBaggio. A comporre i conflitti interviene allora Andrea Madaffari (vicepresidente della Kreiamo). A questo punto, “il ringraziamento di Scuteri a Madaffari”, scrive il gip Gennari, “non è un grazie qualsiasi, ma il riconoscimento di una gratitudine che andrà sdebitata”. Da consigliere comunale?

di Gianni Barbacetto e Davide Milosa


Alla fine Berlusconi diserta Palermo.



Nonostante gli annunci il premier non è intervenuto al San Paolo Palace Hotel dove invece lo attendevano alcuni contestatori
di Andrea Turco

E alla fine Berlusconi non è venuto. L’attesa venuta del premier a Palermo, in occasione delle “Giornate di studio del Partito Popolare Europeo”, non si è concretizzata. Davanti l’hotel San Paolo Palace, in via Messina Marine, lo attendevano questa mattina i contestatori. Pochi, una cinquantina al massimo, tenuti a debita distanza dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa. “Siamo in pochi per poter chiedere di stare più avanti” – constatano con amarezza i presenti: e si accontentano di presidiare l’incrocio con via Adorno, a un centinaio di metri dall’hotel in cui è prevista la presenza, nei prossimi giorni, di Angela Merkel, di Schifani e di Alfano.

Una misura considerata , eccessiva così come le precauzioni in generale, col traffico deviato già a partire da via Lincoln. E’ quello che lamentano i commercianti della zona: oggi gli unici ad essere penalizzati siamo noi, ci dicono.

Va comunque riconosciuto un merito al presidente del Consiglio, questo sì incontestabile: quello di saper riunire, nel fronte di chi si oppone alle sue politiche, i gruppi più eterogenei, che nulla hanno in comune e ben poco hanno da dirsi. Erano presenti, infatti: grillini, popolo viola, collettivi, lavoratori della Gesip, e un trans vestito da infermiera. Con la quale quelli della Gesip si fanno fotografare divertiti, mentre rivendicano la differenza rispetto agli altri manifestanti: "noi siamo tifosi di Berlusconi".

ZEROGAS.IT - DUBAI: La città da non imitare



Si trova a sud del golfo persico nella penisola araba. Dubai ha la più grande popolazione ed è il secondo più grande emirato per area dopo Abu Dhabi. L'organizzazione energetica del luogo è completamente dipendente dal petrolio... tutto viene creato ad hoc... Come se si potesse fare a meno della natura e del rispetto delle sue regole... Non abbiamo ancora capito quale sia la strada giusta...


Brusca: "Il committente del papello era Mancino, Dell'Utri si mise a disposizione"


L'ex boss di San Giuseppe Jato sentito come teste sulle stragi del '93 al tribunale di Firenze:"Riina mi fece il nome di Mancino".
di Giuseppe Pipitone

Giovanni Brusca"Riina non mi disse il tramite del papello, ma il committente finale si, mi fece il nome di Mancino". Sono le ultimissime dichiarazioni di Giovanni Brusca, l'ex boss di Cosa Nostra detto 'u verru (il porco),sentito come teste al processo sulle stragi del 1993, in corso al tribunale di Firenze. Per l'ex boss di San Giuseppe Jato quindi, il capo dei capi indicò nell'allora ministro dell'Interno il "committente finale" del papello, la lista delle richieste di Cosa Nostra allo Stato per trattare sulla fine delle stragi. "Si sono fatti sotto" avrebbe detto Riina a Brusca, aggiungendo che "si sono rappresentati Dell'Utri e Ciancimino che gli volevano portare la Lega e un altro soggetto." Il riferimento alla Lega sarebbe forse proprio alla Lega Nord. Non è mancata la risposta di Nicola Mancino che ha immediatamente replicato a Brusca. "Se Riina ha fatto il mio nome è stato per vendicarsi dato che da ministro ho chiesto e ottenuto il suo arresto".

Sempre secondo Brusca di "papello" si sarebbe parlato prima della strage di Via D'Amelio, che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta, e immediatamente dopo l'assassinio di Giovanni Falcone a Capaci, il 23 maggio 1992. L'assassinio di Falcone sarebbe stato programmato molto prima del 1992, e rinviato più volte. "Le stragi - ha aggiunto il teste - non furono in risposta al 41 bis ma al maxi processo. Servivano per far tornare lo Stato a trattare" Ma dopo la strage di via D'amelio, la trattativa si arenò. A riverarlo a Brusca sarebbe stato lo stesso Riina: "MI diceva: non c'è più nessuno" ha spiegato il pentito.

In seguito Cosa Nostra avrebbe cercato di agganciare Silvio Berlusconi. "Nel 1993 - racconta sempre u'verru -mandai Mangano a Milano ad avvertire dell'Utri e, attraverso lui, Berlusconi che si apprestava a diventare premier, che senza revisione del maxiprocesso e del 41 bis le stragi sarebbero continuate. Mangano tornò dicendo di avere parlato con Dell'Utri che si era messo a disposizione."

http://www.iquadernidelora.it/articolo.php?id=247