giovedì 11 marzo 2021

La mossa di Letta segretario: un centrosinistra con Conte. - Wanda Marra

 

Continua a fare il lavoro che si è costruito in questi anni a Sciences Po, a Parigi, Enrico Letta, mentre passano le 48 ore che si è dato per sciogliere la riserva, per decidere se accettare la guida del Pd. Anche se lui ancora non si sbilancia, il sì sembra quasi scontato: troppa la voglia di tornare alla vita politica, troppo appassionante la sfida.

Anche per uno che ha dovuto e voluto “disintossicarsi” rispetto agli effetti collaterali di quella che di base è una passione bruciante. Dunque, le 48 ore sembrano necessarie più che altro a costruire le condizioni politiche per la sua segreteria. La garanzia che Letta sta cercando si riassume nella formula “mandato pieno”. Che significa niente data di scadenza, niente congresso ravvicinato. Ed è proprio su questo punto che chi non può dire di no, si organizza per cercare di contrastarlo. E dunque, la richiesta di un congresso entro l’autunno arriva da Base Riformista, ma pure dai Giovani Turchi di Matteo Orfini, mentre un confronto vero lo chiede Goffredo Bettini. Sempre da Br arriva l’istanza di una donna vice. Se qualcuno volesse preparare un trappolone, partirebbe da qui. Se invece sa di non riuscirci, prova a garantirsi la presenza nella stanza dei bottoni quando si fanno le liste. In realtà è molto più forte la spinta per il sì che arriva dalla maggioranza. Nicola Zingaretti sta portando su Letta anche i più refrattari tra i suoi: ne considererebbe l’elezione un suo capolavoro politico, con scacco matto finale a Renzi. Dario Franceschini garantisce i numeri. Alcuni, come Enzo Amendola che ha con lui un dialogo costante sull’Europa, sono francamente entusiasti. Andrea Orlando non si mette di traverso. Paolo Gentiloni benedice. Roberto Gualtieri approva. Ieri è arrivato il sì dei sindaci, a partire da Dario Nardella, e quello del candidato ombra, il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Magari alla fine sarà un’elezione non all’unanimità, ma a maggioranza larga. La costruzione dell’operazione passa per l’interlocuzione con vari capi corrente.

La convinzione più diffusa nel Pd è che a Letta non si possa dire di no. Al netto dello standing, è piuttosto complicato politicamente: gli ex renziani non possono accusarlo di voler rifare la “Ditta”, lui un cattolico democratico, nato nella Dc. E da sinistra non possono attribuirgli spinte centriste. Un programma definito ancora non c’è, ma Letta crede nello schema del centrosinistra fino a Conte. Anche l’allargamento del Pd è nelle sue corde: non è da escludere che riporti dentro gli ex “compagni” di LeU.

Hanno contato anche gli anni fuori dalla politica attiva. Tante le sue prese di posizione per certi versi innovative rispetto al suo stesso profilo: ha definito giusto il Reddito di cittadinanza, pur dicendo che andava fatto meglio, come si è speso per il sì al taglio dei parlamentari. Dietro c’è anche un lavoro di studio sulla democrazia moderna. Per cui, su alcune forme di democrazia deliberativa si trova d’accordo con il Grillo delle origini. Così come sull’ecologismo integrale di Papa Francesco, sulla necessità di una sostenibilità ambientale e sociale. Nella sua biografia c’è anche quell’incarico mancato a presidente del Consiglio europeo: il veto arrivò da Matteo Renzi (dopo averlo defenestrato da Palazzo Chigi). L’agenda Letta – che comprendeva, in tempi meno caldi di questi, il superamento del principio di unanimità nelle decisioni sulle politiche fiscali della zona euro – è compatibile con quella del governo Draghi. Ministero della Transizione ecologica e interlocuzione “alla pari” con l’Europa compresi. Che poi tutto ciò l’ex premier riesca a realizzarlo è da vedere. Tra i suoi più sfegatati supporter di queste ore c’è chi ricorda che sul congresso non bisogna decidere adesso.

Tra i dem, l’affondamento è sempre dietro l’angolo.

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