mercoledì 25 luglio 2012

Ebete..........o drogato?



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Mi piace l'espressione "viva", che gli hanno imposto di mantenere per passare da "incapace di intendere e volere". La strategia degli studios di avvocati della difesa, specie in USA, si appropria sempre di casi clamorosi per ottenere risultati eclatanti, incuranti delle conseguenze che ne potrebbero derivare. Il successo innanzi tutto: The Show Must Go On...


Michelangelo Paisiello dice:


forse è stato drogato.tu sai come sono i yankees? loro sono più preocupatti dagli incassi del film che dei morti,sono molto arrabbiatti perche il pop corn ha avuto un calo nella borsa di valori in wall street.



Fiscal compact...


LO SCANDALO dei parlamentari: hanno votato il fiscal compact ma non sanno cosa sia...





Ironizzando....



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martedì 24 luglio 2012

Dubbi...



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Elezioni, Alfano contro il voto in autunno Dal Senato ok al semipresidenzialismo.


A Palazzo Madama passa l'emendamento alla riforma costituzionale che prevede l'elezione diretta del Capo dello Stato. Pd e Idv abbandonano l'Aula, contrari Udc, Fli e Api. E Alfano blinda Monti: "Al voto nel 2013, con nuova legge elettorale". Bersani: "Pronti a votarla anche ad agosto".


ROMA - Angelino Alfano sbarra la strada all'ipotesi di un voto anticipato all'autunno e rilancia la necessità di riscrivere la legge elettorale, ma tra Pdl e Pd il barometro segna di nuovo tempesta dopo la prova di forza sulla riforma costituzionale. "Non poniamo termine a questa legislatura, crediamo che la priorità sia l'economia e pensiamo anche che vi sia la necessità di approvare subito una legge elettorale e di andare al voto la prossima volta con un Paese in cui i cittadini possano scegliere il proprio deputato e il proprio senatore", afferma il segretario del Pdl.

Ambizione, quella di Alfano, ribadita ieri sia dal presidente del Consiglio Mario Monti sia dal leader democratico Pierluigi Bersani 1, ma che si scontra con i crescenti malumori in casa del Pd. I democratici sono convinti infatti che a remare contro il raggiungimento di un'intesa sia proprio la rigidità del Pdl. "La legge elettorale va fatta subitissimo e noi ci presentiamo in modo assolutamente flessibile. Il problema non è quale riforma si fa, ma se si vuol fare. Questo è il punto", avverte Bersani. E ancora: "Noi siamo pronti anche domani mattina e già in agosto a passare in parlamento per un primo ok della riforma elettorale. I mesi del governo tecnico hanno Insegnato che la politica deve prendersi le sue responsabilità".

Ma a far salire la tensione all'interno della maggioranza è anche la questione della riforma costituzionale, con Pdl e Lega che anche oggi sono andate avanti malgrado le proteste di Pd e Idv. "E' un diversivo senza costrutto", sottolinea il segretario del Pd. "Spero solo che con questo gesto irresponsabile, inutile e del tutto inconcludente, non si faccia deragliare quello che dobbiamo fare subitissimo, che è la riforma della legge elettorale", mette in guardia. 

Sulla stessa lunghezza d'onda Pier Ferdinando Casini. "Il voto al Senato non mi sorprende, ma è una sorta di vorrei ma non posso: non esiste il tema del semipresidenzialismo ma la necessità di fare la legge elettorale", dice il leader dell'Udc che propone di "chiudersi in una stanza fino a che non abbiamo la nuova legge elettorale, almeno in un ramo del Parlamento" anche "senza andare in vacanza".

Bersani e Casini si riferiscono a quanto accaduto stamane al Senato, dove l'aula grazie alla ritrovata intesa tra Pdl e Lega ha approvato alcuni punti fondamentali della riforma Costituzionale, a cominciare dal semipresidenzialismo (con l'introduzione dell'elezione a suffragio universale del capo dello Stato) e dall'abrogazione del bicameralismo perfetto. Norme che hanno ottenuto il via libera senza il voto di Pd e Idv, assenti per protesta.

"Stiamo facendo - ha detto Anna Finocchiaro, capogruppo dei senatori democratici motivando la sua richiesta di stop - una discussione senza esito. Qui si celebra non l'interesse generale ma quello particolare di due forze politiche e questo mentre in Commissione bilancio si parla di spending review. Questa riforma costituzionale non mai vedrà mai la luce" nonostante ciò "noi andremo avanti fino all'articolo 9, fino a quando non sarà restaurato il sinallagma (un contratto vincolante, ndr) tra Pdl e Lega mentre i colleghi della commissione bilancio dovranno o assentartsi dall'aula e lavorare clandestinamente oppure rinviare ad altre ore e tempi più ristretti l'esame della spending review".

"E' sempre più intollerabile - ha aggiunto Finocchiaro - che l'aula e i colleghi siano impegnati in una discussione che non ha sorte solo perché Pdl e Lega devono cavarsi lo sfizio di avere una ragione in più per tappezzare l'Italia di manifesti sul semipresidenzialismo. E' inconcepibile e oltraggioso nei confronti degli italiani e che non giova allo sforzo che insieme stiamo facendo su un'altra barricata per ridare slancio all'Italia e ridarle forza".

Critiche condivise da Beppe Pisanu, che ha votato in dissenso con il suo gruppo del Pdl. "Sono favorevole al semi presidenzialismo, ma ritengo che la via seguita in questa sede sia sbagliata. Nella migliore delle ipotesi essa ci porterà a una bandiera da sventolare, posto che trovi vento e non a un progetto da realizzare", commenta.

Preme invece per elezioni a novembre Antonio Di Pietro. "Prima che scoppi la rivoluzione e la gente scenda di piazza coi forconi andiamo a votare", afferma il leader dell'Idv. "Non esiste più una maggioranza, ma solo un gruppo di morti viventi e noi li sfidiamo", aggiunge.

Tra i tanti articoli da votare, Palazzo Madama ha però fatto uno scivolone sul Senato federale caro alla Lega. Nei giorni scorsi  aveva approvato la norma che lo istituisce, ma oggi l'Aula ha messo ugualmente ai voti l'articolo 12 del ddl che parla ancora di "Commissione paritetica per le questioni regionali". Un articolo da considerare decaduto ma finito erroneamente al voto, che potrebbe mettere a rischio proprio l'esistenza del Senato federale stesso.


Incidente in Namibia, muore gip Barillaro. Si occupò dei processi Falcone e Borsellino.



Una decina di giorni fa aveva ricevuto minacce di morte in una lettera anonima recapitata alle redazioni fiorentine di due quotidiani e dell’agenzia di stampa Adnkronos. A Firenze si era occupato degli anarco-insurrezionalisti.

Il gip del tribunale di Firenze, Michele Barillaro, è morto in un incidente stradale in Africa. Il giudice, in vacanza in Namibia, era alla guida di una jeep che si è scontrata con un camion. Barillaro si era occupato, quando era giudice a Nicosia (Enna) e Caltanissetta, dei processi sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. A Firenze si era occupato degli anarco-insurrezionalisti, ma prima di arrivare nel capoluogo fiorentino  era stato per 10 anni giudice a Nicosia (Enna) e Caltanisetta, si era occupato anche del processo Borsellino ter e del processo per l’attentato a FalconeUna decina di giorni fa aveva ricevuto minacce di morte in una lettera anonima recapitata alle redazioni fiorentine di due quotidiani e dell’Adnkronos.

Trattativa Stato-mafia, i pm: “Processate Riina, Mori, Dell’Utri e Mancino”. Giuseppe Pipitone

ingroia interna nuova


Gli imputati sono 12: rischiano di finire a giudizio i vertici dello Stato insieme a quelli di Cosa Nostra. L'accusa è per tutti minaccia a un corpo dello Stato, tranne che per Mancino, che deve rispondere di falsa testimonianza al processo all'ex comandante del Ros e che replica: "Dimostrerò la mia estraneità". Secondo i pm la trattativa sarebbe stata avviata da Mannino, poi dai carabinieri infine da Dell'Utri, tramite per arrivare al capo del governo Berlusconi.

L’inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia è al giro di boa. La procura di Palermo ha infatti depositato la richiesta di rinvio a giudizio per le 12 persone iscritte nel registro degli indagati per il patto sotterraneo che portò pezzi delle istituzioni a sedere allo stesso tavolo della mafia nel periodo 1992-94. Lo stesso potrebbe accadere se finissero tutti a processo da coimputati.
Tra questi i mafiosi Salvatore RiinaNino CinàBernardo ProvenzanoLeoluca Bagarella e Giovanni Brusca, gli alti ufficiali del Ros Mario MoriGiuseppe De Donno e Antonio Subranni e gli esponenti politici Calogero ManninoMarcello Dell’Utri e Nicola Mancino. Per tutti l’accusa è di attentato a corpo politico dello Stato, tranne che per Mancino, accusato di falsa testimonianza dopo la sua audizione al processo Mori-Obinu del 24 febbraio scorso.  ”Hanno agito per turbare la regolare attività dei corpi politici dello Stato” si legge nel provvedimento dei magistrati palermitani. Secondo la stessa richiesta di rinvio a giudizio tutti coloro che parteciparono alla trattativa agirono “in concorso con l’allora capo della polizia Parisi e il vice direttore del Dap Di Maggio, deceduti”: loro avrebbero ammorbidito la linea dello Stato contro la mafia, revocando centinaia di 41 bis.
Mancino: “Estraneo, lo dimostrerò”. Mancino ha parlato a stretto giro di posta: “Preferisco farmi giudicare da un giudice terzo – ha dichiarato – Dimostrerò la mia estraneità ai fatti addebitatimi ritenuti falsa testimonianza, e la mia fedeltà allo Stato”. ”Dopo la comunicazione della conclusione delle indagini sulla cosiddetta trattativa fra uomini dello Stato ed esponenti della mafia – spiega l’ex titolare del Viminale – ho chiesto inutilmente al pubblico ministero di Palermo di ascoltare i responsabili nazionale dell’ordine e della sicurezza pubblica (capi di gabinetto, direttori della Dia, capi della mia segreteria, prof. Arlacchi, ad esempio), i soli in grado di dichiarare se erano mai stati a conoscenza o se mi avessero parlato di contatti fra gli ufficiali dei carabinieri e Vito Ciancimino e, tramite questi, con esponenti di Cosa Nostra”. A questo punto, continua l’ex ministro, “ho rinunciato al proposito di farmi di nuovo interrogare e di esibire documenti. Preferisco farmi giudicare da un giudice terzo”.
Mannino: “E’ un capriccio di Ingroia”. Non ci sta invece l’ex ministro e ora senatore Calogero Mannino. “Questa richiesta di rinvio a giudizio è un capriccio di Ingroia – afferma intervistato dall’Agi – Capovolge la mia posizione: da minacciato prolungatamente dall’incombenza di un’attentato mafioso, ad accusato. Insomma, da vittima vengo trasformato da Ingroia in ben altro”. “Il vero problema della giustizia a Palermo – insiste – è proprio Ingroia”. “Da 21 anni vado e vengo dal Palazzo di giustizia di Palermo, risultando alla fine innocente – conclude – Ma affronterò anche questa storia e affronterò Ingroia che, invece di cercare la verità, l’affossa con questo processo”.
La ricostruzione dei pm. La richiesta di rinvio a giudizio è stata vistata anche dal procuratore capo Francesco Messineo, che invece non aveva firmato l’avviso di conclusione delle indagini. Secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Antonino Di MatteoLia Sava e Francesco Del Bene, il primo contatto con Cosa Nostra sarebbe stato cercato da Mannino, che dopo l’omicidio di Salvo Lima era impaurito dall’offensiva mafiosa nei confronti dei politici, rei di non aver saputo bloccare le sentenze del maxi processo.
La trattativa sarebbe stata poi avviata da Mori e De Donno che incontrarono più volte don Vito Ciancimino per arrivare a Riina. Il dialogo tra mafia e Stato sarebbe poi proseguito fino al novembre del 1993 quando l’allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnovó oltre 300 provvedimenti di 41 bis per detenuti mafiosi.  L’apice dei contatti tra Stato e anti Stato sarebbe invece stato raggiunto nel 1994 quando Bagarella e Brusca, luogotenenti di Riina (arrestato un anno prima) manifestarono al nuovo premier Silvio Berlusconi “per il tramite di Vittorio Mangano e Dell’Utri” una serie di richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura.
Secondo i magistrati sarebbero stati reticenti anche Conso e l’ex capo del Dap Adalberto Capriotti, accusati di false informazioni al pm. Per loro peró il codice prevede che il reato contestato rimanga “congelato” fino al primo grado di giudizio dell’indagine principale.