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martedì 14 aprile 2026

Cellule tumorali: un led blu per far luce sulla mitofagia, il processo di smaltimento rifiuti che le tiene in vita.

 

I ricercatori del Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma “Tor Vergata” hanno scoperto che l’uso di un led blu aiuta a studiare la mitofagìa, uno dei processi che mantengono in vita le cellule tumorali. La scoperta è stata pubblicata dalla prestigiosa rivista scientifica “Nature Communications”. Sensori biologici applicati alla cellule, capaci di ricevere impulsi di luce blu (la stessa che può essere utilizzata per illuminare un acquario tropicale), controllano l'avvio e l'arresto del processo di smaltimento rifiuti, la mitofagìa appunto, comportandosi come dei mini-interruttori. Tale processo  si attiva in tutte le cellule ma in modo più efficace nelle cellule tumorali. La luce blu è inoffensiva e ha effetti completamente reversibili, per questo l’utilizzo della nuova tecnica potrebbe rivelarsi molto utile nelle applicazioni terapeutiche.

La nuova tecnica a luce blu,messa a punto dal Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma “Tor Vergata”, in collaborazione con l'Area di Onco-ematologia dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e la Società Danese per il Cancro di Copenhagen,  consente di studiare un processo cellulare al rallentatore. Il metodo è chiamato "optogenetica" e permette  di avviare e arrestare processi vitali all'interno delle cellule. «Un po’ quello che succede con la tecnica della moviola nel montaggio cinematografico, con la riproduzione rallentata di un filmato e la possibilità di arresto in corrispondenza di una singola immagine» - spiega Francesco Cecconi, Dipartimento di Biologia di Roma “Tor Vergata”, e responsabile della nuova ricerca. - Soltanto che in questo caso al posto degli attori, troviamo le proteine e i ricercatori hanno l'opportunità di vederle nel dettaglio ​​all'interno delle cellule». In origine l'optogenetica ha consentito di studiare flussi di ioni nei neuroni, associando la luce blu alla capacità di alcune proteine, specie di natura vegetale, di rispondervi istantaneamente.

Con questa nuova scoperta, i ricercatori di “Tor Vergata” hanno dimostrato che il metodo può essere utilizzato per studiare in che modo funziona il sistema di riciclaggio dei rifiuti delle cellule cancerogene.

«In condizioni di stress o in mancanza di nutrienti - prosegue Francesco Cecconi - le cellule dei nostri tessuti si vedono costrette ad ottimizzare l’uso delle proprie risorse energetiche per poter sopravvivere. Oltre a risparmiare energia, durante questo periodo la cellula cerca anche di recuperare nutrienti preziosi riciclando molte delle sue stesse componenti, attraverso un processo conosciuto come autofagìa». Quello che gli scienziati vogliono conoscere in dettaglio è come le cellule tumorali regolano lo smaltimento di una particolare forma di rifiuto al loro interno, ovvero i *mitocondri. Questi, che agiscono come impianti cellulari di produzione energetica, nel corso del tempo vanno incontro a un continuo logorio. La mitofagìa è una particolare forma di autofagia che consente lo smaltimento dei mitocondri logorati. Sebbene questo processo abbia luogo quotidianamente in tutte le nostre cellule, anche se a livelli molto modesti, nelle cellule tumorali la mitofagìa  funziona a ritmi serrati e si trasforma in un importante strumento bioenergetico consentendo così alle cellule tumorali di sopravvivere alle reazioni di difesa da parte del nostro organismo e di proliferare - afferma Cecconi -. Avere finalmente a disposizione gli strumenti per studiare ogni fase di questo processo con così tanta cura è davvero eccitante! Una maggiore conoscenza di come le cellule tumorali regolano il loro sistema di stoccaggio e riciclaggio dei rifiuti, fra cui i mitocondri logorati, in futuro potrebbe essere alla base di nuovi trattamenti».

Esistono già diversi metodi di laboratorio per avviare il processo di mitofagía nelle cellule, ma questi si basano su composti chimici molto aggressivi, in grado di innescare contemporaneamente molti altri processi nelle nostre cellule, ma soprattutto senza la possibilità di interromperli una volta avviati. «La luce blu è inoffensiva e ha effetti completamente reversibili, per questo l’utilizzo di questa nuova tecnica potrebbe rivelarsi molto utile nelle applicazioni terapeutiche», evidenzia Cecconi.

Il primo passo della nuova tecnica è consistito nell'utilizzare l'ingegneria genetica per applicare  una molecola fotosensibile - una sorta di sensore - alle proteine ​​che gli scienziati conoscono come  "iniziatori" della mitofagía, come ad esempio la proteina AMBRA1. «La parte sensibile alla luce si attiva quando le cellule sono illuminate con luce blu. Se ciò accade, la proteina AMBRA1 viene a sua volta indotta a generare una vescicola cellulare specifica, l'autofagosoma, che inghiotte i mitocondri e innesca la mitofagía. Questa tecnica ci consente di individuare le proteine ​​ attivate e quelle disattivate quando accendiamo o spegniamo la luce blu (anche per intervalli molto brevi di tempo). In questo modo possiamo apprendere quali proteine o quali loro modificazioni siano coinvolte nella regolazione della mitofagía. Oggi non sappiamo quasi nulla sulle fasi iniziali del processo di mitofagìa, ma siamo ottimisti sul fatto che i primi momenti  possano essere la chiave per capire come, attraverso trattamenti futuri, il processo possa essere attivato o interrotto», conclude Francesco Cecconi. Questa nuova tecnica apre, inoltre, un’ulteriore possibilità: manipolare la funzione dei linfociti - le cellule prodotte dal nostro sistema immunitario. I linfociti sono vitali per la difesa del nostro organismo contro il cancro. Utilizzare  la tecnica a luce blu per prelevare da pazienti oncologici i linfociti, che vengono poi modificati e re-introdotti nel paziente,  potrebbe costituire un trattamento nuovo ed efficace per una varietà di tumori, incluse le leucemie.

*https://it.wikipedia.org/wiki/Mitocondrio

“Reversible induction of mitophagy by an optogenetic bimodular system” Nature Communications 10, (2019) 

https://web.uniroma2.it/contenuto/cellule_tumorali___un_led_blu_per_far_luce_sulla_mitofagia__il_processo_di_smaltimento_rifiuti_che_le_tiene_in_vita#:~:text=I%20ricercatori%20del%20Dipartimento%20di,rivista%20scientifica%20%E2%80%9CNature%20Communications%E2%80%9D.

giovedì 22 aprile 2021

Astrazeneca, nuovo articolo degli scienziati tedeschi sul vaccino: “Scoperto il meccanismo che può provocare le trombosi gravi”.

 

Il team guidato dal professor Andreas Greinacher dell'Università di Greifswald in uno nuovo articolo pubblicato su Research Square e non ancora sottoposto a peer review suggerisce qual è la reazione a cascata innescata da alcuni componenti del vaccino e in particolare dall'acido etilendiamminotetraacetico (EDTA).

Un meccanismo a cascata innescato da alcuni componenti del vaccino e in particolare dall’acido etilendiamminotetraacetico (EDTA) è la causa dei rari casi di trombosi grave che si sono verificati dopo la somministrazione di Vaxzevria, il composto di AstraZeneca. È la conclusione a cui è giunto il team di scienziati tedeschi guidato dal professor Andreas Greinacher, dell’Università di Greifswald, in uno nuovo articolo pubblicato su Research Square e non ancora sottoposto a peer review. “I componenti del vaccino – si legge nelle conclusioni dello studio – formano complessi antigenici con PF4, l’EDTA aumenta la permeabilità microvascolare e i componenti del vaccino causano reazioni infiammatorie acute. La formazione di antigeni in un ambiente proinfiammatorio offre una spiegazione per la produzione di anticorpi anti-PF4. Gli anticorpi anti-PF4 ad alto titolo attivano le piastrine e inducono l’attivazione dei neutrofili e la formazione di NETs, alimentando la risposta protrombotica VITT”, ovvero la trombosi indotta dal vaccino AstraZeneca.

In uno studio pubblicato meno di due settimane fa sulla rivista scientifica The New England journal of medicine, il gruppo di lavoro guidato da Greinacher aveva infatti già concluso che ci fosse un nesso tra il vaccino e le trombosi. Gli scienziati tedeschi l’hanno ribattezzata “trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino” (VITT), spiegando che la reazione che si innesca dopo la inoculazione “imita clinicamente la trombocitopenia autoimmune indotta da eparina“. Proseguendo le loro ricerche, sono arrivati a suggerire che la tecnologia alla base del siero di AstraZeneca, alcuni dei suoi componenti e la potente reazione immunitaria che induce possono portare a una cascata di eventi che annienta diversi meccanismi che normalmente tengono sotto controllo il sistema immunitario umano. Anche se, come ha spiegato il professor Greinacher in una conferenza stampa internazionale, “potrebbero volerci anni per chiarire la causa in tutti i dettagli”.

Le reazione non corrette del sistema immunitario e il processo infiammatorio iniziano subito dopo la vaccinazione, anche se i primi sintomi compaiono solo dopo 4-5 giorni. I risultati raccolti da Greinacher e dal suo gruppo di lavoro hanno poi rilevato il ruolo dell’acido carbossilico EDTA. Secondo Greinacher, è probabile che le componenti del vaccino siano un cofattore della reazione immunitaria che porta alle trombosi. Non è ancora chiaro infatti il motivo per cui la reazione si verifica solo in rarissimi casi e soprattutto tra le persone sotto i 60 anni (il motivo per cui per ora il vaccino AstraZeneca è stato raccomandato solo per gli over 60). Secondo l’ipotesi formulata da Greinacher durante la conferenza stampa, può essere che la trombosi si verifiche solo quando tutti gli elementi che tengono sotto controllo il sistema immunitario si “guastano” contemporaneamente.

Non è ancora chiaro se questo tipo di meccanismo si verifica anche per gli altri vaccini a vettore virale come AstraZeneca, tra cui Johnson&Johnson. L’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha concluso martedì che esiste un “possibile legame con le trombosi rare” e che “si sono verificati in persone di età inferiore a 60 anni”. Greinacher ha annunciato che gli scienziati dell’università di Greifswald hanno iniziato una collaborazione con la stessa multinazionale Johnson&Johnson, per poter analizzare anche i campioni del vaccino Janssen e capire quale relazioni ci sia tra le somministrazione e i casi di trombosi che finora si sono verificati.

ILFQ

martedì 23 febbraio 2021

SpaceX laboratorio-Covid: studio su anticorpi 4mila dipendenti.

Elon Musk Patron di Tesla e SpaceX



Pubblicato su Nature, indagine per approdofondire immunità.

SpaceX, l'azienda di Elon Musk dedicata ai voli spaziali, è diventata un laboratorio per il Covid. I suoi oltre 4mila dipendenti - come riporta il Wall Street Journal - si sono messi a disposizione per una ricerca sull'immunizzazione poi pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications.

I lavoratori di SpaceX si sono resi disponbili per un certo periodo di tempo, in questi mesi, a prelievi di sangue in modo che i ricercatori potessero analizzare il contenuto degli anticorpi.

Il risultato suggerisce che una certa soglia di anticorpi potrebbe fornire alle persone una protezione duratura contro il virus ma che non si diventa immuni. Inoltre, il 61% dei 120 dipendenti che ha contratto il coronavirus ha riferito di aver manifestato sintomi lievi dell'infezione.

Lo studio pubblicato include dati compresi in un periodo che va da aprile a giugno scorso, ma secondo il Wsj, test regolari sono ancora in corso.

https://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2021/02/22/covid-studio-su-anticorpi-per-4mila-dipendenti-di-elon-musk_076fe099-d8bf-4c19-9965-15341a69009b.html?fbclid=IwAR1REpL-zsl2OYBAao0cPmbvX3OpOjRfC1fSVIhQ1loxstw_E2g8qXAAR_c

martedì 8 settembre 2020

Il più grande scontro tra buchi neri mai scoperto. - Emanuele Manietti


Rappresentazione artistica dello scontro tra due buchi neri (Mark Myers, ARC Centre of Excellence for Gravitational Wave Discovery - OzGrav)

Il loro turbolento incontro 7 miliardi di anni fa produsse un buco nero ancora più grande, ma non è la parte più strana e sorprendente di questa storia.


Sette miliardi di anni fa, due buchi neri entrarono in collisione tra loro producendo un gigantesco scontro. Le tracce di quell’evento, avvenuto a miliardi di chilometri di distanza dalla Terra, sono state rivelate di recente da un gruppo di ricercatori e offrono nuovi spunti e interrogativi sui buchi neri, gli oggetti più affascinanti e per molti versi misteriosi dell’Universo.
Uno dei due buchi neri aveva una massa circa 66 volte quella del nostro Sole, mentre l’altro era ancora più massiccio e si stima avesse circa 85 volte la massa della nostra stella. Si avvicinarono inesorabili avvitandosi l’uno sull’altro, fino a fondersi insieme liberando una colossale quantità di energia che iniziò ad attraversare l’Universo e che sarebbe stata poi rivelata dagli astrofisici dei nostri giorni. Da quell’immenso incidente nacque un nuovo buco nero, ancora più grande e con una massa stimata in circa 142 volte quella del nostro Sole. Nel caso in cui a questo punto ve lo stiate chiedendo: il Sole ha una massa di 2mila miliardi di miliardi di miliardi di chilogrammi, da sola costituisce il 99,9 per cento circa di quella complessiva del nostro sistema solare.
Gli astrofisici sanno da tempo che i buchi neri si possono scontrare tra loro, e infatti la scoperta del nuovo scontro è importante per un altro motivo: ha offerto una prima chiara occasione per rivelare la nascita di un buco nero di massa intermedia, una classe di questi oggetti piuttosto sfuggente. Grazie ai progressi ottenuti negli ultimi decenni, gli astrofisici hanno migliorato le loro capacità per scovare gli indizi sull’esistenza dei buchi neri di piccole dimensioni (con una massa tra le 5 e le 100 volte quella del Sole) e dei buchi neri supermassicci (che si trovano di solito al centro delle galassie e con masse milioni o miliardi di volte quella del Sole), mentre finora avevano avuto meno fortuna con i buchi neri intermedi, e che hanno una massa tra 100 e 100.000 volte quella del Sole.
In passato alcune misure avevano consentito di indicare la probabile esistenza di alcuni buchi neri intermedi, ma senza successive conferme per fugare i dubbi. Trovarli e studiarli è però molto importante, perché le loro caratteristiche potrebbero aiutare gli astrofisici a comprendere in generale le qualità e il comportamento dei buchi neri.
La scoperta del grande scontro, e della nascita del nuovo buco nero intermedio, è stata pubblicata questa settimana sulle riviste scientifiche The Astrophysical Journal Letters e su Physical Review Letters ed è stata resa possibile dall’osservazione delle onde prodotte dalla fusione dei due buchi neri. Questi scontri sono infatti talmente energetici da creare scossoni nello spazio-tempo, producendo increspature che si diffondono alla velocità della luce nell’Universo. Queste “onde gravitazionali” (qui le avevamo raccontate più estesamente, se siete confusi) ci arrivano quando sono ormai estremamente deboli, al punto da essere molto difficili da rilevare.
Dalla prima volta in cui sono riusciti a farlo nel 2015, gli astrofisici sono diventati abili cacciatori di onde gravitazionali grazie agli osservatori LIGO negli Stati Uniti e Virgo in Italia, registrando circa 70 eventi distinti. Quello dell’attuale ricerca, chiamato GW190521, era stato osservato il 21 maggio dello scorso anno, debole al punto da rischiare di passare inosservato. Utilizzando alcuni modelli al computer, i ricercatori sono riusciti a ricostruire le masse coinvolte nell’evento e la quantità di energia prodotta. Nello scontro, scrivono nella loro analisi, una massa pari a più di 7 volte quella del Sole fu rilasciata sotto forma di energia in poche frazioni di secondo.
La pubblicazione della ricerca ha attirato grande interesse tra gli studiosi di buchi neri, ma ha anche fatto sollevare qualche perplessità. Secondo alcuni, le onde gravitazionali rivelate sarebbero state prodotte dal collasso di una stella o da un altro evento cosmico di dimensioni contenute, considerata la loro debolezza. Gli autori della ricerca non escludono questa circostanza, ma ritengono che comunque la spiegazione dello scontro tra due buchi neri sia la più logica, sulla base dei dati in loro possesso.
Il nuovo studio potrebbe aiutare a spiegare alcune caratteristiche dell’Universo in relazione ai buchi neri: ce ne sono molti di piccoli e sparpagliati – che si sono formati in seguito al collasso gravitazionale di una stella massiccia alla fine della propria evoluzione (durante un’esplosione come supernovae) – e una quantità più contenuta di supermassicci al centro delle galassie. Una delle ipotesi più condivise è che questi ultimi si formino man mano che collidono e si fondono tra loro i buchi neri di dimensioni più piccole. Se così fosse, però, dovrebbero allora esserci buchi neri di dimensioni intermedie, cioè quelli in fase di accrescimento e che infine diventeranno supermassicci: trovarli si era rivelato finora estremamente difficile.
I ricercatori confidano di poter trovare presto nuove tracce della fusione di buchi neri che porta alla produzione di quelli intermedi. Nei prossimi mesi LIGO e Virgo saranno riavviati, dopo essere stati sottoposti ad alcune attività di manutenzione e potenziamento che hanno reso i loro sistemi ancora più sensibili. Una volta attivi, potrebbero aiutarci a capire qualcosa di più su tutto quello che ci sta intorno, anche a miliardi di anni luce da qui.
https://www.ilpost.it/2020/09/05/collisione-buchi-neri-onde-gravitazionali/

martedì 25 luglio 2017

Etna, parte online un primo censimento dei turrizzi «Diventati oggetto di abbellimento, vanno studiati». - Salvo Caniglia



CULTURA E SPETTACOLI – Il museo della Scienza ha avviato la prima raccolta di informazioni sulle strutture piramidali che riempiono il versante centro-orientale della Sicilia. Non è ancora chiaro chi abbia cominciato a costruirle, se una tribù chiamata Shekelesh oppure i Siculi. «In ogni caso, sono straordinarie», dice il direttore Daniele Abate.


Sicuramente non sono opera dei faraoni dell’antico Egitto, ma in buona parte del versante centro-orientale della Sicilia, da Piedimonte Etneo, passando per LinguaglossaRandazzoBronte fino ad Adrano, si possono scorgere costruzioni molto simili alle piramidi. Strutture coniche, con spigoli arrotondati, a gradoni, con una base rettangolare o quadrata e altari sulla sommità e, in alcuni casi, delle rampe d’accesso ancora ben visibili. Edificate con la nera pietra lavica, che si mimetizzano con il colore scuro del terreno, nascoste tra filari di vigne o alberi da frutta, che, però, non sono passate inosservate agli occhi degli studiosi del Ludum, il museo della scienza di Catania, che hanno deciso di avviare il primo censimento. «In passato non è mai stato fatto uno studio scientifico e sistematico di queste strutture – spiega Daniele Abate, direttore scientifico del museo -. Le piramidi, nel corso degli anni, sono diventati oggetti di abbellimento dei terreni agricoli o comunque hanno subito modifiche notevoli per la ritrosia dei proprietari dei terreni che temono vincoli di legge qualora queste costruzioni dovessero essere riconosciute monumenti. Sono strutture che secondo alcuni hanno più di tremila anni e che meritano di essere studiate». 
Conosciute come turrette, o turrizzi dell’Etna, secondo alcune teorie potrebbero essere state edificate da una tribù originaria della Sicilia orientale, chiamata Shekelesh, vissuta mille anni prima di Cristo, o dai Siculi, nel III secolo avanti Cristopopolo indigeno della Sicilia orientale, che avrebbe edificato le piramidi come luogo sacro dedicato alle divinità. Incertezze, quelle sull’origine e sulla funzione di queste strutture, che hanno scatenato anche teorie esoteriche, designando queste strutture, posizionate da una civiltà superiore, come argine per contenere le colate laviche. La versione maggiormente accreditata indica, invece, le piramidi come il risultato di un lavoro di spietramento. Montagne di pietra che non potevano essere lasciate alla rinfusa sul terreno ma che dovevano essere ben sistemate per evitare che crollassero su se stesse. «I contadini disponevano sul terreno un basamento formato da grandi pietre di diverse forme geometriche – prosegue Abate –. Poi sopra ne ponevano uno più piccolo e poi uno ancora più piccolo, fino a realizzare una forma piramidale che è la struttura in assoluto più semplice da creare e la più resistente agli agenti atmosferici. Da pietre di risulta sul terreno sono diventati luoghi di osservazione, torri di avvistamento o luoghi di culto. In tempi più recenti anche basamenti per case o depositi». 
Costruzioni piramidali dall’antico significato simbolico si ritrovano in ogni angolo della Terra, da Sebastopoli, città fortificata della Crimea in Ucraina fino alle sorgenti del Kephalari in Grecia. Dalla Cina, dove ebbero anche funzione di sepolcro, fino alle piramidi presenti in Campania, nelle zone tra Caserta Benevento. Ci sono poi le sei strutture di origine vulcanica presenti a Güímar, sulla costa orientale dell’isola di Tenerife, e le sette piramidi a gradoni, erette utilizzando pietre per la maggior parte di origine vulcanica, nella piana di Plaine Magnien, nelle Mauritius, che al massimo raggiungono i dodici metri di altezza. «Tra le trenta piramidi che abbiamo visto nelle nostre zone – aggiunge Abate - la più grande, che si trova vicino Piedimonte Etneo, ha una lunghezza di 25 metri e un’altezza di 15 metri. Nel caso di grandi edificazioni, si riuscivano a realizzare anche dei vani per mettere al riparo gli attrezzi da lavoro. Invece le più piccole non superano i sei metri di larghezza e tre di altezza». 
«Quel che è certo – aggiunge il direttore - è che le turrette dell’Etna, indipendentemente dalla loro origine, rappresentano non solo uno straordinario esempio dal punto di vista ingegneristico, ma anche un patrimonio suggestivo da catalogare, manutenere e conservare, seguendo l’esempio del Parco etnologico a Güímar». Un appello rivolto, anche attraverso i social media, a tutti affinché gli avvistatori di piramidi possano fornire informazioni utili per realizzarne il primo censimento. «Salviamo queste strutture prima che sia troppo tardi – ribadisce Abate -. C’è il rischio che la speculazione e i piani regolatori li cancellino dalla storia. Noi di Ludum, per raccogliere dati, segnalazioni e avvistamenti, abbiamo predisposto una pagina Facebook e sul nostro sito sarà possibile visualizzare una mappa interattiva. Senza un’adeguata tutela e una precisa mappatura diventa impossibile salvaguardarle».

mercoledì 31 maggio 2017

Nuovi occhi per riscrivere l'origine dei pianeti. - Enrica Battifoglia

Una interpretazione artistica del momento in cui masse caotiche di gas e polveri cominciano ad aggregarsi per dare origine a un pianeta (fonte: NASA/JPL-Caltech) © Ansa
Una interpretazione artistica del momento in cui masse caotiche di gas e polveri cominciano ad aggregarsi per dare origine a un pianeta (fonte: NASA/JPL-Caltech)

Sono quelli del radiotelescopio Alma.


CHAJNANTOR - Occhi molto speciali si preparano a riscrivere la storia di stelle e pianeti: sono quelli del radiotelescopio più grande del mondo, Alma, che si trova a 5.000 metri di quota sulle Ande cilene, a Chajnantor, al confine con la Bolivia. In questo momento di particolare entusiasmo per il susseguirsi delle scoperte di pianeti esterni al Sistema Solare, i telescopi ottici sono letteralmente a caccia di immagini mentre i radiotelescopi come Alma puntano a studiare con un dettaglio maggiore i meccanismi grazie ai quali masse caotiche di gas e polveri cominciano ad aggregarsi per dare origine a pianeti e stelle.

"Non abbiamo idea di come le teorie attuali possano cambiare, ma con Alma potremo avere nuovi dati e raggiungere una precisione tale da poter individuare anche le molecole organiche alla base dei mattoni della vita", ha detto l'astronomo Bill Dent, che nel centro di controllo di Alma gestisce insieme ai suoi colleghi l'enorme quantità di dati raccolti dalle 66 antenne del radiotelescopio nato dalla collaborazione tra Osservatorio Europeo Australe (Eso), Stati Uniti, Giappone, Canada, Taiwan, Corea del Sud e Cile.

Le antenne sono state costruite in Italia dalla Thales Alenia Space (Thales-Leonardo). L'obiettivo ambizioso è riscrivere la storia delle origini, chiarendo i meccanismi che hanno portato alla formazione di pianeti, stelle e galassie. La chiave per raggiungerlo è esplorare nel cosmo il mondo dell'infinitamente piccolo utilizzando lunghezze d'onda inferiori a un millimetro. Soltanto in questo modo diventa possibile analizzare i singoli granelli delle polveri che potranno generare nuovi pianeti o i gas che daranno origine a nuove stelle. "Le polveri sono oggetti interessanti e che possono rivelarci molte cose", ha osservato Dent. 

Fare un salto in avanti in questa direzione è necessario, ha aggiunto, perché "le teorie attuali della formazione dei pianeti considerano aspetti macroscopici, che non riescono a spiegare i meccanismi con i quali le polveri si aggregano e acquisiscono una massa sempre maggiore". Alma promette di fornire una grandissima mole di dati e per analizzarli, negli edifici che si trovano vicino alle antenne è al lavoro uno dei supercomputer più potenti, chiamato Correlator. "ci aspettiamo - ha concluso Dent - risultati fantastici".

http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/spazio_astronomia/2017/05/30/nuovi-occhi-per-riscrivere-lorigine-dei-pianeti_ebf32178-1ab8-400f-b0cc-3ebb4a2f7eae.html

venerdì 29 novembre 2013

Sara Sapienza



E l'ho provato anche io sulla mia pelle. All'Università di Palermo tutti i test sono già truccati, si sa chi deve o non deve entrare. E per lavorare... Non ne parliamo nemmeno.

Sara Sapienza