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venerdì 4 settembre 2026

QUATTRO ANNI BUTTATI. - Marco Travaglio

 

Quattro anni fa Giorgia Meloni aveva una grande occasione: spogliarsi degli abiti di capofazione per indossare quelli di rappresentante di tutti e conquistare consensi fuori dal suo recinto, senza recidere le radici del suo passato.
Che non è il fascismo del Duce, come troppi superficialmente dicono, ma la destra sociale, legalitaria, multipolare, eurocritica e antiamericana: quella che, oltre a tanti brutti ceffi e fenomeni da baraccone, affascinava anche Paolo Borsellino e tuttora vanta intellettuali irregolari come Cardini, Tarchi, Veneziani, Buttafuoco, Foa.
La Meloni avrebbe potuto scegliersi un ministro della Giustizia borselliniano, anziché il berlusconiano Nordio.
Mettere agli Esteri e alla Difesa due uomini del dialogo col Sud e l’Est del mondo, anziché i pappagalli Nato Tajani e Crosetto. Piazzare all’Economia e al Lavoro esponenti della destra sociale anziché il rigorista Giorgetti e l’imbarazzante Calderone. Difendere e magari affinare il reddito di cittadinanza, anziché gettare sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie.
Tassare i profitti extra di banche, assicurazioni, Big Pharma, Big Tech e Big Oil e combattere l’evasione, rastrellando risorse per politiche espansive su investimenti, salari, caro-energia, sanità e lotta all’immigrazione irregolare.
Far funzionare la giustizia anziché sfasciarla e perder tempo (e schiantarsi) sulla separazione delle carriere. Infilarsi nelle spaccature di un’Ue sfarinata per fare alleanze pragmatiche con chiunque, a destra (Orbán) e a sinistra (Sánchez), mettesse in dubbio gli euro-dogmi dell’austerità, del bellicismo, del riarmo, della russofobia e della sudditanza a Kiev e a Tel Aviv.
Aiutare gli ucraini e i russi, gli israeliani e i palestinesi con l’unica opzione utile: i negoziati, candidando Roma come campo neutro per ospitarli.
Sfruttare l’amicizia con Trump per dirgli Sì quando ci conveniva – cioè sulla fine della guerra ucraina e dello sterminio a Gaza – e No sui dazi, il 5% di Pil alla Nato, il suo Gnl al quadruplo del prezzo russo, gli acquisti di armi da regalare a Zelensky, le aggressioni al Venezuela e all’Iran:
invece gli ha detto No quando doveva dire Sì e viceversa.
Ha preferito tirare a campare rinnegando il sovranismo degli interessi dell’Italia: sennò sarebbe durata 4 mesi, non 4 anni.
Più il prossimo semestre di agonia, che passerà straparlando di legge elettorale, con l’incubo dei fascisti (veri) di Vannacci cresciuti e moltiplicati dai suoi tradimenti. Il presepe completo del quadriennio lo trovate nel nostro inserto: diversamente dalla Meloni, gli italiani hanno ben poco da festeggiare e, almeno quelli che l’hanno votata, molto di cui pentirsi.
Dopo 1.413 giorni di vuoto pneumatico, il record di longevità non è un merito: è un’aggravante.

domenica 10 gennaio 2021

“Se chiedi rispetto, devi darlo”. “Abbiamo solo perso tempo”. - Tommaso Rodano

 

Ieri notte - Dai porti al numero di pagine: lite totale.

Il vertice di maggioranza sul Recovery Fund è un incontro strano, con un’atmosfera da fine campionato. La squadra di Matteo Renzi, nonostante i sondaggi da retrocessione, gioca a perdere. Lo spettacolo – specie per il pubblico pagante, stremato da un anno di pandemia – è davvero modesto.

Riscaldamento. Il fischio d’inizio è venerdì sera alle 18 e 30. Si gioca a porte chiuse, in videoconferenza. A Palazzo Chigi solo alcuni ministri e la delegazione di Liberi e Uguali (Federico Fornaro e Loredana De Petris). Italia Viva diserta in blocco la trasferta: Teresa Bellanova, Maria Elena Boschi e Davide Faraone sono a casa su Zoom. Con Giuseppe Conte ci sono i ministri Roberto Gualtieri, Stefano Patuanelli, Enzo Amendola, Peppe Provenzano e i capi delegazione Dario Franceschini (Pd), Alfonso Bonafede (M5S) e Roberto Speranza (Leu). C’era una volta una maggioranza, ora due squadre: Pd, M5S e Leu in una metà campo, i renziani nell’altra. Ma la partita è condizionata dall’unico assente. Matteo Renzi controlla i suoi giocatori come alla Playstation. Tutti in difesa, si gioca per non far giocare l’altro: prima tocca a Faraone, poi Boschi e Bellanova.

Primo tempo. Il calcio d’inizio è di Conte. Il governo ha distribuito un documento di sintesi sul Recovery Fund di 13 pagine, lo introduce il premier e poi lo illustra punto per punto Gualtieri. Faraone si inserisce come un terzino di altri tempi. Non gli interessa prendere la palla o la caviglia. Mette in mezzo il solito Mes, la cybersecurity, poi i fondi per l’agricoltura e per la famiglia (i due ministeri renziani). Tutto fa legna. Il senatore siciliano lamenta ancora un problema di metodo: “Nel Consiglio dei ministri del 7 dicembre c’era un testo di 130 pagine, perché ora sono diventate 13?”. Risponde Gualtieri: “Non è questa la sede per discutere del testo definitivo. Eravamo tutti d’accordo su una riunione politica, per confrontarci sulle spese e sui saldi finali”.

Faraone continua a picchiare e stavolta butta la palla direttamente fuori dallo stadio: “Dove sono i fondi per il Ponte sullo Stretto?”. Gualtieri: “Non ci sono. È un’opera incompatibile col Recovery Fund e con i tempi certi che pretende l’Europa”.

Ma Italia Viva ha un altro problema, forse più grosso: nel frattempo Renzi è in televisione e dice di non aver mai chiesto il ponte di Messina. Però la scivolata di Faraone è filtrata dal vertice ai giornalisti, escono le prime agenzie di stampa. La partita si innervosisce definitivamente.

Secondo tempo. Faraone va in panchina, tocca alla Boschi. C’è un dettaglio nelle 13 pagine del governo che proprio non le va giù: “Non ci sono risorse per i porti del Sud”. Replica Conte, ironico: “Nel documento di sole 13 pagine vi è sfuggito il passaggio sull’incremento degli investimenti sui porti del Sud”. È a pagina 10.

È duello tra i due, l’ex ministra si inalbera, si ingarbuglia, pretende “rispetto”. Ancora il premier: “Chi chiede rispetto deve dare rispetto”. Tempo di recupero, chiude Bellanova: “Abbiamo solo perso tempo, vogliamo leggere un documento completo, è inutile convocare un’altra riunione”. Franceschini garantisce: “Trasmetteremo il testo ai ministri almeno 24 ore prima del prossimo consiglio”.

Post partita. Di fatto non vince nessuno. Italia Viva prosegue la strategia del logoramento, tutto è fermo. Negli spogliatoi non c’è terzo tempo, nessuna sportività. Il primo pensiero della Bellanova è twittare contro un blogger del Fatto Quotidiano. Renzi ha ottenuto il suo triste zero a zero.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/01/10/se-chiedi-rispetto-devi-darlo-abbiamo-solo-perso-tempo/6060807/