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lunedì 6 aprile 2026

Acqua in bottiglia, che business: “Le aziende pagano solo 1 millesimo di euro al litro”.

 

Acqua in bottiglia🔵 anomalia tutta italiana: “Business miliardario, alle Regioni solo briciole”
Acqua in bottiglia, che business: “Le aziende pagano solo 1 millesimo di euro al litro”
In Italia l’acqua continua a essere gestita come se fosse proprietà privata a vantaggio di pochi che si assicurano enormi guadagni a discapito di cittadini, dell’ambiente e delle stesse casse statali. Dossier di Legambiente e Altreconomia: alle Regioni solo le briciole
Più che un business, è una vera e propria anomalia tutta italiana. Nonostante sia un bene primario, vitale e da preservare, in Italia l’acqua continua spesso a essere gestita come se fosse proprietà privata a vantaggio di pochi che si assicurano enormi guadagni a discapito di cittadini, dell’ambiente e delle stesse casse statali.
Acqua in bottiglia, settore che non conosce crisi
Il settore dell’acqua in bottiglia in Italia non conosce crisi: un giro d’affari stimato intorno ai 10 miliardi euro all’anno, con un fatturato per le sole aziende imbottigliatrici che i rapporti di settore stimano in 2,8 miliardi di euro, di cui solo lo 0,6% arriva nelle casse dello Stato. Le aziende infatti pagano canoni che raggiungono al massimo i 2 millesimi di euro al litro (un costo di 250 volte inferiore rispetto al prezzo medio di vendita dell’acqua in bottiglia). In Italia ci sono oltre 260 marchi distribuiti in circa 140 stabilimenti che imbottigliano gli oltre 14 miliardi di litri necessari per garantire l’esorbitante consumo pro-capite nostrano (206 litri annui), che fanno dell’Italia il primo Paese in Europa e il secondo nel mondo (dietro solo al Messico) per consumo di acqua imbottigliata, stando a i dati forniti da Censis.
Dossier Legambiente e Altreconomia
A riportare l’analisi sul business dell’acqua in bottiglia sono Legambiente e Altreconomia che, in vista della Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo, presentano il dossier “Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana”, in cui si riporta la non sostenibilità dell’attuale modello di gestione della risorsa idrica e le carenze strutturali del nostro Paese. Per questo l’associazione ambientalista chiede che la concessione di beni comuni naturali e di pregio venga sottoposta ad attente regole di assegnazione e gestione, nonché a canoni adeguati in modo da evitarne abusi nell’utilizzo e rendite per pochi.
Business miliardario, in costante aumento
“I dati riportati nel rapporto evidenziano come in Italia l’acqua in bottiglia garantisca ancora oggi un business miliardario, in costante aumento negli ultimi anni, così come i consumi – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -. Alla base del record tutto italiano il falso mito che sia migliore e più controllata di quella del nostro rubinetto e soprattutto un costo della materia prima (l’acqua), per chi imbottiglia, praticamente nullo: una media di appena 1 millesimo di euro per ciascun litro imbottigliato. Per questo proponiamo di applicare un canone minimo a livello nazionale di almeno 20 euro al metro cubo, cioè 2 centesimi di euro al litro imbottigliato. Un canone comunque irrisorio, ma già dieci volte superiore a quello attuale e che permetterebbe alle Regioni di incrementare gli introiti di almeno 280 milioni di euro l’anno, da reinvestire in politiche e interventi in favore dell’acqua di rubinetto e per la tutela di della risorsa idrica, oggi messa a dura prova anche dai cambiamenti climatici e dalle continue emergenze siccità”.
L’obiettivo di incrementare l’utilizzo dell’acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo uso di bottiglie di plastica è anche al centro dei recenti cambiamenti in atto nella legislazione europea, dalla Plastic Strategy alla nuova proposta di revisione della direttiva sulle acque potabili presentata lo scorso 1 febbraio, con una riduzione del 17% dei consumi di acqua in bottiglia di plastica e un risparmio conseguente per le famiglie europee pari a 600 milioni di euro l’anno. Intanto il consumo di acqua in bottiglia nel nostro Paese continua a crescere, con una produzione che oscilla tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie all’anno. Il 90% dell’acqua emunta e imbottigliata in Italia non valica i confini. Nel 2010 erano dodici i miliardi di litri confezionati, saliti a quattordici nel 2016.
Le briciole agli enti regionali
Un affare miliardario che vede gli enti regionali accontentarsi delle briciole: appena 18 milioni, secondo una recente stima riportata di Repubblica (inchiesta pubblicata il 2 gennaio dal titolo “La minerale non disseta i comuni”), rispetto ai circa 2,8 miliardi all’anno che guadagnano invece le aziende concessionarie. Alle aziende che hanno una concessione per imbottigliare l’acqua vengono concessi canoni a dir poco irrisori e che spesso addirittura vengono ridotti ulteriormente se, invece, della plastica utilizzano vetro o meccanismi di vuoto a rendere. Un’attenzione che fa sicuramente bene all’ambiente, peccato però che il prezzo al consumatore finale non cambi mai. Nel migliore dei casi le aziende concessionarie infatti pagano 2 millesimi di euro al litro, cioè cento volte meno del prezzo di 50 centesimi che i cittadini pagano in media per una bottiglia d’acqua in un supermercato; anche mille volte inferiore, invece, a quello che si paga per una bottiglietta venduta al dettaglio in bar, ristoranti, stazioni o negli aeroporti.
290 concessioni attive
Oggi si contano oltre 290 concessioni attive nel territorio italiano per un totale di circa 250 chilometri quadrati di aree date in affidamento. Nel corso di questi anni la situazione è migliorata per ciò che riguarda l’adeguamento ai criteri di definizione dei canoni di concessioni dettati dal documento della Conferenza Stato Regioni, ma siamo ancora molto lontani dalla proposta dei 20 euro/metrocubo, come criterio unico nazionale, ovvero 2 centesimi al litro, che proponiamo nel dossier.
I canoni che le Regioni applicano, in maniera differente da Regione a Regione, seguono tre criteri in funzione degli ettari in concessione, dei volumi emunti e di quelli imbottigliati: solo 5 Regioni applicano tutti e tre i criteri previsti (Emilia Romagna, Lazio, Molise, Sicilia e provincia autonoma di Bolzano), mentre nel 62% dei casi le Regioni applicano due canoni su tre. Sono 3 le Regioni che applicano un solo canone (Abruzzo, Sardegna e Toscana). I prezzi applicati ai canoni di concessione sono molto eterogenei tra loro: si passa da un minimo di 21,38 euro per ettaro previsto in Emilia Romagna (che applica però tutti e tre i canoni previsti) ai 130 euro/ettaro previsti in Puglia (che applica invece un solo canone per la concessione) o ai 587,68 applicati in Veneto nelle concessioni di pianura.
1 millesimo di euro al litro
L’aspetto più interessante riguarda però il canone per i quantitativi imbottigliati, che presentano un valore medio di 1,15 euro/metro cubo, ovvero 1 millesimo di euro al litro, che può salire nel migliore dei casi ai 2,70 euro/metro cubo applicato dalla Provincia Autonoma di Bolzano (corrispondente comunque a 2,7 millesimi di euro al litro) e che invece può ridursi fino a 0,30 euro a metro cubo come avviene in Abruzzo. Le Regioni che non prevedono nulla per i quantitativi di acqua imbottigliata e che quindi sono rimaste ancora indietro rispetto a questo importante canone sono Puglia, Umbria e Sardegna. Se venisse applicata la proposta di Legambiente in queste tre regioni, solo per fare un esempio, i possibili introiti che intascherebbero le casse regionali e comunali sarebbero rispettivamente di 1,2 milioni di euro/anno, 6,7 e 22,6 mentre considerando anche le altre Regioni, in base ai dati disponibili, gli introiti totali potrebbero essere di oltre 250 milioni di euro/anno (vedi tabella allegata).
L’introito per ogni Regione sulla base della modifica di importo proposto da Legambiente sul canone di concessione per ogni litro imbottigliato (elaborazione Legambiente su dati delle regioni)
Rete idrica inadeguata
In Italia sono innegabili i problemi alla rete idrica e la scarsa fiducia dei cittadini. Nonostante l’Italia sia ricca di acqua, e per lo più di buona qualità, esistono purtroppo alcune criticità nel sistema di approvvigionamento, di gestione e di controllo che spesso contribuiscono ad alimentare la sfiducia nei confronti dell’acqua del rubinetto, che oggi riguarda circa un terzo delle famiglie italiane. Tra i problemi più frequenti sicuramente l’inadeguatezza della rete idrica: si arriva a una dispersione media del 40,6% (mentre la media europea si assesta intorno al 23%): il 60% degli acquedotti italiani ha un’età superiore a 30 anni (il 24% ha più di 50 anni) e su 350mila chilometri di tubazioni almeno la metà risultano da riparare o sostituire. Frequenti sono anche i casi di razionamento delle acque, non soltanto nei periodi estivi o di siccità, in varie città italiane per contrastare la mancanza di acqua. Solo lo scorso anno, secondo i dati Istat, il 9,4% delle famiglie italiane ha lamentato un’erogazione irregolare dell’acqua nelle abitazioni. Ci sono inoltre alcune situazioni di contaminazione dell’acqua potabile, connesse con l’inquinamento delle falde utilizzate per l’approvvigionamento o con problemi lungo la distribuzione, che non migliorano di certo la percezione dei cittadini sul tema e su cui è urgente intervenire in maniera tempestiva e con una chiara e trasparente attività di informazione per la popolazione coinvolta.
I controlli sono accuratissimi
“Si tratta però di situazioni puntuali per lo più note e segnalate dalle autorità competenti, che non devono essere generalizzate su tutto il territorio nazionale – aggiunge Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente e curatore del rapporto -. I controlli sull’acqua che arriva nelle nostre case sono molto accurati e frequenti (a Roma ad esempio vengono eseguiti circa 250mila controlli all’anno) e la normativa è in continuo aggiornamento, a livello europeo, con la discussione iniziata nel 1 febbraio scorso della nuova direttiva sulle acque potabili, il cui obiettivo è proprio quello di incrementare l’utilizzo di acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo consumo di bottiglie di plastica, e nazionale, dove si sta sperimentando lo strumento dei Water Safety Plan. Quest’ultimo si pone l’obiettivo di prevenire i problemi qualitativi sulle acque potabili e al tempo stesso rafforza la rete dei controlli e le modalità di comunicazione, informazione e trasparenza”.
Troppa plastica
In Italia, in base ai dati elaborati da Legambiente, il 90-95% delle acque viene imbottigliato in contenitori di plastica e il 5-10% in contenitori in vetro: in pratica ogni anno vengono utilizzate tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie di plastica. Numeri impressionanti anche rispetto agli impatti ambientali: più del 90% delle plastiche prodotte derivano da materie prime fossili vergini (il 6% del consumo globale di petrolio) e l’80% dell’acqua imbottigliata in Italia viene trasportata su gomma (un autotreno immette nell’ambiente anche 1300 kg di CO2 ogni 1000 km). Per questo le bottiglie di plastica rappresentano uno dei nodi centrali anche nella recente Plastic Strategy europea, presentata a fine 2017, che si pone l’obiettivo di ridurre i consumi di bottiglie e di fermarne la dispersione nell’ambiente, a partire da quello marino-costiero. Dall’indagine Beach Litter condotta da Legambiente lo scorso anno emerge che oltre l’80% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge italiane tra il 2014 e il 2017 sono oggetti in plastica e che bottiglie e tappi ne rappresentano il 18%: in pratica l’equivalente di oltre 15mila bottiglie. Senza calcolare che i rifiuti visibili sono stimati in una percentuale di circa il 15% rispetto a quelli in realtà sommersi e presenti sui nostri fondali.

domenica 1 marzo 2026

Omar Yaghi, vincitore del Premio Nobel per la Chimica.

Omar Yaghi, vincitore del Premio Nobel per la Chimica nel 2025, ha sviluppato un innovativo sistema solare in California. Questa tecnologia rivoluzionaria è in grado di estrarre acqua potabile purissima direttamente dall'arida aria del deserto.
Il dispositivo sfrutta i MOF, speciali spugne molecolari ad altissima efficienza. Ogni modulo genera fino a 1.000 litri di acqua al giorno, funzionando anche con umidità al 15%. Soltanto 1 grammo di questi materiali garantisce una superficie di cattura enorme.
La tecnologia supera ogni limite delle infrastrutture attuali. Il metodo assicura acqua potabile pulita scavalcando i costosi impianti di desalinizzazione.
L'invenzione avvia una produzione di massa destinata a salvare moltissime popolazioni. Questo strumento segna una svolta storica contro la crisi climatica.

giovedì 21 agosto 2025

Ecco i nomi di dieci delle piante raffigurate, tutte adatte alla coltivazione in acqua, e una breve guida.

 

Monstera, Pothos e Filodendro: Prendi una talea con almeno un nodo (il punto in cui la foglia si attacca allo stelo) e mettila in acqua.


Spatifillo (Giglio della Pace): Puoi trasferire una pianta intera, lavando via delicatamente tutta la terra dalle radici e ponendola in acqua.

Calathea e Maranta: Anche queste piante possono crescere in acqua. Il segreto è pulire le radici molto bene e assicurare un'acqua pulita.

Aglaonema (Dieffenbachia): Similmente ad altre piante, le talee di Aglaonema possono essere fatte radicare in acqua e mantenute.

Pianta Ragno (Chlorophytum): Le piccole piantine (plantule) che crescono dagli steli possono essere staccate e messe direttamente in acqua.

Coleus: Questa pianta colorata radica molto velocemente in acqua partendo da una talea.

Consigli pratici per la coltivazione idroponica delle piante:

Luce e temperatura: Tieni i vasi in un luogo con luce indiretta. Evita il sole diretto.
Cambio dell'acqua: Sostituisci l'acqua settimanalmente o più spesso se torbida.
Tipo di acqua: Preferisci acqua piovana, distillata o filtrata; se usi quella del rubinetto, lasciala riposare.
Concime: Aggiungi un concime liquido specifico per idroponica, molto diluito, ogni 2-4 settimane.
Consigli: Usa carbone attivo per l'acqua e immergi solo le radici, mai il colletto della pianta.

Piante: Pothos, Filodendro, Monstera, Pilea e Coleus sono ideali per la coltivazione in acqua.

venerdì 11 luglio 2025

Petra - Giordania.

 

Nascosta all'interno dei canyon di arenaria della Giordania, l'antica città di Petra si erge come una testimonianza della straordinaria civiltà che l'ha creata. I Nabatei, originariamente
commercianti arabi nomadi, si sono insediati in questo aspro paesaggio intorno al IV secolo a.C. e lo hanno trasformato in uno dei centri urbani più impressionanti dell'antichità.
Ciò che distingueva veramente i Nabatei era la loro impareggiabile padronanza di ingegneria dell'acqua.
In una regione che riceve meno di sei pollici di precipitazioni all'anno, si sono sviluppati sistemi sofisticati per catturare, conservare e distribuire ogni goccia preziosa. La loro rete includeva dighe, cisterne e tubi in ceramica che impedivano l'evaporazione e sedimento filtrato. Questa meraviglia dell'ingegneria non solo ha fornito 30.000 abitanti, ma ha anche creato rigogliosi giardini nel deserto.
Le facciate iconiche della città, la più famosa del Tesoro (Al-Khazneh), sono state scolpite direttamente nelle scogliere di arenaria color rosa. Queste strutture rappresentano gli
ingressi a vasti complessi che si estendono in profondità nella roccia.
I Nabatei hanno orientato questi edifici per catturare specifici effetti luminosi durante solstizi ed equinozi, rivelando
la loro conoscenza astronomica.
La posizione strategica di Petra all'incrocio delle principali rotte commerciali ha consentito ai Nabatei si accumulare enormi ricchezze controllando il commercio di incenso e spezie.
Piuttosto che costruire un impero militare, hanno mantenuto l'indipendenza attraverso diplomazia, rendere omaggio ai poteri più grandi preservando la loro autonomia.
Anche se annessa a Roma nel 106 d.C., Petra continuò a prosperare fino a cambiare commercio.
Rotte e terremoti hanno portato al suo graduale abbandono. La città è rimasta in gran parte dimenticata nel mondo occidentale fino al 1812, quando l'esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt ha riscoperto questa meraviglia architettonica, preservando l'eredità del
Nabatei ingegnosi. #petra #sistemaidraulico

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Leggi anche: https://www.danielemancini-archeologia.it/petra-e-i-nabatei/

https://www.archcalc.cnr.it/indice/PDF19/24_Gabrielli.pdf

http://www.pangea-project.org/citta-dacqua/

giovedì 26 giugno 2025

Valle di Tashyaran - Usak - Turchia.

 

Una serie di canyon e chine piene d'acqua su entrambi i lati formano un'oasi con acque turchesi situata tra formazioni rocciose di arenaria ad alta quota,
Valle di Tashyaran - Usak
La Valle di Ta şyaran sull'autostrada U şak-Izmir che dista circa 45 km dal centro della città; si è formata a seguito di acqua, vento e movimenti tettonici. Le rocce che ricoprono la valle di diversi colori partendo da terra sembrano la tavolozza di colori di un pittore.

venerdì 23 maggio 2025

L'acqua purificata non è un'invenzione moderna - i Maya lo facevano già 2000 anni fa con una tecnologia che funzionerebbe ancora oggi.

 

Mentre a Roma si costruivano acquedotti, dall'altra parte dell'oceano la civiltà Maya aveva sviluppato un sofisticato sistema di filtrazione dell'acqua utilizzando un minerale vulcanico chiamato zeolite nelle riserve di Tikal, nell'attuale Guatemala.
Il sorprendente è che questo sistema non era rudimentale, ma incredibilmente avanzato. Gli archeologi hanno scoperto che i Maya importavano questo speciale minerale da giacimenti lontani, combinandolo con quarzo cristallino per creare un vero e proprio "setaccio molecolare" naturale.
Pensate: questa tecnologia è apparsa nelle civiltà europee quasi due millenni dopo. Il sistema Maya rimuoveva efficacemente microbi, metalli pesanti e tossine dall'acqua, esattamente come fanno i nostri moderni impianti di depurazione.
Questo antico sistema ha funzionato perfettamente per quasi mille anni, fino all'abbandono della città. E la sua efficacia? L'acqua filtrata dai Maya risulta ancora oggi priva di contaminazioni, mentre altri bacini senza questo trattamento sono tuttora inquinati.
La saggezza antica continua a sorprenderci, dimostrando che l'ingegno umano ha sempre trovato soluzioni brillanti ai problemi fondamentali.

 con Ivana Domenicali.

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domenica 13 ottobre 2024

L’acqua è vita, ma è il diritto più violato. - Daniela Padoan

 

Scarsa e inquinata: l’acqua è sempre più bene pubblico privatizzato e costoso. Facendo così aumentare le disuguaglianze e le sofferenze di chi non può permettersi questa risorsa vitale. Daniela Padoan, presidente di Libertà e Giustizia, ne ha scritto per il numero di ottobre di LiberEtà, il mensile dello Spi-Cgil.

L’acqua è una presenza scontata nelle nostre esistenze, come l’aria, il sole, la natura nella sua infinita capacità di forme. Fino al momento in cui viene a mancare. Allora tutto cambia. Le occupazioni quotidiane, come lavarci, cucinare, annaffiare una pianta sul balcone, vengono messe in forse. È quanto accade in molti Paesi del mondo, dove spesso sono le donne a sobbarcarsi il compito di percorrere a piedi anche molti chilometri per portare a casa una tanica d’acqua potabile per gli usi più necessari. 

«Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta», ha scritto Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, «la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora1».  La Terra stessa è un fragile organismo fatto d’acqua che si sta disseccando; e, man mano che i suoli si disidratano, avanzano i deserti. Eppure consumiamo e sprechiamo questo bene vitale ignorando da dove venga, quali strade attraversi per raggiungerci, il modo in cui viene violato, sequestrato, rubato, ridotto a merce. 

L’acqua ha sempre significato, per la specie umana, sopravvivenza, benessere, salute, possibilità di coltivare e viaggiare; è stata una presenza spirituale, mitologica e religiosa, e un legame tra i popoli capace di connettere i confini. Nel nostro mondo, però, l’acqua è sempre più motivo di discriminazioni, conflitti, guerre. Le grandi multinazionali stanno prosciugando questo elemento all’apparenza inesauribile con l’agricoltura industriale, l’allevamento intensivo, le grandi dighe idroelettriche, l’accaparramento di fonti e bacini sottratti alle comunità territoriali e native, la riduzione a merce e addirittura a titolo in Borsa – tanto più redditizio quanto più l’acqua diventa scarsa. 


Articolo pubblicato su LiberEtà
Daniela Padoan1 Ott 2024

https://www.libertaegiustizia.it/2024/10/12/lacqua-e-vita-ma-e-il-diritto-piu-violato/

giovedì 11 aprile 2024

Alternative sostenibili alla plastica ottenute dai batteri ingegnerizzati.

Queste alternative sostenibili alla plastica sono più resistenti dell’acido polilattico usato di norma.

(Rinnovabili.it) – Gli sforzi per trovare alternative sostenibili alla plastica convenzionale stanno raggiungendo nuovi traguardi. Il lavoro di ingegneri e ricercatori impegnati nella ricerca di soluzioni innovative è in crescita. Restano però alcune sfide aperte. Ad esempio, trovare un materiale che possa offrire le stesse prestazioni delle plastiche tradizionali evitando i loro impatti ambientali.

Oggi sappiamo che l’acido polilattico (PLA) è una delle alternative più promettenti. Si può produrre da fonti vegetali e plasmare con una certa efficienza. Tuttavia, presenta limitazioni legate alla sua fragilità e alla sua degradabilità. Per superare queste difficoltà, i bioingegneri dell’Università di Kobe, in collaborazione con la Kaneka Corporation, hanno sviluppato una tecnica innovativa. Mescolando l’acido polilattico con un’altra bioplastica chiamata LAHB, sono riusciti a ottenere un materiale con proprietà desiderabili, come la biodegradabilità e una maggiore lavorabilità.

Una fabbrica di batteri per produrre plastica biodegradabile.

Il processo ha richiesto l’ingegnerizzazione di ceppi batterici per produrre il precursore del LAHB, manipolando il loro genoma per ottimizzare la produzione. I risultati, pubblicati sulla rivista ACS Sustainable Chemistry & Engineering, indicano la creazione di una “fabbrica di plastica batterica” che produce catene di LAHB in quantità elevate, utilizzando solo il glucosio come materia prima. Con la manipolazione genetica dei batteri, dicono gli scienziati, è possibile controllare la lunghezza delle catene e quindi le proprietà della plastica risultante.

Il materiale ottenuto, chiamato LAHB ad altissimo peso molecolare, è stato aggiunto all’acido polilattico per creare una plastica altamente trasparente, più modellabile e resistente agli urti rispetto all’acido polilattico puro. Inoltre, questa nuova plastica si biodegrada nell’acqua di mare entro una settimana. Potrebbe essere l’anello mancante tra la sostenibilità e la versatilità delle bioplastiche?

Il team che lo ha sviluppato ci crede e guarda al futuro con ambizione. Tra le ipotesi di lavoro future c’è l’uso della CO2 come materia prima per la sintesi di plastiche utili.

https://www.rinnovabili.it/economia-circolare/ecodesign/alternative-sostenibili-alla-plastica-ottenute-dai-batteri-ingegnerizzati/

sabato 23 marzo 2024

Scoperta una riserva di 600.000 milioni di litri d’acqua sulla Luna. - Angelo Petrone

 

Una serie di nuove osservazioni della NASA superano le stime precedenti della navicella spaziale Lunar Prospector. L’hanno trovato sul fondo di oscuri crateri lunari

Seicento milioni di tonnellate di litri di acqua potrebbe nascondersi nella profondità della Luna. Si tratta della quantità stimata, sotto forma di ghiaccio, che il radar Mini-SAR della NASA, a bordo della navicella spaziale indiana Chandrayaan-1, ha rilevato sul fondo di oltre 40 crateri tra 2 e 15 km vicino al polo nord della Luna. La scoperta è stata pubblicata su “Geophysical Research Letters“. Lo strumento della NASA, che pesa meno di 10 kg, è in grado di acquisire immagini radar delle aree permanentemente in ombra che esistono intorno ai due poli lunari. E lì, all’interno di crateri profondi e oscuri che non vedono la luce solare da milioni di anni e sui cui fondi sono state misurate alcune delle temperature più fredde dell’intero Universo, Mini-SAR ha confermato i sospetti che ci sia una grande quantità di ghiaccio d’acqua. Il principale obiettivo scientifico dell’esperimento Mini-SAR, infatti, non è altro che mappare il maggior numero possibile di questi preziosi depositi. Grazie alle condizioni di oscurità e caldo, il ghiaccio in questi crateri lunari, che spesso hanno bordi taglienti e campi di blocchi di roccia sparsi ovunque, è straordinariamente stabile. Mini-SAR ha trovato tali depositi studiando il cosiddetto “grado di rugosità superficiale” (CPR) dei crateri e trovandone alcuni che hanno un CPR elevato all’interno, ma non all’esterno dei bordi. Una diversa disposizione delle rocce rispetto a quella osservata in un cratere ‘normale’ e che gli scienziati della NASA ritengono causata da materiale ‘diverso’ all’interno dei crateri stessi. ”Interpretiamo questo rapporto – scrivono i ricercatori – come coerente con l’acqua ghiacciata presente in questi crateri. “Il ghiaccio deve essere relativamente puro e spesso almeno un paio di metri per produrre questa firma.” La quantità di ghiaccio d’acqua, circa 600 milioni di tonnellate, è superiore a quanto precedentemente stimato dallo spettrometro di neutroni della missione Lunar Prospector, che ha analizzato la superficie del nostro satellite, ma solo fino ad una profondità di circa mezzo metro.

Il quadro che emerge dalle molteplici misurazioni e dai dati risultanti dagli strumenti della missione lunare – afferma Paul Spudis, ricercatore principale dell’esperimento Mini-SAR presso il Lunar and Planetary Institute di Houston – indica che la creazione, migrazione, deposizione e ritenzione idrica si stanno verificando anche sulla Luna. Le nuove scoperte mostrano che il nostro satellite è una destinazione scientifica, esplorativa e operativa ancora più interessante e attraente di quanto si pensasse fino ad ora.” “Dopo aver analizzato i dati – afferma Jason Crusan, dirigente del programma Mini-RF per la missione delle operazioni spaziali della NASA a Washington – il nostro team scientifico ha determinato una forte indicazione della presenza di ghiaccio d’acqua, una scoperta che darà alle missioni future un nuovo obiettivo da esplorare e sfruttare ulteriore.” Questi risultati si aggiungono ora alle recenti scoperte di altri strumenti della NASA e confermano che è possibile ottenere acqua in molteplici modi sulla Luna. Il Moon Mineralogy Mapper della NASA , ad esempio, ha scoperto molecole d’acqua in entrambe le regioni polari, e il satellite di osservazione e rilevamento dei crateri lunari, LCROSS, ha rilevato anche il vapore acqueo. Per non parlare dei 270 miliardi di tonnellate di “acqua fantasma” intrappolata nelle perle di vetro che si formano durante gli impatti dei meteoriti, una riserva inaspettata e scoperta lo scorso anno. Ottima notizia, quindi, nel momento in cui l’Umanità si prepara a ritornare sul nostro satellite. E questa volta con l’intenzione di restare.

https://www.scienzenotizie.it/2024/03/22/scoperta-una-riserva-di-600-000-milioni-di-litri-dacqua-sulla-luna-2782239

mercoledì 5 luglio 2023

Vicus Caprarius: la città dell'acqua. - Hasan Törön

 

La Fontana di Trevi è una delle attrazioni turistiche più notevoli di Roma. Quello che la maggior parte dei visitatori non sa è che un importante sito archeologico si trova proprio sotto il famoso quartiere.
Oggi conosciuta come la "Città delle acque", Vicus Caprarius è un antico complesso di appartamenti romani (insule) risalente al I secolo, istituito dopo il grande incendio del 64. Fu successivamente ristrutturato in una domus, o casa di classe superiore, durante il IV secolo. Il sito è stato scoperto alla fine degli anni novanta, i durante l'ampliamento del cinema Trevi, situato sopra di esso.
È stata portata alla luce una grande quantità di manufatti, tra cui statuette in terracotta, ceramica africana e un tesoro di oltre 800 monete (ora esposti nel museo adiacente).
L'Aqua Virgo, uno degli 11 acquedotti dell'antica Roma, scarica ancora parte della sua acqua nei bacini del Vicus Caprarius, oltre a trasportare l'acqua alla Fontana di Trevi. 

https://www.facebook.com/photo/?fbid=1989120964776396&set=gm.1368448740404841&idorvanity=515208542395536

lunedì 27 settembre 2021

Marte troppo piccolo per avere acqua e vita.

 

Marte ‘travestito’ da Terra (fonte: NASA Earth Observatory/Joshua Stevens; NOAA National Environmental Satellite, Data, and Information Service; NASA/JPL-Caltech/USGS; Graphic design by Sean Garcia/Washington University)

Nuova ipotesi dall'analisi dei meteoriti.

Marte è troppo piccolo per trattenere quantità di acqua necessarie a supportare la vita: è la conclusione a cui sono giunti i ricercatori della Washington University a Saint Louis dopo aver valutato la composizione chimica di una ventina di meteoriti marziani caduti sulla Terra. I risultati dello studio, che potrebbero aiutare la ricerca di pianeti abitabili al di fuori del Sistema solare, sono pubblicati sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas).

“Il destino di Marte era scritto fin dall’inizio”, afferma il ricercatore Kun Wang. “C’è probabilmente una soglia per quanto riguarda le dimensioni dei pianeti rocciosi affinché possano trattenere acqua a sufficienza per permettere l’abitabilità e la tettonica a placche, con una massa che è superiore a quella di Marte”. Il suo team lo ha dedotto esaminando la composizione di 20 meteoriti marziani, di cui ha valutato in particolare gli isotopi del potassio per stimare la presenza e la distribuzione di elementi e composti ancora più volatili come l’acqua.

“Questi meteoriti risalgono ad un’epoca compresa tra centinaia di milioni e 4 miliardi di anni fa e hanno registrato la storia evolutiva degli elementi volatili su Marte”, sottolinea Wang. “Misurando gli isotopi di elementi volatili come il potassio possiamo dedurre come sono stati persi e fare confronti tra i diversi corpi del Sistema solare”. Grazie a questo approccio innovativo, i ricercatori hanno stabilito che Marte, durante la sua formazione, ha perso più potassio ed elementi volatili rispetto alla Terra, ma ne ha trattenuti di più rispetto alla Luna e all’asteroide Vesta (due corpi più piccoli e aridi sia di Marte che della Terra).

“Questo studio evidenzia che c’è un intervallo piuttosto ristretto per quanto riguarda le dimensioni dei pianeti affinché abbiano abbastanza ma non troppa acqua per essere abitabili”, aggiunge il co-autore dello studio Klaus Mezger dell’Università di Berna. “Questi risultati guideranno gli astronomi nella ricerca di esopianeti abitabili in altri sistemi solari”.

ANSA