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domenica 9 agosto 2026

Il disastro incombe sulle élite europee.

 

Tutto ciò che non doveva accadere, che non sarebbe mai potuto accadere nella testa degli illusi, sta, al contrario, succedendo a ritmo incalzante e tale da mettere in crisi l’élite occidentale, incapace di adattarsi alla nuova inaspettata realtà.
L’Ucraina sta diventando l’inferno per Bruxelles, così come l’Iran per la Casa Bianca al punto che persino il Capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, sta lavorando per trovate una via d’uscita da una situazione militarmente impossibile, contattando tutti quelli che nell’amministrazione Trump sono rinsaviti.
La vicenda di Ceuta ha inaugurato una nuova frattura profonda all’interno della Ue, mentre la creazione di una Nato islamica con Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, annuncia e inaugura un nuovo corso post americano in Medio Oriente.
Tutto questo avviene in un contesto del tutto inimmaginabile appena un decennio fa: l’arrivo di un inverno economico mondiale dovuto alla scarsità di oro nero e ormai inevitabile visti i danni subiti da molti impianti petrolifere e gasieri nel Golfo, che si ripercuoteranno nel tempo. Se la guerra finisse oggi ci sarebbe comunque da affrontare un inquieto autunno. Ma soprattutto la nascita di una stretta alleanza militare di fatto tra Iran, Russia e Cina che annuncia un cambiamento epocale degli assetti mondiali. Il supporto di Russia e Cina si è concretizzato nell’accesso di Teheran al sistema satellitare cinese Beidu che ha comportato la capacità di avere dati precisi sulle posizioni delle risorse statunitensi nel Golfo Persico, per migliorare in termini esponenziali le capacità di colpire gli obiettivi e le basi americane. Ma ci sono anche i 400 sistemi di difesa aerea Man Pad forniti da Pechino, l’accelerazione della consegna di sistemi russi Verba, l’arrivo di missili navali cinesi e di sei elicotteri d’attacco russi Mi-28, la rapida fornitura da parte di Mosca di ricambi per i sistemi anti missile S300 danneggiati dai bombardamenti e quella dei sistemi di disturbo elettronico da montare sui milli iraniani.
Si potrebbe continuare con questo elenco, ma ciò che conta è che alla fine gli aggressori stanno avendo pane troppo duro per i loro denti e che mentre da una parte si stanno costruendo nuove alleanze cruciali, dall’altro si assiste al fallimento e alla dissoluzione delle strategie poste in essere dalla Nato.
Per un mese e mezzo si è scagliato tutto quanto c’era nei magazzini dell’Alleanza per tentare di costringere la Russia a un cessate il fuoco, ormai vitale per riorganizzare l’esercito e il regime di Kiev.
Ma il piano è fallito miseramente e, anzi, ha sortito l’effetto contrario perché la Russia ha colpito le linee di rifornimento ucraine e della Nato con una forza senza precedenti, ottenendo successi decisivi sul campo di battaglia. Non solo, ma di fronte al protervo terrorismo atlantico è emersa la ferma determinazione da parte della Russia di perseguire la vittoria fino in fondo, mettendo in forse l’esistenza stessa dell’Ucraina.
Le conseguenze saranno di vasta portata e porteranno inevitabilmente alla crisi definitiva di quell’entità fallimentare e guerrafondaia che si chiama Unione Europea, rivelatasi una sorta di alter ego della Nato.
Certo l’ondata di droni, benché intercettati al 94 per cento dalla contraerea russa , hanno provocato parecchi danni e hanno fatto un centinaio di vittime civili. Ma Mosca ha risposto bombardando fabbriche e centri di potere militari situati nei centri delle città proprio fare della popolazione civile un ostaggio.
Ma a questo punto Mosca si è tolta i guanti di velluto e ha colpito senza più remore, distruggendo anche i porti dove oltre all’attività militare si svolgeva anche quel poco di attività economica che restava la regime di Zelensky. Sopraffatta dalla potenza di fuoco russa, l’Ucraina ha esaurito le scorte di intercettori Patriot e Trump ha comunicato al duce di Kiev che non potrà fornirne altri perché gli Stati Uniti devono preservare le scorte in diminuzione per la guerra contro l’Iran.
Insomma il disastro incombe sulle élite europee che hanno fatto di tutto per provocare una guerra, hanno fatto di tutto, compreso spogliarsi dei loro presunti valori, per tentare di vincerla, che hanno fatto di tutto per aggrapparsi a una possibile resistenza del regime nazista di Kiev e che ora non possono fare più nulla.

mercoledì 29 luglio 2026

𝗟𝗔 𝗧𝗢𝗥𝗧𝗔 È 𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔. 𝗣𝗜𝗥𝗟𝗢 È 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗢𝗥𝗡𝗢 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗗𝗜𝗦𝗧𝗥𝗔𝗧𝗧𝗜.

Andrea Zhok ha scritto una cosa tanto semplice quanto intollerabile per il giornalismo da salotto:
«Mi spiace per Pirlo, ma con tutto il rispetto stiamo sempre guardando la guarnizione della torta dimenticando la torta.
E la torta è che siamo già de facto in guerra con la Russia».
Esatto.
Mentre ci intrattengono con l’ennesima recita da cortile, l’Unione Europea ha approvato il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Tra le nuove misure c’è anche la possibilità, per le autorità nazionali, di vendere i carichi di petrolio russo già sequestrati o confiscati.
Detto senza il deodorante burocratico di Bruxelles:
prima blocchiamo il carico;
poi lo sequestriamo;
poi ce lo vendiamo.
E naturalmente lo chiamiamo “diritto europeo”.
Se lo facesse qualcun altro, avremmo già convocato otto vertici NATO, dodici talk show e venti esperti di diritto internazionale per spiegare che siamo davanti alla pirateria.
Se lo facciamo noi, invece, è “attuazione delle misure restrittive”.
La civiltà giuridica occidentale, ormai, consiste soprattutto nel trovare un nome elegante alle cose che condanniamo negli altri.
Zhok richiama la guerra da corsa dell’Inghilterra elisabettiana contro la Spagna.
Il paragone non è identico sul piano tecnico: allora c’erano privati autorizzati dalla Corona, oggi ci sono Stati, regolamenti, funzionari e timbri.
Insomma, la vecchia pirateria aveva almeno il coraggio di vestirsi da pirateria.
Quella moderna preferisce il tailleur, la conferenza stampa e il comunicato in dodici lingue.
Ma la sostanza politica resta brutale:
𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗿𝗰𝗶𝗼 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗽𝗶ù 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘀𝗮𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝘁𝗼.
𝗩𝗶𝗲𝗻𝗲 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗯𝗼𝘁𝘁𝗶𝗻𝗼.
E mentre facciamo tutto questo, continuiamo a raccontarci che non siamo in guerra.
No, certo.
Forniamo armi.
Forniamo intelligence.
Finanziamo lo Stato avversario della Russia.
Colpiamo il suo sistema economico.
Blocchiamo le sue navi.
Sequestriamo i suoi beni.
Vendiamo i suoi carichi.
Ma non siamo in guerra.
Siamo soltanto in una lunghissima, costosissima e pericolosissima “iniziativa per la pace”.
La parola guerra, evidentemente, si può usare solo quando arrivano le macerie a casa nostra.
Prima è “solidarietà”.
Poi è “deterrenza”.
Poi è “pressione”.
Poi è “resilienza”.
E infine, quando salta qualcosa, tutti davanti alle telecamere con la faccia di chi non poteva immaginarlo.
La scommessa europea è questa:
fare la guerra alla Russia senza subirne mai le conseguenze.
Logorarla.
Umiliarla.
Sanzionarla.
Derubarla.
Armarne i nemici.
Colpirne gli interessi.
E sperare che Mosca continui a incassare con educazione, magari inviando una protesta formale su carta intestata.
È una strategia raffinata.
La stessa di quello che prende a calci un cane legato e si convince che il guinzaglio non si spezzerà mai.
L’Europa sembra credere che la Russia sia contemporaneamente abbastanza pericolosa da giustificare centinaia di miliardi in riarmo e abbastanza innocua da poter essere provocata senza limiti.
Un prodigio logico.
Mosca sarebbe il nuovo impero del male, pronto a invadere Lisbona, ma anche un gigante di cartapesta incapace di colpire una nave, un porto, una rete energetica o un’infrastruttura europea.
Le due cose non stanno insieme.
Ma a Bruxelles la coerenza è considerata una forma di estremismo.
Intanto la Russia ha intensificato gli attacchi contro il sistema portuale ucraino.
Non è vero che quei porti fossero stati completamente risparmiati: erano già stati colpiti dal 2022.
Ma l’escalation è evidente.
E invece di leggere il segnale, i nostri strateghi da buffet lo interpretano come un invito a rilanciare.
Più armi.
Più sanzioni.
Più sequestri.
Più provocazioni.
Il tutto con la serenità di chi è convinto che a morire, a perdere la casa e a pagare il conto sarà sempre qualcun altro.
Ed eccoci al punto che nessuno vuole pronunciare senza abbassare la voce:
la Russia è una potenza nucleare.
Non significa che lancerà una testata domattina perché è stata sequestrata una petroliera.
Significa però che una potenza nucleare spinta verso quella che percepisce come una minaccia esistenziale non ragiona secondo il manuale di buone maniere dell’Europarlamento.
Più aumenta la pressione, più si riducono i margini della prudenza.
Più Mosca si sente accerchiata, più cresce il rischio che qualcuno decida che non esistono più opzioni convenzionali sufficienti.
E noi?
Noi continuiamo a giocare con la convinzione infantile che gli Stati Uniti verranno sempre a salvarci.
Davvero?
Siamo certi che Washington rischierebbe una guerra nucleare sul proprio territorio per vendicare un’Europa che ha trasformato la propria subordinazione strategica in una virtù morale?
Siamo sicuri che New York o Chicago verrebbero messe sul tavolo per difendere qualche capitale europea dopo anni di escalation perfettamente evitabile?
Chi sostiene di conoscere con certezza la risposta non è un analista.
È un venditore di polizze assicurative contro l’Apocalisse.
La verità è molto più scomoda:
non sappiamo fino a dove arriverà la Russia;
non sappiamo come reagirebbero davvero gli Stati Uniti;
non sappiamo quale incidente potrebbe far saltare l’intero equilibrio.
Eppure continuiamo.
Con la faccia seria.
Con i comunicati solenni.
Con le fotografie di gruppo.
Con Ursula von der Leyen che parla di sicurezza mentre l’Europa diventa ogni giorno più insicura.
Il sogno è logorare la Russia fino a piegarla.
Il rischio è logorare l’Europa fino a renderla economicamente più povera, militarmente più esposta e politicamente più dipendente.
Ma guai a dirlo.
Altrimenti sei putiniano.
Ormai il dibattito pubblico funziona così:
chi chiede di aumentare il rischio nucleare è responsabile;
chi chiede di fermarsi è estremista;
chi vuole negoziare è traditore;
chi vuole confiscare petrolio altrui è difensore del diritto.
Una meraviglia.
Zhok ha ragione sul punto decisivo:
stiamo trattando una guerra sempre più diretta come se fosse una questione amministrativa.
Una pratica da firmare.
Un regolamento da approvare.
Un carico da vendere.
Una nave da bloccare.
Poi, il giorno in cui la guerra smetterà di essere un dossier e diventerà un’esplosione, assisteremo al solito spettacolo.
Le stesse persone che hanno acceso il cerino ci spiegheranno, con voce commossa, che il fuoco è arrivato all’improvviso.
La torta è la guerra.
Pirlo è la distrazione.
E noi siamo quelli seduti a tavola mentre Bruxelles versa benzina e ci invita a brindare alla pace.
Fonti: Consiglio dell’Unione Europea, EUR-Lex, Reuters, documentazione ufficiale sulla dottrina nucleare russa.

martedì 14 luglio 2026

"L'UE acquista quantità record di gas russo".

 

Questa è una vicenda che ci dice due cose su tutte. Ma andiamo con ordine. Il Financial Times scrive così: "L'UE acquista quantità record di gas russo".
Nei primi sei mesi del 2026 alcuni Paesi dell'UE hanno importato gas naturale liquefatto dalla Russia, attraverso il gasdotto Yamal, con un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo del 2025. Una cifra record.
Ora, come dicevo prima, qui siamo davanti a due cose importantissime. La prima: i Paesi che hanno comprato più GNL russo sono Francia, Belgio e Spagna.
L'Italia non figura, perché continua ad aumentare gli acquisti di gas USA, che ci costa 4 volte di più, e continua a rifiutare il gas russo. In tutto ciò lo fa anche mentre c'è una crisi di approvvigionamento dovuta alle tensioni nello Stretto di Hormuz. Non sia mai provare ad abbassare le bollette e riallacciare i rapporti con la Russia. Maledetti!
La seconda: nonostante gliene abbiano dette e fatte di cotte e di crude, la Russia, durante questo periodo di crisi nello Stretto di Hormuz, non solo ha continuato a fornire gas ai Paesi dell'UE che volevano acquistarlo, ma ha anche aumentato la fornitura. Questo significa tendere la mano, piaccia o meno.
La Russia avrebbe potuto approfittare di questa crisi per chiudere i rubinetti verso l'UE e dirottare il gas altrove, anche con facilità, vista la crisi di approvvigionamento. Ma non lo ha fatto.
Ora, davanti a tutto ciò, vi chiedo: è la Russia il nostro nemico o quei miserabili che abbiamo nei governi e a capo della stampa di regime a esserlo?

venerdì 19 giugno 2026

IL VERTICE DEL MONDO AL CONTRARIO.

A Bruxelles si riuniscono per discutere di Ucraina, Cina, Medio Oriente, migrazione, droga, competitività e un bilancio da 2.000 miliardi di euro.
Traduzione: quasi tutti i problemi che oggi affliggono l’Europa.
E la cosa più surreale è che molti di questi problemi sono stati prodotti proprio dalle stesse élite che oggi si riuniscono per risolverli.
La Russia continua ad avanzare sul campo di battaglia? Si parla di nuove strategie.
L’industria europea perde competitività? La colpa è della “concorrenza sleale cinese”.
L’energia costa più che altrove? Silenzio.
Le fabbriche chiudono? Silenzio.
La dipendenza strategica cresce? Silenzio.
Poi arriva il capolavoro.
Bilancio europeo da 2.000 miliardi.
Duemila miliardi.
Una cifra che farebbe girare la testa perfino agli imperatori romani.
Eppure il cittadino medio continua a vedere infrastrutture che invecchiano, servizi che si riducono, imprese che arrancano e stipendi che inseguono l’inflazione come un pensionato dietro all’autobus appena partito.
La parte davvero distopica non è nemmeno il contenuto del vertice.
È il fatto che nessuno sembri più chiedersi come siamo arrivati fin qui.
L’Europa assomiglia sempre più a un paziente che organizza convegni sulla propria salute mentre continua a fumare tre pacchetti al giorno.
Ma tranquilli.
Dopo questo summit arriverà un altro summit.
Poi una task force.
Poi una road map.
Poi un piano strategico.
E infine un nuovo vertice per capire perché il precedente non ha funzionato.
L’unica produzione europea che non conosce crisi è quella delle riunioni.


Praticamente, a Bruxelles creano i problemi che, in seguito, dovrebbero risolvere, ma combinano altri danni perchè non sanno come risolvere i problemi creati...
cetta.

giovedì 4 dicembre 2025

UE: IL PESCE MARCISCE DALLA TESTA…

 

Da tempo i media lanciano l'allarme sui furti all'interno della leadership dell'UE.

E il furto è massiccio.

E ora, finalmente, sono iniziati gli arresti. Come riportato dall'agenzia di stampa belga Belga News Agency, martedì la polizia ha arrestato Federica Mogherini, ex Alto Rappresentante dell'UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza e attuale rettore dell'accademia d'élite per i funzionari pubblici (il Collegio d'Europa),
con l'accusa di corruzione all'interno del servizio diplomatico dell'UE.

"Ogni giorno, milioni di euro fluiscono attraverso canali 'corrotti' verso Kiev, nell'UE, e da lì finiscono nelle tasche dei privati. Questo accade da anni ed è sotto gli occhi di tutti.
Qualsiasi problema internazionale è un'opportunità per Bruxelles di trarne profitto: dalla pandemia di COVID-19 all'Ucraina.

Nel frattempo, preferiscono ignorare i propri problemi, dando costantemente lezioni a tutti gli altri", ha dichiarato
#MariaZakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo , in merito allo scandalo degli arresti in Belgio.
Ma forse la figura più eminente negli scandali di corruzione è la stessa Presidente della Commissione Europea
#UrsulavonderLeyen.

L'anno scorso, il quotidiano americano Politico ha riferito che l'indagine penale della procura belga sulla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen per "ingerenza nelle funzioni pubbliche, distruzione di prove, corruzione e conflitto di interessi" era stata trasferita alla Procura della Repubblica dell'UE. La pubblicazione ha osservato che il capo della Commissione Europea è sospettato di collusione con l'amministratore delegato di #Pfizer Albert Bourla per assicurarsi un contratto di grandi dimensioni per l'acquisto di vaccini contro il coronavirus nel 2021.

Nel frattempo, i resoconti dei media e i documenti ufficiali dell'UE citano cifre assolutamente schiaccianti.

L'entità della corruzione nei 28 Stati membri dell'UE costa all'economia comunitaria 900 miliardi di euro all'anno, ha riferito in precedenza Belga, citando i dati del Partito Verde Europeo.
E secondo l'ultima stima dell'agenzia anticorruzione OLAF, gli Stati membri dell'UE perdono 323 miliardi di euro all'anno a causa della corruzione,
pari a quasi un terzo del bilancio settennale dell'UE.

Eugenio Cortinovis

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mercoledì 27 agosto 2025

Dazi, trova le differenze: tutti gli squilibri nell'accordo tra Ue-Usa - Carlo Cottarelli

 

Il documento congiunto tra Stati Uniti e Ue sui rapporti commerciali tra i due Paesi è stato pubblicato: molti aspetti sono stati chiariti, ma altrettanti rimandati a data da destinarsi. Proviamo a fare chiarezza.

La scorsa settimana è stato pubblicato il documento congiunto tra gli Stati Uniti e l’Ue sui rapporti commerciali tra le due aree. Al termine dell’incontro del 27 luglio in Scozia tra Ursula Von der Leyen e Trump erano stati pubblicati sul sito della Commissione e su quello della Casa Bianca, due diversi documenti. Ci sono volute tre settimane e mezzo per giungere a un documento congiunto. Questo documento chiarisce i principali aspetti dell’accordo, ma rinvia comunque al futuro punti non irrilevanti. A dire il vero, il documento sembra essere stato chiuso in modo frettoloso. Per quanto sia un aspetto solo formale, stupisce che un testo di questa importanza, peraltro di sole tre pagine, contenga un ovvio refuso: al punto 5, nella penultima frase, dopo “United States” doveva esserci una virgola invece di un punto. Una pignoleria? Certo, ma in un documento ufficiale, per giunta breve, è inusuale trovare un tale refuso. Partiamo dalle cose più chiare, quelle sui dazi veri e propri. L’accordo è, come noto, squilibrato: il paragrafo 1 dice che l’Ue intende eliminare tutti i dazi sui prodotti industriali americani e dare un trattamento preferenziale a un ampio elenco di prodotti agricoli e ittici. Il paragrafo 2, invece, dice che gli Stati Uniti si impegnano ad applicare un dazio, omnicomprensivo, del 15% su tutti i beni provenienti dall’Europa, salvo nel caso inusuale di prodotti per cui il cosiddetto dazio applicato alla Most Favored Nation (MFN) non sia più alto. Per alcuni prodotti (risorse naturali non disponibili negli Stati Uniti, aerei e relative parti, farmaceutici generici e relativi precursori chimici) si applica invece il MFN, che varia da prodotto a prodotto, ma che è molto più basso del 15%. Il paragrafo 3 dice che, una volta azzerati i dazi europei citati nel paragrafo 1, i dazi americani su auto e relative componenti saranno pure ridotti al 15%. Lo stesso paragrafo dice che UE e USA “intendono considerare la possibilità di cooperare” per separare le loro economie dalla sovraccapacità nei settori dell'acciaio e dell'alluminio, anche attraverso una “soluzione di contingente tariffario” (espressione peraltro vaga). Nel frattempo, i dazi restano al 50%. Che ci sia uno squilibrio è ovvio. Superior stabat lupus, verrebbe da dire, anche se lo squilibrio è minore di quello applicato da Trump ad altri Paesi. E, come sottolineato dalla Commissione, il 15% complessivo non peggiora la situazione rispetto a quella attuale per alcuni prodotti (il sito della Commissione cita i formaggi su cui già gravavano dazi del 14,90%). Il resto è “work in progress”. I paragrafi 5-7 elencano gli impegni di acquisto di prodotti americani da parte dell’UE, ma i termini non sono chiari. Per l’energia (gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti relativi all’energia nucleare) si dice che l’Ue “intends to procure” beni per 750 miliardi di dollari entro il 2028. Cosa significa “intends to procure”? Un documento sul sito della Commissione piega che “gli acquisti non sono realizzati dall’UE o dalla Commissione. La Commissione agisce come facilitatore per aiutare ad assicurare che gli Stati Membri abbiano abbastanza risorse energetiche”. Insomma, non si sa come questo impegno sarà rispettato. E, in linea di principio, è un impegno rilevante. Secondo Reuters, nel 2024 l’UE ha importato dagli USA combustibili fossili per 76 miliardi, ben al di sotto dei 250 miliardi all’anno ora previsti (assumendo che la data d’inizio del conteggio sia il gennaio del 2026). Si tratta di una “intenzione” però, non di un vincolo legale, anche se, politicamente, importare molto di meno sarebbe problematico. C’è un problema anche per gli Stati Uniti. Il loro totale delle esportazioni di combustibili fossili in tutto il mondo è stato di 318 miliardi nel 2024. Se iniziano a esportarne 250 nell’Ue, che succede agli altri Paesi? Ancora più vago è l’impegno relativo agli investimenti di imprese europee negli USA. In realtà, non è neppure un impegno, ma una semplice previsione della Commissione, basata su colloqui con le principali imprese europee: 600 miliardi di dollari entro il 2028. L’impressione è che questi investimenti sarebbero avvenuti comunque. Infine, c’è un generico impegno di “aumentare sostanzialmente” gli acquisti di materiale per la difesa. Il che è la conseguenza logica dell’impegno che ci siamo presi in sede Nato di aumentare la spesa militare (negli ultimi dieci anni oltre tre quarti della spesa relativa ad armamenti è venuta dagli Usa).

https://tg24.sky.it/economia/2025/08/27/dazi-usa-ue-accordo-squilibri-differenze?m_source=Klaviyo&utm_medium=campaign&intcmp=nl_editorial_insider_null

martedì 19 agosto 2025

Oggi è morta l'Unione Europea. Giovanni Salamone

 

Oggi è morta definitivamente l’Unione Europea per mano di un branco di incompetenti, servi e dilettanti allo sbaraglio. Mai nella storia in Europa avevamo avuto una classe governativa così imbarazzante.

Sono arrivati a un appuntamento cruciale per dire "esistiamo anche noi" con zero carte da giocare. Ci vuole davvero talento per ridursi così. A tratti hanno fatto anche pena.

Praticamente l'unica cosa che sono stati in grado di dire per tutto il tempo alla Casa Bianca è stata "cessate il fuoco", ripetuto a pappagallo a turno da tutti. Sembravano dei robottini telecomandati, che parlavano a turno sotto ordine del padrone con le mutande sporche. Se avete qualche minuto andate a guardare le facce di Ursula, Meloni, Macron, Merz, Rutte e company.

Sono andati a fare una gita a Washington per sentirsi dire, anche da Trump che piaccia o meno, che le condizioni le detta la Russia. Uno sberlone politico di queste dimensioni forse è paragonabile a quello preso dalla Germania dopo la seconda guerra mondiale.

Da segnalare anche la mappa in bella vista con la quale gli imbecilli di Bruxelles sono stati accolti alla Casa Bianca. Giusto per ribadire come stanno le cose. E le cose stanno che la Russia ha vinto e l'occidente ha perso. Trump nonostante tutto lo ha capito. Quegli idioti che dipendono da Ursula no. Ed è drammatico!

T.me/GiuseppeSalamone 

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