Pesanti sospetti di peculato e tangenti gravano sulla von der Leyen per gli affari fatti dal marito coi vaccini Pfizer. Altro sospetti su guadagni illeciti fatti con l'obbligo al riarmo. Mentre è davanti a tutti la vergogna della sudditanza a Trump per fare gli interessi americani contro gli interessi europei.
Un diario, dove annoto tutto ciò che più mi colpisce. Il mio blocco per gli appunti, il mio mondo.
venerdì 23 gennaio 2026
ORRIBILE !!! - Viviana Vivarelli
UN PADRONE TIRA L’ALTRO. - Marco Travaglio
La cosiddetta Ue aveva appena realizzato, con una ventina d’anni di ritardo, che non è più il caso di prendere ordini dagli Usa, quando a Davos è piovuto tal Zelensky, presidente scaduto di un Paese fallito che non fa parte dell’Ue né della Nato.
Che all’Ucraina non devono nulla, però la riempiono di miliardi e di armi l’una dal 2022 e l’altra dal 2014.
Il signorino, dopo quattro anni di questue e diktat in giro per il mondo senza mai un grazie, ha impartito nuovi ordini ai leader del continente di mezzo miliardo di abitanti che lo tiene in vita artificialmente rovinando la propria economia e lasciandosi distruggere i gasdotti e rubare centinaia di milioni dal regime di Kiev senza fare un plissé.
Poi, appena incassato dall’Ue l’ennesimo assegno di 90 miliardi di “prestito” che mai restituirà, s’è lagnato perché voleva pure i 200 miliardi di asset russi, ma purtroppo “ha vinto Putin perché ha fermato l’Europa: ora dovete agire!”.
In realtà Putin non ha fermato nulla: sono stati i governi europei più allarmati dall’illegalità della rapina, cioè dal rischio di dover pure rimborsare Mosca e mandare a catafascio i propri Paesi e il sistema Euro.
Poi il mitomane ha spiegato all’Ue come deve comportarsi con Trump (“si illudono che cambi: non lo farà”), ma anche con Putin: “Trump in Venezuela ha arrestato Maduro che ora è in cella a New York. Ma Putin no”.
Quindi, siccome il pirata giallo-oro ha sequestrato il presidente di uno Stato sovrano, l’Ue dovrebbe organizzare un raid sul Cremlino, rapire Putin e rinchiuderlo nel carcere di Bruxelles o di Kiev per far contento lui.
Che naturalmente sta “negoziando nella massima onestà per far finire la guerra”: vuole solo far rapire il nemico. Se no?
Gli toccherà ripeterci che “l’Ue con Putin non ha volontà politica” (si è solo suicidata per sostituire il gas russo con quello Usa a prezzi quadrupli): “L’anno scorso qui a Davos ho concluso il mio discorso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi.
È passato un anno,
nulla è cambiato e devo ripetere le stesse parole, come nel Giorno della marmotta”.
Povera stella.
Infine ha annunciato che oggi ad Abu Dhabi inizierà il trilaterale Usa-Russia-Ucraina, ovviamente senza l’Ue. In un mondo normale qualcuno si sarebbe alzato per dirgliene quattro:
“Ma come ti permetti? Noi, per quanto scalcagnate, siamo 27 democrazie. Non mettiamo fuorilegge i partiti di opposizione e non andiamo in giro a fare attentati e omicidi come si usa dalle tue parti. Alla nostra difesa badiamo noi senza bisogno dei tuoi consigli. Tu piuttosto ringrazia che esistiamo, sennò non avresti neppure la benzina per venire a Davos”.
Ma non s’è alzato nessuno.
È l’evoluzione della specie. Anziché da Trump, prendiamo ordini da Zelensky: sì buana.
F.Q. 23 gennaio
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giovedì 22 gennaio 2026
IL RUGGITO DEI CONIGLI. - Editoriale di Marco Travaglio -22 Gennaio 2026
FUCK CHECKING MARCO TRAVAGLIO – IL FATTO – 21.01.2026
Quelli del Sì, non trovando un testimonial autorevole per la schiforma Nordio (chi è autorevole, diversamente da loro, ha una faccia e una reputazione), si dedicano a screditare quelli del No. Dopo Gratteri ora tocca a Barbero, passato ai raggi X da presunti “fact checker” che lo accusano di mentire sulle due ragioni fondamentali del suo No: l’indebolimento del Csm e la strada spianata verso il controllo del governo, o della maggioranza parlamentare (che è la stessa cosa), sui pm. Sul Csm dicono: ma come, ne avremo addirittura due (uno per i pm e uno per i giudici), anzi tre con l’Alta corte disciplinare, e tutti composti per 2/3 da togati e per 1/3 da laici! Il problema è proprio questo: oggi il Csm difende l’indipendenza e l’autonomia della magistratura tutta e dei singoli magistrati sotto attacco. Se viene smembrato in due organismi, perde peso. E ne perde altro se è privato del potere disciplinare. E, nei due Csm e nell’Alta corte, perde peso la quota togata scelta col sorteggio secco e integrale, a vantaggio della quota laica scelta col sorteggio finto (il Parlamento vota una lista di nomi da estrarre a sorte, che può essere corta quanto il numero dei posti da coprire). I sorteggiati saranno monadi in ordine sparso, contro una falange di nominati dai politici (tutti del colore del governo, visto che la lista dei sorteggiabili si vota a maggioranza). Perciò il sorteggio ha un senso solo abolendo la quota laica. Ma poi è falso che venga rispettato il rapporto di 2 togati per 1 laico: nell’Alta Corte, su 15 membri, i magistrati sono 9 e i politici 6 (cioè 3 a 2: un politico in più e un magistrato in meno). Non solo: oggi nei procedimenti disciplinari il magistrato sanzionato dal Csm può ricorrere in Cassazione; con la schiforma potrà ricorrere solo alla stessa Alta Corte che l’ha punito, con tanti saluti alla terzietà del giudizio. Quanto al pm sotto l’esecutivo, i fact checker dicono: ma nella riforma c’è scritto che pm e giudici restano indipendenti e ci vorrebbe un’altra legge costituzionale per sottometterli. Balle: una volta separate le carriere, basterà ritoccare Ordinamento giudiziario (legge ordinaria) per sottoporli al governo senza dirlo. E quelle norme ordinarie sono già depositate da vari partiti e pronte per il voto: la Cartabia che affida al Parlamento le priorità dei reati da perseguire o da ignorare; quelle che svincolano la polizia giudiziaria dal controllo del pm e dall’obbligo di riferirgli subito ogni notizia di reato, cioè la riconsegnano ai vari ministeri (la Polizia all’Interno, i Carabinieri alla Difesa, la Gdf all ’Economia); e quella che vieta al pm di acquisire autonomamente le notizie di reato, riducendolo a passacarte delle forze dell’ordine, cioè del governo. Ma tutto questo, diversamente da Barbero, il fact checker non lo sa.
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Titolo IV - La Magistratura Sezione I Ordinamento giurisdizionale
mercoledì 21 gennaio 2026
Il premier progressista canadese Mark Carney. - Lorenzo Tosa
Questa mattina a Davos il premier progressista canadese Mark Carney ha tenuto uno di quei discorsi che passano una volta a decennio e che è a tutti gli effetti un manifesto straordinario di Resistenza a Trump e al nuovo ordine mondiale su base imperiale e imperialista.
“Oggi parlerò della spaccatura nell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la relazione tra le grandi potenze non è soggetta a vincoli.
Ma vi dico anche che altri Paesi, in particolare le potenze medie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati. Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà.
Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze — che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.
E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza.
Ebbene, non sarà così.
(…) Per decenni, Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che abbiamo chiamato ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo celebrato i principi, beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a questo abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, sotto la sua protezione.
Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa. Che i più forti si sarebbero svincolati quando conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico, e che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione è stata utile, e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito in molti modi: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e strutture per risolvere le dispute.
Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali e, in larga parte, evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà.
Ma questo patto oggi non funziona più.
Lasciatemi essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.
Negli ultimi due decenni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Recentemente, le grandi potenze hanno cominciato a usare l’integrazione economica come arma. Le tariffe come leva. Le infrastrutture finanziarie come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non puoi “vivere nella menzogna” di un vantaggio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della tua subordinazione.
Le istituzioni multilaterali su cui le potenze medie facevano affidamento – l’Omc, l’Onu, le conferenze sul clima, l’intera architettura della risoluzione collettiva dei problemi – sono fortemente indebolite.
Di conseguenza, molti Paesi stanno traendo la stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. Ed è un impulso comprensibile.
Questa spinta è comprensibile. Un Paese che non riesce a nutrirsi, a rifornirsi di energia o a difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono, devi proteggerti da solo.
Ma siamo realistici su dove questo ci porta. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.
E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire liberamente il loro potere e i loro interessi, i benefici del transazionalismo diventeranno più difficili da replicare.
(…) Gli standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono un gioco a somma positiva.
La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà – dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti – o se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
(…) Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia.
Il nostro impegno verso l’Articolo 5 della Nato è incrollabile. Per questo lavoriamo con i nostri alleati, inclusi i Paesi nordico-baltici, per rafforzare i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, aerei e presenza militare sul terreno — sul ghiaccio.
Il Canada si oppone fermamente ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere i nostri obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio multilaterale, sosteniamo la creazione di un ponte tra il partenariato transpacifico e l’Unione europea, che darebbe vita a un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone sui minerali critici. Stiamo creando “club di acquirenti” ancorati al G7 per consentire al mondo di diversificare le forniture concentrate. E sull’intelligenza artificiale cooperiamo con le democrazie affini per evitare di dover scegliere tra egemoni e hyperscaler.
Questo non è un multilateralismo ingenuo, né si tratta di fare affidamento su istituzioni indebolite. Si tratta di costruire le coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono abbastanza terreno comune da agire insieme – in alcuni casi, la maggioranza delle nazioni.
E stiamo creando una fitta rete di connessioni attraverso commercio, investimenti e cultura su cui possiamo contare per le sfide e le opportunità future.
Le potenze medie devono agire insieme perché se non siedi al tavolo, sei nel menù.
Le grandi potenze possono permettersi di fare da sole. Hanno la forza del mercato, la capacità militare, la leva per dettare i termini. Le potenze medie no. Quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.
Questa non è sovranità. È la recita della sovranità accettando la subordinazione.
In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere.
Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte se sceglieremo di esercitarlo insieme.
(…) Bisogna chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per ciò che è: un sistema di rivalità crescente tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.
Significa agire con coerenza, applicando gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze medie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma tacciono quando proviene da un’altra, stiamo ancora tenendo il cartello in vetrina.
Significa costruire ciò in cui diciamo di credere, invece di aspettare il ritorno del vecchio ordine. Significa creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto e ridurre le leve che consentono la coercizione.
Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. In altre parole, abbiamo capitale e talento. Abbiamo anche un governo con una grande capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo i valori a cui molti aspirano.
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Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro “spazio pubblico” è vivace, diversificato e libero. I canadesi restano impegnati per la sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo tutt’altro che stabile – un partner che costruisce e valorizza relazioni a lungo termine.
E abbiamo qualcosa in più: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.
Capiamo che questa rottura richiede più dell’adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è.
Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. Questa è la missione delle potenze medie, che hanno di più da perdere da un mondo di fortezze e di più da guadagnare da un mondo di cooperazione genuina.
I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.
Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi.”
Semplicemente STRAORDINARIO.
Siamo a milioni di anni luce a livello politico, morale, di visione, non solo da Giorgia Meloni - e ci mancherebbe - ma dalla quasi totalità dei leader europei (Sanchez escluso).
Questa mattina quest’uomo ha indicato al mondo e all’Europa una strada per sopravvivere alla nuova stagione degli imperi.
Sta a noi seguirla.
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sabato 17 gennaio 2026
In Belgio, quando compi 65 anni, non ricevi solo gli auguri.
In Belgio, quando compi 65 anni, non ricevi solo gli auguri. Ti arriva una lettera ufficiale dal Dipartimento delle Pensioni. Nessun giro di parole, nessuna burocrazia complicata. Solo un messaggio chiaro:
“Lei è diventato pensionato. Ci invii il numero del suo conto bancario per ricevere il suo stipendio mensile.”
E se hai bisogno di supporto?
“Chiami questo numero per fissare un appuntamento.”
Semplice, diretto, umano.
Perché lì, la pensione non è considerata una resa. È un riconoscimento. Non è l’inizio dell’invisibilità, ma l’apertura di una nuova fase di vita, tutelata e rispettata.
Lo Stato non dimentica chi ha contribuito a costruire il presente. Anzi, se ne prende cura. E lo fa così:
Sgravi sull’affitto per chi vive in casa o appartamento
Contributi mensili per sostenere le spese abitative
Accesso alla sicurezza sociale con costi minimi
Sconti su bollette e mezzi pubblici
Assistenza sanitaria quasi gratuita
Cure dentistiche semi-gratuite, con tanto di multa se salti il controllo annuale!
E tutto questo… in un Paese che non ha risorse naturali da vendere. Niente petrolio. Niente miniere.
Ma ha qualcosa di più prezioso: l’onestà.
Perché quando nessuno ruba, i conti tornano. E i diritti non restano promesse: diventano realtà.
Un sistema così non nasce dal nulla. È il frutto di una scelta collettiva, di una cultura che ha messo la dignità al centro. Che ha deciso che il valore di una persona non si misura in produttività, ma in umanità.
Forse è proprio questo il segreto: la vera ricchezza non è sotto terra.
È dentro le persone.
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