venerdì 21 gennaio 2022

Affossa-lira e salva-ladri. - Marco Travaglio

 

Dopo tanti scandali sparsi per l’Italia, nel 1992 il pool Mani Pulite scoperchia l’intero sistema di Tangentopoli. Craxi spedisce Amato a Milano come commissario del Psi. E lui si segnala subito per rigore morale e lungimiranza: “Il tentativo di coinvolgere Craxi nella storia di Mario Chiesa mi sembra il classico scandalo montato sul nulla per impedire che Craxi abbia l’incarico” (7.6.’92). Infatti sarà proprio Chiesa a inguaiare Bettino. Dopo le elezioni-terremoto di aprile e la strage di Capaci del 23 maggio, il nuovo presidente Oscar Luigi Scalfaro deve nominare il nuovo premier al posto di Andreotti. L’accordo Dc-Psi prevede il ritorno di Craxi, ma le confessioni di politici e imprenditori fanno di lui un indagato sicuro. Le alternative sono Amato e Martelli, il delfino che però sta scaricando Bettino. Così tocca ad Amato, ritenuto più fedele al segretario. Il suo governo è un lombrosario: infatti in pochi mesi perderà per strada ben 7 ministri, impallinati da avvisi di garanzia per tangenti. Poi, per tamponare la crisi economico-finanziaria che vede lo Stato sull’orlo della bancarotta, vara una legge finanziaria da 92mila miliardi di lire tutta tasse e tagli. E, non bastando, dispone nottetempo il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti degli italiani.

Molti gli rimprovereranno anche la strenua difesa della lira per tutta l’estate, decisa da lui, dal governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi, dal suo direttore generale Lamberto Dini, dal ministro del Tesoro Piero Barucci (Dc) e dal suo direttore generale Mario Draghi. Una politica monetaria suicida che polverizza le riserve valutarie della Banca d’Italia (48 miliardi di dollari) e poi porta ugualmente alla svalutazione del 30%. Mega-speculatori, investitori e banche internazionali, “intuita” la linea Amato, guadagnano fortune colossali attaccando e vendendo in massa la debole valuta italiana. Ma anche banche, imprese e politici hanno tutto il tempo di uscire da debiti in monete forti, per acquistare da Bankitalia dollari e marchi (pagando con lire vicine al deprezzamento) e nascondere capitali all’estero. Come scriverà sul Fatto Ivo Caizzi, il quintetto Amato-Barucci-Draghi-Ciampi-Dini verrà soprannominato ironicamente dagli speculatori ingrassati il “Dream Team” o la “Squadra del ’92”. E farà carriera: a parte Barucci, approderanno tutti a Palazzo Chigi.

Appena giunto al governo, Amato non fa nulla per bloccare la trattativa Stato-mafia, avviata dal vicecapo del Ros Mario Mori con Vito Ciancimino. Il 22 luglio Mori ne informa Fernanda Contri, segretario generale della Presidenza del Consiglio, che avvisa subito il premier.

Sentito come teste al processo Trattativa, Amato dirà di non ricordare nulla neppure di uno dei nodi più intricati della nascita del suo governo: le manovre per cacciare due ministri antimafia come Martelli alla Giustizia e Scotti a Viminale (riuscite a metà con l’arrivo di Mancino al posto di Scotti). Un’amnesia che, scriverà nella sentenza la Corte d’assise di Palermo nel 2018, “non può non suscitare perplessità”.
Poker d’assi alla toilette. Il 27 agosto 1992, da premier, Amato partecipa alla segreteria Psi convocata da Craxi per scatenare l’offensiva dei dossier contro Di Pietro. Dirà poi di non essersi accorto dello scopo della riunione perché, nel momento clou, era andato alla toilette. In realtà in quel nobile consesso vengono esaminate alcune informative dei servizi segreti sul pm di Mani Pulite (la Mercedes usata, il telefonino, qualche prestito, le amicizie con alcuni socialisti suoi futuri indagati) e i risultati di attività spionistiche illegali sull’intero Pool di Milano. Rino Formica, all’uscita, dichiara: “Bettino ha in mano un poker d’assi”. “Amato – racconterà Di Donato – era rimasto a bocca aperta per le rivelazioni e come tutti si era sentito rassicurato per il futuro”. Altro che toilette. Carlo Ripa di Meana, allora ministro craxiano dell’Ambiente, interrogato nel ’95 a Brescia, racconterà: “Amato (nell’estate ’92, ndr) mi disse: ‘Io ho i rapporti del capo della Polizia (Vincenzo Parisi, ndr) e di tutti i servizi, che dicono che bisogna fermare questo pool, e in particolare Di Pietro, perché questi stanno mettendo in pericolo le istituzioni’…”. Altri particolari Ripa di Meana li racconterà nella sua autobiografia Cane sciolto (Kaos, 2000): “Trovavo inaccettabile il silenzio del governo (Amato, ndr) che non aveva aperto bocca per difendere l’indipendenza dei giudici… Pensavo che Craxi dovesse essere fermato prima che completasse la propria rovina personale e quella del Psi… Decisi che avrei scritto una lettera aperta ai magistrati milanesi (‘Fate un lavoro necessario. Chi vi attacca per fermarvi sbaglia’) e che comunque avrei rotto col governo, con il partito e col mio amico Bettino… Amato mi rimproverò: disse che l’azione giudiziaria di Mani Pulite – come indicavano i Servizi e il capo della Polizia Parisi – era un pericolo per le istituzioni. Poi il confronto tra noi a Brescia, con Giuliano che pretendeva di negare tutto…”.
Il 9 febbraio 1993, poco dopo le dimissioni di Craxi da segretario Psi, rientra dalla latitanza l’architetto socialista Silvano Larini, collettore delle tangenti milanesi. E svela al Pool i segreti del Conto Protezione (usato negli anni 80 dal banchiere piduista Roberto Calvi, complice Licio Gelli, per girare a Craxi una mazzetta dell’Eni di 8 miliardi). Intanto i pm arrivano al cuore di Tangentopoli con le indagini su Enimont, il Gotha della finanza (Fiat, Fininvest, Ligresti) e delle Partecipazioni statali (Eni, Iri, Enel) e sulle tangenti rosse al Pci-Pds tramite Primo Greganti. Il Sistema sta per saltare e Amato si precipita al salvamento.
“Bettino, abbi fede”. Il 9 febbraio, mentre Larini canta in Procura, su carta intestata “Il Presidente del Consiglio dei ministri”, il premier Amato scrive una lettera non protocollata all’amico Bettino – indagato per corruzione, concussione e illecito finanziamento e furibondo perché il suo governo non fa nulla contro i pm – per suggerirgli la linea difensiva e rassicurarlo sul colpo di spugna che sta preparando. “Caro Segretario, prendo a calci i primi mattoni di un muro di silenzio che non vorrei calasse fra noi. E vorrei chiederti invece di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare. Occorre certo che passi qualche giorno, che la situazione delle imprese, e non solo della politica, appaia (come del resto già è) insostenibile. È inoltre realisticamente utile che la macchia d’olio si allarghi. Neppure a quel punto credo che sarà possibile estinguere reati di codice. Ma credo che l’estensione per essi dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile. Sto conquistando su questo preziosi consensi. E ritengo che si ottengano così procedure non massacranti, che evitano la pubblicità devastante dei dibattimenti e forniscono possibilità di uscita. Se posso darti un consiglio personale, ricomponi le tue linee difensive: tu hai detto che sapevi – come tutti – che c’erano dei finanziamenti irregolari. Ora neghi di aver avuto conoscenza delle singole cose che ti vengono addebitate. Ciò significa che neppure tu sapevi quanto fosse ramificata, estesa e legata a fatti specifici di corruzione o concussione la provvista dei fondi irregolari”. Poi parla della guerra nel Psi sul successore di Craxi: “Lo scontro è pericoloso. Anche se Claudio (Martelli, ndr) mi pare ormai in pericolo. Apprendo che, se ci fosse un riscontro a ciò che ha detto Larini, già sarebbe partito un avviso per concorso in bancarotta fraudolenta (del Banco Ambrosiano, ndr). Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico. Giuliano”.
Il Dottor Spugna. Detto, fatto. Il 5 marzo Amato vara un decreto del ministro della Giustizia Giovanni Conso che depenalizza il reato di finanziamento illecito ai partiti. Un mega-colpo di spugna sulle indagini su Tangentopoli, senz’alcuna sanzione neppure politica o amministrativa per i colpevoli. Scalfaro e i presidenti delle Camere, Napolitano e Spadolini, sconsigliano. Conso tentenna. Ripa di Meana si dimette per protesta da ministro e dal Psi. Ma il premier tira dritto, garantendo l’avallo di Scalfaro. Che invece ha posto precisi paletti: “Chi confessa e patteggia per finanziamento illecito deve rinunciare per sempre alla vita pubblica”. Invece nel decreto c’è scritto solo che l’illecito finanziamento non è più reato, ma una semplice infrazione amministrativa senz’alcuna interdizione dai pubblici uffici. Non solo. C’è pure il bavaglio alla stampa: nessuna notizia sulle indagini fino al processo. “Non è un colpo di spugna, abbiamo fatto esattamente quel che ci ha chiesto il pool di Milano con Di Pietro e Colombo”, azzarda Amato. Ma il procuratore Francesco Saverio Borrelli lo sbugiarda a stretto giro: “Non consentiamo a nessuno di presentare come da noi richieste, volute o approvate, le iniziative in questione… Ciascuno si assuma davanti al popolo italiano le responsabilità politiche delle proprie scelte, senza farsi scudo… delle nostre opinioni. Che sono esattamente opposte al senso dei provvedimenti adottati. Il prevedibile risultato… sarà la totale paralisi delle indagini e la impossibilità di accertare fatti e responsabilità… Così si disincentiva qualunque forma di collaborazione”. Migliaia di cittadini indignati inondano di fax i giornali e scendono in piazza. Lega, Rete e Msi sparano a zero, il Pds si dissocia e Scalfaro non firma il decreto. Il governo Amato è ormai un morto che cammina.

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